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L'esterno del palazzo della Rai a Roma (CLAUDIO ONORATI /ARCHIVIO ANSA)
Di questi tempi, in Rai, più che un pool di legali ne servirebbe uno di cabalisti. C’è un numero, il 700, che da mesi sta ossessionando l’azienda. E che, dopo una serie di rinvii, il 5 agosto, quando era in programma l’ultimo consiglio di amministrazione prima della pausa estiva, ha costretto i suoi membri alla resa semidefinitiva: meglio soprassedere alle nomine di Rainews 24 e Raidue (ovvero alla sostituzione di Corradino Mineo e Massimo Liofredi) e varare operazioni relativamente più tranquille, come il contratto per la fiction del finiano Luca Barbareschi. Se ne riparlerà a settembre, insomma, quando anche la situazione politica dovrebbe essere più chiara.
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“Pazienza, a sinistra sono così: se non trasformano tutto in buffonate non son contenti”. Potrebbe bastare questa frase del blogger Daw per commentare il bailamme seguito in Rete alle polemicucce sul “caso Mesiano” e alle provocazioni di Franceschini che sul suo Twitter - come raccontato qui- invitava tutti a mettersi delle calze turchesi “come il giudice Mesiano, colpevole solo di fare il giudice”.
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Dario Franceschini mostra il calzino turchese a una troupe di Canale 5
La politica del gambaletto. O del calzino, come dir si voglia. L’importante che sia azzurro. No, non porpora cardinalizio. E nemmeno rosso, troppo “nostalicomunista” (e a sette giorni dalle primarie del Pd, sarebbe un messaggio spiazzante per gli elettori democrats). Continua

Una “sentenza aberrante”: a Matteo Salvini (qui la sua giornata tipo, raccontata da Panorama) non è proprio piaciuta la decisione del Tribunale del Lavoro di Milano che ha accolto il ricorso contro l’ATM di un giovane marocchino senza cittadinanza italiana, impossibilitato a partecipare a un concorso come autista del servizio pubblico meneghino a causa di un Regio Decreto del 1931.
Una decisione che l’ex deputato della Lega (e capogruppo del suo partito al Comune di Milano) non avrebbe mai potuto accettare, lui che era arrivato a proporre carrozze riservate sui mezzi pubblici per i milanesi doc. E infatti, è sbottato: “Chiamerò immediatamente Catania (presidente dell’ATM, Ndr) perché Milano e i milanesi siano rispettati e tutelati e gli fornirò centinaia di curricula di aspiranti autisti lombardi“.
Il nuovo “no” delle aziende di trasporto locali
Nonostante il rilievo del Tribunale del Lavoro, che ha sottolineato il “carattere discriminatorio” dell’applicazione da parte dell’ATM del Regio Decreto di periodo fascista, Salvini non sembra però essere l’unico a pensare che un regolamento d’ingresso serva davvero per questo tipo di mestiere.
Né l’eurodeputato della Lega è il solo a pensare che la decisione dei giudici sia inapplicabile, come ha rimarcato l’Asstra l’associazione che riunisce le aziende di trasporto locale: “Di certo noi continueremo ad applicare la legge del 1931. Anche perché la mancata applicazione potrebbe pregiudicare altri che vedrebbero lese le proprie aspettative di assunzione“.
In effetti il problema sollevato da Salvini resta, nonostante i toni caldi utilizzati dal politico leghista, quando ha invitato i giudici a “trasferirsi in Marocco”: qual è il limite fra diritto all’integrazione degli extracomunitari in Italia, e penalizzazione dei cittadini italiani?
Milano caput mundi
Quel che è certo è che Milano si sta confermando la capitale della discussione politica e sociale nel Bel Paese. Proprio nei giorni scorsi era assurta agli onori della cronaca per l’ordinanza che proibiva e multava il consumo di alcolici agli under 16. Una posizione netta, quella del Comune milanese, che era piaciuta anche ad altre città italiane. Pronte a seguirne l’esempio (qui la MAPPA).
Ora, invece, tocca ai temi dell’integrazione e del lavoro essere al centro della discussione. Con Milano a dettare ritmi e tempi. In tutto questo Roma sembra arrancare, senza riuscire a dettare l’agenda politica: che abbia ragione la Lega, e nella Capitale sia rimasta solo la politica dei Palazzi, lontani, come si sente spesso dire, dalle istanze della gente?
La Rete contro Salvini
Due piccioni con un extracomunitario
“Finalmente un mediatore-culturale e autista nella città multietnica di Milano, se sul tram ci sarà almeno un autista che sa la lingua araba saprà come spiegarsi, visto che il 40% dei passeggeri che usufruiscono dei mezzi pubblici sono di nazionalità diverse… fra dieci anni tutto questo sarà normale.”
