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Giovanni-Guzzetta
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Domenica e lunedì si vota (oltre per i ballottaggi per il sindaco e/o la provincia) per il referendum sul sistema elettorale per le politiche. Tre i quesiti sui quali i cittadini sono chiamati a rispondere con un sì o con un no e che sono abrogativi di alcune parti della legge.
Gli elettori (47,5 milioni a cui si aggiungono 3 milioni all’estero) possono scegliere anche per l’astensione visto che per il referendum abrogativo la Costituzione prevede la necessità che partecipi al voto il 50% più uno degli elettori. Se dovesse passare il sì, la legge sarà immediatamente applicabile.
Perché il referendum sia considerato valido, dovrà aver votato almeno il 50% più uno dei cittadini, cioé più di 25 milioni di italiani. In caso di vittoria del no o non raggiungimento del quorum lo stesso referendum non può essere ripresentato per 5 anni.
Oltre a una guida su quesiti, date e schieramenti dei partiti Panorama.it ha raccolto l’opinione del professor Mario Segni, del gruppo promotore del referendum che chiede di esprimersi con un sì per istituzionalizzare il sistema “maggioritario” e quelle di Roberto Cota, capogruppo della Lega Nord alla Camera, che invece invita gli italiani ad astenersi.
Qui: la guida sugli schieramenti in campo
Qui: l’intervista a Mario Segni
Qui: l’intervista a Roberto Cota
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La Lega, forte del buon risultato ottenuto alle europee, incassa il disimpegno di Silvio Berlusconi sul referendum elettorale (qui l’abc dei quesiti referendari) che Bossi avversa da sempre, perché prefigura un bipartitismo spinto che emarginerebbe le formazioni più piccole - oltre alla Lega, l’Udc e l’Idv e la sinistra extraparlamentare (tutti contrari, infatti). Dopo una cena ad Arcore con Umberto Bossi, il presidente del Consiglio, in una nota di martedì 9 giugno afferma: “Non appare oggi più opportuno un sostegno diretto al referendum”.
Queste le parole del premier. Già, le parole.
Nessun ricatto della Lega
A chi dice, e crede (il comitato referendario e le opposizioni, Pd in primis), che il premier sia sottostato al ricatto leghista, che il leader del Pdl sia ostaggio di quello del Carroccio, che quello intercorso con il Carroccio (più vincente del Pdl alle elzioni dello scorso week end) sia un “do ut des” bello e buono (cioè, un baratto: Berlusconi si sfila dall’appoggiare la campagna del referendum del 21 giugno e in cambio Bossi garantisce il sostegno del proprio elettorato, fondamentale ai fini dell’esito finale, ai ballottaggi delle amministrative che si terranno in concomitanza con la consultazione popolare sul sistema di voto per le politiche), basti ricordare il percorso fin qui fatto dal Cavaliere sul tema.
Era il 29 aprile (qui il VIDEO di Sky Tg24), quando da Varsavia, a conclusione del vertice italo-polacco disse: “Dà il premio di maggioranza al partito più forte, qualcuno può immaginare che io voti no?”, al referendum. E poi aggiunse: “Va bene tutto, ma non si può pensare di essere masochisti”.
Concetto ribadito e ancor più chiarito il 3 giugno scorso, durante Porta a Porta: il referendum “va nella direzione e nell’interesse del Popolo della Libertà e se io dicessi non voto questo referendum gli elettori del Pdl potrebbero farmi un’azione di responsabilità, però non faremo campagna elettorale perché noi siamo contenti di governare con la Lega e abbiamo con la Lega un’alleanza di ferro”.
I mal di pancia di Fini
Non c’è nulla, da queste dichiarazioni, di dverso da quanto sostenuto martedì 9 dal premier. E però, la scelta tattica del premier ha provocato la reazione di Gianfranco Fini e dell’ala “finiana” del Pdl: “Io andrò a votare, lo farò convintamente e spero lo facciano anche gli italiani”, risponde ai cronisti alla Camera Fini, che è tra i promotori dei quesiti e voterà sì.
