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Giuliano-Amato

Voto all’estero, “brogli pilotati dalla ‘ndrangheta”

Il controllo delle schede elettorali. Foto d'archivio | Ansa

La Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria sta conducendo un’inchiesta su presunti brogli nel voto degli italiani in America Latina che sarebbero stati messi in atto dalla cosca Piromalli di Gioia Tauro in ragione della sua influenza in quei Paesi. Nell’inchiesta sono coinvolti un uomo d’affari siciliano da tempo residente in Venezuela, Aldo Miccichè, e un parlamentare in carica siciliano, candidato nelle prossime elezioni di cui non si conosce l’identità, né la coalizione politica d’appartenenza. Il tentativo d’inquinamento del voto avrebbe mirato a condizionare l’esito della consultazione facendo risultare come votate circa 50 mila schede bianche.

La notizia, pubblicata da alcuni giornali, è stata confermata dal procuratore della Repubblica facente funzioni, Francesco Scuderi, che non ha fornito altri particolari. “Il momento, visto che siamo ad appena due giorni dal voto”, ha detto, “delicatissimo, anche perché negli articoli riportati sui giornali ci sono molti dettagli che avrebbero dovuto rimanere riservati e sarebbe irresponsabile da parte nostra in questo momento rivelare ulteriori particolari. Dopo il voto potremo fornire qualche notizia in più. Al momento non è il caso di dire alcunché”.

Nei giorni scorsi lo stesso Scuderi ed il pm della Dda Roberto Di Palma, titolare dell’inchiesta, avevano incontrato il ministro dell’Interno Giuliano Amato per informarlo sui risultati dell’inchiesta. Il ministro Amato, dopo essere stato informato, aveva fatto una dichiarazione in cui aveva detto: “Mi sono arrivate segnalazioni di tentativi di brogli del voto all’estero per cui da parte nostra l’attenzione è massima”.

L’inchiesta da cui sarebbero emersi i brogli è partita dalle intercettazioni di colloqui tra alcuni esponenti della cosca Piromalli detenuti in cui si faceva riferimento al voto all’estero. Nei dialoghi, in particolare, si parlava di una richiesta d’interessamento da parte della cosca all’andamento e all’esito del voto. Per mettere in atto i brogli sarebbero stati mobilitati alcuni consoli onorari incaricati di verificare che si realizzasse il meccanismo di manipolazione del voto facendo risultare come votate migliaia di schede bianche. Per mettere in atto i brogli il partito del parlamentare siciliano coinvolto avrebbe stanziato 200 mila euro destinati a chi avrebbe dovuto controllare la regolarità delle operazioni elettorali.

Si tratta, ha spiegato ancora Amato, “di materia coperta dal segreto istruttorio. Dopo aver ricevuto la notizia ho subito attivato il ministero degli Esteri che ha provveduto con particolare attenzione a garantire che quelle schede non vengano mai perse di vista”. Sapere, ha aggiunto, “che ci sono persone che scambiano denaro per il voto non è mai una soddisfazione, ma le misure adottate dal ministero degli Esteri possono aver prevenuto il danno”.

Il voto per corrispondenza, ha poi ricordato il ministro, “è fatto in modo che le buste si accumulino nei consolati prima di essere spedite in Italia. Mi auguro che i consoli se le siano tenute sotto il letto, tenendole d’occhio prima del trasferimento in Italia a Castelnuovo di Porto”. In questa sede, ha osservato, “è stato moltiplicato il personale che deve esaminare le schede, i seggi sono stati portati da 760 a 1.200 per agevolare il lavoro degli scrutatori”.

Dalle indagini sarebbe emerso che la cosca Piromalli di Gioia Tauro, che si sarebbe attivata per fare concentrare i voti all’estero su un parlamentare siciliano uscente e ricandidato attraverso la contraffazione delle schede bianche, avrebbe ricevuto in cambio la promessa della modifica del regime carcerario di 41 bis per gli affiliati detenuti e di “aggiustare” alcuni processi in corso. Gli investigatori riferiscono anche del notevole spessore politico del parlamentare siciliano uscente coinvolto nell’inchiesta. Il meccanismo messo in piedi dagli ideatori dei presunti brogli avrebbe avuto come pedine fondamentali alcune persone che avrebbero omesso di segnalare le irregolarità concretizzatasi con l’apposizione, sulle schede bianche, del voto sul simbolo del partito del parlamentare. Secondo quanto riferiscono gli investigatori, i presunti illeciti emersi avrebbero potuto avere un peso determinante sull’esito delle elezioni.

