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Siccome soltanto gli stolti non cambiano idea, Giovanna Melandri sostituisce continuamente un pensiero all’altro: una volta è veltroniana, un’altra dalemiana, quindi prodiana e amatiana, poi di nuovo veltroniana e così via. Ma non lo fa per cattiveria: si dimentica. Continua

Chi non ricorda la mitica Jena Plissken di 1997 - Fuga da New York? Quello che con solo 22 ore di vita riesce a fare irruzione in una Manatthan in mano alla malavita e portare in salvo il presidente degli Stati Uniti. Oggi, in una versione casereccia (all’amatriciana), il fuggi fuggi è dai palazzi della politica e la salvezza è quella personale.
“Si salvi chi può” sta insomma diventando il motto di molti ministri e primedonne del centrosinistra. Che, fiutata l’aria di fallimento che tira su Franco Marini e data per certa la sconfitta elettorale (tanto più se Walter Veltroni poterà il Pd in splendido isolamento alle urne), sono pronti a cercarsi altre poltrone sicure.
Francesco Rutelli non sarà certo Kurt Russell, ma in queste ore potrebbe sciogliere la riserva e pensare di fuggire, anzi tornare, sul più celebre dei sette colli di Roma: il Campidoglio. E l’attesa per la decisione di Rutelli (che a sua volta attenderebbe le dimissioni di Veltroni, che a sua volta aspetta la fine del tentativo Marini), coinvolge altri due ministri, il cui nome si fa per la corsa alla successione a Veltroni a Roma: il rutelliano Paolo Gentiloni e la veltroniana Giovanna Melandri. Se l’ex leader della Margherita non dovesse correre per la carica di sindaco di Roma, gli altri due sarebbero in pole position.
La capogruppo al Senato del Pd, la siciliana Anna Finocchiaro, pare stia seriamente valutando di andare a correre per la prestigiosa, quanto difficile, carica di presidente della Regione Siciliana dove, dopo l’addio di Totò Cuffaro, si voterà tra poche settimane (tra sabato e domenica Finocchiaro e Veltroni saranno insieme a Palermo per un’iniziativa politica). Stessa possibilità, ma con tempi diluiti e sull’altra isola, per il presidente dei deputati Pd, Antonello Soro, che potrebbe andare succedere al suo quasi omonimo Renato Soru in Sardegna.
Le voci di fuga da palazzo Chigi hanno investito tutti. Anche l’inquilino più importante: se è vero che Romano Prodi tornerà a Bologna a fare il nonno per sua stessa ammissione, c’è chi, tuttavia, parla in maniera assolutamente informale, di una sua possibile candidatura alle comunali a Bologna per il post Sergio Cofferati.
La ministro della Famiglia, Rosy Bindi, e quello della Difesa, Arturo Parisi, si contenderanno le poche briciole che Veltroni lascerà alla minoranza del Pd. Poco, ma dovranno farselo bastare, aspirando a guidare la corrente minoritaria dei democratici.

Meno problemi avranno tutti quei ministri che sono leader di partito. Il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, tornerà a guidare i Verdi a tempo pieno, mentre quello delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori o la nascente Cosa Bianca in cui si mormora potrebbe finire. Fabio Mussi, leader di Sinistra Democratica, non ha ascoltato le sirene di Veltroni che lo volevano far rientrare nel Pd perché vuole costruire la Cosa Rossa. E proprio la nuova aggregazione della sinistra radicale dovrebbe essere guidata dal ticket Fausto Bertinotti (che non vede l’ora di tornare alla politica attiva e che allo scioglimento delle Camere lascerà lo scranno più alto di Montecitorio) e Grazia Francescato, oggi deputata dei Verdi.
Restano fuori le due “menti fini” oggi agli Esteri e all’Interno: Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Baffino, che in questi anni si è ritagliato un ruolo da grande saggio e king maker del centrosinistra, mira a qualche anno di esilio per arrivare al 2013 in prima fila per salire al Quirinale. Mentre sull’ex delfino di Craxi basta riportare la voce che gira in Transatlantico: “Ad Amato hanno fatto, ancora una volta (come ai tempi dell’elezione di Napolitano al Quirinale), annusare la poltrona di premier. E ancora una volta dovrà aspettare”.
