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Giovanni-Strangio

di Paola Ciccioli
Dà del voi e al telefono risponde con un “Chi è?” al posto del consueto “Pronto…?”. Due dettagli che la dicono lunga sulla sua storia personale, intrecciata al modo di intendere un ruolo, quello di magistrato, che per lui è diventato molto più di una professione. Nicola Gratteri dà del voi perché in Calabria si continua ancora a fare così con i nuovi venuti o con le persone alle quali si voglia dimostrare considerazione e rispetto. Un residuo del passato che è anche testimonianza di un attaccamento alla propria terra, “una landa desolata” nella quale vive “in cattività ” dal 1989, da quando cioè gli è stata assegnata la scorta.
Perché quest’uomo di 51 anni, che va sempre di corsa e che con i suoi “chi è?” al telefono offre una disponibilità necessariamente concisa, è diventato il nemico numero uno della mafia calabrese. Trasformatasi, grazie al traffico di droga, nell’organizzazione criminale italiana più solvibile. E che, non c’è arresto che tenga, continua a riprodursi e ad allacciare nuove alleanze con il crimine di mezzo mondo. Da ultimo il patto siglato a Brooklyn con i cartelli messicani che da gennaio a oggi hanno sterminato 5 mila poliziotti.
“Voi non capite quanti siano gli ‘ndranghetisti, quale sia il grado di invivibilità dei nostri paesi, delle città . I numeri e le statistiche portano fuori strada: quando diminuiscono i reati, vuol dire che il controllo del territorio è più ferreo”. Ecco, Gratteri può essere un fiume in piena, se solo gli si dà il la sui contorni che ha assunto la ‘ndrangheta. Ma guai a chiedergli delle inchieste che sta conducendo. E men che meno della sua vita privata. “Non fatemi fare cabaret” ripete, alludendo al tentativo di aprire un varco per cercare di scoprire cosa c’è nel suo “recinto”. Chiama proprio così, il recinto, quello spazio d’aria che lo divide dagli uomini armati che lo circondano dovunque vada e qualunque cosa faccia.
Il 12 marzo la polizia ha arrestato ad Amsterdam Giovanni Strangio, ritenuto uno degli autori della strage di Duisburg, in Germania, la carneficina compiuta in trasferta dalla nuova ‘ndrangheta il giorno di Ferragosto del 2007. L’apice della faida che da San Luca, migliaia di chilometri a sud di Duisburg, continua a seminare sangue dal 1991. “L’inchiesta è ormai praticamente chiusa” si limita a dire Gratteri, da poco nominato procuratore aggiunto.
“Ho giurato il 2 marzo” è la puntualizzazione, che non ammette però alcun indugio di curiosità su quanto sia stato tribolato questo riconoscimento professionale. Tanto che, per dirne una, giusto un anno fa, durante una bonifica degli uffici al sesto piano del palazzo di giustizia, i carabinieri trovarono una microspia nella stanzetta attigua all’ufficio dove Gratteri andava a parlare delle questioni riservate con i collaboratori più stretti e fidati. “Se ne stanno occupando i colleghi di Catanzaro” e il discorso è chiuso.
Ma chi è stato a scoprire quella rudimentale cimice che andava a batteria e poteva essere ascoltata da un distanza massima di 20 metri? “È venuto Giardina a dirmelo”. Già , il colonnello Valerio Giardina, il comandante del Raggruppamento operativo dei carabinieri che il procuratore Gratteri inserisce nel novero delle persone di cui si fida. Perché ce ne sono, anche se lo sguardo che scruta, e può virare da un momento all’altro da affabile a sospettoso, sembra mettere continuamente alla prova chi ha a che fare con lui.
Qualcuno lo ha definito “l’ultima spiaggia per una grande fetta della popolazione calabrese”. “È questo uno dei motivi per cui vale la pena andare avanti. Il consenso che sento attorno a me rafforza il mio senso di responsabilità e mi spinge a non mollare mai”. Del resto la scelta di campo è stata fatta tanto tempo fa. “Da ragazzo volevo fare il magistrato per mettermi al servizio della collettività . Ho dato tutto me stesso, nei limiti delle mie capacità e possibilità ”.