Nessun sostegno, nessun divieto
E allora ecco l’ultima parola di Berlusconi, costretto ancora una volta a intervenire e precisare: il no al sostegno diretto al referendum elettorale? “Ne rimango convinto, ma comunque voterò sì”: svela Berlusconi, in un colloquio con Il Giornale.
Insomma, nessun sostegno dal Pdl e nessuna indicazioni (leggi: non si farà campagna elettorale) ma nessun rifiuto al voto: “nessun divieto”, puntualizza il ministro della Difesa, Ignazio La Russa e uno dei tre coordinatori del Pdl: “Non capisco perché ci sia questa mania a vedere Fini alternativo al Pdl. Anch’io”, prosegue “a tutte le persone che me lo chiederanno dirò di andare a votare”. E poi: “Nel Pdl ci sono sempre state posizioni diverse, ad esempio, Cicchitto è sempre stato contrario. Parlando di An, i favorevoli al referendum sono il 90%”.
Eppure il dibattito, soprattutto in rete, è molto acceso. Nei temi e nei toni.
Un referendum che mette alla prova i nuovi equilibri nel PdL…
“Berlusconi ha dichiarato che “non sosterrà” il referendum sulla legge elettorale che si celebrerà il 21 giugno prossimo, in concomitanza con i ballottaggi delle Amministrative, inviso alla Lega. [...] La dichiarazione odierna è servita a sugellare l’accordo tra PdL e Lega in vista dei ballottaggi, ma chissà che le immediate reazioni di Fini e degli altri sostenitori della consultazione, unite all’alto numero di ballottaggi, non portino comunque al superamento del quorum, con conseguente scontata vittoria del “SI”. Sarebbe un colpaccio.”
Polìscor » Sembrava una carretta ma era un Carroccio
Una scelta controproducente per il PDL
Il sistema elettorale preferito dal Bossi allora anti-berlusconiano era il
modello tedesco. Proporzionale, sbarramento e mani libere. La stessa a cui il Bossi ora “berlusconiano” presto o tardi [...] intende ricondurre la politica italiana. [...] Di una cosa va dato atto al Senatur: è uno dei pochi che, nell’ultimo decennio, può dire di non avere cambiato idea sulla legge (e sui referendum) elettorali. Rimane da capire la ragione per cui un partito come il Pdl debba invece cambiarla, non a proprio vantaggio, ma contro i propri interessi.”
Libertiamo » Il Senatur sulla legge elettorale detta la linea dal 1999
Appoggiare il referendum aumenterebbe gli elettoria
“Non c’è stato un boom leghista. E provare a inseguire la Lega per recuperare quel 2% di voti che si presume si sia spostato dal Pdl alla Lega sarebbe a mio avviso un errore politico. [...] Occorre guardare ai 6 milioni di astenuti se si vuole recuperare il terreno perso, non ai 100mila elettori in più della Lega. E questo si può ottenere solo differenziandosi dal Carroccio, anziché inseguendolo. Differenziarsi significa innanzitutto dettare la linea politica e non essere
eterodiretti dal proprio partner minoritario di coalizione. [...] Significa soprattutto individuare un progetto politico nazionale (e non settentrionale) di ampio respiro che delinei una mission di lungo periodo per il paese, a cominciare dalle riforme istituzionali e dalle riforme strutturali (e non solo congiunturali) per reagire alla crisi economica.”
FareFuturo Webmagazine » La folle inutilità di inseguire la Lega
Ma forse anche gli italiani temono il bipolarismo…
“Pare che gli italiani, premiando Lega, IdV e UDC, abbiano fatto capire di volere un bipolarismo snello e semplificato che però non si tramuti almeno in tempi brevi in un bipartitismo secco. [...] L’UDC che resiste e bene, approfitta dello scetticismo non verso una
prospettiva bipartitica in sé, ma nei confronti di una contrapposizione urlata fra due partitoni contraddittori ed incapaci di modernizzare il Paese. Non è un caso che oggi Berlusconi abbia fatto un bel passo indietro circa il referendum promosso da Segni e Guzzetta.”