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di Romana Liuzzo
Dagli scranni del Parlamento o dalle poltrone dei talk-show esaltano la scuola pubblica, la celebrano come unica fonte del sapere democratico e chiedono di tagliare (e tagliano) i finanziamenti statali alla scuola privata. Poi, però dove mandano i loro figli? Nelle più prestigiose scuole a pagamento, con rette non certo accessibili a tutti. Sono i politici del centrosinistra e vip di area, girotondini e imprenditori radical chic, che non si fermano di fronte alle file per poter accedere in questi istituti a cinque stelle.
Raccontano alcune madri del San Giuseppe De Merode, scuola privata, rigorosa, cattolica, che il ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, ha fatto di tutto per inserire ad anno iniziato una delle figlie nelle splendide aule con vista su piazza di Spagna. Raccontano pure che una delle signore in questione, la cui erede non era stata accolta per numero chiuso (30 al massimo), non abbia affatto gradito di sentirsi scavalcata. E pare sia successo il putiferio.
Intanto, mentre l’ex sindaco di Roma insediava la giovane rampolla (il primogenito Giorgio ha studiato dai gesuiti), Antonio Tajani, la cui famiglia al San Giuseppe va da generazioni, dopo le scuole medie ha deciso di spostare il figlio per mandarlo in un liceo statale ai Parioli («Si trova benissimo» spiega l’europarlamentare di Forza Italia).
Rutelli non è il solo: Nanni Moretti, l’ultimo leader dei girotondini, dopo aver invitato Massimo D’Alema e gli altri compagni a dire «qualcosa di sinistra», ha iscritto il proprio bimbo in un’esclusiva scuola anglo-americana, l’Ambritt, frequentata solo da ricchi rampolli dell’alta borghesia. Idem per Claudio Velardi, ex golden boy del governo D’Alema: il figlio ha frequentato la scuola americana.
Marco Follini, neoresponsabile della comunicazione del Partito democratico, ha iscritto il proprio discendente, seguendo le procedure, nella scuola dei fratelli salesiani in pieno centro, a Roma. E al richiamo radical chic non ha saputo resistere nemmeno l’ex ds, ministro allo Sport, Giovanna Melandri. Per la sua progenie è stato ritenuto adeguato l’istituto San Giuseppe di via del Casaletto. Anche questo ambitissimo. Gestito da amorevoli suore.
Istruzione a pagamento anche per Anna Finocchiaro, ex ministro per le Pari opportunità, uno dei 45 membri del comitato nazionale per il Partito democratico: le due figlie vanno in un istituto a Catania.
Mettersi in fila, prego. L’attrazione della sinistra per la scuola privata non è roba di oggi: anche Piero Fassino ha studiato dai gesuiti. E chi avrebbe mai detto che un nonno di cognome Bertinotti andasse a prelevare i propri nipoti in uno degli istituti più chic di Roma, a gomito a gomito con la fondatrice del Manifesto, ex deputata e scrittrice di sinistra, Luciana Castellina?
Politici ma anche giornalisti, tutti attirati come calamite dagli istituti a cinque stelle. Qualche esempio? Michele Santoro ha optato per il francese Chateaubriand. Il giornalista di Anno zero è in ottima compagnia. È francese e privata la scuola scelta dalla giornalista del Tg3, Bianca Berlinguer, per la bambina avuta dal sociologo Luigi Manconi. Lo stesso vale per molti altri fanciulli con genitori dalle spiccate tendenze a sinistra: da quelli dell’imprenditore Alfio Marchini a quelli dell’ex direttore della Stampa Marcello Sorgi, fino a quelli dell’ex senatore ulivista Vittorio Cecchi Gori. Noblesse oblige.

Il caos regna sovrano nella politica che governa il calcio italiano. È sufficiente una semplice cronaca della giornata di oggi per capirlo.