Un’immagine dà la misura di quanto sia labile il confine tra la scelta del bene e la tentazione del male, allora come oggi, per chi nasce e cresce in una terra tenuta sotto scacco dalla mafia. “Il mio compagno di banco delle medie è stato ammazzato a lupara, quando io ero all’università e a Catania frequentavo giurisprudenza”. Era un affiliato. “I bambini già a quell’età sanno se il padre del loro amico entra ed esce dal carcere oppure se è una persona perbene”.
Qual è stata l’ultima minaccia che ha ricevuto? “E chi se lo ricorda?”. Difficile, in verità , dimenticare il contenuto dell’intercettazione ambientale, effettuata in un carcere della Basilicata, in cui due mafiosi discettavano di come far saltare in aria Gratteri e la sua scorta. “Perché tutto questo sangue?” chiede uno dei due. E l’altro: “Perché Gratteri ci ha rovinato”. La voce del magistrato, che sembra contenere le emozioni in un recinto, questa volta interiore, si fa amara quando confessa che, “sì, non sono potuto andare neanche al funerale di mio padre, otto anni fa. Era un momento particolare, si parlava di attentati”.
Altro che “fare cabaret”. Un’autentica fatica fargli ammettere che non ha mai potuto mettere piede in un teatro, né vedere una partita di calcio allo stadio (”Non so neppure come sia fatto uno stadio all’interno”). Per non dire di quella forse più grande: “Non poter andare a un concerto”. Perché il procuratore antimafia ha la passione della musica e i continui spostamenti in macchina sono l’unica possibilità che ha di ascoltare le canzioni degli Stadio o di Biagio Antonacci che gli piacciono tanto. Ma anche pezzi di blues e dei gospel. Questa piccola passione gli tiene compagnia tra un “chi è?” e l’altro. Mentre quella per la moto, che aveva da ragazzo, l’ha definitivamente archiviata.
Quando entra in un albergo viene preceduto dal silenzio che accompagna i passi della scorta che controlla anche gli sgabuzzini e si piazza davanti alla stanza per garantirgli sicurezza durante la notte. Ma c’è una cosa, anzi due, che Gratteri non ha alcuna intenzione di mettere in archivio. La prima è coltivare la terra. La seconda è occuparsi degli studenti ai quali va a parlare da anni nelle scuole per spiegare “perché non conviene essere ‘ndranghetisti”.
“La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata. Anche se mio padre prima ha fatto il camionista e poi ha gestito un piccolo negozio di alimentari”. Così, tornato dal Belgio, dai Paesi Bassi, dalla Francia o dagli Stati Uniti, paesi dove le indagini lo hanno portato negli ultimi mesi, il nemico giurato della mafia calabrese se ne va nei campi. “Adesso sto preparando la terra per gli ortaggi: zucchine, pomodori, melanzane”. È il suo momento di libertà , ogni domenica “dall’alba al tramonto”. Altra piccola libertà indossare i jeans, qualche volta, il sabato mattina per andare al lavoro. O almeno così succedeva prima della nomina a procuratore aggiunto e al trasloco nel nuovo ufficio dove non ha trovato ancora il tempo di sistemare le centinaia di riconoscimenti che gli piovono da tutte le parti. “L’ultimo, una bandiera d’Italia, me l’hanno data a Reggio Emilia quando sono andato a presentare il libro”.
Il libro, Fratelli di sangue, scritto con lo storico Antonio Nicaso, è stato appena ripubblicato dalla Mondadori dopo le 11 edizioni stampate dalla Luigi Pellegrini editore. La presentazione del volume gli dà la possibilità di fare una cosa che gli preme moltissimo: parlare con gli studenti. “Sono come spugne. Dovrebbero tenerli a scuola tutto il giorno, lontano dai genitori mafiosi. E io non ho con loro un approccio moralistico. Cerco di far loro capire che anche nella ‘ndrangheta ci sono le corsie preferenziali. Se non sei figlio di boss, resti un picciotto. E dopo una decina di viaggi di cocaina a Milano ti puoi permettere una notte di donne e champagne. Ma prima o poi ti arrestano. E finirai in carcere a strapparti i capelli, mentre tua moglie resta a casa da sola con i figli a prendere antidepressivi”.