Lo spoglio secondo Amato: “Il Viminale come una casa di vetro”. Ma lenta

Lo spoglio delle schede elettorali in un seggio, in una immagine d'archivio | Ansa
Se qualcuno pensa che i risultati delle elezioni politiche arriveranno lunedì pomeriggio o, al massimo, in serata dovrà mettersi l’anima in pace: armarsi di televisione, caffè e tanta pazienza. Sarà una lunga notte, quella del 14 aprile.

Il Viminale stesso, stamattina, ha messo le mani avanti. E lo ha fatto in una conferenza stampa nella quale il titolare dell’Interno Giuliano Amato ha spiegato: “È possibile che i risultati effettivi arriveranno con una maggiore lentezza visto che abbiamo ribadito ai presidenti di seggio che le schede dovranno essere scrutinate una ad una e non dovranno essere fatti dei mucchietti”. Quindi Amato ha sottolineato anche che “i risultati reali dipenderanno dalla tempestività di ciascuno dei seggi, se si ferma un seggio per un motivo qualsiasi questo si ripercuote sull’insieme dei dati di quella circoscrizione che arriveranno per ultimi”. Elezioni complesse, quelle del 13 e 14 aprile, tanto che Amato, ha detto che dal Viminale è partita una a tutti i presidenti di seggio in cui si suggerisce di timbrare le schede bianche subito dopo averle verificate.
Poi, quasi a rispondere a Silvio Berlusconi che nei giorni scorsi ha più volte parlato di brogli, il ministro dell’Interno ha rivolto un invito ai suoi predecessori per seguire lo spoglio delle schede al Viminale con lui, spiegando: “Io ci tengo che non sia messa in dubbio la qualità del Viminale che deve essere una casa di vetro e per questo ho pensato di invitare a vivere con me le ore di chiusura dei seggi i miei predecessori sulla poltrona di ministro dell’Interno”.

Ovviamente né Giorgio Napolitano, né Nicola Mancino potranno, dati i loro incarichi istituzionali, accettare l’invito chez Amato, ma il titolare dell’Interno si augura che Roberto Maroni, Claudio Scajola, Beppe Pisanu ed Enzo Bianco “possano seguire l’andamento del voto, anche per rasserenare gli animi”. Poi sulle notizie riguardanti i possibili brogli di cui già si sente parlare all’estero Amato ha lasciato la palla al suo collega Massimo D’Alema: “Non posso parlare e dire nulla perchè c’è il segreto istruttorio, ma la Farnesina è allertata e risponderà”
Durante la conferenza stampa Amato ha anche risposto ad una domanda sul suo stato d’animo di fronte a questa prova elettorale: “Non credo che il mio stato d’animo sia un problema centrale per la Repubblica italiana”, poi però non ha nascosto qualche paura: “l’anima deve stare vicino allo stomaco e io sento una certa tensione allo stomaco, forse proprio perché è vicino all’anima”.

Infine, sempre durante la conferenza stampa, è stato spiegato che i dati elettorali che arriveranno al Viminale saranno immediatamente disponibili su internet, in una sezione dedicata del sito degli Interni.