Ore 11. Inizia al Viminale la riunione dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Sono presenti i vertici del calcio e del ministero dell’Interno. Ore 13.50. Il presidente della Figc, Giancarlo Abete, il presidente di Lega, Antonio Matarrese lasciano il Viminale per andare a palazzo Chigi da Giovanna Melandri dove sono stati convocati per una riunione sulla situazione. L’Osservatorio non dice nulla per non interferire con le decisioni del governo.
Ore 14. Inizia il vertice tra il ministro dello Sport, Melandri e i vertici del calcio. Durerà un’ora.
Ore 15. Giovanna Melandri entra in conferenza stampa, con accanto i capi dello sport del calcio (il presidente del Coni Gianni Petrucci, il presidente della Figc Abete e il presidente della Lega Matarrese) e dice di voler stoppare il campionato. Senza specificare da quando, visto che il prossimo turno di campionato di serie A non ci sarà per l’impegno della Nazionale che giocherà a Glasgow contro la Scozia. Ma il ministro Melandri è netta: “Perché” spiega in conferenza stampa “dopo aver dedicato la riunione alla condivisione delle valutazioni sulla tragica giornata di ieri, valutiamo un gesto molto importante, ovvero la sospensione di tutti i campionati nelle prossime settimane. Senza comunque voler interferire con le decisioni dell’Osservatorio del Viminale”. Alle parole del ministro Melandri gli altri tre rimangono muti. E la conferenza stampa si trasforma in un monologo di Giovanna Melandri. In pratica, spiegano a Panorama.it alcuni addetti ai lavori del mondo del calcio che preferiscono rimanere anonimi, “ieri il governo ci ha obbligato a scendere in campo. E oggi, dopo aver giocato e dopo le violenze della serata di ieri – ovvero, a buoi ormai lontani dalla stalla – ci chiedete di fermare i campionati. Ma che senso ha?”.
Ore 17. I vertici del calcio sono riuniti a presso la Figc per esaminare la richiesta di Giovanna Melandri e del governo di fermare il campionato. La riunione va avanti fino a sera.
Ore 18. L’Osservatorio decide lo stop alle trasferte. E curve chiuse a Bergamo e Taranto. Che sono stati i cattivi più cattivi di domenica 11, dentro gli stadi. Senza quindi considerare la guerriglia urbana scatenata dagli ultrà per le vie di Roma in serata (di cui il Coni stesso è stato vittima).
Ore 18.15. Il ministro dell’Interno assolve il capo della Polizia, Antonio Manganelli dichiarando: “Ho condiviso le scelte sulla gestione dell’ordine pubblico. Hanno evitato che a quella tragedia seguissero esiti ancor più drammatici”.
Ore 19. Palazzo Chigi apprezza le decisioni dell’Osservatorio. “Dall’Osservatorio sugli eventi sportivi, riunito oggi dopo la morte del tifoso Gabriele Sandri e i successivi scontri con le Forze dell’ordine, arriva una risposta di serietà”. Poi spiegano ancora fonti del governo: “Occorre fare chiarezza sulle responsabilità di quanto accaduto ovvero sulla morte del giovane tifoso della Lazio, e, in maniera distinta stigmatizzare quanto accaduto ieri nel pomeriggio, con i tifosi che si sono scagliati contro la Polizia a Roma, Bergamo e Milano. Il pPremier Prodi è rimasto costantemente informato sulle attività di oggi e domani il ministro Amato riferirà alla Camera. In ogni caso, dopo il decreto adottato successivamente alla morte dell’ispettore Raciti sempre per scontri davanti allo stadio, con cui è già stato fatto un giro di vite contro i tifosi violenti, oggi con le decisioni dell’Osservatorio - possibilità per i Questori di fermare le partite e stop alle trasferte di tifosi violenti - si dà una risposta di serietà”.
Ore 19.45. La Figc decide pilatescamente lo stop del campionato solo per domenica prossima. Tanto mancherà la serie A visto che gioca la Nazionale. Così da salvare le capre del governo e i cavoli degli affari del calcio.
