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Giovanni Falcone
Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità , preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere
unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà , indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte.
(Giovanni Falcone, La Repubblica, 3 ottobre 1991)
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Non ci sarebbero più contatti con l’esterno e dunque con la famiglia mafiosa a cui lo stragista Domenico (Mimmo) Ganci appartiene. Su queste basi si fonda il provvedimento dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma che ha annullato il carcere duro previsto dal 41 bis. Il sicario della cosca della Noce di Palermo (condannato per oltre 40 omicidi, e tra questi quelli del commissario Ninni Cassarà , dell’ex sindaco Giuseppe Insalaco, e ancora per la strage di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta) dal 30 dicembre, giorno in cui è stata depositata la decisione dei giudici, non è più sottoposto al duro regime carcerario. La notizia, confermata all’Ansa da fonti giudiziarie, è stata appresa solo oggi.
La prima notte da “detenuto comune”, Ganci l’ha trascorsa proprio a Capodanno, nel carcere di Rebibbia, festeggiando senza i vincoli del 41 bis. Erano stati i difensori del killer a chiedere nei mesi scorsi al tribunale di sorveglianza l’annullamento del carcere duro. Domenico Ganci, detto Mimmo, accusato di essere uno dei più pericolosi sicari di Cosa nostra, è figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina, e fratello di Calogero Ganci, collaboratore di giustizia. Le procure che si sono occupate di lui in passato, come quella di Palermo e Caltanissetta, si sono subito attivate per inviare al ministero della Giustizia un nuovo parere, sostenuto da documenti d’indagine, con il quale poter richiedere un nuovo provvedimento di 41 bis per il killer della Noce. È possibile, infatti, che già in serata sul tavolo del ministro Angelino Alfano arrivi una nuova richiesta.
La notizia della revoca del 41 bis allo stragista ha provocato indignazione e reazioni nel mondo politico e delle associazioni antimafia. Il ministro delle Gioventù, Giorgia Meloni, sostiene che questa decisione la fa “rabbrividire”, e poi aggiunge che “mi fa pensare che evidentemente sia troppo discrezionale l’applicazione del 41bis”. Reazioni indignate alla decisione dei giudici di alleggerire il carcere a Ganci anche dal presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini (Pdl), dal senatore Giuseppe Lumia (Pd), dal capogruppo di Palazzo Madama della Pdl, Maurizio Gasparri e dal Laura Garavini, capogruppo Pd in commissione antimafia.
Un attacco a Walter Veltroni e al Pd per la “sconcertante sudditanza psicologica e politica verso le frange giustizialiste”, un richiamo a Giovanni Falcone come modello cui ispirarsi per mettere mano alla riforma della giustizia, l’intenzione di mettere in capo ulteriori misure per combattere il caro prezzi (”per esempio, il bonus bebè e l’introduzione del quoziente familiare”), e una frase su Putin (”Grazie a Dio mi ha ascoltato. Altrimenti col cavolo che i carri armati russi si sarebbero fermati a quindici chilometri da Tbilisi”) poi smentita da Palazzo Chigi. È un Silvio Berlusconi a tutto campo quello che si è concesso al settimanale Tempi, che segna la ripresa dell’attività di governo dopo la pausa estiva.
“L’autunno caldo lo faccio io” è questo il titolo dell’intervista rilasciata a Luigi Amicone, direttore della rivista vicina a Comunione e Liberazione.
E allora via al botta e risposta. Con il segretario del Pd, in primis. Ieri l’attacco di Veltroni sul governo diviso e litgioso, oggi la replica di Berlusconi. “La sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori” dice il premier nell’’intervista al settimanale.
Il Cavaliere confessa tutta la sua delusione per l’atteggiamento dell’avversario: “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori. Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”.
Alla domanda se abbia qualcosa da rimproverarsi in questi primi 100 giorni di governo Berlusconi risponde: “Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”. “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante”.