Pueblounido » Fra dieci anni al posto dell’europarlamentare Salvini… avremo un marocchino italiano al suo posto. Tempo al tempo.
Integrazione selettiva?
“Vediamo se ho capito bene. Gli italiani non si filano nessuno di questi posti; facciamo gli uomini impietositi solo per garantire agli immigrati posti da badante (dei ricchi) e da braccianti con 16 ore di lavoro sotto il sole, gli diciamo che se non vogliono essere clandestini devono lavorare e pagare le tasse in Italia (almeno loro, visto che gli italiani…) e se vogliono fare un concorso, facciamo mucchio su una norma del ’31 per difendere un posto che i connazionali non vogliono…”
il Paroliere » 2009 Abissinia a Milano
Milanesi, non razzisti
“Tacere molto spesso è la miglior opinione. Qui si sta parlando di discriminazione. Se in Italia la legge che abbiamo è obsoleta, non è certo perché ci piace. Ma porca miseria! chi ti dice che io mi senta offeso nel vedere un arabo guidare un tram o un autobus… in quanto milanese credo sia giusto che non vi sia discriminazione alcuna tra le persone. Men che meno sul luogo di lavoro.”
Halftone » Tra i cori e i vagoni per immigrati / Integrazione Lombarda
- Tags: Angelino-Alfano, Camera, cmice, ddl, giornalista, giudice, indagine, intercettazioni, legge, pena, pm, testo
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MULTIMEDIA: Vietato spiare, ecco il nuovo testo
Sì della Camera al disegno di legge in materia di intercettazioni, dopo che il governo ha ottenuto la fiducia. Il testo ora passa al Senato. I voti a favore sono stati 318, 224 quelli contrari. Un deputato si è astenuto.
Chiesto dall’opposizione, lo scrutinio segreto con cui è passato il ddl intercettazioni sembra aver regalato 21 voti in più alla maggioranza. Almeno questo dicono i numeri sulle presenze nell’aula di Montecitorio.
I conti sono presto fatti alla luce dei numeri che si leggono sui tabulati: il provvedimento è passato con 318 voti a favore e 224 contrari. Un solo astenuto (l’Svp aveva annunciato questa intenzione). Al momento del voto nell’emiciclo erano presenti: 188 deputati Pd, 27 Udc e 25 Idv per un totale di 240 parlamentari. Undici i deputati del gruppo misto, 5 schierati con la maggioranza e 5 con l’opposizione.
Momenti di democratica bagarre
Ma a tenere, letteralmente, banco è stata la protesta “cartellonata” dell’Italia dei Valori nell’Aula della Camera al momento del voto sul disegno di legge sulle intercettazioni. I deputati dell’Idv espongono diversi cartelli in cui si riportano quattro diverse frasi contro il provvedimento. In un cartello c’é scritto “Libertà di informazione cancellata”; in altri appare la scritta “Pdl: proteggiamo delinquenti e ladri”, poi vari cartelli con la scritta “Vergogna”. Infine, alcuni deputati espongono la scritta: “Morta la libertà di informazione, uccisa dall’arroganza del potere”.
La risposta dei deputati del centrodestra? “Buffoni buffoni!”. Il clamore è terminato quando i commessi hanno rimosso i cartelli.
Alfano: punto di equilibrio tra la tutela della privacy e delle indagini
Sul piano politico da registrare la soddisfazione del ministro della Giustizia Angelino Alfano: “Siamo molto soddisfatti per questa approvazione in questo ramo del Parlamento e ora chiederemo una rapida lettura da parte del Senato. Crediamo di aver prodotto un testo che dopo un anno di lavoro ha raggiunto un punto di equilibrio ragguardevole tra la tutela della privacy e delle indagini, l’articolo 15 e l’articolo 21 della Costituzione”. “Abbiamo avuto” sostiene Alfano “venti voti in più della maggioranza. Il voto segreto continua a premiare le nostre tesi che sono condivise anche da alcuni settori dell’opposizione, circa una ventina di voti sono venuti dai loro banchi”.
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Quasi mezzo miliardo di euro. È la cifra che spende ogni anno lo Stato nelle aule di giustizia per divorzi e separazioni.
I dati sono dell’istituto di ricerca Eurispes, che ha moltiplicato il numero di cause attualmente definite presso gli uffici giudiziari per queste materie (539.878) e il costo medio annuale che ha per lo Stato ciascun procedimento, ovvero 815 euro: il risultato è appunto quella somma. Che rappresenta per le tasche degli italiani circa il 16,5% del costo totale della giustizia civile pari a 2,6 miliardi di euro.