Conservatori-Liberali » Un campanellino d’allarme
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di Stefano Brusadelli
Il comitato referendario lancia l’allarme scrutatori. In base all’articolo 9 della stessa legge elettorale che in alcuni punti si intende abrogare (il cosiddetto Porcellum del 2005, qui la SCHEDA su come funziona), gli scrutatori non vengono più estratti a sorte fra gli iscritti a un albo, bensì designati da commissioni comunali composte dai rappresentanti dei partiti. La nuova procedura vale per tutti i tipi di consultazione, referendum compresi. “Si tratta” dice a Panorama il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta “di una scelta assai grave. Oltre a nominare i parlamentari attraverso le liste bloccate, adesso i partiti si attribuiscono anche il potere di nominare coloro che debbono controllare la correttezza del voto. E se è un problema in linea generale, lo è tanto più per i referendum, visto che il comitato promotore non sarà rappresentato”.
Il timore di Guzzetta è quello di ritrovarsi una maggioranza di scrutatori espressione di partiti o aree di partito avversi al referendum, con il conseguente rischio di vedere annullate schede dubbie, o addirittura valide. “Nel Nord, per esempio” aggiunge Guzzetta “è facile immaginare che ci sarà un’alta percentuale di scrutatori leghisti, che non saranno certamente indifferenti”. Per questo i referendari si apprestano a lanciare una “campagna di attenzione” diretta al governo e ai presidenti di seggio.
LEGGI ANCHE: Quesiti, costi, favorevoli e contrari: l’abc del referendum elettorale - Elezioni: la dura vita dello scrutatore

Dovrebbe finire così: giovedì prossimo il Consiglio dei ministri convocato a L’Aquila fisserà la data del referendum al 14 giugno, poi un eventuale rinvio. Anche perché il governo dovrà rispettare i paletti del Quirinale.
E secondo alcune indiscrezioni raccolte da Panorama.it il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, considererebbe l’indizione del referendum elettorale nella finestra prevista dalla legge tra il 15 aprile e il 15 giugno un atto dovuto e quindi l’idea del voto indetto insieme con il turno di ballottaggio il 21 giugno tramite un decreto sarebbe così esclusa. Napolitano quindi non dovrebbe indire il referendum nella data del 21 giugno perché “fuori finestra”.
Insomma, per il Colle il referendum dovrebbe essere indetto per la data del 14 giugno, poi casomai si potrebbe procedere a cambiare la legge e stabilire un’altra data, e in quel caso il 21 giugno potrebbe tornare in gioco. Come infatti ha spiegato il premier Silvio Berlusconi, lasciando la sede del Pdl di via dell’Umiltà dove si è svolto un vertice sulle Elezioni europee: ”Credo che il referendum si faccia adesso, immagino il 21 ma non posso dirvi di più perché non ho ancora avuto il ritorno dal ministro Maroni che sta avendo colloqui con l’opposizione”.
Trattandosi di materia elettorale, considerata molto delicata, non sarebbe corretto intervenire tramite un decreto, ma attraverso un ddl che andrebbe poi all’esame del Parlamento, insomma una “leggina”. “Questa” ha detto Berlusconi “è una tecnicalità di cui non mi sono occupato. Credo che la soluzione ottima sia fare una leggina in Parlamento che si approva con l’accordo dei presidenti di camera e senato in quattro giorni. Credo ci voglia questo. Molto meglio che un decreto legge, spetta al Parlamento prendere una decisione nell’accordo di tutti i gruppi”.
E proprio il 24 aprile scade il termine ultimo per indire il referendum a norma di legge il 14 giugno. Solo dopo, e solo se il ministro dell’Interno, Robeto Maroni riuscirà a trovare la necessaria convergenza, si potrà varare il provvedimento per l’accorpamento del referendum ai ballottaggi del 21 giugno.
Dopo aver visto quali burrasche politico-istituzionali stanno montando in merito al tema, meglio chiarire che cosa propongono i referendari.
Cosa cambia se passano i tre quesiti
Niente premio di maggioranza alle coalizioni, sia alla Camera che al Senato; divieto di candidarsi in più circoscrizioni. È quanto prevedono i tre quesiti referendari di Mario Segni e Giuseppe Guzzetta sulla legge elettorale.