Questa la tragicomica cronaca di oggi. Rimane che un ragazzo innocente è morto e ancora non si sa ufficialmente come. Che ieri il campionato non è stato fermato, sebbene forse sarebbe stato meglio (lo hanno detto i protagonisti del calcio e lo hanno ribadito i politici) e che oggi è stato quasi fermato, quando probabilmente non serviva più.
E che la gente non va più allo stadio.
VIDEO servizio, la politica nel pallone:
VIDEO servizio, la nazionale salva la Serie A:
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Se in Italia la responsabilità fosse pari alla retorica non avremmo giornate come quella di ieri. E non solo nel calcio e nel mondo degli ultrà, ma in generale nella cosa pubblica, nel governo, nell’economia.
Si preferisce invece affidarsi alla retorica, ai messaggi di cordoglio fine a se stessi, ai gesti simbolici (il lutto al braccio, i dieci minuti di ritardo): tutto tranne che dire la verità e prendere decisioni conseguenti. È noto che l’unico fattore unificante degli ultrà è l’odio contro le forze dell’ordine; è altrettanto noto che dai tempi dell’uccisione di Filippo Raciti a Catania le tifoserie violente non aspettano che un pretesto per scatenarsi in tutta Italia.
Ieri uno sventurato agente della Polizia stradale ha servito questo pretesto mettendosi a sparare, senza motivo, lungo un’autostrada per una rissa tra tifosi che, a quanto pare, non meritava che da parte delle forze dell’ordine si ricorresse alla pistola. Ma più che questo poliziotto - che si spera verrà perseguito come è giusto che sia - a offrire quel pretesto su un piatto d’argento è stata tutta la catena dei suoi superiori, dal questore di Arezzo fino al vertice della Polizia, al ministro dell’Interno, ai politici ed anche ai dirigenti del calcio.
Se è colpevole fino alle estreme conseguenze che un ragazzo sia stato ucciso senza colpa ad un autogrill, è surreale che ancora nel pomeriggio inoltrato i suoi capi abbiano insistito sulla tesi dei colpi sparati in aria. Il povero Gabriele Sandri non viaggiava su un disco volante ma su una Renault. Nel merito, il tentativo di colluttazione con tifosi juventini che andavano ad assistere a un’altra partita in un’altra città non richiedeva assolutamente che un militare, dall’altra parte della carreggiata, tirasse fuori la pistola.
Ci voleva molto ad ammettere e spiegare tutto questo? A dire: abbiamo sbagliato, le colpe saranno punite, a mettersi in contatto con la famiglia di Sandri, che oltretutto non era un violento, non aveva precedenti, non viaggiava con gli ultras ma con tre amici?
Forse l’episodio sarebbe stato circoscritto, forse no. In questo caso il Viminale, se avesse saputo gestire la situazione, avrebbe dovuto chiedere alla Lega Calcio o alla Fgci di rinviare il turno di campionato. Oppure il mondo del pallone avrebbe potuto decidere autonomamente: decidere, però, non annullare due partite, far ritardare le altre dei dieci rituali minuti, soccombere alla violenza a Bergamo e Taranto. Insomma, affidarsi al caso, e diciamo che ieri è andata bene così.
Con le loro reticenze e le fughe dalla responsabilità, i capi della Polizia e del Viminale hanno (certo involontariamente) messo a repentaglio l’incolumità di centinaia di altri agenti che ieri sera, soprattutto a Roma, hanno sostenuto la rabbia prevedibile degli ultras. Non solo: interi quartieri e molti cittadini hanno rischiato di trovarsi coinvolti nella guerriglia ed è stato un miracolo che non ci siano andati di mezzo.
Con la loro pavidità i dirigenti del calcio, sempre alla ricerca di coperture politiche, governative e ministeriali, hanno esposto alle stesse conseguenze tifosi normali e calciatori. Il calcio è sempre lì a rivendicare autonomia e altro quando si tratta di soldi e diritti tv, se invece c’è da far saltare un turno di campionato è in balia degli eventi (vedi il famoso derby annullato all’Olimpico due anni fa).
