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Giulia-Bongiorno

Al via le richieste di danni dei passeggeri (Credits: AP Photo/Luca Bruno)
“Da quella sera no ci sto più con la testa. Sto male, non riesco ad andare al lavoro. Ora sono a casa in malattia e non so per quanto tempo”. E’ ancora sconvolto il signor Piero Bologna, che il 13 gennaio scorso era a bordo della Costa Concordia con la famiglia: la moglie, la figlia, il genero e le due nipotine di 2 e 7 anni. E anche quest’ultima è ancora turbata, dopo l’incidente a bordo della nave su cui avrebbe dovuto fare una vancanza con mamma, papà , sorella e nonni, e che invece ha dovuto lasciare a bordo di una scialuppa, tra urla e spintoni. Ora la bambina ha ripreso la scuola, “per farla distrarre” racconta il nonno Pietro, che però spiega:
“L’abbiamo mandata da uno specialista, uno psicologo, ma non siamo soddisfatti, ne cercheremo un altro”. Insomma, quella crociera da sogno, ora rivive come un incubo. “Abbiamo portato a casa la pelle - ci dice - ma il ricordo non lo possiamo cancellare. Per questo ci siamo affidati ad un legale, per chiedere il risarcimento non solo del danno economico, che può essere ripagato, ma anche di quello biologico, che ci resterà per sempre”. Continua

Giulia Bongiorno
Il decreto legge sulle intercettazioni diventa un caso internazionale. Passato un mese dalla dura presa di posizione dell’Osce, l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, passati tre giorni dallo sciopero dei giornalisti, è la volta del monito (durissimo) delle Nazioni Unite. «Ritirarlo o modificarlo» dice Frank LaRue, il relatore speciale dell’Onu sulla libertà di espressione con 25 anni di esperienza nel settore dei diritti umani. Continua

Un'immagine del tribunale in piazzale Clodio a Roma (Ansa)
Prosegue il dibattito tra gli schieramenti sulla riforma della giustizia. Continua
“L’intesa della maggioranza sulle intercettazioni è stata confermata ed è stata tradotta in un emendamento che ora si sta scrivendo materialmente a macchina perché venga presentato nel primo pomeriggio a Montecitorio”. Il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio Giulia Bongiorno sintetizza così quanto avvenuto nella riunione dei tecnici della Giustizia di Lega e Pdl conclusasi a palazzo Grazioli.
Secondo quanto si apprende nella proposta di modifica che il governo dovrebbe presentare in commissione nel pomeriggio resta la parte che prevede la presenza di “gravi indizi di colpevolezza” per intercettare. Una misura, questa, molto contestata dal centrosinistra. “Se è vero che verrà lasciata questa previsione nel testo”, commenta il capogruppo del Pd in commissione Donatella Ferranti, “significa che il centrodestra non vuole che si facciano le intercettazioni”. Ed era questo uno dei principali paletti che il Pd chiedeva venisse rimosso per poter esprimere almeno un’astensione in sede di votazione del provvedimento.
Sempre secondo quanto si apprende nell’emendamento del governo si prevederebbe anche la possibilità di utilizzare i tabulati in presenza di reato per indagini contro ignoti. Confermata, quindi, la durata delle intercettazioni che non potrà essere per più di 30 giorni prorogabili di 15, più 15 giorni. Alcuni esponenti della maggioranza che hanno preso parte alla riunione di palazzo Grazioli avvertono che sono stati recepiti numerosi emendamenti del centrosinistra, “soprattutto dell’Udc”.
La seduta della commissione Giustizia, che era stata sospesa in attesa della consegna materiale dell’emendamento da parte del governo, è prevista nel pomeriggio, dopo l’esame in Aula del provvedimento sullo stalking.
“Se non ci sarà una marcia indietro del governo” sulle intercettazioni, il voto del Pd “non potrà che restare contrario”, perché le “differenze sono insanabili”. Così Lanfranco Tenaglia, ministro della Giustizia nel governo ombra del Pd, al termine della riunione del governo ombra che si è svolta oggi, presieduta da Dario Franceschini, dal momento che Walter Veltroni è impegnato in Sardegna.
“Sulle intercettazioni le differenze con il governo rimangono insanabili”, spiega, “perché riteniamo che le indagini vadano svolte a 360 gradi e senza limitazioni, per contrastare la criminalità e garantire al meglio la sicurezza dei cittadini. Noi”, aggiunge Tenaglia, “siamo favorevoli ad evitare abusi nella pubblicazione delle intercettazioni e a tutelare la privacy dei cittadin”.

