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Nessuna archiviazione, per ora, per il sindaco di Milano, Letizia Moratti, e altre quattro persone del Comune nell’ambito dell’inchiesta su presunte irregolarità nell’assegnazione di 51 consulenze e su presunti episodi di ‘mobbing’, affinchè alcuni funzionari lasciassero il proprio incarico a favore di persone esterne.
Il no alla richiesta di archiviazione è del gip Paolo Ielo che ha ordinato al pm Alfredo Robledo nuove indagini che dovranno terminare il 30 giugno prossimo: il pm dovrà risentire i funzionari rimossi o che sono andati in prepensionamento, ad eccezione di uno, in relazione ai quali gli indagati (non la Moratti che deve rispondere solo di abuso d’ufficio) devono rispondere di violenza privata aggravata e, come deciso dal gip, non più di concussione. Per quanto riguarda un episodio, “il materiale investigativo acquisito appare idoneo a sostenere l’accusa in giudizio con ragionevoli probabilità di condanna”, scrive Ielo, lo stesso materiale appare però “da integrare nei confronti degli altri testi escussi, poichè le sommarie informazioni testimoniali non hanno indicato i fatti sulla base dei quali essi si sono rappresentati probabili condotte di mobbing nel caso di mancata risoluzione consensuale del contratto”.
Il giudice affronta poi l’ipotesi di abuso d’ufficio e rileva una “violazione di legge conclamata” in quanto lo Statuto comunale prevede che prima del conferimento degli incarichi ne sia data pubblicità , mentre il regolamento comunale consente di procedere per “ricerca diretta”. Il gip non ha dubbi nel qualificare “illegittimo” il regolamento, così “come tutti gli atti amministrativi che, pure conformi al regolamento, violino lo Statuto, così come è avvenuto nel caso di specie”.
Di più, il Comune sarebbe ricorso alla “chiamata diretta”, nemmeno alla “ricerca diretta”, violando “pure il più blando limite previsto dal regolamento”. Valutando la volontà di favorire qualcuno (uno degli elementi dell’abuso d’ufficio), il gip scrive che non c’è stata “nessuna ricerca delle professionalità maggiormente adeguate alle funzioni da ricoprire…”. è accaduto, per esempio, nel caso del direttore del settore famiglia, Carmela Modaffari (217mila euro di remunerazione annua, annota il gip) scelta “senza una preventiva ricerca” e nonostante avesse “subito provvedimenti negativi, sia pur non definitivi… “, come la “risoluzione del suo contratto di direttore generale dell’Asl di Locri”.
Il metodo, per Ielo, “evidenzia una violazione di legge, allo stato degli atti, indice di una volontà specificamente diretta a favorire la Madaffari”.
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È tornato in libertà . L’ex sindaco di Pescara, già coordinatore regionale del Pd, Luciano D’Alfonso, passerà un Natale da uomo libero. Il gip del Tribunale di Pescara, Luca De Ninis, ha disposto la revoca degli arresti domiciliari a suo carico. D’Alfonso era finito ai domiciliari il 15 dicembre scorso, nell’ambito dell’inchiesta su presunte tangenti negli appalti pubblici al Comune di Pescara. Ieri il pm titolare dell’inchiesta, Gennaro Varone, aveva espresso parere negativo all’istanza presentata dai legali dell’ex sindaco. Il sindaco ha ora tempo fino al 5 gennaio 2009 per ritirare le dimissioni, evitando quindi il commissariamento del Comune e le elezioni anticipate.
Nel documento depositato, il pm sosteneva che l’impianto accusatorio non è stato scalfito dalle affermazioni rilasciate dall’ex sindaco nel corso dell’interrogatorio di garanzia e che quindi non c’erano elementi nuovi nell’indagine. In realtà però, stando a quanto anticipato da alcuni quotidiani, per il gip non esisterebbe a Pescara la “cupola” di cui parla l’accusa. Nella notifica di 3 pagine De Ninis smonterebbe quindi l’impianto accusatorio che ha portato D’Alfonso ai domiciliari, degradando l’accusa di “corruzione” al “finanziamento illecito al partito”.
Inoltre, stando all’anticipazione dei verbali pubblicate da un quotidiano locale, Il Centro, e riportata da il Riformista, per suffragare la colpevolezza dell’ex sindaco di Pescara, secondo il gip (che parla di “scarsità investigativa”) sarebbero state utilizzate “non prove”, ma “semplici deduzioni”.
E mentre, già dalla mattinata alcune decine di persone si erano radunate sotto l’abitazione di D’Alfonso per esprimergli solidarietà e chiedergli il ritiro delle dimissioni si fa sentire anche la “rabbia” del Pd. “Quello che è avvenuto a Pescara è gravissimo. Esprimo a D’Alfonso che torna pienamente libero la mia soddisfazione. Ma la vicenda ha dentro di sé gravi implicazioni che meritano una riflessione più compiuta che ci riserviamo di fare fin dalle prossime ore”. ha commentato il segretario Walter Veltroni. “Sconcertante che il giudice abbia appena nove giorni fa firmato una ordinanza di arresti domiciliari nei confronti di D’Alfonso, sconfessate ora dallo stesso giudice, con una nuova ordinanza che capovolge la precedente” attacca Massimo Brutti, il commissario che il leader del Pd aveva mandato in Abruzzo subito dopo gli arresti di D’Alfonso, segretario regionale di democratici.