Il VIDEO dell’incontro con i ragazzi del liceo scientifico di Soverato su YouTube:
Ha solo 30 anni ma è un capo assoluto, è nato a Siderno (Reggio Calabria), risiede a Kaarst, nella Renania-Westfalia, e lì è titolare di due pizzerie. Si chiama Giovanni Strangio, da San Luca, Aspromonte reggino, trovato in un appartamento ad Amsterdam con un milione di euro e arrestato, dopo due anni e mezzo di latitanza, ricercato perchè sospettato di essere tra gli autori della strage di Duisburg.
Prima dell’omicidio delle sei persone, davanti al ristorante “Da Bruno” della città tedesca nel Ferragosto di due anni fa, di Giovanni Strangio neanche si parlava. Non era tra quelli più in vista nella geografia mafiosa della locride, anche se era cugino di Maria Strangio, la donna uccisa a Natale del 2006 a San Luca, episodio che gli inquirenti datano come quello della nuova partenza della sanguinosa strage tra i due gruppi criminali aspromontani.
Già in concomitanza con il funerale di Maria Strangio, Giovanni Strangio era stato arrestato dalla Polizia perchè trovato in possesso di una pistola. Ed in carcere era rimasto fino a giugno del 2007. Ma veniva considerato un ‘picciottò di taglia piccola. Poi più niente.
Di lui si erano perse le tracce in Calabria, ma l’8 agosto 2007 Strangio era stato segnalato in Germania. Il 10 aveva affittato un’automobile, una Renault Clio nera. Auto centrale ai fini dell’indagine condotta dalla Polizia tedesca e da quella italiana sull’agguato di metà agosto.
Per ricollegare la mattanza di Duisburg al nome di Giovanni Strangio passarono, in realtà , poche ore. A Kaarst venne, infatti, perquisita la sua abitazione: lui non c’era, ma alla Polizia tedesca era apparsa subito un’abitazione abbandonata in tutta fretta e, del resto, l’identikit diffuso poche ore dopo la strage lasciava pochi dubbi. Quel testimone che racconta alla Polizia di avere visto una persona allontanarsi dal ristorante “Da Bruno” alla guida di un’automobile nera e a forte velocità sembrava essere in tutto e per tutto come la descrizione di Giovanni Strangio.
Lui è un giovane dal cognome pesante, cugino di un altro Strangio, Sebastiano, entrambi considerati i capi della cosca denominata “Iancu”, tra le più radicate e pericolose di San Luca. “Nel corso degli anni - dice la polizia - la cosca ha acquisito un considerevole potere carismatico in forza del vincolo associativo che lega elementi socialmente pericolosi”.
Quando ad agosto 2007 viene emesso il provvedimento contro Giovanni Strangio all’inizio ne nasce anche una querelle: l’ordine di arresto sembra valido solo per il territorio tedesco in quanto il giovane non ha alcuna pendenza penale in Italia. Ma i primi di settembre l’ordine di cattura viene internazionalizzato ed eseguibile dunque in qualsiasi Paese europeo. Da allora è stata caccia all’uomo. L’uomo dagli occhi blu e dai capelli scuri non si trovava, nè a San Luca e nè nella Renania. Era in una casa tra i canali di Amsterdam e lì lo hanno scovato gli uomini di Renato Cortese, il capo della Mobile di Reggio, l’uomo che scova i latitanti, che prima di Strangio aveva arrestato nientemeno che Bernardo Provenzano.
