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Giovanni-Guzzetta

Referendum fissato (a maggio) ma a rischio slittamento

Giovanni Guzzetta, presidente del comitato promotore del referendum elettorale
Il tentativo di Marini è naufragato, l’accordo per le riforme è saltato, il ritorno alle urne ravvicinato. E il Referendum? Fissato per il 18 maggio 2008. Quindi, molto probabilmente, rimandato.
La data è stata decisa dal Consiglio dei ministri, convocato oggi a Palazzo Chigi, per l’approvazione del decreto presidenziale per l’indizione del referendum popolare abrogativo di talune norme della legge elettorale, oggi in vigore. “Un atto dovuto” ha sottolineato il portavoce del governo, Silvio Sircana, per evitare che, a causa di un “buco interpretativo” lasciato dalla legge, si potesse chiedere al nuovo governo di indire comunque il referendum entro il 15 giugno di quest’anno.
L’indizione della consultazione dovrebbe precedere le decisioni che saranno prese dal capo dello Stato: qualora Giorgio Napolitano decidesse, com’è ormai dato da tutti per scontato, lo scioglimento delle Camere, le nuove elezioni (come recita l’articolo 61 della Costituzione) dovrebbero svolgersi entro al massimo 70 giorni, ovvero non oltre metà aprile e il referendum slitterebbe automaticamente all’anno successivo e spetterà, quindi, al nuovo esecutivo valutare la situazione ed eventualmente indicare la nuova data della consultazione, nel 2009.
Uno slittamento che al comitato promotore non piacerebbe affatto. Lo stesso Giovanni Guzzetta, costituzionalista e presidente del Comitato, incontrando il 2 febbraio scorso il presidente Marini, aveva auspicato un possibile scambio di date: aprire le urne per le politiche entro maggio, per permettere di votare prima il referendum. “Abbiamo proposto al presidente della Repubblica prima e oggi al presidente del Senato di far esercitare il diritto del referendum il prima possibile e sciogliere le Camere immediatamente dopo, per votare entro maggio”, diceva Guzzetta. E il perché, Guzzetta lo spiegava così: sarebbe “contrario al buonsenso rinviare il referendum di un anno”, come accadrebbe se ci fossero prima le elezioni politiche. “Il rischio è che un nuovo Parlamento venga eletto con una legge che poi potrebbe essere cambiata dal referendum, recando nocumento alla sua legittimità politica”. Dunque, chiudeva Guzzetta, non vi sarebbero “ragioni politiche, se non la paura, per evitare il referendum”. Tanto che, proprio per combattere questa paura, i referendari (oltre a Guzzetta, nel comitato militano importanti nomi di ambo i poli: Arturo Parisi, Mario Segni, Gianni Alemanno, Antonio Di Pietro) potrebbero addirittura sollevare il conflitto d’attribuzione tra i poteri dello Stato nei confronti del presidente della Repubblica, impugnando davanti alla Corte Costituzionale il decreto con cui il Quirinale scioglierà le Camere e bloccando di fatto le elezioni. Lo faranno? Sia pur senza precedenti, i giuristi, almeno da un punto di vista tecnico, ammettono che l’ipotesi è sostenibile. Ma non auspicabile, istituzionalmente. La già travagliata situazione politica italiana ne uscirebbe ancor più ingarbugliata.

Legge elettorale: chi ha paura del referendum

Mario Segni, leader referendario
di Paola Sacchi

Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale.
I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario.
“Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”.
Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione.
Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”.
Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica.
Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti.
Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe.
Il palazzo della Consulta, sede della Corte Costituzionale
Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle.
Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”.
Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”.
Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum.

Il referendum che fa paura a piccoli e grandi

Mario Segni al chiosco per la raccolta firme pro-referendum
Chi ha paura del referendum? L’aggressione al chiosco (qui l’elenco) di Mario Segni a margine del concertone romano del primo maggio in piazza San Giovanni (insulti, spintoni, 200 schede firmate distrutte, grida “fuori da qui, non è il tuo posto” da parte - pare - di militanti di Rifondazione comunista) segue di poche ore le dimissioni del giudice costituzionale Romano Vaccarella.
Ed il modo molto interventista con cui esponenti istituzionali e del governo non irrilevanti, in testa il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il ministro della Giustizia Clemente Mastella, si occupano e parlano della vicenda.
Riepiloghiamo in sintesi. Il 24 aprile ha preso il via la raccolta firme del referendum di riforma delle legge elettorale. Alcuni partiti, soprattutto nel centrosinistra, sono decisamente contrari perché le modifiche farebbero perdere gran parte del loro potere. Tra ottobre e gennaio la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi sulla legittimità dei quesiti, ed è su questo punto che sono intervenuti vari esponenti dell’Unione. Il sottosegretario alle Riforme istituzionali - cioè il vice di Vannino Chiti, che sta cercando una soluzione parlamentare - Paolo Naccarato che si definisce “indipendente cossighiano” prevede che la Consulta darà lo stop al referendum “perché sensibile alla politica”. Il ministro verde Alfonso Pecoraro Scanio afferma che la Corte “baluardo della democrazia” giudicherà i quesiti incostituzionali. Mastella si sbilancia per il no “da tifoso”. Altri commenti dello stesso tenore, sia pure più sfumati, vengono attribuiti a Bertinotti.
Vaccarella, nominato in quota centrodestra, si dimette denunciando le pressioni; poi precisa che il suo gesto “non è legato alle opinioni di chicchessia”. A questo punto, anziché calmare le acque e scongiurare un conflitto istituzionale, Romano Prodi attacca Vaccarella definendo “incomprensibili” le dimissioni. Antonio Di Pietro gli dà del simulatore: “E’ come quegli attaccanti che si buttano per terra per farsi assegnare il rigore”.
Tra ingerenze, critiche e contrattacchi interessati o strumentali, una cosa è chiara: molti hanno paura del referendum. I partiti piccoli perché, appunto, toglie loro potere. E quelli maggiori perché preferiscono trattare la cosa ai tavoli della politica. Oltre al comitato referendario, l’unica difesa convinta è finora giunta dall’ex segretario radicale Daniele Capezzone: per l’appunto un cane sciolto.

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