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Il Gip di Milano Micaela Curami ha convalidato il fermo e disposto il carcere per Fausto e Daniele Cristofoli, padre e figlio accusati di concorso in omicidio volontario di Abdoul Guibre, il ragazzo di 19 anni colpito a sprangate domenica scorsa a Milano e morto dopo alcune ore in ospedale. Nel frattempo la famiglia, che ha invitato tutti a non trasformare l’omicidio in una battaglia politica, ha deciso di seppellire Abdoul in Burkina Faso, suo paese di origine.
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Il gip di Pescara, Maria Michela Di Fine, ha negato la scarcerazione al presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, e al segretario generale della Presidenza, Lamberto Quarta, arrestati lunedì scorso con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e concussione nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti per 15 milioni di euro nella sanità abruzzese.
La richiesta di scarcerazione era stata presentata, per quanto riguarda Del Turco, al termine dell’interrogatorio di giovedì scorso nel carcere di Sulmona (L’Aquila) in considerazione delle dichiarazioni spontanee rese davanti al pool di magistrati che conducono l’inchiesta. Quella di Quarta era stata fatta, invece, al termine dell’interrogatorio compiuto nel carcere di Pescara venerdì scorso.

Deve andare via da Milano il gip Clementina Forleo. È la conclusione alla quale è giunta la prima commissione del Csm che ha perciò chiesto a stretta maggioranza il trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale.
A favore del trasferimento d’ufficio si sono espressi i consiglieri Fabio Roia (Unicost), Letizia Vacca (Pdc) e Gianfranco Anedda (An); si sono astenuti i consiglieri Livio Pepino (Magistratura democratica) e Mario Fresa (Movimento per la giustizia). Mentre si è espresso per l’archiviazione il presidente della Commissione, Antonio Patrono. La procedura di trasferimento d’ufficio era stata aperta nei confronti di Forleo dal dicembre scorso.
Due le accuse principali: aver creato allarme nella pubblica opinione per aver denunciato intimidazioni da parte di organi istituzionali rimaste prive di riscontri; aver interferito nell’attività della procura di Milano impegnata nella delicata inchiesta sulle scalate bancarie.
Saputo del voto della Prima commissione, la Forleo ha commentato: “Sono stupita e mi auguro che il plenum riveda questa decisione”. “Qualora dovesse essere confermata dal plenum ricorrerò a tutte le sedi competenti” ha aggiunto il gip “ma se dovessi essere sconfitta continuerò a fare il mio lavoro in qualunque tribunale d’Italia con dignità e a testa alta, a differenza di tanti altri.”

Per la polizia è lui il secondo uomo di quella tragica notte in cui morì l’ispettore di Polizia, Filippo Raciti, assassinato un anno fa, il 2 febbraio del 2007, allo stadio Angelo Massimino durante gli scontri tra gli ultras del Catania e le forze dell’ordine, “colpevoli” di impedire loro il contatto con i tifosi del Palermo.
Il tifoso è un maggiorenne di 21 anni: Daniele Micale, riferisce l’Ansa. Di lui si sa che è incensurato e che non fa parte di gruppi organizzati, da tempo invece si sapeva che era indagato e che la Procura distrettuale aveva chiesto al Gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, che è stata emessa lunedì ed eseguita nella notte dalla squadra mobile della Questura.
Per quel tragico derby è indagato anche un minorenne all’epoca dei fatti, del quale per espressa volontà sua e dei suoi genitori è nota l’identità , Antonino Speziale, che ha adesso 19 anni. Speziale è stato già condannato a 2 anni e sei mesi di reclusione per resistenza aggravata a pubblico ufficiale per gli scontri al Massimino, la sua posizione nell’inchiesta per omicidio è ancora aperta. Secondo l’accusa sarebbero stati loro due a colpire con un sottolavello in alluminio l’ispettore Raciti all’ingresso della Curva Nord dello stadio, procurandogli la lesione al fegato che avrebbe poi causato la morte dell’ispettore alcune ore dopo per un’emorragia interna.
Nei confronti di Micale il Gip di Catania ha emesso un ordine di custodia in carcere per omicidio volontario, che è stato eseguito dalla squadra mobile della Questura. Alla sua identificazione si è giunti grazie alle riprese filmate delle telecamere di vigilanza dello stadio Massimino.