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Nel suo curriculum ha Bernardo Provenzano (l’11 aprile 2006: il suo successo più grande), Giuseppe De Stefano, Gioacchino Piromalli (e tutto il clan), Rocco Gallico, Achille Palmi. Li ha presi tutti Renato Cortese, lo specialista nella cattura dei latitanti (qui una sua intervista VIDEO). È il capo della Squadra mobile di Reggio Calabria che ha arrestato Giovanni Strangio. Quarantaquattro anni, originario di Santa Severina (Crotone), in polizia da oltre 20 anni, è stato a lungo a Palermo, dove ha diretto la Squadra mobile. È passato poi al Servizio centrale operativo (Sco), incarico nel corso del quale ha arrestato Provenzano. Dopo l’arresto del boss di Cosa nostra, Cortese, promosso per meriti di servizio primo dirigente, nel 2007 è stato nominato dirigente della Squadra mobile di Reggio Calabria, dove ha coordinato le indagini sulla faida di San Luca e sulla strage di Duisburg del giorno di Ferragosto del 2007. “La determinazione e la caparbietà ” ha detto Cortese, raccontando l’esperienza della cattura di Provenzano “sono essenziali per raggiungere un obiettivo. Alla fine vengono sempre premiati e non bisogna mai arrendersi davanti alle prime difficoltà ”.
E anche nell cattura di Strangio queste armi hanno pagato: “Giovanni Strangio risiedeva in un quartiere ubicato a nord-est di Amsterdam. Poco dopo le 23.15 è iniziata l’operazione”, racconta Renato Cortese nel corso di una conferenza stampa stamattina a Reggio Calabria, presenti il questore ed il procuratore della repubblica, Santi Giuffrè e Giuseppe Pignatone.
“Nell’appartamento” ha proseguito Cortese “ha fatto irruzione la polizia olandese ed i nostri uomini. Dentro abbiamo individuato Giovanni Strangio, con la moglie e il figlio e uno dei suoi cognati, Francesco Romeo, latitante dal 1997. A loro siamo giunti ricucendo una serie infinita di elementi probatori, fino a chiarire, già nel dicembre 2007, il coinvolgimento di almeno 50 persone nella faida di San Luca. Tutto questo è stato anche possibile perché siamo riusciti a diventare un unico team investigativo insieme ai colleghi delle polizie tedesca e olandese. Abbiamo quindi sottoposto a vaglio investigativo centinaia di nomi, di targhe di auto e di bigliettini. Poi, dopo il 23 novembre 2008, dopo avere individuato Francesco Romeo lo abbiamo pedinato a lungo fino ad individuare l’appartamento in cui viveva ad Amsterdam e quindi abbiamo monitorato a lungo l’abitazione e finalmente dopo diversi giorni da lì usciva Giovanni Strangio. Si muoveva con cautela travisandosi con occhiali e cappellino e conducendo una vita assolutamente irreprensibile. Quando abbiamo avuto la certezza della sua identità ci siamo confrontati con la polizia olandese ed abbiamo agito di conseguenza. Voglio sottolineare che sono stati mesi di duri sacrifici di cui sono stati protagonisti gli uomini della squadra mobile da me diretti, tra i quali, il vicequestore Renato Panvino ed il commissario Francesco Stampecchia. Oggi, con l’arresto di Giovanni Strangio abbiamo fissato un punto fermo per la chiusura delle indagini sulla strage di Duisburg”.
Gli inquirenti hanno trovato in casa almeno un milione di euro in contanti. La rivelazione è venutadalla polizia di Duisburg durante una conferenza stampa tenuta venerdì mattina nella città tedesca. Oltre ai contanti, nell’appartamento di Amsterdam, al secondo piano di una palazzina con sette appartamenti in tutto, c’erano inoltre alcuni passaporti falsi e un apparecchio per realizzarli.

Il superlatitante Giovanni Strangio, 30 anni, è stato arrestato ieri sera ad Amsterdam dalla polizia insieme al cognato, Francesco Romeo: è accusato di essere stato l’organizzatore e l’esecutore materiale della strage di Duisburg, in cui furono assassinate sei persone.