Via libera di Alleanza Nazionale a Stefania Prestigiacomo al ministero del Welfare (che verrebbe affiancata da due vice ministri: il senatore di Forza Italia Maurizio Sacconi al Lavoro e il tecnico Ferruccio Fazio alla Salute). Dopo alcuni giorni di tensione tra i due maggiori azionisti del Pdl, oggi le nebbie sulla formazione del governo sembrano diradarsi. Anche se resta ancora un grande punto interrogativo sulla casella della Giustizia. Ministero dove sembra che nessuno voglia andare.
“Noi non abbiamo posto questioni legate alle caselle, in particolare a quella specifica del Welfare. Il nostro problema è solo quello del peso della componente di An all’interno della delegazione del Popolo della Libertà al governo. Quindi è un problema di natura politica e non di poltrone”, sono le parole del neo vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino, che aprono la mattinata. A cui segue l’apertura verso l’esponente siciliano di Forza Italia: “Il nome della Prestigiacomo al Welfare è autorevolissimo e prestigioso”. Come verrà ripagata la destra, che per ora ha la certezza di Ignazio La Russa alla Difesa e Altero Matteoli alle Infrastrutture? Gli uomini di Fini sono irremovibili: vogliono 4 persone nel Consiglio dei ministri. Proprio come quattro, ed è notizia dell’ultima ora, saranno le poltrone leghiste nell’esecutivo. Almeno stando a quanto sostiene Roberto Calderoli: “La Lega avrà due ministeri con portafoglio, due senza e Castelli viceministro alle Infrastrutture; per me ci sarà un ministero a sorpresa”, che in molti hanno identificato nel dicastero per la semplificazione legislativa. Cioè la delega alla delegificazione, “alla semplicità ” o “taglia leggi” come la definisce qualcuno. O come dice lui, a margine del faccia a faccia di circa 50 minuti tra il premier in pectore e il capo dello Stato, “il ministro della semplicità e del quieto vivere”.
Insomma, il Cavaliere potrebbe dare ad An due ministeri senza portafoglio. I nomi più ricorrenti sono quelli della giovane Giorgia Meloni alle Pari Opportunità e Adriana Poli Bortone alla Famiglia. O in alternativa, spiegano i bene informati, An potrebbe avere un viceministro in più al Viminale. Anche perché la casella della sicurezza è uno dei punti fermi della politica della destra.
Resta solo da sciogliere il rebus della Giustizia. Dopo l’affaire Clemente Mastella sembra che nessuno voglia andare ad impelagarsi al dicastero di via Arenula. Nelle ultime settimane i nomi per il ruolo di Guardasigilli sono stati tantissimi: da Marcello Pera ad Angelino Alfano, da Claudio Scajola a Giulia Bongiorno. Da Elio Vito all’ex Roberto Castelli. Radio governo pare vedere favorito oggi Alfano. L’ex coordinatore di Fi in Sicilia è considerato uno dei giovani emergenti del partito. Ma non è escluso che il Cavaliere voglia parlarne con il presidente della Repubblica e aspettare magari l’ultimo momento utile per decidere. D’altra parte la storia della Repubblica è piena di ministri chiamati a indossare la grisaglia pochi minuti prima di andare al Quirinale. E proprio questa mattina Berlusconi è salito al Quirinale per parlare con il capo dello Stato. I colloqui sono strettamente riservati, ma è probabile che il Cavaliere abbia prospettato a Giorgio Napolitano la squadra di governo. Intanto oggi pomeriggio alle 16 si aprono le consultazioni (con i presidenti del Parlamento, Renato Schifani e Gianfranco Fini), che complici i pochi gruppi parlamentari, saranno davvero brevi.
E l’incarico potrebbe venir conferito a Berlusconi tra mercoledì sera e giovedì mattina. Quindi il premier, ormai incaricato, potrebbe forse risalire al Quirinale già giovedì pomeriggio o al più tardi venerdì, per sciogliere la riserva e comunicare la lista dei ministri. Venerdì o sabato il giuramento dei ministri, la riunione del primo Consiglio dei ministri della nuova legislatura, la nomina dei viceministri e dei sottosegretari. Quindi il nuovo governo si presenterà alla Camera per chiedere la fiducia lunedì prossimo. E infine con il voto di palazzo Madama entrerà nella pienezza dei poteri.