Infine i politici. Walter Veltroni era a Cracovia per accompagnare una scolaresca sui luoghi dell’Olocausto. Iniziativa lodevole, che però, alle prime notizie di una capitale che rischiava di essere messa a ferro e fuoco (qui i video 1 e 2), poteva essere lasciata nelle mani di un assessore. Il sindaco, in questi casi, ha il dovere di esserci. Ancor più penose o inutili le esibizioni degli altri. Fabrizio Cicchitto non ha trovato di meglio che ricordare che il ragazzo ucciso “era un simpatizzante di Forza Italia”. Romano Prodi è apparso in tv da Bologna, come ogni domenica, all’ora dei tortelini, è si è detto “molto, molto preoccupato”. Giovanna Melandri, ministra dello sport, chiede di “fermare tutto il calcio domenica”: peccato che sia già fermo per il turno della Nazionale. Il Quirinale lancia i consueti moniti e auspici che scivolano come l’acqua.
Si sa che il vero braccio di ferro, evidentemente non risolto dai tempi di Filippo Raciti, è tra forse dell’ordine e mondo del pallone, e che la vera guerra è tra poliziotti e carabinieri da una parte, ultras dall’altra. Ieri ci ha rimesso la vita un ragazzo romano ma è stato un miracolo che non sia accaduto di peggio. Peggio, però, che è sempre dietro l’angolo: contro la violenta stupidità delle curve ci vorrebbe una classe dirigente in grado di prendere decisioni chiare e assumersi le proprie responsabilità. Purtroppo non se ne vede traccia.
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VIDEO servizio: Cori anti-polizia in molti stadi, scontri a Bergamo e Milano
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Il Campionato andava fermato. A differenza di ieri, oggi, va affermandosi questa tendenza di pensiero. Lo dice anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti che, stamattina, in un’intervista lo dice apertis verbis: “Io avrei sospeso le partite. Avrei sospeso le partite semplicemente per lutto: per dire che ci si ferma per un atto di rispetto per una tragedia”. In queste poche parole della terza carica dello Stato un po’ tutta la sintesi delle ultime 24 ore. Dopo l’incredibile uccisione di Gabriele Sandri di ieri mattina all’autogrill e la decisione di non fermare il campionato è stato un susseguirsi di tumulti prima negli stadi poi, in serata, nelle città. A Roma in special modo.
La ragione? Semplicissima: nella logica degli ultras quando a Catania mesi fa è rimasto ucciso l’ispettore Filippo Raciti è stato fermato il campionato, alla morte del tifoso ieri non è avvenuta la stessa cosa.
Sul fronte politico l’opposizione chiede al ministro dell’Interno, Giuliano Amato di venire in Parlamento a riferire. Cosa che avverrà domattina alle 10.30 alla Camera. Ma Amato è pure accusato dal centrodestra perché “incapace di gestire l’ordine pubblico – denuncia Maurizio Gasparri di An – Amato non è adatto a svolgere il ruolo di ministro dell’Interno: è inspiegabile la gestione dell’ordine pubblico nella capitale, con obiettivi sensibili lasciati privi di presidio”.
E che si vada verso una domenica di stop è una decisione che il ministro dello Sport, Giovanna Melandri, sembra appoggiare: “Domenica prossima tutti gli stadi chiusi in segno di lutto”. For se il ministro non sa che per il prossimo week end la serie A sarebbe comunque ferma perché gioca la nazionale. Anche se il ministro Melandri non può sconfessare del tutto la decisione presa ieri: “Sospendere tutto il campionato a poche ore dall’inizio avrebbe potuto produrre effetti non governabili”.
Durissimo il giudizio di Paolo Cento, che è sottosegretario all’Economia, ma soprattutto un politico vicino alle curve: “Non si può cercare di manipolare l’informazione, come si è fatto ieri”. Cento quindi attacca le forze dell’ordine: “In questo Paese è giunto il momento di riaprire una discussione seria sulla formazione professionale e sul modo in cui le forze dell’ordine vengono mandate allo sbaraglio nella gestione dell’ordine pubblico, provocando a volte più danni di quelli che si vogliono evitare”.
