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Giovanni-Falcone

L’oro di Mosca dietro la morte di Falcone? La pista che viene dalla Russia

Il giudice Giovanni Falcone

Il giudice Giovanni Falcone

MAURIZIO TORTORELLA Tre giorni esatti dopo la morte di Giovanni Falcone, il quotidiano moscovita La Nuova Isvestia pubblicò una notizia che in Italia passò quasi inosservata. Era il 26 maggio 1992. Il giornale rivelò che tra la fine di maggio e i primi di giugno di quell’anno che già diventava di fuoco per l’Italia, Falcone sarebbe dovuto “tornare a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus”. Continua

Strage di Capaci: l’inchiesta porta negli Stati Uniti - ESCLUSIVO

L'auto del giudice Falcone distrutta dall'esplosione (Credits: LaPresse)

L'auto del giudice Falcone distrutta dall'esplosione (Credits: LaPresse)

di Raffaella Fanelli

L’inchiesta sul presunto depistaggio di via D’Amelio, confezionato dai poliziotti di Arnaldo La Barbera, ha aperto nuovi scenari anche sulla strage di Capaci. A 20 anni dalla strage in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti di scorta - Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro - nuove indagini della procura di Caltanissetta sono state avviate anche sulla strage del 23 maggio 1992.

Indagini che hanno spinto pubblici ministeri e agenti della Dia fin negli Stati Uniti. E’ lì che rimandano le dichiarazioni di Nino Giuffrè, uomo vicino a Bernardo Provenzano, arrestato nel 2002 e oggi collaboratore di giustizia. Uno dei tanti pentiti sentiti nelle ultime indagini su via D’Amelio.

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Stato-mafia: quando il professionista americano mi spiegò perché bisognava salvare l’Italia

Il giudice Giovanni Falcone

Il giudice Giovanni Falcone

LEGGI ANCHE: Trattativa Stato-mafia, lettera aperta al presidente Napolitano

GIOVANNI FASANELLAA leggere le testimonianze nel processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia che si sta celebrando a Palermo, colpiscono le amnesie e le reticenze dei personaggi eccellenti, ex presidenti della Repubblica, ex capi di governo ed ex ministri. Poichè non è ipotizzabile una congiura del silenzio, se ne deve dedurre che i fatti tragici che si verificarono in Italia tra il 1992 e il 1993 siano ancora oggi coperti da un alone di indicibilità. L’intera nostra storia unitaria  è costellata di cose che non si potevano dire perchè, se fossero state rese pubbliche, avrebbero avuto conseguenze imbarazzanti sulla vita interna del Paese e sulle sue relazioni internazionali. Insomma, è la famosa ragion di Stato, quell’interesse superiore in nome del quale può anche essere nascosta o deformata la verità dei fatti. Continua

Ingroia e quelle “libere interpretazioni” delle parole di Falcone

Il Procuratore di Palermo, Antonio Ingroia (Credits: Mauro Scrobogna/Lapresse)

Il Procuratore di Palermo, Antonio Ingroia (Credits: Mauro Scrobogna/Lapresse)

MAURIZIO TORTORELLA
Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, scaglia il fantasma di Giovanni Falcone nella polemica contro la Corte di cassazione che ha appena ordinato un nuovo processo a carico di Marcello Dell’Utri. Ingroia è particolarmente critico soprattutto con Francesco Iacoviello, procuratore generale della cassazione, il quale aveva detto che «al concorso esterno in associazione mafiosa non crede più nessuno». Ecco che cosa sostiene Ingroia:

«Il procuratore generale della Cassazione ha espresso forti perplessità sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa, contestato a Dell’Utri. Ma nella sentenza-ordinanza sul macxiprocesso Ter, Falcone e Paolo Borsellino scrivono che la figura del concorso esterno è la più idonea per colpire l’area grigia della cosiddetta contiguità mafiosa. Dunque il concorso esterno non è un’invenzione della procura di Palermo, ma un insegnamento di Falcone e Borsellino». Continua

Giustizia: quello che scriveva il giudice Falcone

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para- giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere
unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte.