Elezioni: la sindrome del voto nullo e lo scontro tra i big dei partiti

Il controllo delle schede elettorali. Foto d'archivio | Ansa
E a una settimana dal voto, scatta la sindrome “voto nullo”. Anche gli elettori più esperti, considerata la “scheda lenzuolo” uscita dal Viminale, dicono gli esperti, rischiano di non riuscire a manifestare correttamente la propria preferenza politica dentro la cabina elettorale. Per le due principali coalizioni (Pd-Idv, Pdl-Lega al Nord e Pdl-Mpa al Sud) c’è il pericolo concreto di essere privati di voti validi. Il perché è presto detto: i simboli di tutti i partiti sulla scheda sono molto ravvicinati.
Quelli delle coalizioni (Pdl e Lega-Mpa, ma anche quelli di Veltroni e Di Pietro) sono praticamente attaccati. Per cui l’elettore dovrà apporre una croce sul “suo” partito senza sfiorare il simbolo che gli è vicino. Fosse pure quello di un movimento politico alleato. Se così non fosse il voto potrebbe essere considerato nullo. I più esposti a questo rischio sono gli elettori che avranno in mano più schede, come i cittadini di Roma che voteranno per Municipio (scheda grigia), Comune (azzurra), Provincia (verde), Camera (rosa) e Senato (gialla). Sulle schede di Camera e Senato la croce dev’essere una sola e deve essere scritta solo ed esclusivamente dentro il quadrato che contiene il simbolo prescelto, pena nullità. Qualsiasi scritta sulla scheda (fosse anche il nome di uno dei candidati premier) compromette la validità del voto. Esattamente come non è consentito assolutamente manifestare le proprie idee politiche al seggio, pena la nullità del voto, né tantomeno portare dentro la cabina telefonini o macchine fotografiche. In questo caso l’elettore rischia una denuncia penale, non l’annullamento del voto.
Ma di cambiare la disposizione dei simboli e ristampare la scheda, il Viminale non ne vuole sapere. Anzi, dice il ministro Amato, mettere tutti i simboli in fila verticale, l’uno accanto all’altro i due simboli delle due coalizioni: “Sarebbe incostituzionale perché darebbe alle stesse coalizioni una visibilità maggiore e quindi un inammissibile vantaggio rispetto a tutti gli altri simboli”.

In una lettera a la Repubblica il ministro dell’Interno scrive che : “È stato il Parlamento alla quasi unanimità a consentire a tutti di presentare simboli e liste senza bisogno di raccogliere le firme”. Inoltre cambiare le schede non è possibile perché c’è chi ha già votato “e quindi si invaliderebbe tutto il processo elettorale facendo votare gli elettori con schede fra loro diverse”.
Ma sul voto, e soprattutto sulla possibilità che gli elettori possano esprimerlo correttamente, è ormai scontro. Innanzi tutto tra i due “big”, Walter Veltroni e Silvio Berlusconi : in seconda battuta anche tra i loro rispettivi alleati. Primo tra tutti: Umberto Bossi che minaccia addirittura di imbracciare “i fucili contro la canaglia romana” che non vuole ristampare le schede. Una provocazione che scatena reazioni durissime come quella del segretario del Pd che, rivolgendosi direttamente al suo avversario “che si è candidato a guidare il Paese”, chiede come si possa candidare a ministro delle Riforme una persona che “dica queste cose”.
Il Cavaliere, che aveva lanciato un appello al Capo dello Stato per evitare ogni possibile confusione nei seggi, risponde per le rime a tutti quelli che, come il ministro dell’Interno Giuliano Amato, ma anche Veltroni e Franceschini, “leggono” nel “nervosismo” del Pdl un timore per il risultato elettorale. “Io non ho paura di perdere” ha tuonato da Palermo Berlusconi “è un’assoluta menzogna. La questione schede è stata sollevata dal Pd, con Franceschini che ha telefonato a Gianni Letta, e io ho concordato sul fatto che ci possano essere incertezze e confusione”. Il distacco tra Pd e Pdl, sottolinea, “lo conosco ed è evidente”.

Veltroni non risponde, ma al suo posto è Dario Franceschini a buttare benzina sul fuoco dicendo che probabilmente l’ex premier sta tirando in ballo la storia delle “schede-confuse” solo per avere una scusa pronta nell’imminenza della sua “vicina sconfitta”. Ammette di aver telefonato lui a Letta per segnalare il problema dei simboli troppo attaccati, ma poi, ad aver alzato tutta questo polverone sul caso-schede, è stato il Cavaliere perché “è sempre più in affanno”.
Berlusconi contrattacca e spara a zero contro l’ex sindaco di Roma. Prima lo definisce “Walterino Settedoppiezze” e poi ne elenca davanti ad una platea di fans “tutte le cose che aveva detto e che poi non ha fatto” e tutte le promesse elettorali che non potrà mantenere per totale assenza di soldi. Al di là del “caso-schede” il duello tra i “big” continua. Con battute al vetriolo. L’ex sindaco definisce quella di Berlusconi una leadership “stanca e logorata”, mentre il leader del Pd conclude il suo intervento a Palermo con una domanda: “Volete che Veltroni realizzi il suo sogno e vada in Africa?”. Un coro di “si” è la risposta.