Secondo l’attuale legge elettorale, a beneficiare del premio di maggioranza possono essere alternativamente liste o coalizioni di liste. I primi due quesiti referendari si propongono di abrogare l’assegnazione del premio di maggioranza alle coalizioni e la disciplina che permette il collegamento tra liste. In caso di vittoria dei referendari, il premio di maggioranza verrebbe attribuito solo alla lista singola, e non più alla coalizione di liste, che abbia ottenuto il maggior numero di seggi. Di conseguenza, verrebbero innalzate le soglie di sbarramento, che sarebbero del 4% per la Camera e dell’8% per il Senato.
Resterebbero in vigore, invece, le norme sull’indicazione del “capo della forza politica” e quelle sul programma elettorale. Il sistema elettorale prodotto dai referendum dovrebbe, nelle intenzioni dei referendari, spingere verso il bipartitismo, con tutela per le minoranze più rilevanti. Il terzo quesito, infine, intende cancellare la possibilità per il candidato eletto in più circoscrizioni di optare per uno dei seggi ottenuti, consentendo ai primi dei non eletti di subentrargli. Se passerà il quesito referendario verrà abrogata la possibilità di candidature multiple alla Camera e al Senato.
E sui referendum gli schieramenti politici hanno posizioni molto variegate.
Chi è per il Sì
Secondo il ministro leghista Roberto Calderoli il successo del referendum “non lo vuole nessuno tranne Gianfranco Fini e la parte del Pdl proveniente da Alleanza Nazionale”. A cui si aggiungono, ovviamente, Giovanni Guzzetta e Mario Segni come comitato promotore del referendum. Al quale sono politicamente iscritti Antonio Di Pietro (e la sua Idv), Arturo Parisi, esponente del Pd. A proposito, i Democratici, riuniti in direzione, hanno infine deciso di votare sì. Ma - si spiega - benché a cambiare l’attuale legge si sono detti tutti i membri della direzione, ci sono stati cinque che hanno votato contro e quattro che si sono astenuti. In vero, nel Pd le voci che si sono levate contro la consultazione referendaria non sono state poche. Se la radicale e vicepresidente del Senato, Emma Bonino arriva a parlare di “golpe in caso di rinvio”, l’ex leader della Margherita, Francesco Rutelli, si schiera apertamente per il no ai quesiti: “Io credo che il bipartitismo consegnerebbe l’Italia al populismo della destra e quello che uscirebbe dal referendum sarebbe peggio di quello che abbiamo oggi”. Curiosa la posizione di Luciano Violante, ex presidente della Camera ed esponente del Pd, che esprime un doppio no: a quesito e a rinvio. Per Violante “il referendum non è contro la legge Calderoli, ma la rafforza: la vittoria del sì ne confermerebbe i tre caratteri principali: la sottrazione ai cittadini del potere di scegliere i parlamentari, il sistema proporzionale; il premio di maggioranza”.
Contrari
Non sono pochi coloro che all’interno delle forze politiche si proclamano esplicitamente contrari alla consultazione. Siccome il referendum, se avesse successo, favorirebbe le grandi forze mentre le piccole perderebbero gran parte del loro potere d’interdizione, tra i contrari ci sono l’Udc di Pier Ferdinando Casini, Rifondazione, l’Udeur di Clemente Mastella e prossoché l’intera area della sinistra massimalista. Oltre al Carroccio.
Ma anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Proprio lo stesso presidente dei deputati ha spiegato le perplessità di fronte ad un referendum con cui il Pdl “potrebbe andare a nozze”, ma le cui ragioni di semplificazione “sono venute meno” da quando i gruppi parlamentari si sono ridotti a cinque. La vittoria dei sì produrrebbe infatti, secondo Cicchitto, una legge per la quale Dario Franceschini griderebbe alla “fascistizzazione dello Stato” se fosse venuta dal Pdl. Comunque sull’ipotesi slittamento al 2010 la posizione ufficiale del Pd, che pure lamenta di non essere stato consultato, si dice “disponibile con la condizione, giuridicamente e politicamente irrinunciabile, che vi sia il necessario e preventivo assenso da parte dei promotori del referendum”.