E a proposito di giustizia, ecco come il governo Berlusconi intende varare una riforma che punti a “mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati, indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà , criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Vogliamo valorizzare i tanti magistrati seri, che svolgono il loro lavoro in modo coscienzioso, con spirito di sacrificio e spesso rischi personali” spiega Silvio Berlusconi. “Purtroppo il loro lavoro è offuscato da pochi altri che, per pregiudizio ideologico unito a smania di protagonismo, proiettano con comportamenti deviati un’immagine distorta della magistratura italiana. Noi siamo dalla parte dei magistrati, non delle frange ideologizzate e giustizialiste”.
E poi, ancora: i temi etici. “Credo sia dovere di tutti agire perché la legge 194 sia applicata anche e soprattutto nelle parti orientate all’aiuto alla vita, finora trascurate”. Sempre sullo stesso capitolo, il premier conferma la libertà di coscienza come linea ufficiale del Pdl, ma spende parole in difesa della vita. “Condivido pienamente con il Santo Padre” dice Berlusconi “l’idea della sacralità della vita, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento. E da uomo di governo mi considero profondamente impegnato a tutelarla”. “È del tutto evidente” continua il Cavaliere esprimendo la sua posizione sul caso Englaro “che non permetteremo mai alla magistratura di esercitare una supplenza
rispetto al potere legislativo, cosa che alcuni magistrati tendono a fare su questo come su altri temi”
Per quanto riguarda la caolizione che sostiene il proprio esecutivo, il premier non concede dubbi: “Il rapporto tra noi e la Lega è forte e consolidato: non è un’alleanza tattica” dice “né semplicemente numerica; la Lega esprime esigenze complementari a quelle di chi vota per noi, i valori di riferimento sono comuni e i programmi sono omogenei”. “Il federalismo fiscale non è solo un tema della Lega, la riforma della giustizia non interessa solo noi” ribadisce Berlusconi. “La Lega esprime, con un linguaggio diverso dal nostro, e ponendo l’accento su alcuni temi, lo stesso progetto politico che ci ispira… In prospettiva, vedo per la Lega un ruolo complementare al nostro, un rapporto che almeno in parte potrebbe somigliare a quello che unisce in Germania Cdu e Csu”.
Infine, la riforma elettorale: “Quanto alla riforma della legge elettorale europea, serve a rendere queste elezioni più omogenee alle altre: non ha senso che il cittadino ogni volta che si reca alle urne debba fare i conti con un sistema elettorale diverso. Su tutto questo” assicura il Cavaliere “vogliamo intervenire, anche per dare il giusto valore all’appuntamento elettorale per l’Europa”.
Il VIDEO servizio:
Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità , quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.
Motivi di salute. E dopo la difesa, anche l’accusa chiede la scarcerazione di Bruno Contrada, da tempo malato. Il procuratore generale Ugo Ricciardi ha espresso stamani, “parere favorevole alle istanze” di differimento pena per Bruno Contrada. La richiesta è stata avanzata ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli - davanti al quale è in corso l’udienza - che si sono ritirati in camera di consiglio per decidere.
L’ex funzionario del Sisde, che sta scontando una condanna a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è presente in aula ma tra poco sarà trasferito in ambulanza nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
I difensori dell’ex ’superpoliziotto’ hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell’età , 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Fino ad arrivare alla richiesta choc: un’istanza formale di eutanasia. Tutte istanze fino ad ora sempre respinte, sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli.
A dare notizia del parere favorevole del Pg è stato il legale di Contrada, l’avvocato Giuseppe Lipera, che ha depositato una relazione medica redatta da Silvio Buscemi, docente di Scienze dietetiche dell’Università di Palermo, che conferma “la sfavorevole prognosi a rischio vita. Contrada in poco più di un anno, dal maggio 2007, avrebbe perso 22 chilogrammi. Il suo stato di salute è assolutamente incompatibile con lo stato di detenzione”.