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È lo sport preferito dai giornalisti, ma anche dai politici. Che in fondo lo subiscono con un certo sadomasochismo: parliamo del totoministri. Una di quelle discipline semiolimpiche che si svolgono a cavallo tra le elezioni e la formazione del nuovo governo. Una ridda di voci, spesso alimentata dagli stessi che si propongono o che vogliono fare fuori un collega. Facili e immaginifici quelli di chi non vincerà , come Daniela Santanchè che promette una squadra di sole ministre donne e Letizia Moratti come vicepremier. E chissà di questo passo magari anche Marco Ferrando del Pcl potrebbe promettere Antonio Gramsci al ministero della Cultura, a sostituire Francesco Rutelli.
Più realistiche, o quantomeno possibili, le squadre di Berlusconi e Veltroni. Quest’ultimo vorrebbe ardentemente dare la Farnesina al fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Idea che però non si concilia con la paventata permanenza di Massimo D’Alema. In caso di vittoria verrebbero riconfermati anche Pier Luigi Bersani , Antonio Di Pietro ed Emma Bonino, che però potrebbe essere spostata alle Comunicazioni. Derby tra un capo del sindacato e un ex sindacalista per il dicastero del Lavoro: Guglielmo Epifani e Pietro Ichino. Mentre in pole position per un posto al ministero dell’Ambiente c’è Ermete Realacci. A palazzo Chigi, a fianco a sé come sottosegretari alla Presidenza, Veltroni chiamerebbe il dominus delle strategie elettorali, Goffredo Bettini, e il suo uomo ombra da tanti anni, Walter Verini. A rappresentare il Nord Est, Veltroni vorrebbe Massimo Calearo, che però incontrerà parecchie difficoltà per la sua nomea di falco confindustriale. I più smaliziati nel campo politico poi giurano che in caso di vittoria del Pd i fuochi d’artificio di Veltroni sarebbero luminosissimi: come dare il ministero dello Sport a Luca Pancalli. Scelta che certamente farebbe rimanere male Giovanna Melandri. Ma nel campo femminile una poltrona sicura sarebbe per Anna Finocchiaro, che tutti danno per scontato perderà la corsa siciliana.
Se vincerà il Pdl accanto a Silvio Berlusconi a palazzo Chigi potrebbe esserci Gianni Letta, non come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma stavolta in qualità di vicepremier. Lo scenario prevederebbe Gianfranco Fini sullo scranno più alto di Montecitorio e quindi non ci sarebbe bisogno di dare la poltrona politica di vicepremier ad altri della coalizione. Scontato che all’Economia andrà Giulio Tremonti, agli Esteri il Cavaliere metterebbe il rientrante dall’Europa Franco Frattini, mentre agli Interni le voci danno per favorito Renato Schifani, che lascia la presidenza dei senatori libera per Maurizio Gasparri. Derby nordico tra Ignazio La Russa e Claudio Scajola per il ministero della Difesa. Sempre che le voci di un dirottamento di quest’ultimo alle Attività Produttive non siano vere. Nelle settimane scorse Berlusconi ha più volte detto che Lucio Stanca è sulla via del ritorno per il ministero dell’Innovazione, che nei piani del leader del Pdl dovrà servire per digitalizzare la Pubblica Amministrazione e quindi risparmiare fondi per circa 20 miliardi di euro. Sempre il Cavaliere ha promesso quattro donne in grisaglia ministeriale: e se Mara Carfagna è lanciatissima verso la Famiglia, Adriana Poli Bortone è la favorita per andare a sostituire Emma Bonino alle politiche dell’Europa. Anche l’ex avvocato di Giulio Andreotti, ora deputata di An, Giulia Bongiorno, è considerata uno dei possibili ministri, magari alla Giustizia.
Infine il rebus Sicilia, che se da una parte promette di essere fondamentale nello scacchiere della vittoria del centrodestra, dall’altra rimane un grande problema a livello di poltrone: quali caselle verranno assegnate a Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo? I quadri sopra descritti sono però sensibili di un netto mutamento qualora gli scenari di un pareggio divenissero reali. In quel caso sono in molti a scommettere su un governo Letta-Bettini di larghe intese. Un esecutivo che faccia le riforme e porti di nuovo al voto nel giro 18-24 mesi.