La questione costi
L’accusa che il centrosinistra ha lanciato contro la maggioranza e il governo è che avendo rinunciato all’election day il 7 giugno, per colpa di Bossi che avrebbe ricattato l’esecutivo di aprire la crisi. E che i costi ai danni dell’erario ammontano così 460 mln di euro. Numeri smentiti dal premier Silvio Berlusconi che da L’Aquila ha parlato di “cifre assolutamente inferiori”. Parole a cui ha replicato il segretario del Pd, Dario Franceschini: “Si stanno arrampicando sugli specchi perché la cifra è quella, ma anche se fosse un solo milione, sarebbe assurdo buttarlo dalla finestra su ricatto di Bossi, in un momento in cui servono risorse”. Costi che per il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, dovrebbero accollarsi Guzzetta e Segni: “Andrebbero messi a carico dei referendari”.
Parole che gli sono valse la reprimenda del presidente, e professore universitario (leggi qui l’intervista di Panorama.it), del comitato promotore, Giovanni Guzzetta: “Tremonti è ignorante, nel senso che ignora i fondamentali del diritto costituzionale”.

C’è un filo di tensione nella voce calma di Giovanni Guzzetta. Il “suo” referendum sulla legge elettorale si avvicina e il presidente del comitato promotore è impegnato a evitare il suo fallimento. Per questo quarantareenne professore di istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Tor Vergata sarebbe la conclusione peggiore di un progetto che porta avanti da tre anni, precisamente dal giorno dopo quello in cui divenne legge la riforma elettorale (la legge 21 dicembre 2005, n. 270 dal titolo “Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”) di Roberto Calderoli, poi ribattezzata “Porcellum”.
Qualche novità sulla data del referendum?
Al momento niente di nuovo, ormai è certo che non ci sarà l’abbinamento alle europee il 7 giugno. Ma il ministro Maroni ancora non ci ha contattato. Abbiamo visto solo il suo sosia di Striscia la notizia.
Cosa risponde alle obiezioni di incostituzionalità dell’abbinamento sollevate dai minsitri Tremonti e Calderoli?
Tecnicamente sono sciocchezze da bocciatura all’esame di Diritto costituzionale. Non lo dico solo io ma cinque diversi presidenti emeriti della Corte Costituzionale. L’unica opzione escludibile sarebbe unire elezioni politiche e referendum. Poi purtroppo loro sono ministri e quindi le loro tesi vengono riprese da giornali e tv.
Perché Berlusconi, che secondo i sondaggi attuali avrebbe tutto da guadagnare da una legge come quella prospettata dal referendum, non lo vuole appoggiare?
Lo stesso presidente Berlusconi ha dichiarato che il non abbinamento non dipende da altro se non dalle minacce di crisi di governo della Lega, è l’ennesima conferma del potere di ricatto dei piccoli partiti.
Ritiene impossibile il raggiungimento del quorum in date diverse dal 7 giugno?
Al contrario, sono certo che si raggiungerà il quorum. Ma solo se i cittadini saranno informati a dovere e con la necessaria campagna elettorale.
Però rispetto alla trionfale raccolta firme del 2007 ora non avete più un appoggio così esplicito dai partiti, visto che anche il Pd pare intenzionato al rinvio di un anno…
Questo è un referendum che non divide destra e sinistra, ma innovatori e conservatori. Nel momento in cui si farà una campagna e saranno informati i cittadini vedrà che i primi saranno di più dei secondi, al di là dei partiti.
Francesco Rutelli ha dichiarato che se passa il referendum con il premio di maggioranza al primo partito il paese sarà consegnato al Pdl.
Finché nel centrosinistra ci saranno dirigenti che non credono neanche alla possibilità di diventare maggioranza nel paese non andranno da nessuna parte.
Alla luce di tutto quello che è accaduto dal 2006, rifarebbe questa campagna?
Assolutamente sì, chi vuol cambiare le cose parte sempre contro i favori del pronostico.
Tra i politici che l’avevano appoggiato inizialmente c’è qualcuno che l’ha delusa in particolare?
In realtà sono molti di più quelli che l’hanno sostenuto convintamente e non solo per convenienza del momento, non ho sentimenti di rivalsa su nessuno.
