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Giovanni-Bianconi

De Cataldo: dagli anni di piombo a quelli di balsa

Una foto scattata il 16 marzo 1978 sulla scena dell'agguato in via Fani, dove venne rapito Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana che si accingeva ad andare alla Camera dei Deputati, per votare la fiducia al nuovo Governo Andreotti. A terra i corpi senza vita della sua scorta.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Guarda la GALLERY: Via Fani, 16 marzo 1978
di Giancarlo De Cataldo

“Vestiti e corri alla radio. Hanno rapito Aldo Moro”. Avevo vent’anni, collaboravo a una radio libera. Mandai al diavolo l’amico, noto per i suoi scherzi, e me ne tornai a dormire. Pochi minuti dopo telefonarono da casa, giù in Puglia. “Hai sentito che è successo? Per favore, prendi il treno e torna a casa. A Roma c’è pericolo…”. Accesi il televisore: comparvero le immagini di via Fani. Poliziotti in borghese si aggiravano attoniti fra i corpi dei loro colleghi della scorta; auto di ordinanza scaricavano alte cariche dello Stato dal volto corrucciato; la voce rotta dall’emozione dello speaker ripeteva le prime informazioni sul fatto. Allora è vero, è accaduto davvero. Hanno preso Moro. Sono state le Brigate rosse. Siamo in guerra…
Ho fra le mani, trent’anni dopo, Eseguendo la sentenza, il libro che Giovanni Bianconi ha dedicato ai 55 giorni del sequestro Moro. È una cronaca appassionata dei fatti, rivissuti attraverso i ricordi e le sensazioni di coloro che ne furono protagonisti, le dichiarazioni ufficiali “in presa diretta”, i documenti d’epoca. Una ricostruzione preziosa che ci restituisce al clima di sbigottito ottundimento che caratterizzava le nostre percezioni dell’allora, e ci forza a misurare il fossato incolmabile che divide il come eravamo dal come siamo diventati.
Quella mattina ci ritrovammo in radio, dominati dalla sensazione di una catastrofe incombente. Un pugno di giovani impotenti che, come tutti i giovani, coltivavano ancora l’illusione di poter cambiare il mondo. Il mondo dei padri. Eravamo aggressivi verso quel mondo. Di un’aggressività che coinvolgeva tutta una generazione: nessuno poteva dirsene immune. Pensavamo che i padri dovessero essere provocati, persino umiliati, costretti comunque a ritirarsi. Forse, speravamo solo di stimolare una qualche reazione in loro. Volevamo spingerli a un confronto aperto. Confidavamo in una loro risposta, in un segnale. Ma nessuno di noi avrebbe mai imbracciato un mitra e spento una vita umana.
Però c’era chi lo faceva, e nel senso «politico» della lotta armata non potevi non cogliere, immediato, il riflesso di quell’aggressività generazionale. Vedevamo ogni giorno ragazze e ragazzi, quello sino a ieri spavaldo e indifferente, l’amico timido, il taciturno, il mite, abbracciare di colpo le posizioni estreme, urlare gli slogan più truci, inneggiare all’annientamento del nemico.
Un interrogativo ci tormentava: questi brigatisti sono, come si leggeva sulla stampa, “folli”, “strateghi del terrore”, “criminali comuni”, “agenti di potenze straniere”, o soltanto gente come noi che ha deciso di trasformare in azione ciò che pure alberga nel nostro sentire? Assassini, in una parola, o parricidi? E alla fine, dopo averlo così duramente punito, avrebbero usato clemenza verso quel padre che, dalla “prigione del popolo”, si sforzava di trovare un canale di comunicazione con il suo mondo che l’aveva abbandonato, o la “giustizia proletaria” avrebbe compiuto il suo corso sino alle estreme conseguenze? Avevamo tante domande, ma ci mancavano le risposte. Ma nemmeno “chi di dovere”, se si ripercorre la cronaca di quei giorni, aveva risposta. Erano forse sbagliate le domande? O c’era qualcosa di non detto, qualcosa che avremmo scoperto soltanto dopo, quand’era troppo tardi?
Intanto la tragedia correva sulle nostre teste, scavava nel nostro inconscio, assestava radici di odio e di sangue. I bambini sognavano scene cilene, Roma era una città plumbea, stretta in un assedio metropolitano che evocava scenari da paese in guerra, eppure, fra le maglie dei controlli, i brigatisti si muovevano agili e indisturbati, nessuno pensava a pedinare gli intermediari, nessuno apriva porte sospette e preziosi indizi, che avrebbero potuto cambiare il corso della storia, restavano occultati dietro il moto indecifrabile del piattino di una singolare seduta spiritica.
Trent’anni dopo dovremmo vergognarci di aver pensato, in tanti, che Moro era impazzito, che non era più lui, che era indotto a vergare missive disperate dal “pieno e incontrastato dominio” dei suoi carcerieri. Chi si opponeva alla trattativa aveva ottime ragioni per mostrarsi intransigente. Ma trent’anni dopo siamo costretti a constatare che nel paese del familismo amorale, delle tangenti e delle raccomandazioni, solo e soltanto alla famiglia di Aldo Moro si era deciso di negare il conforto di uno spiraglio di trattativa. Lo si era fatto per i terroristi palestinesi (come Moro non mancava di ricordare nelle sue lettere), e l’avremmo fatto qualche tempo dopo per Giovanni D’Urso e per Ciro Cirillo.
Lo Stato non andò in crisi. Siamo ancora qui a testimoniarlo. Per tutti si trovò una strada. Per tutti tranne che per Moro. E mentre le domande si rincorrevano, accadevano cose che, con una scelta coraggiosa e condivisibile, Bianconi non racconta perché nessuno, in quel momento, poteva raccontarle.
Soltanto in seguito avremmo appreso, infatti, che le unità di crisi si avvalevano della consulenza di esperti internazionali per i quali la sola eventualità di una trattativa era una bestemmia. Che gli apparati investigativi pullulavano di uomini della loggia massonica deviata P2. Che per molti addetti ai lavori il destino di Moro era segnato sin dall’istante del suo prelevamento. Che un timore angoscioso pervadeva settori rilevanti del mondo politico e istituzionale: il timore che, in qualche modo, dal “processo popolare” potessero scaturire rivelazioni su quelle strutture segrete (Gladio, Stay behind) che, di là e contro ogni controllo democratico, avrebbero dovuto assicurare, by any means, la fedeltà atlantista dell’Italia anche in caso di vittoria elettorale, dunque democratica, delle sinistre.
Non lo sapevamo noi, gente comune, e, per quanto si sia detto, scritto e indagato negli anni a venire, non è mai emersa la prova certa che ne fossero a conoscenza gli stessi brigatisti. O, forse, lo davano così per scontato che non metteva conto informarne le masse: in più di un verbale processuale gli autori del sequestro avrebbero poi affermato di non aver compreso sino in fondo la prosa morotea, oppure di esserne stati abilmente depistati. La stessa decisione di attentare a Moro, e non a qualche altro maggiorente democristiano, sarebbe poi stata spiegata con la più minimalista delle motivazioni: era il bersaglio più facile da colpire, gli altri erano meglio protetti.