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di Romana Liuzzo
C’è chi l’ha ribattezzata falange rosa, chiedendo il 50 per cento di candidature femminili sia alla Camera sia al Senato. Come Vittoria Franco, presidente della commissione cultura del Pd. E chi invece si infastidisce al solo pensiero, stufa di sentir parlare di quote rosa. “Chiamiamole piuttosto quote… fucsia. È essenziale valorizzare le donne brave, sarebbe un boomerang chiedere una maggiore rappresentanza nella classe dirigente (politica e non) solo perché donne. Significa che ci accontentiamo di una Barbie” spiega a Panorama Giulia Bongiorno, candidata per il Lazio di An per il Popolo della libertà . “La mia campagna elettorale non punterà su effetti speciali: sono convinta che la gente sia stanca di promesse e voglia concentrarsi sulla qualità dei componenti della classe dirigente. Parlerò di giustizia e di donne. Dove? Da qualche giorno mentre corro per il centro storico di Roma fin su a Villa Borghese la gente mi fa tante domande sul futuro politico: io con un po’ di fiatone mi fermo. Ma poi riprendo la corsa. Ecco, forse la campagna elettorale la farò così perché non si può attendere più. È giunto il momento di correre, correre, correre” conclude l’avvocato di Giulio Andreotti.
Donne all’attacco, anche perché, al di là delle promesse, c’è il sospetto che alla
fine la forte presenza femminile in Parlamento resterà un’utopia confinata nel limbo delle buone intenzioni. Nelle liste del Pd si sono rivelate, in molti casi, semplici specchietti per le allodole. A Milano, per esempio, solo tre candidate sulle 15 presentate hanno ragionevoli possibilità di essere elette.
Destra e sinistra un’idea comune sembravano averla. “La campagna elettorale? Famola strana” per dirla con Carlo Verdone. Walter Veltroni ha chiesto ai dirigenti delle 110 province un tour elettorale innovativo (”non solo comizi, voglio visitare luoghi simbolici e andare a pranzo nelle case delle famiglie”).
E mentre il leader del Pd e la Sinistra arcobaleno si inseguono sui voti di gay e trans (il Pd candida Paola Concia, fondatrice di Gayleft, e la Cosa rossa risponde con l’ex deputato di Rifondazione Vladimir Luxuria), ad appoggiare La destra di Francesco Storace, con Daniela Santanchè candidata premier, ecco la sorpresa: la giornalista sportiva Paola Ferrari, nuora di Carlo De Benedetti: “Sono da sempre una donna di destra e Santanchè è una cara amica” spiega.
Madri e bambini insieme, con indosso una maglietta: “Forza Stefy”. Solo Gianmaria, il figlio della candidata siciliana Stefania Prestigiacomo, ne avrà una diversa. Ci sarà scritto: “Forza mamma”. “Saranno 60 giorni molto pesanti, andremo per la strada, nelle palestre, nei mercati in tutta la Sicilia orientale, Siracusa, Messina, Ragusa” spiega l’ex ministro per le Pari opportunità del governo
Berlusconi. “Non terremo comizi, piuttosto staremo in mezzo alla gente, io e le mie collaboratrici con i figli. Tutte insieme tra la folla”.
Da un capo all’altro dell’Italia in mezzo al popolo (ma in Lombardia e per il Pd) Linda Lanzillotta. L’ex ministro per gli Affari sociali avrà il suo bel daffare. “La gente in questo momento è esasperata, percepisce una politica lontana. Non terrò comizi, il rapporto deve essere dialettico e molto femminile. Farò campagna elettorale al mercato, dove ho proseguito ad andare mentre ero ministro, in autobus e con gli amici dei figli”.
Orizzonti diversi per Michela Vittoria Brambilla. Il presidente dei Circoli della libertà , ridimensionata da Silvio Berlusconi sui seggi (partita da 30 posti, sarebbe scesa a 10, ma difficilmente riuscirà ad averne cinque), spiega a Panorama: “I tempi di questa campagna elettorale sono stretti. Ma almeno sulle grandi questioni vorremmo adottare il metodo delle primarie con i gazebo dei Circoli della libertà . L’idea del pullman di Veltroni non è originale: noi abbiamo un bus che sta girando l’Italia da dicembre, senza grancassa mediatica, ma con l’obiettivo di far partecipe tutto il Paese della novità del Popolo della libertà (che, è meglio ricordarlo, non è nato in febbraio, ma il 18 novembre) per raccogliere adesioni, idee, proposte”.
Sulla guerra dei seggi si fa sentire anche Alessandra Mussolini, ex Alternativa sociale, confluita nel Pdl: “Non vorrei fare la figura della venditrice di tappeti che chiede otto per avere quattro. In quanto alla campagna elettorale, ho sempre fatto di tutto, pure attaccare manifesti con l’aiuto delle figlie”.

Laura Ravetto (foto sopra, candidata del Pdl, Lombardia 2) sostiene che “il dibattito politico non è in tv ma tra la gente. Berlusconi è il numero uno, il mio coach, ci segue, ci consiglia. Io farò campagna elettorale sul treno: la gente mi riconosce, chiede, si parla. Oltre a Berlusconi mi consiglia il mio fidanzato: è avvocato e raccomanda: ‘Lascia perdere i bla bla, sii concreta’”.