Chi è per il “No” sostiene che se passasse il “Sì” si avrebbe una nuova legge truffa, con un partito da 30% che potrebbe avere la maggioranza assoluta
Questo è un referendum abrogativo, noi non inventiamo nulla. Non siamo stati noi ad abrogare il maggioritario voluto e votato dagli italiani. Il premio di maggioranza c’è già nel “porcellum”. L’effetto maggiore del referendum sarebbe colpire il potere di ricatto dei piccoli partiti. E poi soprattutto rimediare allo scandalo del parlamento di nominati, abrogando le candidature multiple.
Ma non tornerebbero i collegi uninominali del maggioritario
No, ma si riaprirebbe la partita delle riforme. L’alternativa è questa legge pessima, lo status quo. È questo che si deve far sapere.

Il referendum sulla legge elettorale non si svolgerà insieme a amministrative e europee come chiedevano a gran voce dal comitato referendario. Il Pdl sonderà l’opposizione sulle date del 14 o 21 giugno. È questo l’accordo raggiunto a palazzo Grazioli (presente Silvio Berlusconi) tra i vertici del Pdl e della Lega.
Ma il presidente della Camera Gianfranco Fini osserva: “Sarebbe un peccato se per la paura di pochi il governo rinunciasse a tenere il referendum il 7 giugno spendendo centinaia di milioni che potrebbero essere risparmiati”. Lasciando la riunione, i capigruppo Pdl di Senato e Camera, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, hanno spiegato che la maggioranza “chiederà una consultazione alle opposizioni per verificare se l’ipotesi migliore per svolgere il referendum sia il 14 o il 21 di giugno”. Per Gasparri “se si vuole risparmiare, il 21 è l’ipotesi più percorribile”, facendo però attenzione alla finestra referendaria, che è possibile solo fino al 15 giugno, “e quindi bisognerà valutare i provvedimenti legislativi”, e anche per questo verrà consultata l’opposizione. “Altrimenti si potrà votare il 14″ ha aggiunto il capogruppo del Pdl al Senato, “ma a quel punto ci sarebbero sprechi e tre domeniche elettorali consecutive”. Quindi Gasparri ha confermato “l’intesa nella maggioranza, che non era mai mancata, dai temi del federalismo fiscale a quelli della sicurezza. Tutte tematiche che vedranno Camera e Senato molto impegnati”.
Insomma l’ha spuntata il Carroccio, anche se Calderoli a fine vertice ha cercato di minimizzare: “Non è una vittoria della Lega. Rispettiamo la Costituzione. Andremo nel rispetto della Costituzione ad individuare una data attraverso un provvedimento legislativo che se condiviso vedrà il 21 come giornata per il referendum. Diversamente si farà il 14″, ha aggiunto Calderoli, spiegando che nel vertice di maggioranza la proposta emersa è che il referendum si tenga il 21 giugno, “ma per far questo c’è la necessità di un provvedimento legislativo, e quindi il ministro dell’Interno Maroni è stato incaricato di avviare una consultazione di tutte le forze di maggioranza e opposizione, perché in materia elettorale ci vuole un largo consenso”.
Dal Pd Massimo D’Alema giudica “assurdo”sprecare soldi per far votare al referendum in una data che non sia l’election day e il segretario del Pd, Dario Franceschini ritiene che “Berlusconi si piega ai ricatti di Bossi. Gli italiani devono sapere che il ricatto di Bossi comporterà un costo di centinaia di milioni di euro a carico dello Stato che saranno tolti all’Abruzzo e alla crisi”.
Anche l’Idv è critica della decisione del governo e per il capogruppo alla Camera, Massimo Donadi, “l’esecutivo cede all’ennesimo ricatto della Lega e brucia 400 milioni di euro che potevano servire per la ricostruzione in Abruzzo. Non far votare il 6 e 7 giugno con le europee non solo è un grave errore, è soprattutto un ingiustificato spreco di denaro pubblico”.