Il VIDEO servizio:

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Per evitare il caos in cabina e ridurre il rischio di invalidare il voto, il Pdl chiede che si ristampino le schede elettorali. Siete d’accordo?

Schede elettorali, è bufera. Botta e risposta tra Amato e Berlusconi

Elezioni amministrative - Le schede elettorali
Bufera sulle schede elettorali. Dopo i dubbi sollevati da Silvio Berlusconi, arriva la risposta di Giuliano Amato: la macchina elettorale “è conforme alla legge e in particolare al decreto dell’8 marzo 2006 che ha la firma di Berlusconi e del mio predecessore al ministero dell’Interno”. Insomma, le accuse del Cavaliere, che aveva rivolto un appello a Napolitano affinché intervenisse immediatamente a difesa della credibilità delle istituzioni democratiche e del diritto degli italiani a un regolare svolgimento delle elezioni, per il ministro sono prive di fondamento.
“Trovo sorprendente”, ha dichiarato Amato, “che possa essere stato chiamato a occuparsi della regolarità del voto il capo dello Stato e che si sia potuto adombrare che il ministero dell’Interno abbia predisposto le schede in conformità alla propria fantasia”. Per Berlusoconi, infatti, la composizione delle schede era confusa: “Le forze politiche che si presentano alleate, le più rappresentative degli elettori”, aveva detto, “rischiano di vedere i loro voti resi nulli da una disposizione dei simboli che confonde, l’esatto opposto di come dovrebbe essere una scheda elettorale. Con la conseguenza di esporre le prossime elezioni al rischio di innumerevoli contestazioni nelle oltre sessantamila sezioni elettorali”. Il governo, secondo il Cavaliere, non avrebbe fatto nulla per cambiare la situazione, nonostante le molte sollecitazioni. Da qui la necessità di appellarsi al Capo dello Stato “per porre immediato rimedio a questa grave situazione”.

Amato: “Non escludo il rinvio delle elezioni dopo l’ammissione della Dc”

Il fac-simile della scheda elettorale del collegio Lombardia 2 fotografata oggi al ministero dell'Interno | Ansa
La riammissione della Dc di Giuseppe Pizza, decisa ieri dal Consiglio di Stato, potrebbe comportare un rinvio della data delle elezioni. Lo ha detto stamattina il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “A noi stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista” ha spiegato Amato “questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.
Il ministro ha precisato che la decisione “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a Governo e Capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio. Poi è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.
Insomma, ha ribadito Amato, “se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni”.

I tempi per la fissazione dell’udienza potrebbero in realtà essere lunghi, dal momento che il ricorso in questione è stato proposto secondo le modalità ordinarie che non prevedono i tempi brevi per la fissazione dell’udienza propri dei ricorsi elettorali. Nel frattempo sono in programma nei prossimi giorni, davanti alla seconda sezione bis del Tar Lazio, altri ricorsi elettorali. Si inizia domani con i ricorsi di La Sinistra l’Arcobaleno (che chiede l’esclusione della lista Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo dalle consultazioni per il Senato) e di Forza Nuova (che contesta l’esclusione della lista dalle votazioni per la Camera nel collegio Lombardia 1).

Dopo i lavavetri, nel mirino di Firenze finiscono i mendicanti

Una mendicante per strada | Ansa
Nel pieno dell’estate scorsa, il suo nome divenne noto in tutta Italia per aver emesso - lui politico di sinistra che da anni decide con la propria testa senza guardare in faccia ai partiti - un’ordinanza contro i lavavetri che fece parecchio discutere (anche sul FORUM di Panorama.it). Graziano Cioni, assessore (polivalente: si occupa di sicurezza sociale, sanità pubblica, sicurezza e vivibilità urbana e Polizia Municipale) al Comune di Firenze, ora torna alla ribalta.
Questa volta non c’è l’ha con i lavavetri l’assessore: quelli sono spariti dalle strade del capoluogo toscano, per trasferirsi qualche chilometro più in là. Nel suo mirino adesso ci sono i mendicanti. Che hanno scatenato le ire di Cioni è soprattutto la necessità di difendere il traffico pedonale della città che amministra.