E’ intanto in corso un vertice al Viminale: tra le ipotesi in discussione c’è pure quella del divieto totale ai tifosi di andare in trasferta.
Sono infine da registrare le voci (pur non confermate) di dimissioni che girano e che avrebbero il significato di calmare le frange più estreme degli ultras. Anche se non sarà proprio Giuliano Amato a dimettersi, potrebbe farlo il capo della polizia, Antonio Manganelli. Che ieri, a caldo, aveva infatti detto: “Mi assumo tutta la responsabilità”.
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Il governo prova a mettere in pratica la mitica bizona di Oronzo Canà. Con il 40-30-30 della ripartizione dei soldi alle squadre di calcio e l’ 8-4-3 sul diritto di cronaca l’esecutivo prova a cambiare il pallone e l’offerta di calcio in tv. Tanto che il ministro dello Sport, Giovanna Melandri l’ha definita “La madre di tutte le riforme del calcio italiano”.
Una riforma approvata questa mattina dal Cdm con il decreto legislativo che attua la nuova legge quadro sulla titolarità e la commercializzazione dei diritti audiovisivi sportivi con la relativa ripartizione delle risorse sui diritti sportivi. Che però andrà a regime subito. Entrerà in vigore a partire dal campionato 2010. La transitorietà è stata spiegata dal ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni: “I contratti che sono stati stipulati fino al 31 maggio 2006 restano in vigore fino al 30 giugno 2010. Dopo toccherà alla nuova regola”.
Tre gli obiettivi che si propone il governo: 1) incidere sensibilmente sul processo di valorizzazzione del prodotto Calcio in Italia. Infatti con il passaggio alla gestione collettiva ed alla negoziazione collettiva dei diritti audiotelevisivi si introduce un nuovo sistema sulla contitolaritetà dei diritti in capo alle Leghe; 2) ridurre quel divario, oggi molto profondo, nell’equilibrio complessivo tra piccoli e grandi club”; 3) nella quota delle risorse verrà negoziata collettivamente, una parte andrà alla mutualità generale, la seconda parte alle categoria B e C e una terza parte alla “dimensione sociale” del calcio, ovvero settori giovanili e vivai.
A caldo, parlando con Panorama.it, il direttore di Rai Sport, Massimo De Luca (uno dei diretti interessati alla riforma) ha stemperato i trionfalismi del governo: “Non parlerei di una nuova epoca per il calcio. Ma di un buon passo per un parziale riequilibrio del settore. Infatti questa riforma riporterà un maggiore equilibrio nei ricavi e quindi attenuerà il divario tra le grandi squadre metropolitane e le piccole provinciali”. Ma un fenomeno come il Cagliari degli Anni Settanta o il Verona degli Anni Ottanta è difficile che si possa ripetere: “Non basterà questo a far vincere lo scudetto alle squadre che oggi lottano per la salvezza”. Sulla parte relativa al diritto di cronaca il direttore dello sport di viale Mazzini attacca le piccole tv: “I diritti sono calpestati. Vediamo andare in onda su piccole emittenti immagini che non dovrebbero esserci. Mi auguro che ci sia un controllo maggiore”. Ma la Rai potrebbe ritornare ad acquistare il campionato? De Luca non si sbilancia: “Direi al momento di no. Vedremo bene la riforma come andrà in vigore e vedremo anche quello che in futuro prevederà la Lega sul campo dei diritti tv”.
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Come anticipato da Panorama.it, Piero Fassino dovrebbe trasferirsi nel governo, come vicepremier unico, subito dopo le primarie del Partito democratico, il 14 ottobre.