Beatrice Lorenzin, coordinatrice nazionale giovani Lazio, nata ad Acilia, ex giornalista a Ostia: “La mia sarà una campagna elettorale maschile, girerò in camper. Ci sono 20 appuntamenti già in calendario: piazze, assemblee, palestre, università e due eventi. Nel programma, al primo posto, il piano casa: per un terzo da realizzare con affitti concordati. Il Piano regolatore di Veltroni è solo un grande pasticcio”.
Altro partito, altre donne. Oltre ai nomi storici della sinistra (Giovanna Melandri, Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Emma Bonino, Livia Turco) ci sono anche altre candidate doc. Cristina De Luca, ex sottosegretario alle Solidarietà sociali (Pd), in corsa a Roma per il Senato, è contraria ai comizi.
“Una campagna elettorale camminando per le strade, animata da dibattiti, privilegiando le periferie. La prima emergenza? Riformare la legge sull’immigrazione: deve entrare più gente regolarmente e va contrastata la criminalità ”. Un’altra è Marina Sereni, capolista in Umbria alla Camera per il Pd. Dice a Panorama: “Si parte da Perugia e Terni fino ad arrivare a Foligno e Spoleto. Le donne sono più brave a toccare i temi della vita concreta perché ne conoscono le difficoltà quotidiane: negli ospedali, nei mercati, nelle palestre toccheremo temi come il costo della vita, la sicurezza, ma soprattutto l’aiuto alle famiglie degli invalidi”.
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Il prossimo presidente degli Stati Uniti, nel 2008, potrebbe essere una presidentessa. Sempre che Hillary Clinton batta Rudy Giuliani, il suo più probabile avversario repubblicano. Da due anni Angela Merkel guida la Germania, ed un anno fa Ségolène Royal si era candidata, con qualche chance di successo, alle presidenziali francesi. Margaret Thatcher ha governato l’Inghilterra addirittura vent’anni fa, dando il proprio nome, thatcherismo, non solo ad un paese ma ad un’era politico-sociale.
Gli inglesi non sono nuovi alle donne di ferro: chi in questi giorni ha visto al cinema Elizabeth con Cate Blanchett nei panni della regina che sconfisse l’Invencible Armada spagnola, se ne può fare un’idea. Che cosa hanno in comune queste storie? Che mai si è dibattuto se fosse opportuno affidare il bastone del comando a una donna in quanto tale. Si parla di meriti o demeriti, non del fatto che indossi la gonna (magari un tailleur pantalone nel caso di Hillary).
La questione femminile divide molto anche l’Italia. Anche quando le donne avanzano nelle poltrone di potere. Daniela Santanchè, Anna Finocchiaro, Rosi Mauro, Alessandra Mussolini, Giulia Bongiorno, e via ancora con le Bonino, le Prestigiacomo e le Melandri: ben che vada vengono etichettate come “pasionarie”. Mai sentito che si parli di un ministro “pasionario”? Se Emma Marcegaglia si candida alla guida di Confindustria, si nota che è tempo di una “presidenza in rosa”: quelle precedenti sono state in azzurro?
La realtà è che le donne guadagnano sì posizioni, ma non come accade nei paesi con cui ci misuriamo, e soprattutto non come dovrebbero. Non esiste ancora in Italia l’ipotesi di una donna alla guida del governo, di un grande quotidiano, di una grande industria. Silvio Berlusconi, al quale le donne certamente piacciono, e forse proprio per questo, a proposito della Finocchiaro ha detto: “È una donna, ma è brava”. Maschilismo di destra? Mica tanto: può testimoniarlo chi ha seguito le battute a sinistra durante la campagna di Rosy Bindi contro Walter Veltroni, battute (la più benevola, appunto, “pasionaria”) tutte mascherate dal politically correct.
Le donne sono notoriamente maggioranza nella società ma non nei luoghi di lavoro. Soprattutto, non nei luoghi che contano: dunque alla quantità (ammettiamo che sia un fatto fisiologico legato alle incombenze familiari) non si sopperisce con la qualità . Insomma, siamo molto indietro. Le quote rosa, dicono tutti, non costituiscono una soluzione, perché sono offensive. Giusto. Ma allora la soluzione qual è?
Vedrete che alle prossime elezioni, o al prossimo rimpasto di governo, si parlerà di nuovo, e molto, del problema donne. Gestito però dagli uomini.
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