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Parlano i fratellini di Basiglio, sottratti ai genitori. Ci gridavano: confessate. Ecco il video

I fratellini di Basiglio

Le pressioni fatte dagli psicologi, le violenze subite in comunità, lo strazio per l’allontanamento da casa. I due fratellini di Basiglio, sottratti a marzo del 2008 ai genitori per un disegno a sfondo sessuale erroneamente attribuito alla bambina, raccontano la loro storia in un’intervista esclusiva a Panorama, in edicola da venerdì 13 novembre.
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Parla Olindo: ridatemi Rosa e buttate via la chiave

Olindo Romano, condannato in primo grado all'ergastolo con la moglie Rosa

Olindo Romano, condannato in primo grado all

A parte la sua Rosa, quel che gli manca di più sono gli hamburger e le patatine. Lo stesso pasto che consumò l’11 dicembre 2006, la notte della strage di Erba: quella per cui è stato condannato all’ergastolo con la moglie. Olindo Romano, netturbino di 47 anni, ora vive sorvegliato a vista in una piccola cella della casa circondariale di Parma. La moglie Rosa Bazzi, sua complice secondo i magistrati, è reclusa 200 chilometri più a nord: nel carcere di Vercelli.
Il processo d’appello dovrebbe cominciare il prossimo gennaio. In questa intervista, la prima mai concessa, Olindo parla della sua detenzione, di quello che successe quella sera, delle indagini e del suo morboso rapporto con Rosa. Leggi l’intervista esclusiva a Olindo

Alfano: ecco la mia idea di giustizia

Il ministro Angelino Alfano all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009

Il ministro Angelino Alfano, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009

L‘8 maggio del 2008, appena assunto l’incarico di ministro della Giustizia, ho avuto subito piena coscienza della delicatezza del compito che il presidente Silvio Berlusconi mi ha affidato: la giustizia è un paradigma che declina diritti, doveri, legittime aspettative dei cittadini, responsabilità dello Stato, sicurezza, in un’unica articolazione complessa e pulsante che costituisce il cuore di una società evoluta, proiettata nei circuiti moderni di competitività ed efficienza, senza lasciare spazio a interpretazioni dubbie o questioni irrisolte. Leggi l’intervento del ministro Alfano

Berlusconi non ci sta: “Italia sputtanata dalla stampa estera. Ma non finirà come nel ‘94″

Il presidente del Consiglio Berlusconi alla Festa del Pdl di Benevento

Il presidente del Consiglio Berlusconi alla Festa del Pdl di Benevento

La certezza è che: “Non finirà come nel ‘94“. E su questa dichiarazione, Silvio Berlusconi, ospite d’onore della festa della Libertà di Benevento, incardina quello che per molti osservatori non è stato un comizio ma un vero discorso programmatico.
L’obiettivo del premier è chiaro: impedire che “frange politicizzate della magistratura“, con l’ausilio di una Corte costituzionale “di sinistra” e di una stampa che “sputtana il Paese”, disarcioni chi è stato eletto “dalla volontà popolare”. Continua

Il lodo (Alfano) “al pettine” della Consulta. Udienza chiusa, pronostici impossibili

La sala gialla di palazzo della Consulta, prima dell'udienza della Corte Costituzionale sul "lodo Alfano"

La sala gialla di palazzo della Consulta

Dal “lodo Schifani” al “lodo Alfano”: è la seconda volta nel giro di cinque anni che la Corte Costituzionale è chiamata a decidere sulla legittimità di una legge che sospende i processi penali nei confronti delle più alte cariche dello Stato.
La discussione sul testo Alfano inizia martedì 6 ottobre, nel palazzo che fronteggia il Quirinale, dove i 15 giudici della Consulta (dal nome della sede, dal 1955, della Corte costituzionale) sono chiamati a dire se lo “scudo” in questione sia costituzionale oppure no. Continua

Lodo Mondadori, Berlusconi: “Sono allibito, ma vado avanti”

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a palazzo Chigi

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a palazzo Chigi

Dopo la sentenza di condanna, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non usa mezzi termini: “Sono letteralmente allibito: è una sentenza al di là del bene e del male, è certamente una enormità giuridica”. Ma il premier non molla e guarda avanti: “Il governo porterà a termine la sua missione quinquennale”. Continua

La cura Brunetta per i giudici: basta sentenze scritte a casa

Renato Brunetta

Basta con i magistrati che scrivono le sentenze a casa. Giustizia e università saranno i prossimi fronti del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Che, pur riponendo la clava nel cassetto e usando toni suadenti, non molla di un centimetro: attraverso la trasparenza assoluta vuole efficienza e organizzazione in tutti i settori dello Stato.
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Giudici, la super casta

Giudici alla riunione per l'anno giudiziario

di Anna Maria Greco
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
L’Ucpi ha deciso di intervenire studiando una proposta di legge che presto arriverà alle Camere con la firma di parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ha l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero dei fuori ruolo ai soli casi previsti espressamente per legge, una trentina (escluse le cariche elettive), facendo rientrare nei ranghi oltre 200 magistrati per destinarli al loro originario compito di smaltire sentenze, celebrare processi e svolgere indagini.
Inoltre, la proposta di legge regolamenta gli incarichi extragiudiziari circoscrivendoli solo a didattica e formazione; fissa un criterio unico per il trattamento economico aggiuntivo che può andare dal 20 al 60 per cento della retribuzione in più, in base all’importanza dell’incarico: e, punto molto delicato, stabilisce che il magistrato debba dimettersi prima di presentarsi a elezioni politiche “per contrastare un uso strumentale della funzione”.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana può si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

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