È indubbiamente la soluzione più indolore per trovare una sistemazione al segretario Ds che rischia di restare disoccupato dopo la nascita del nuovo partito e dopo “una vita da mediano”. In realtà Fassino aveva chiesto a Romano Prodi un segnale, un “cambio di passo” nella faraonica compagine ministeriale anche per rispondere all’antipolitica dilagante. Insomma, una riduzione del 50 per cento del numeo di ministri e sottosegretari. Qualcosa che Prodi teme come la peste: “Se togli un mattone crolla tutto”. È così, il rimpasto è sempre pericoloso, figuriamoci il taglio tout court dei ministri. Eppure esiste una black list che circola tra palazzo Chigi e vertici del Pd, di titolari di poltrone dei quali si farebbe volentieri a meno. Sia delle poltrone, sia soprattutto di chi le occupa.
Vediamola questa lista. Il nome più illustre è Tommaso Padoa-Schioppa, superministro dell’Economia, entrato in rotta di collisione con Ds e Margherita, e in special modo con il suo vice alle Finanze, Vincenzo Visco. Il problema sono le tasse: TPS è restio a tagliarle se non si riducono le spese, i partiti vogliono invece dare un “massaggio forte” (leggi elettorale) ai contribuenti. Non solo. Il ministro ha un fronte aperto con sindaci e amministratori locali, ai quali ha soffiato 4 miliardi di fondi inutilizzati, e che ora sollecita a nuovi sacrifici. Se si riducessero i ministeri e si “reimpacchettassero” alcune cariche spacchettate, TPS perderebbe il posto a favore di Visco. Ma neppure quest’ultimo gode di grande popolarità: quindi ecco affacciarsi l’ipotesi di Pier Luigi Bersani, l’uomo che per il Pd si è sacrificato a favore di Veltroni. Ma silurare TPS è difficilissimo, Prodi continua a difenderlo, e lo appoggia pure l’estrema sinistra per antipatia verso il Partito democratico. L’unica soluzione è “promuoverlo” ad una carica internazionale: ma sia il Fondo monetario sia la Banca mondiale sono, al momento, al completo. Resta la commissione europea, dove l’Italia è rappresentata solo da Franco Frattini, dopo la rinuncia di Rocco Buttiglione.
Nella lista nera c’è un altro ministro di peso, Cesare Damiano del Welfare. Damiano ha l’handicap di essere fassiniano, e se il suo leader entrasse nel governo (soprattutto con la rinuncia di D’Alema e Rutelli alle cariche di vicepremier) rischierebbe seriamente di trovarsi in sovrannumero. Non solo. Se il referendum su lavoro e pensioni producesse un “no” la sua posizione si farebbe ancora più difficile, specie per tenere buona l’estrema sinistra. Del resto anche la poltrona di Damiano potrebbe essere reimpacchettata; con quella di Paolo Ferrero (Rifondazione) delle Politiche sociali.
L’elenco prosegue con Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti come indipendente, in realtà in quota Pdci. Anche il suo dicastero sarebbe da ricongiungere con le Infrastrutture, senonché qui c’è Antonio di Pietro, che nessun vuol far crescere di potere. E nel mirino c’è pure Alfonso Pecoraro Scanio, le cui sparate all’Ambiente non sono per nulla gradite all’ala riformista dell’Unione (soprattutto a Bersani). Ma è l’unico ministero che hanno i Verdi, e Pecoraro ci piazzerebbe comunque un fedelissimo.
Si è fatta critica anche la posizione di Linda Lanzillotta (Affari regionali), osteggiata anche lei dalla lobby degli amministratori locali e dall’estrema sinistra. Linda è difesa da Rutelli e potrebbe saltare solo se quest’ultimo, rinunciando alla medaglia di vicepremier, ottenesse una poltrona più pesante da aggiungere (o da sostituire) ai Beni culturali. Poi c’è un elenco di ministeri considerati inutili al di là di chi li occupa: Giovani e Sport (Giovanna Melandri), Famiglia (però c’è Rosy Bindi, impensabile declassarla dopo la probabile sconfitta nel Pd), e soprattutto l’Attuazione del programma, in mano al prodiano Giulio Santagata.
Come ha suggerito qualcuno, per verificare se il programma è attuato oppure no non serve un ministro, basta una segretaria.
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In caso di rimpasto del governo Prodi, secondo voi, quale ministro rischia la poltrona