Le vittime della strage, avvenuta davanti il ristorante da Bruno il giorno di Ferragosto del 2007, erano tutte appartenenti alla cosca Pelle-Vottari, contrapposta a quella dei Nistra-Strangio nella faida di San Luca (Reggio Calabria): Sebastiano Strangio, di 39 anni, titolare del ristorante “da Bruno”; i fratelli Francesco e Mario Pergola, di 20 e 22 anni, che lavoravano nel ristorante; Marco Marmo, di 25, Tommaso Venturi, di 18, e Francesco Giorgi, di 17. Ad agire fu un commando della ‘ndrangheta arrivato da San Luca composto da almeno quattro persone. I complici di Giovanni Strangio nell’esecuzione della strage non sono stati ancora identificati, ma la polizia sarebbe da tempo sulle loro tracce. I due arresti sono stati compiuti “grazie all’impegno dei ragazzi della squadra mobile di Reggio Calabria e dello Sco di Roma”, ha commentato Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia, tributando agli investigatori “un plauso particolare”. Strangio, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, è stato bloccato dalla polizia nella città olandese mentre era in compagnia della moglie e del figlio. Secondo l’accusa, compì la strage per vendicare l’assassinio della cugina, Maria Strangio, uccisa a San Luca il giorno di Natale del 2006. Una delle vittime della strage, Marco Marmo, infatti, era sospettato di essere il responsabile dell’uccisione di Maria Strangio nell’agguato in cui restò ferito anche il nipote di cinque anni della donna.
Secondo quanto è emerso dalle indagini, obiettivo dell’agguato in cui morì Maria Strangio sarebbe stato, in realtà , il marito della donna, Giovanni Nirta, considerato uno dei capi della cosca Nirta-Strangio.
Gli investigatori, dopo la strage di Duisburg, grazie alla collaborazione di una testimone, tracciarono l’identikit di uno dei possibili responsabili della strage. E alla fine di agosto identificarono in Giovanni Strangio uno dei presunti esecutori.Strangio era stato scarcerato pochi mesi prima della strage dopo essere stato arrestato perche’ trovato in possesso di una pistola ai funerali di Maria Strangio. Era stato lui ad esprimere i maggiori propositi di vendetta per l’agguato contro Giovanni Nirta costato la vita alla moglie di quest’ultimo.
Giovanni Strangio, in Germania, era titolare di due pizzerie considerate dagli investigatori basi logistiche per gli affari della ‘ndrangheta in Germania. Lo stesso ristorante da Bruno, davanti al quale avvenne la strage di Duisburg, sarebbe stato utilizzato dalla cosca Pelle-Vottari per nascondere armi. Romeo, arrestato insieme Strangio, era ricercato dal 1997 con l’accusa di traffico internazionale di droga.
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“Mi inginocchio e giuro di essere innocente dinanzi a Dio, al mondo intero e ai familiari delle vittime di questa orrenda strage”: Giovanni Strangio, sospettato principale della mattanza di Duisburg dove il 15 agosto dello scorso anno vennero trucidati sei giovani calabresi, parla con Panorama in edicola da venerdì, 8 agosto.
E sostiene di non avere nulla a che vedere con quel terribile fatto di sangue. “Ma credo che in questo momento le mie ragioni non interessino alla magistratura che deve dimostrare all’opinione pubblica internazionale, e soprattutto ai tedeschi, di risolvere velocemente il caso consegnando i colpevoli alla giustizia” dice. “Il fatto è che sono italiano, di San Luca e mi chiamo Strangio”.
Non nega di essere stato in Germania il giorno della strage: “Sono partito per andare in Germania a curare i miei interessi, avevo dei locali e dovevo provvedere alla loro gestione” dice, ma nega perfino l’esistenza di una faida di San Luca: “La faida è una costruzione giornalistica e dei magistrati. Io non sono affiliato alla ‘ndrangheta e so che nel mio paese esiste povertà , disoccupazione, ignoranza, diffidenza, ma anche amore, passione e voglia di lavorare”.