(Giovanni Falcone, La Repubblica, 3 ottobre 1991)

Revocato il carcere duro a Mimmo Ganci, boss di Cosa nostra

Albero Falcone

Non ci sarebbero più contatti con l’esterno e dunque con la famiglia mafiosa a cui lo stragista Domenico (Mimmo) Ganci appartiene. Su queste basi si fonda il provvedimento dei giudici del tribunale di sorveglianza di Roma che ha annullato il carcere duro previsto dal 41 bis. Il sicario della cosca della Noce di Palermo (condannato per oltre 40 omicidi, e tra questi quelli del commissario Ninni Cassarà, dell’ex sindaco Giuseppe Insalaco, e ancora per la strage di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta) dal 30 dicembre, giorno in cui è stata depositata la decisione dei giudici, non è più sottoposto al duro regime carcerario. La notizia, confermata all’Ansa da fonti giudiziarie, è stata appresa solo oggi.

La prima notte da “detenuto comune”, Ganci l’ha trascorsa proprio a Capodanno, nel carcere di Rebibbia, festeggiando senza i vincoli del 41 bis. Erano stati i difensori del killer a chiedere nei mesi scorsi al tribunale di sorveglianza l’annullamento del carcere duro. Domenico Ganci, detto Mimmo, accusato di essere uno dei più pericolosi sicari di Cosa nostra, è figlio del capomandamento della Noce, Raffaele Ganci, stretto alleato di Totò Riina, e fratello di Calogero Ganci, collaboratore di giustizia. Le procure che si sono occupate di lui in passato, come quella di Palermo e Caltanissetta, si sono subito attivate per inviare al ministero della Giustizia un nuovo parere, sostenuto da documenti d’indagine, con il quale poter richiedere un nuovo provvedimento di 41 bis per il killer della Noce. È possibile, infatti, che già in serata sul tavolo del ministro Angelino Alfano arrivi una nuova richiesta.

La notizia della revoca del 41 bis allo stragista ha provocato indignazione e reazioni nel mondo politico e delle associazioni antimafia. Il ministro delle Gioventù, Giorgia Meloni, sostiene che questa decisione la fa “rabbrividire”, e poi aggiunge che “mi fa pensare che evidentemente sia troppo discrezionale l’applicazione del 41bis”. Reazioni indignate alla decisione dei giudici di alleggerire il carcere a Ganci anche dal presidente della Commissione affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini (Pdl), dal senatore Giuseppe Lumia (Pd), dal capogruppo di Palazzo Madama della Pdl, Maurizio Gasparri e dal Laura Garavini, capogruppo Pd in commissione antimafia.

Berlusconi deluso da Veltroni: “Suddito delle frange giustizialiste”

Silvio Berlusconi

Un attacco a Walter Veltroni e al Pd per la “sconcertante sudditanza psicologica e politica verso le frange giustizialiste”, un richiamo a Giovanni Falcone come modello cui ispirarsi per mettere mano alla riforma della giustizia, l’intenzione di mettere in capo ulteriori misure per combattere il caro prezzi (”per esempio, il bonus bebè e l’introduzione del quoziente familiare”), e una frase su Putin (”Grazie a Dio mi ha ascoltato. Altrimenti col cavolo che i carri armati russi si sarebbero fermati a quindici chilometri da Tbilisi”) poi smentita da Palazzo Chigi. È un Silvio Berlusconi a tutto campo quello che si è concesso al settimanale Tempi, che segna la ripresa dell’attività di governo dopo la pausa estiva.
“L’autunno caldo lo faccio io” è questo il titolo dell’intervista rilasciata a Luigi Amicone, direttore della rivista vicina a Comunione e Liberazione.
E allora via al botta e risposta. Con il segretario del Pd, in primis. Ieri l’attacco di Veltroni sul governo diviso e litgioso, oggi la replica di Berlusconi. “La sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori” dice il premier nell’’intervista al settimanale.
Il Cavaliere confessa tutta la sua delusione per l’atteggiamento dell’avversario: “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori. Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”.
Alla domanda se abbia qualcosa da rimproverarsi in questi primi 100 giorni di governo Berlusconi risponde: “Ecco, forse l’unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all’ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana”. “Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l’apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante”.
E a proposito di giustizia, ecco come il governo Berlusconi intende varare una riforma che punti a “mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell’ordine degli avvocati dell’accusa dall’ordine dei magistrati, indirizzo dell’azione penale superando l’attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Vogliamo valorizzare i tanti magistrati seri, che svolgono il loro lavoro in modo coscienzioso, con spirito di sacrificio e spesso rischi personali” spiega Silvio Berlusconi. “Purtroppo il loro lavoro è offuscato da pochi altri che, per pregiudizio ideologico unito a smania di protagonismo, proiettano con comportamenti deviati un’immagine distorta della magistratura italiana. Noi siamo dalla parte dei magistrati, non delle frange ideologizzate e giustizialiste”.
E poi, ancora: i temi etici. “Credo sia dovere di tutti agire perché la legge 194 sia applicata anche e soprattutto nelle parti orientate all’aiuto alla vita, finora trascurate”. Sempre sullo stesso capitolo, il premier conferma la libertà di coscienza come linea ufficiale del Pdl, ma spende parole in difesa della vita. “Condivido pienamente con il Santo Padre” dice Berlusconi “l’idea della sacralità della vita, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento. E da uomo di governo mi considero profondamente impegnato a tutelarla”. “È del tutto evidente” continua il Cavaliere esprimendo la sua posizione sul caso Englaro “che non permetteremo mai alla magistratura di esercitare una supplenza
rispetto al potere legislativo, cosa che alcuni magistrati tendono a fare su questo come su altri temi”
Per quanto riguarda la caolizione che sostiene il proprio esecutivo, il premier non concede dubbi: “Il rapporto tra noi e la Lega è forte e consolidato: non è un’alleanza tattica” dice “né semplicemente numerica; la Lega esprime esigenze complementari a quelle di chi vota per noi, i valori di riferimento sono comuni e i programmi sono omogenei”. “Il federalismo fiscale non è solo un tema della Lega, la riforma della giustizia non interessa solo noi” ribadisce Berlusconi. “La Lega esprime, con un linguaggio diverso dal nostro, e ponendo l’accento su alcuni temi, lo stesso progetto politico che ci ispira… In prospettiva, vedo per la Lega un ruolo complementare al nostro, un rapporto che almeno in parte potrebbe somigliare a quello che unisce in Germania Cdu e Csu”.
Infine, la riforma elettorale: “Quanto alla riforma della legge elettorale europea, serve a rendere queste elezioni più omogenee alle altre: non ha senso che il cittadino ogni volta che si reca alle urne debba fare i conti con un sistema elettorale diverso. Su tutto questo” assicura il Cavaliere “vogliamo intervenire, anche per dare il giusto valore all’appuntamento elettorale per l’Europa”.