Tutto nasce da un episodio: una fiorentina non vedente, camminando su un marciapiede all’angolo tra piazza Duomo e via Cavour, inciampando proprio in una mendicante riversa a terra, è caduta e si è ferita. Un tombino rotto, una buca, un motorino in divieto di sosta avrebbe potuto fare anche di peggio, ma per Cioni l’accaduto è la scintilla che fa scattare il pugno duro: “L’accattonaggio non è un reato” ha spiegato l’assessore comunale alla sicurezza Graziano Cioni “ma i mendicanti distesi per terra sono un grave ostacolo. Non stiamo pensando a un’ordinanza, come quella che ha bloccato i lavavetri, ma a un nuovo regolamento della polizia municipale che preveda anche nuove norme sul fenomeno e che dovrà poi essere approvata dal Consiglio”. Cioni non parla apertamente di racket dell’elemosina, ma fa intuire che dietro al fenomeno qualcosa ci sia. “Quando vediamo questi mendicanti stesi tutto il giorno nelle strade principali del centro storico” dice l’assessore “pensiamo quantomeno a uno sfruttamento ignobile: l’accattonaggio individuale è una cosa, ma le sue forme organizzate sono una storia diversa”.

Il nuovo regolamento – così come anticipato dal giornale free press Il Firenze - quindi “dovrà prevedere delle modalità per contrastare chi chiede l’elemosina intralciando i pedoni”. Nel nuovo regolamento ci saranno anche altre misure, come quella di “proibire ai turisti” ha spiegato Cioni “di toccare la porta del Battistero. Sono norme di convivenza civile in una città che vuole essere civile”. Quanto alla signora cieca inciampata, dice lo stesso Cioni, “mi ha molto colpito il fatto che nessuno l’abbia aiutata subito per strada. Nella nostra città, oltre al rispetto delle regole, servirebbe soprattutto più civiltà”.

Già, la civiltà: ma per questo non c’è ordinanza che tenga…

Contro i brogli: ai seggi senza telefonino. Ma si apre il problema dei controlli

Alcuni dei contrassegni elettorali per le elezioni politiche che si terranno il 13 e 14 aprile, presentati ed esposti al Viminale a Roma. Ne sono stati depositati in totale 177.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Niente telefonino al seggio elettorale. Soprattutto se l’apparecchio è in grado di scattare le foto. Lo stabilisce un decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri. Per chi sgarra è prevista una contravvenzione. La norma vuole combattere il cosiddetto voto di scambio documentato dal clic in cabina elettorale.

No, dunque, al voto fotografato dall’elettore e mostrato in foto come prova della preferenza accordata. No ad apparecchi fotografici o elettronici in cabina. E, a maggior ragione, una vera e propria macchina fotografica. A spiegare il perché del provvedimento è il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “Da tempo c’è un reato di voto di scambio che si consuma attraverso la prova fornita all’esterno del voto che ho dato e ciò mi fa avere un compenso. Le tecnologie hanno aggiornato le modalità attraverso le quali si fornisce la prova del voto. La modalità più sospetta nelle ultime elezioni è entrare in cabina con telefonino con macchina fotografica, scattare la foto ed esibirla in seguito”.

Per evitare questo rischio, ha osservato il ministro, “abbiamo deciso di vietare l’ingresso in cabina con telefonino o macchina fotografica: se uno ce l’ha, lo deve depositare in un cestino apposito”. Resta però il problema dei controlli sull’effettivo rispetto del divieto: difficilmente, infatti, i presidenti di seggio e gli scrutatori potranno eseguire delle perquisizioni personali sugli elettori per accertare che effettivamente il voto avvenga senza videofonino al seguito. Il cellulare verrà depositato dall’elettore “in un cestino. Si prenderà nota di chi lo ha depositato”.