Perché venissero alla luce i depositi segreti di armi, i progetti di “enucleazione” degli oppositori politici, la ragnatela di contromisure che avrebbero potuto realmente trasformare l’Italia in un campo di battaglia avremmo dovuto attendere la caduta del Muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Storie passate, si dirà. Mai chiarite sino in fondo, forse impossibili da chiarire.
A meno di non trovare il coraggio di mettersi intorno a un tavolo e ricostruire il nostro passato senza la minaccia di una pena o il miraggio di una ricompensa. Ma non lo faremo. Non sembra proprio che interessi a nessuno.
Oggi la memoria di via Fani si è trasformata in una delle tante celebrazioni rituali a cui i delitti eccellenti della Prima repubblica ci hanno abituato. I ragazzi delle nostre scuole non sanno niente di Moro, del suo insegnamento, delle sue parole, delle strazianti lettere, della sua tragica fine. Tutto questo ci appare come un’icona sbiadita. Il nostro quotidiano parla una lingua totalmente diversa. Il sogno del mutuo ha rimpiazzato l’ansia della rivolta. L’operetta trionfa sul dramma, non c’è tragedia che non si possa presentare nel suo risvolto di sgangherato fescennino.
Gli anni di balsa hanno preso il posto degli anni di piombo. E in fondo li preferiamo. Sono, a loro modo, anni rassicuranti: non c’è molto da rimpiangere, in una stagione in cui si piazzavano esplosivi agli angoli delle strade e si sparava in faccia alla divisa, alla toga o alla grisaglia senza nessuna considerazione per l’uomo che l’indossava. I ragazzi di quella radio hanno messo su famiglia, c’è chi ha avuto successo e chi si è perso per strada, chi ha fatto carriera e chi non si rassegna a invecchiare. Uno alla volta, alla spicciolata, quasi tutti i protagonisti della vicenda sono usciti di scena.
Chi passato a miglior vita, con i propri dolori e, chissà, i propri segreti, e chi, come è accaduto a numerosi brigatisti, riammesso a varie forme di vita civile grazie a una legislazione i cui principi fondamentali, dalla rieducazione penitenziaria al reinserimento sociale, affondano tuttora radici proprio negli insegnamenti di Moro.
Paradossale, dolce, amara vendetta del padre sacrificato dall’arroganza dei giovani parricidi.
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