Il VIDEO servizio:

C’è posta per il boss: Caro padrino ti scrivo…

Bernardo Provenzano

Leggi “don Bernardo” sulle buste e pensi al cappellano. Ma si chiama Luigi, don Gigi confessore degli ergastolani al 41bis nel carcere di massima sicurezza di Novara. Apri e saltano fuori l’immagine sbiadita di San Leoluca, patrono di Corleone, decine di fotocopie delle preghiere dei benedettini alla Madonna.
Spiegazzato, un cartoncino con Santa Rosalia di Palermo. Solo allora intuisci che Bernardo è proprio lui, Bernardo Provenzano, il capo di Cosa nostra, destinatario di decine di giaculatorie che piovono da tutta Italia dal giorno dell’arresto, nell’aprile del 2006.
Scrivono i fan. Acclamano, sostengono, abbracciano. Invocano aiuti, preghiere, consigli. Persone con disturbi psichici viste le lettere deliranti, certo, ma anche gente comune, sacerdoti, galeotti, agenti di polizia, giovani. Tra questi, magari, chi nasconde messaggi criptati in preghiere concordate nel tempo, con lo sviluppo dei sistemi cifrati della Seconda guerra mondiale. Fantasie? “Mica tanto” taglia corto Piero Grasso, il procuratore nazionale antimafia. Intanto, nell’ipotetica gara a C’è posta per te dietro le sbarre, Provenzano supera Erika e Omar, forse persino Anna Maria Franzoni, e insidia chi riceve da sempre centinaia di lettere ogni anno, Salvatore (”Totò”) Riina, l’uomo delle stragi, il nemico dello Stato.
Al di là delle interpretazioni sociologiche, spiazza quel senso di deferenza, persino blasfemo, vista la volontà di beatizzazione che accomuna le missive di entrambi. “Don Bernardo” è l’esordio di Alessandro P. “sono tuo compagno di sventura essendo anch’io detenuto. Piango per la mia mamma gravemente malata. Le tue preghiere e la tua Bibbia sono più sacre di quelle del Papa. Ti prego, mandale dei fiori così morirà con l’onore delle tue sante parole”. Gli fa eco Franco, che si rivolge a Riina come potenziale padre: “Con rispetto sono con lei” inizia la lettera vergata a mano “non è giusto che lei non possa socializzare con gli altri detenuti. Io l’ammiro come uomo per quello che ha fatto e per la capacità di sopportare le cose di ogni giorno. Potrebbe essere mio padre e io ne sarei fiero. La saluto con rispetto sperando di non averla disturbata”. Altra lettera con firma femminile: “Caro Totò, non le scrivo per ammirazione ma perché convinta della sua innocenza. Le trasmetto la forza anche se ne ho poca… Immagino infatti quanta capacità, quanta forza sia necessaria per subire la privazione della libertà senza lasciarsi scoraggiare ma abbia fede: gli angeli la libereranno dalle ingiustizie, guarirai perché sei un essere speciale”. Tra i mittenti dell’epistolario ai due capimafia sono diversi gli affezionatissimi che seguono i boss negli spostamenti dalle diverse carceri che li ospitano. Persone che scrivono alle feste comandate, mandano auguri, immaginette e disegni ogni 31 gennaio per salutare con gioia il compleanno di “Binnu u tratturi”.