“Per la prima volta” dice l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera “un magistrato, con un parere autorevolissimo ha capito la situazione e nelle sue parole ha riconosciuto sia i problemi di salute che quelli legati all’anzianità , 77 anni, del mio assistito”.
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Pierpaolo Bruni, il magistrato che ha sostituito Luigi de Magistris nell’indagine Why not della procura generale di Catanzaro, è in rotta di collisione con il resto del pool: ha chiesto di essere sollevato dall’incarico e il trasferimento del procedimento alla procura di Salerno. Lo rivela il settimanale Panorama nel numero in edicola da venerdì 18 luglio, che riporta ampi stralci delle lettere che Bruni ha inviato, per motivare le sue richieste al procuratore generale Enzo Iannelli.
In una lettera del 10 giugno, scrive Panorama, si legge: «Il gruppo di lavoro esiste solo formalmente poiché soltanto lo scrivente, pressoché in esclusiva negli ultimi mesi, ha posto in essere attività investigative e di impulso alle indagini».
Bruni, che non ha firmato la richiesta d’archiviazione per l’ex ministro della giustizia Clemente Mastella, è in contrasto con i colleghi anche sull’atteso chiarimento della posizione di Romano Prodi. Infatti Bruni sta seguendo un filone che riguarda l’ex premier («il presunto finanziamento all’onorevole Prodi attraverso il Laboratorio democratico», un centro studi di giovani vicini al Professore) e vuole poter continuare a investigare prima di archiviare.
Nell’ultima missiva, spedita a fine giugno, scrive Panorama, Bruni, preoccupato per l’andamento delle indagini, ha proposto una riunione del pool con un ordine del giorno sorprendente: discutere il trasferimento dell’inchiesta catanzarese alla procura di Salerno per competenza, visto che i pm Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi procedono contro alcuni indagati di Why not per una presunta corruzione in atti giudiziari.
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Sedici anni fa, il “barbaro agguato di Capaci”, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della sua scorta, segnò “un terribile attacco alle istituzioni dello Stato” da parte della mafia. Al quale però lo Stato “seppe reagire adeguatamente” nel segno dell’unità . “L’impegno e la partecipazione di allora non possono subire flessioni”, è il richiamo che oggi rilancia il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio inviato a Maria Falcone nell’anniversario della strage di Capaci. “Non è consentito ridurre il livello di attenzione rispetto” alla mafia, scrive Napolitano, “un fenomeno pervasivo, pronto ad attuare le strategie più sofisticate per insinuarsi nella società minandone la vita democratica, la coesione e il progresso”. “In questo momento - sottolinea - ogni deciso sviluppo nell’azione di contrasto da parte dei pubblici poteri va salutato e valorizzato”.
Berlusconi: “Importante ricordare la sua lotta”
“La ricorrenza dell’eccidio di Capaci è un momento di memore riflessione sul sacrificio del giudice Falcone, della signora Francesca e della scorta”. Lo scrive il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in un messaggio alla sorella del giudice ucciso dalla mafia. “L’importanza della lotta del giudice Falcone contro la mafia e la crimininalità organizzata, per la riaffermazione dei valori fondanti della Costituzione” aggiunge il capo del governo “è testimoniata dal progetto di educazione alla legalità che la Fondazione (intitolata a Giovanni e Francesca Falcone, ndr) ha promosso nelle scuole per sensibilizzare i giovani su temi essenziali per la crescita della società civile italiana”.
Fini: “Grande italiano servitore dello Stato”
“Quello di Giovanni Falcone” scrive in un messaggio il presidente della Camera Gianfranco Fini “è l’esempio di un grande italiano e di un luminoso servitore dello Stato. Il suo sacrificio ci ricorda che, dove non c’è Stato, e dello Stato inteso innanzi tutto come valore interiorizzato, non ci sono né civiltà né libertà . Ci sono solo la tirannia della mafia, la dissoluzione dei vincoli sociali, il regno della paura, la cultura della morte”.