Non ha dubbi invece il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, titolare di tutte le inchieste della ‘ndrangheta di San Luca: “Strangio è l’autore del massacro di Duisburg, tant’è che la montagna di accuse nei suoi confronti, lo induce a sottrarsi alla cattura anziché presentarsi e spiegare le sue ragioni”, dichiara a Panorama.

Quattro arresti tra Calabria e Germania per la strage di Duisburg, ma è sfuggito il principale ricercato, uno di quegli Strangio che la faida di San Luca l’ha alimentata a colpi di cadaveri. Le forze di polizia italiane e tedesche avevano in mano cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal giudice antimafia calabrese nei confronti di altrettanti presunti membri della cosca Nirta-Strangio che da anni si contrappone a quella dei Pelle-Vottari per il controllo degli affari di ‘ndrangheta a San Luca e non solo. Ma finora sono stati arrestati solo in quattro, con le accuse di “strage, associazione di tipo mafioso, operante in Italia ed in Germania, nei territori di Kaarst e Duisburg, finalizzata alla commissione di omicidi, al traffico di armi ed altri gravi reati”, come si legge in una nota della polizia. Due uomini di ‘ndrangheta sono finiti in manette in Italia, due in Germania.
Resta latitante Giovanni Strangio, già ricercato dalle autorità tedesche per la strage di Duisburg. Dalla mattanza di Ferragosto quando sei italiani di origine calabrese (legati ai Pelle-Vottari) vennero uccisi in una pizzeria, il 30 agosto erano già state arrestate 3 persone coinvolte nella faida.
Nella nota, la polizia italiana scrive che a Strangio “anche l’autorità giudiziaria italiana contesta il reato di strage, sulla scorta delle risultanze investigative emerse dal lavoro svolto da una apposita task force, composta da investigatori del Servizio centrale operativo, del Servizio per la cooperazione internazionale di polizia, della Squadra mobile di Reggio Calabria e della polizia tedesca, costituita a Duisburg”.
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Il manifesto per le ricerche di Giovanni Strangio diffuso dagli investigatori in Germania in italiano e tedesco:


Hanno lo stesso nome e lo stesso cognome: Giovanni Strangio. Ma giocano ruoli opposti nella faida di San Luca, un paese che su quel cognome scivola nel sangue.
Il primo (a sinistra nella foto) gestiva il ristorante “Da Bruno”, teatro della strage di Ferragosto a Duisburg, col fratello Sebastiano, rimasto ucciso nell’agguato. È stato fermato il 30 agosto a San Luca, insieme ad altre 31 persone, con l’accusa di traffico di armi e di associazione mafiosa, per avere fatto parte della cosca Pelle-Vottari. Tra le persone arrestate ci sarebbero anche i responsabili della sparatoria dello scorso Natale nel paese in provincia di Reggio Calabria in cui morì Maria Strangio, la moglie 33enne di uno dei boss di San Luca, Giovanni Luca Nirta.
L’altro Giovanni Strangio (a destra nella foto), 28 anni, è ora ricercato dalla Polizia tedesca, perché considerato uno dei responsabili della mattanza di Duisburg, che avrebbe dovuto vendicare l’eccidio di Natale. Sospettato di far parte del clan Nirta-Strangio, è imparentato con Maria Strangio. Gli agenti hanno pubblicato la sua foto sul sito ufficiale e la magistratura offre 10 mila euro a chi fornirà informazioni utili a catturarlo.
Il 28enne è nato a Siderno, in Calabria, ed è residente a Kaarst, in Nordreno-Vestfalia. È alto 1.74, magro, ha i capelli scuri e gli occhi blu. Si cerca anche l’automobile che ha affittato, una Renault Clio con targa tedesca. Proprio al funerale di Maria Strangio era stato arrestato perché aveva addosso una pistola ed era rimasto in carcere fino a metà del 2007. Appena uscito ha ripreso le armi e la via della Germania.