Incoraggiano con messaggi affettuosi Riina se ha la salute malferma. Come a marzo, quando la corrispondenza si intensificò appena divenne di dominio pubblico il suo trasferimento per esami dal carcere di Opera al reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Altri spediscono decine di missive nascondendosi dietro identità inesistenti. Come l’irreperibile Mario Colapesce che indica un inquietante domicilio sul retro della busta: “via del Silenzio 43, Palermo”, dopo aver scelto per cognome una leggenda siciliana amata da Italo Calvino. Di quel Cola capace di nuotare e di arrivare in ogni lido senza mai fermarsi. Sul mistero Colapesce, per capire se la corrispondenza nasconde un cifrario, indaga senza molte speranze la procura di Palermo con il sostituto Marzia Sabella.
Tutte le lettere sospette vengono infatti vagliate, il mittente identificato e sottoposto ad accertamenti. “Per anni abbiamo verificato gli intenti reali di un religioso” ricorda un investigatore “frate Celestino da Messina che aveva avviato un nutrito scambio epistolare con Riina su argomenti apparentemente religiosi fino a quando il boss decise di interrompere il dialogo “. Ma non è emerso nulla di rilevante. “Carissimo Salvatore ” si legge in una delle ultime missive del frate con allegata una preghiera sulla vita e la gioia “il Signore ti doni pace. Ti aspetto in paradiso e intanto cerca di renderti degno di quel luogo. Per andarci sai qual è la strada: Gesù Cristo e il suo Vangelo. Auguri di buon compleanno!”. Come non diede risultati l’indagine sulle cartoline raffiguranti lo stadio Meazza con lo stesso testo inviate ai due la scorsa estate: “La pax è finita, un saluto da John l’Americano”.
E anche qui in allegato la preghiera “Abbi fiducia in me”. Tra chi scrive sempre c’è anche una donna francese che non nasconde le simpatie per Riina: “Aiutare è difficile” si legge in un italiano stentato su una cartolina raffigurante un leone che ruggisce “criticare è facile. Lei merita riposo in Sicilia, spero che la salute le vada bene e sappia che per la gente lei è e rimane un uomo coraggioso, molto intelligente e determinato. Mi piacerebbe vederla… Se possibile anche venirla a trovare”. Riina e Provenzano queste lettere nemmeno le leggono. Le missive vengono non solo controllate per quanto concerne i mittenti, ma anche sottoposte a una stretta censura che le blocca in caso di minimo dubbio. Una prassi che porta taluni pubblici ministeri della procura di Palermo a escludere la possibilità che quest’antico strumento, la lettera, possa essere scelto per raggiungere addirittura i boss dei boss. Troppi rischi. Troppi controlli. Eppure, alcuni pizzini indirizzati a Provenzano e ritrovati nel covo di Riina fanno pensare che questi venga coinvolto nelle scelte strategiche rilevanti, seppure sottoposto a carcere duro. Riina e Provenzano usano pochissimi francobolli.
Le poche lettere che imbucano sono soprattutto o quasi esclusivamente destinate a parenti: mogli, figli, cugini ma anche nipoti e pronipoti. Queste missive sono all’apparenza molto semplici: auguri per le ricorrenze e le feste comandate, affetto se qualcuno non sta bene. Riina per esempio si dilunga spesso nelle lettere ai figli sul calcio e il campionato, tanto da avere insospettito gli inquirenti. Ma niente di più. “Quelle di Riina e Provenzano” racconta un investigatore “sono famiglie abituate alla latitanza, ai silenzi protratti per lunghi periodi. Nelle lettere di certo non si dilungano”. A differenza di chi ha messo nero su bianco e spedito sperticati complimenti subito dopo le fiction sui capi della mafia.

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