Il ministro Amato ha inoltre ribadito che, durante lo scrutinio, le schede devono essere lette una per una. I presidenti di seggio e i rappresentanti di lista dovranno vigilare perché non vengano creati mucchietti di schede durante lo scrutinio.
Sul fronte dei simboli dei partiti stampati sulle schede, soprattutto per quelli che rientrano in una sola fila, perché parte di una stessa coalizione, si ribadisce che l’elettore dovrà apporre una croce sul simbolo scelto e se il segno invaderà lo spazio di un altro simbolo, si riterrà valido solo quello maggiormente coperto dal segno stesso.

Il pacchetto sicurezza fa il bis. Di cadute. E non diventerà mai legge

La stazione di Tor di Quinto dove è stata uccisa Giovanna Reggiani | Ansa
Niente espulsioni, poca sicurezza. Per la seconda volta.
E non consola il fatto che il governo, a meno di due mesi dal voto, di fatto sopravviva solo per le “pratiche correnti”. Piuttosto fa male costatare come l’esecutivo abbia rinunciato alla sicurezza, scegliendo di non convertire in legge il decreto “in materia di espulsioni e di allontanamenti per terrorismo e per motivi imperativi di pubblica sicurezza”.
E alla rinuncia si somma la beffa: la scelta di lasciare cadere il provvedimento viene annunciata mentre le agenzie di stampa battono la notizia che quel giorno sciagurato a Tor di Quinto furono tre i rumeni che assistettero all’assassinio di Giovanna Reggiani senza muovere un dito per fermare l’assassino. Anzi, uno di loro prese al volo la borsa strappata alla donna e la nascose, come Mailat, il giovane killer, gli diceva di fare.
E pensare che quel decreto era nato, d’urgenza, proprio dopo la morte della signora Reggiani. A volerlo era stato Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, che per primo e con insistenza aveva chiesto un provvedimento immediato in materia di espulsioni e contrasto della criminalità straniera. Aveva chiesto, l’attuale candidato premier del Pd, il pugno duro a Prodi. Aveva richiamato il mondo della politica “all’unità nazionale”, aveva addirittura “veltronizato” il governo, chiedendo di non transigere in tema di sicurezza. E invece.
Ad annunciare la rinuncia è stato il sottosegretario ai Rapporti col Parlamento Giampaolo D’Andrea, spiegando che su gran parte del contenuto del decreto mancava “il consenso unanime dei gruppi” e per questo il governo aveva deciso “di non procedere”. Insomma, quel decreto non sarà mai legge, resterà lettera morta. Come resteranno solo ipotesi i calcoli fatti dall’esecutivo sull’efficacia del provvedimento. A dicembre si stimava, sulle allora 181 espulsioni effettuate, che in un anno lo Stato avrebbe allontanato circa 1200 persone. Ora nessuno verrà espulso.
Quel che è sicuro è che il Viminale sta correndo ai ripari: “Le norme del pacchetto sicurezza che verranno trasferite per intero in un decreto legislativo che sarà approvato la prossima settimana in Consiglio dei ministri”. Amato garantisce che ci sarà un nuovo decreto subito operativo, visto che quello di ieri ha registrato una seconda sconfitta. La prima volta Amato era stato “obbligato” a lasciarlo cadere. Infatti, durante le procedure di conversione in legge in Parlamento, una modifica al testo originale del governo, per inserire le norme anti-omofobia, aveva causato un bel “pasticcio”. Un emendamento sostituiva la legge Mancino. Cancellava la legge contro l’odio e la persecuzione razziale. Si è dovuto rimediare all’errore rinunciando alla conversione in legge.
Ieri l’ultimo capitolo. E, come detto, la decisione sul decreto legge è stata la rinuncia: verrà lasciato decadere. I tempi infatti non ci sono, il Parlamento non può attuare la conversione in legge. Le conseguenze ora potrebbero essere gravissime. Come bene spiega il leghista Roberto Cota, perché tecnicamente non è possibile reiterare un decreto con gli stessi contenuti: “La nostra Costituzione lo vieta” dice l’onorevole del Carroccio. “Oltretutto quando il decreto decadrà tutte le espulsioni eseguite fino ad ora potranno essere contestate”. Al problema pratico per Cota si aggiunge quello politico: “In materia di sicurezza nel centrosinistra non c’è unità. Questo la dice lunga sull’affidabilità del candidato premier Veltroni”.

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