Il procuratore aggiunto di Catania, Renato Papa, ha inoltre aggiunto che i due giovani indagati per l’omicidio dell’ispettore Raciti non si conoscevano. Speziale e Micale si sono incontrati per la prima volta, ha detto Papa, durante la guerriglia contro le forze dell’ordine e insieme hanno lanciato il sottolavello in alluminio che ha provocato il gravissimo trauma epatico che ha determinato la morte di Raciti. Insomma, a farli incontrare e unire in quel folle e scellerato comportamento, è stato il clima di violenza. Davanti Micale, dietro Speziale: a inchiodarli le riprese filmate delle telecamere di vigilanza dello stadio Massimino e una ricostruzione tridimensionale dell’episodio compiuta dalla polizia scientifica di Roma.
Agli atti dell’inchiesta c’è anche una ricostruzione “tridimensionale” dell’episodio compiuta dalla polizia scientifica di Roma. L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Renato Papa e dal sostituto procuratore Andrea Bonomo.
Il VIDEO servizio:

Il gip di Roma Luciano Imperiali ha archiviato la posizione del ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro in merito a presunte irregolarità legate a rimborsi elettorali all’Italia dei Valori (22 milioni e mezzo di euro).
Il giudice per le indagini preliminari non ha accolto le richiesta del pm romano, Giancarlo Amato, che si opponeva all’archiviazione e contestava a Di Pietro i reati di appropriazione indebita, falso in atto pubblico e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
Nell’archiviare la posizione di Antonio Di Pietro per le presunte irregolarità legate ai rimborsi elettorali all’Italia dei Valori, il gip di Roma ha disposto la restituzione degli atti al pm per valutare se sussista l’eventuale ipotesi di calunnia nei confronti di Mario Di Domenico, l’ex esponente di Idv che con la sua denuncia aveva dato il via all’inchiesta sull’ex pm di Mani Pulite.
È quanto emerge dal decreto di archiviazione depositato dal gip. Nel provvedimento si afferma che non sussistono elementi di rilevanza penale e si precisa che Di Domenico “è persona in aperta conflittualità con Idv, della quale è stato fondatore, tanto da apparire emotivamente assai coinvolto in tutte le vicende”.
“Sia ciò dipeso dal suo allontanamento da Idv, oppure dalla fine di un rapporto di personale quanto duratura amicizia con Di Pietro - si legge nel decreto - ed il tesoriere Silvana Mura, Di Domenico sembra attribuire spesso intenti fraudolenti e rilevanza di illecito penale ad atti e comportamenti sol perchè, pur legittimamente, non li condivide”.

Il vicepresidente del gip di Roma, Antonino Stipo, ha archiviato la posizione del viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, in relazione alle presunte minacce esercitate nei confronti dell’allora comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, per il trasferimento di alcuni ufficiali delle Fiamme gialle. Per le presunte pressioni, il numero due di via XX Settembre era stato indagato per tentato abuso d’ufficio e minacce.
A chiedere l’archiviazione del fascicolo processuale, sulla base del presupposto che non sussiste il dolo, erano stati il procuratore della Repubblica Giovanni Ferrara ed il sostituto Angelantonio Racanelli. I due magistrati avevano, infatti, censurato il comportamento del viceministro Visco ritenendo, tuttavia, l’insussistenza di fattispecie penalmente rilevanti. L’archiviazione degli atti decisa dal gip Stipo chiude definitivamente il caso. Precedentemente, il magistrato aveva respinto un’analoga richiesta di archiviazione ritenendo indispensabili ulteriori accertamenti. All’esito di questi la Procura ha riproposto l’archiviazione del procedimento contro il quale si era opposto Speciale, per il tramite del suo difensore Ugo Longo. I due avevano sollecitato l’emissione dell’imputazione coatta nei confronti del viceministro sulla base delle conseguenze patite da Speciale in seguito alle pressioni subite dal braccio destro di Padoa-Schioppa.
“La richiesta dei trasferimenti, indipendentemente dalla modalità con cui sia stata formulata”, spiega il gip “travalica, senza alcun dubbio, l’ambito dei poteri concessi al viceministro nei confronti del Comandante generale della guardia di finanza”. Tuttavia Stipo non ha potuto configurare un “dolo intenzionale”, necessario per la contestazione dell’abuso d’ufficio, per “l’inesistenza di un intento esclusivo di danneggiare gli ufficiali” delle Fiamme gialle.
“Con l’archiviazione del gip si chiude una vicenda che non avrebbe avuto alcuna ragione di essere portata all’attenzione della magistratura”. L’avvocato Guido Calvi è soddisfatto perché dall’inchiesta “il viceministro Visco esce a testa alta” confermando “la linearità delle sue scelte” e “la grande efficacia del suo impegno nel contrasto all’evasione fiscale”. “Pur non condividendo la decisione del giudice di archiviare” ha detto Ugo Longo, che assiste il generale Speciale “sono soddisfatto della motivazione in cui si dà atto dei comportamenti illegittimi posti in essere dal viceministro nei confronti di Speciale”.