Ma quale soluzione per far pesare di meno le crisi matrimoniali sulle tasche degli italiani? Secondo l’Eurispes bisognerebbe trasferire ai notai “le competenze in materia di separazione tra coniugi e volontaria giurisdizione allo scopo di alleggerire il carico della giustizia civile, gravata e rallentata da un numero ingestibile di processi, ma anche per ridurre i costi a carico dello Stato determinati da questo tipo di udienze”. I notai, fa notare l’istituto di ricerca, “potrebbero costituirsi come preistanza giudiziaria, per gestire il contenzioso che si sviluppa da separazioni e processi e dalle cause per volontaria giurisdizione”. Infatti, le separazioni con rito consensuale sono in Italia più del doppio di quelle con rito giudiziale. “Ciò induce a pensare che si tratti, nella maggioranza dei casi, di cause prive di elementi di elevata conflittualità, che potrebbero essere discusse e risolte senza ricorrere al tribunale”, spiegano all’Eurispes.
L’unica perplessità riguarda i costi notarili, se saranno più bassi o più alti per i due coniugi rispetto a quelli attuali. Un business di parecchi milioni di euro, visto che ogni anno secondo l’istituto di ricerca le separazioni e i divorzi in Italia coinvolgono circa 400 mila persone, tra coniugi e figli. In dieci anni dal 1996 al 2006 il numero delle separazioni tra gli italiani è cresciuto del 39,7% e dei divorzi del 51,4%.
Nel 2006, per esempio, le separazioni in Italia sono state oltre 80 mila, mentre i divorzi quasi 50 mila. Più contenute le rotture coniugali al Sud, il primato spetta al Nord Ovest, dove nel 2006 si sono verificate 24.885 separazioni e 17.693 divorzi. Fra le regioni, il primato delle crisi spetta alla Lombardia, dove si segnala il più elevato numero di separazioni (14.563) e divorzi (10.243); al secondo posto il Lazio (9.705 separazioni e 5.135 divorzi), al terzo il Piemonte (7.028 e 5.209).
- Tags: aula, avvocato, Eurispes, fascicolo, giudice, giustizia, imputato, magistratura, Parlamento, pm, processo, riforma, toghe, Unione-camere-Penali
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Ogni giorno, in Italia, si rinviano 7 processi penali su dieci. Vuoi perché manca l’imputato o perché non ci sono aule dove celebrarli. A volte non si trovano i fascicoli dei procedimenti, altre volte mancano il giudice o il pubblico ministero, mentre in altri casi serve prendere tempo per generiche “esigenze difensive” o per consentire all’avvocato di seguire un’udienza di un’altra causa, che si svolge in contemporanea. E non mancano, poi, gli errori nelle notifiche degli atti processuali o l’elevato numero di udienze in una sola giornata che rende impossibile seguirle tutte o, più banalmente, l’assenza dell’interprete o del perito, senza i quali non si può svolgere alcuna attività
Basta questo per dire che l’istantanea sulla giustizia italiana è a tinte fosche. E gli elementi sono contenuti in un’indagine svolta dall’Eurispes in collaborazione con l’Unione camere penali.
Il tema era già stato sviluppato lo scorso anno, ma soltanto nella Capitale, e grazie alla collaborazione della Camera penale romana. Oggi l’osservazione svolta riguarda 12.918 schede, ognuna delle quali corrisponde ad un processo penale monitorato. Si va in ordine alfabetico, da Ancona a Venezia, passando per Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Catania, Catanzaro, Firenze, Lucca, Macerata, Melfi, Milano, Modena, Modica, Monza, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Piacenza, Roma, Salerno, Sassari, Torino, Trani, Trieste, Varese. Le proporzioni tra udienze collegiali (8%) e monocratiche (92%) monitorate sono sostanzialmente rispettose del rapporto percentuale tra processi monocratici e collegiali quotidianamente celebrati in Italia - si spiega. Dalla rilevazione è emerso, come dato generale, che la durata media della trattazione di un processo in udienza è di 18 minuti per i processi celebrati dinanzi al giudice monocratico (a Roma si arriva a 12,51 minuti) e di 52 minuti per quelli celebrati dinanzi al collegio (32 nella Capitale).
Perché si rinviano ogni giorno 7 processi su dieci? L’analisi delle ragioni di rinvio dei processi (69,3% sul totale) distingue tra cause di rinvio di carattere generale, che riguardano la totalità dei processi monitorati, e cause di rinvio proprie dell’istruttoria dibattimentale, che rilevano ciò che accade oltre la fase preliminare della udienza, quando tutto è pronto per lo svolgimento (parziale o conclusivo) della istruttoria dibattimentale (esame testi e consulenti, svolgimento di perizie ed esperimenti giudiziali, esame dell’imputato e delle parti offese, confronti).