Alfano: “Nel ‘92 mi vergognai di essere siciliano”
“Il 23 maggio del ‘92 ero a Milano” racconta il ministro della Giustizia Angelino Alfano. “Quando seppi della strage di Capaci provai sulla mia pelle l’imbarazzo e la vergogna di essere siciliano. Sentii rabbia nei confronti di una parte del mio popolo, pur essendo consapevole che non era quello tutto il popolo siciliano. Oggi” aggiunge il ministro “sono fiero di essere ministro della Giustizia, sono fiero di essere un ministro della Giustizia siciliano e fiero di poter andare in giro per l’Italia a raccontare una nuova generazione di giovani che non ha paura della mafia”.
Il vaffa di Jovanotti…
Applausi e commozione ieri sera, al Velodromo di Palermo, durante il concerto di Jovanotti: il cantante ha infatti voluto ricordare la strage di Capaci con una sua riflessione scritta subito dopo la notizia della strage in cui era stato ucciso il giudice Giovanni Falcone. Una vera e propria invettiva contro Cosa Nostra, con un “vaffa… ai mafiosi”, mentre sul megaschermo del palco veniva proiettata l’immagine divenuta ormai famosa di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sorridenti.
I numeri della strage
Sono oltre 2600 le vittime (qui l’elenco dell’Ass. Libera, dal 1893) di guerra di mafia. È importante continuare a parlarne, come diceva Padre Pino Puglisi, ucciso nel 1993 nel quartiere Brancaccio di Palermo: “È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che poi è qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi”.
Uno screensaver per non dimenticare
Il blog Libera Mente per la ricorrenza del 23 maggio ha creato un collage fotografico con immagini di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, della strage di Capaci, di Pio la Torre, Libero Grassi e Peppino Impastato, che si puo’ scaricare e utilizzare come screensaver o sfondo del desktop sul proprio computer.
L’auspicio del blog è che ‘’si utilizzi - ogniqualvolta cade nel dimenticatoio della vita quotidiana - il sacrifico di queste persone che hanno lottato la mafia per una Sicilia, per un’Italia migliore”, affermano gli autori Walter Molino ed Angelo Vitale

Nuovo colpo di scena nel caso Contrada. Il legale dell’ex 007, Giuseppe Lipera, su mandato della sorella Anna, ha presentato un’istanza formale di eutanasia.
Nella richiesta, presentata al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ma anche agli ex Presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, si legge che la decisione è stata presa “con immenso dolore”. Contrada vuole morire perché “questa sembra l’unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene, chiudendo con coraggio e con forza d’animo una intera vita vissuta all’insegna della intransigente onestà , della correttezza ed anche di quella Giustizia che oggi gli viene costantemente negata”.
Il riferimento è a quanto stabilito dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli, che con l’ordinanza del 15 aprile 2008, ha rigettato un’altra volta la richiesta di differimento della pena o di detenzione domiciliare, “ritenendo, contrariamente a quanto sostenuto negli innumerevoli ed autorevoli pareri, lo stato di salute del Contrada compatibile” con il regime carcerario.
L’avvocato Giuseppe Lipera, che ha presentato l’atto, sottolinea come il suo assistito, sia stato condannato alla pena di anni 10 di reclusione perché ritenuto colpevole di un reato, non previsto dal codice penale, di concorso esterno in associazione mafiosa.
“Bruno Contrada è oramai divenuto tragicamente un vero e proprio doloroso e disperato caso umano: la sua triste vicenda dimostra come la Giustizia in Italia, in certi casi, possa diventare totalmente cieca, accanendosi su uno stanco e vecchio uomo, gravemente sofferente per l’età e per una serie innumerevole di malattie indiscutibilmente acclarate”.
La difesa ha presentato piu’ volte richieste di differimento della pena motivandola con gravissimi motivi di salute, ma sono state tutte respinte perché la condizioni dell’ex funzionario del Sisde, per i giudici, sono compatibili con la detenzione.