Duro anche il commento dei referendari: “Non esiste una sola ragione al mondo che giustifichi lo sperpero di 300 o 400 milioni di euro”, dicono Giovanni Guzzetta, presidente del Comitato promotore dei Referendum ed estensore dei quesiti referendari, ed il coordinatore Mario Segni. Che poi concludono: “Aspettiamo comunque il provvedimento del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Repubblica, che sono gli organi costituzionalmente deputati alla decisione. Quale che sia la data finale, noi siamo pronti”.

La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal comitato promotore dei referendum elettorali, presieduto da Giovanni Guzzetta e da Mariotto Segni, per chiedere che il voto sui tre quesiti referendari fosse il 18 maggio oppure entro il 15 giugno 2008. I referendum per l’abolizione di alcune parti della legge elettorale ribattezzata “porcellum” si terranno dunque nella primavera del 2009, per effetto dello slittamento di un anno in caso di scioglimento anticipato delle Camere.
Il comitato promotore aveva depositato ieri alla Consulta un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato contro governo, Camera e Senato sostenendo, tra l’altro, che non spettava all’esecutivo Prodi fissare la data dello svolgimento dei tre referendum prima dello scioglimento anticipato delle Camere. Quella decisione, presa dal consiglio dei ministri del 5 febbraio scorso (vale a dire il giorno prima che il Capo dello Stato sciogliesse le Camere), ha infatti avuto come effetto la sospensione di un anno dei referendum, secondo quanto previsto dalla legge (n.352 del 1970).
I referendari hanno lamentato la mancanza di una “leale collaborazione tra poteri dello Stato” perché il governo - si sosteneva nel ricorso - avrebbe dovuto fissare la data dei referendum dopo la convocazione dei comizi elettorali per le nuove Camere, oppure attendere le elezioni politiche del prossimo aprile. Per questo motivo il comitato promotore chiedeva pertanto alla Corte di prendere i “necessari provvedimenti d’urgenza” affinché il voto referendario si tenesse entro il 15 giugno 2008.
Ma la Corte, con la pronuncia di inammissibilità del conflitto, non è entrata neppure nel merito della questione. Lasciando così di fatto invariato lo slittamento dei tre referendum alla primavera del 2009. Le motivazioni della Consulta - ha reso noto la Corte in serata - si conosceranno nei prossimi giorni, quando verrà depositata la decisione. A scriverla sarà il giudice relatore Alfonso Quaranta.

E alla fine il referendum arriva sul tavolo della Corte Costituzionale. Quella che per i costituzionalisti era solo un’ipotesi, si è tradotta in realtà: il comitato promotore del Referendum sulla legge elettorale ha deciso di sollevare un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta per fare in modo che, nonostante lo scioglimento delle Camere, si possano comunque votare i quesiti il prossimo 18 maggio.
Il consiglio dei ministri ha infatti fissato, come “atto dovuto” la consultazione referendaria per il 18 maggio. Ma poiché ad aprile dovremo tornare alle urne, il referendum slitta automaticamente di un anno. I promotori, Giovanni Guzzetta, Mario Segni e Natale D’Amico, però, non ci stanno: “Tutti dicono che la prossima sarà una legislatura costituente” spiega Guzzetta. “Noi crediamo che questo percorso sarà ancora più forte se sorretto dal voto popolare”. E chiedono alla Corte costituzionale di verificare se sia legittimo lo slittamento di 365 giorni.
I referendari ricordano che ci sono due precedenti nei quali si è votato un referendum subito dopo le elezioni politiche. “È successo nel 1987, quando il parlamento fece un legge ad hoc per tenere il referendum, precedentemente indetto, 4-5 mesi dopo il voto. Il secondo caso è avvenuto nel giugno 2006 quando il referendum di revisione costituzionale si tenne a giugno”. Ora la Corte Costituzionale ha un mese di tempo per dare il suo responso, che arriverà in piena campagna elettorale.
Se il ricorso alla Consulta fallirà, si voterà per il referendum elettorale nel 2009 a fine maggio. Se invece avrà esito positivo, il 18 maggio - cioè poco più di un mese dopo le elezioni politiche del 13 e 14 aprile - si andrà a votare, un mese dopo, per cancellare la legge con la quale si sarà votato il nuovo Parlamento.