Il legittimo impedimento dell’imputato determina il rinvio del 2,6% dei processi. Non di molto superiore (5%) la percentuale dei rinvii dovuti al legittimo impedimento del difensore. I rinvii “per esigenze difensive”, che non derivano da norme processuali che li legittimino e li impongano al giudice, quanto piuttosto determinati da necessità processuali contingenti, rappresentano il 6,6% del totale. Significativamente alta invece la percentuale dei processi rinviati per problemi tecnico-logistici, 6,8% (si tratta di ragioni quali, ad esempio: indisponibilità dell’aula, indisponibilità del trascrittore, assenza dell’interprete di lingua straniera, ma anche, con frequenza tutt’altro che marginale, per mancanza del fascicolo del pm e, in alcuni casi, del fascicolo del dibattimento).
Dal rapporto emerge, poi, come funzionino ancora poco i riti cosiddetti alternativi al giudizio ordinario, in particolare rito abbreviato e patteggiamento. Nel 90% dei casi monitorati, infatti, il dibattimento si svolge nelle forme del rito ordinario, mentre solo nel 5,4% dei casi con il rito abbreviato e nel 4% con il patteggiamento.
Analizzando poi il dato complessivo del rapporto tra udienze che si concludono con sentenza ed udienze che si concludono con un rinvio, non sorprende che il Sud sfiori la media dell’80% dei rinvii, mentre il Nord-Ovest (62,9%) e il Nord-Est (60,5%) si assestino sulla percentuale di circa il 60% o di poco superiore. Anche al Centro si registra un dato considerevole (70,5%). Per quanto riguarda le ragioni dei rinvii, si registrano indicatori “a macchia di leopardo” in tutte le aree geografiche considerate.
Il VIDEO servizio:
di Gianluca Amadori
Il presidente del tribunale di Venezia, Attilio Passannante, ha diramato un’insolita ordinanza che, secondo lui, dovrebbe evitare il collasso del palazzo di giustizia più importante del Nord-Est, in difficoltà anche perché manca un quarto dell’organico amministrativo, perché sono insufficienti gli spazi (i fascicoli vengono accatastati nei corridoi) e per le molte sedi (una quindicina). Succo dell’ordinanza: magistrati, lavorate meno.
“Solo un suggerimento al fine di organizzare meglio l’attività”, ha provato a giustificarsi Passannante poche ore dopo avere firmato l’ordine di servizio con il quale ha disposto anche una riduzione dell’apertura al pubblico delle cancellerie civili e penali. Ma la precisazione non è bastata a fermare polemiche e contestazioni.
I primi sono stati gli avvocati, che hanno minacciato di scioperare per chiedere il ritiro della circolare annunciando, dopo una tesa assemblea, la presentazione di un ricorso al tar contro l’ordinanza, accusata di “avere effetti devastanti sul funzionamento del servizio giustizia”.
Poi si è aggiunta la reazione dell’Associazione nazionale magistrati: “Di fronte a uno Stato che accumula sempre più numerose condanne per la lentezza della giustizia, come si può pensare di rallentare ancora di più i processi?” si è domandata la portavoce della giunta veneta dell’Anm, Licia Marino. “Questa è la dimostrazione che non è colpa dei magistrati se la giustizia non funziona. Serve una seria riforma strutturale e normativa”.
Il colpo di grazia sull’ordinanza tagliaudienze è arrivato dal presidente della corte d’appello, Manuela Romei Pasetti, il cui intervento ha costretto Passannante a fare marcia indietro, sospendendo il provvedimento il giorno stesso in cui sarebbe dovuto entrare in vigore, il 27 maggio: “Si tratta di una riorganizzazione del lavoro, e dunque la materia è di competenza del Consiglio giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura” ha tagliato corto il presidente della corte.
Il presidente del tribunale non si aspettava una tale levata di scudi. Già una volta, in passato, aveva ridotto a sole 3 ore al giorno l’apertura al pubblico delle cancellerie e non era accaduto nulla. Ma difficilmente poteva passare inosservato il “suggerimento” ai magistrati di ridurre “la durata delle udienze civili e penali, ove possibile”; di ridurre “il numero di fascicoli per ciascuna udienza”; di fissare udienze “non a breve termine”, di attenersi a un criterio di priorità prestabilito nel trattamento dei fascicoli e di indicare gli “adempimenti da ritenersi urgenti”.
Disposizione nella direzione opposta a quella richiesta dai magistrati, costretti da mesi a rinviare i processi per carenza di udienze, molte “a tempo”: possono durare fino alle 14 per mancanza di cancellieri disponibili, soprattutto da quando il ministero non paga più gli straordinari. Situazione ulteriormente degenerata a causa della sospensione del servizio di stenotipia.
E il presidente degli avvocati civilisti, Paolo Chersevani, accusa: “Questo provvedimento potrà avere gravi effetti destabilizzanti sul già precario stato della giustizia veneziana”.