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Giuliano-Cazzola

Che fine ha fatto il rischio default? - TREND SUL WEB

scalfarotto

DEFAULT
Il vicepresidente del Pd, Ivan Scalfarotto, ex responsabile delle risorse umane in diverse banche in Italia e all’estero (Citigroup), cinguetta su twitter: “È incredibile come tutti sembrano aver improvvisamente dimenticato il rischio default”. Si riferisce ai sindacati. E a Paolo Ferrero (Rifondazione) che sempre su twitter invoca una mobilitazione per fermare questa manovra. Continua

Cazzola (PdL): “Silvio ascoltami: fai un passo indietro per non consegnare l’Italia a Di Pietro”

Giuliano Cazzola, vice presidente della Commisiione Lavoro della Camera dei Deputati

Giuliano Cazzola, vice presidente della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati

Claudia Daconto “La maggioranza si salva se la manovra reggerà alla prova dei mercati, ma nel frattempo è necessario ripensare al rapporto con la Lega che è già in campagna elettorale. A Silvio Berlusconi dico: hai fatto tanto per salvare l’Italia da Occhetto adesso fai un passo indietro per non consegnarla a Vendola e Di Pietro”. Continua

Ddl lavoro: apprendistato e scuola per il governo pari sono

Chat a scuola

A 15 anni via dall’aula per andare al lavoro. Da apprendisti.
Lo prevede un emendamento al ddl lavoro, collegato alla Finanziaria, approvato dalla commissione Lavoro della Camera, che fa scoppiare la polemica tra governo e opposizione. Continua

Pezzotta: Così la legge 30 ha “tradito” Marco Biagi

Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta è stao segretario della Cisl dal 2000 al 2006. Recentemente è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007
Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà, lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità. Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà. Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già. Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Rivolta fiscale o filibustering leghista? La parola a due economisti

Umberto Bossi, leader della Lega Nord, durante un comizio
Basta Bot; niente benzina Agip, energia Enel, voli Alitalia; raccolta di firme per una legge che abolisca le trattenute in busta paga; astinenza dal gioco. Eccola, la protesta (partorita come uno sciopero e poi ribattezzata rivolta) tributaria della Lega. Proposte forti, com’è nella consuetudine leghista. Ma fattibili? E con quali risultati?

Panorama.it lo ha chiesto a due economisti di orientamento molto diverso: Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi, e Giacomo Vaciago, ordinario di Politica economica alla Cattolica di Milano.
“Il mio giudizio è sostanzialmente negativo” dice Cazzola, anche se “alcune idee sono, oltre che lecite, significative da un punto di vista politico”. Mentre Vaciago non risparmia il sarcasmo: “È puro stile Beppe Grillo. In Italia ultimamente c’è una nobile gara a chi è più comico. Non so chi vincerà, ma così non si va avanti”. Su un punto del decalogo leghista, in particolare, i due esperti sono parimenti contrari: l’annuncio di voler ingrassare le regioni, a dispetto dello Stato: “Le amministrazioni locali fanno, mediamente, peggio di quella centrale nel gestire gli introiti e nell’erogare i servizi”, commenta Cazzola. Mentre per il professor Vaciago, il problema è a monte: “L’amministrazione locale italiana è ferma all’800. Non c’è niente da ingrassare, più di quanto non sia già stato fatto. La soluzione per certi sprechi sarebbe di abolire le province e i comuni al di sotto dei 10mila abitanti. Altro che consigli di quartiere e circoscrizioni.”
Che questo non sia il pensiero dello stato maggiore della Lega, è palese. Sul federalismo, anzi, si fonda la filosofia del Caroccio, come ribadito anche domenica scorsa, da Venezia, dove i colonnelli di Umberto Bossi hanno spiegato il decalogo anti-fisco, assemblato da Roberto Calderoli: un’iniziativa che sta a metà tra il boicottaggio del Tesoro e delle sue aziende (un po’ come i no-global boicottavano le multinazionali) e un Bignami del resistente padano per non dare i soldi a Roma.
L’elenco parte con l’8 per mille nella denuncia dei redditi: non va dato allo Stato ma alla Chiesa cattolica o alle altre istituzioni stabilite dalla legge: “Pensiamo alla nostra anima, tanto lo Stato, al posto di far beneficenza, questi soldi li butta via”, dicono i padani; niente di rivoluzionario, dice Vaciago: “Lo si può fare già”.
La strategia della Lega prosegue, ai punti due e tre, con l’invito a fare degli errori “in buona fede”, nella dichiarazione dei redditi, non sanzionabili dalla legge. La somma di queste inesattezze però, secondo i leghisti, sarà il polso della scontentezza popolare. Si tratterà, ad esempio, di non adeguarsi agli studi di settore, oppure non versare 11 euro nella dichiarazione dei redditi. Per esempio, su 2000 euro, versarne 1989, perché solo entro questi termini “lo Stato non ha interesse a perseguire chi ha sbagliato la denuncia”. Operazione praticabile? Secondo Cazzola purtroppo sì, ma qui, dice: “Siamo al filibustering, una cosa da furbetti, insomma”. Mentre Vaciago ci va un po’ più franco: “Bisogna invece mandare in galera chi non paga le tasse e abbassare le aliquote a chi le paga. Gli studi di settore, per come sono concepiti, non hanno senso: vanno aboliti. In base a una presunzione immotivata e lontana dalla realtà, dovrebbero servire a capire quanto guadagna un imprenditore. E non ci si può basare su una media generalizzata per determinare la quota imponibile di un artigiano. Detto questo, però, trovo incostituzionale l’autoriduzione degli ‘undici denari’: sarebbe detrazione per evasione presunta per legge. Messa così la proposta non risponde al principio generale del diritto: la motivazione.”
Il quarto punto è l’unico già lanciato da Bossi: lo sciopero del gioco. Lotto, lotterie, schedine, gratta e vinci, bingo, slot-machine che sono, per la Lega, la quinta azienda italiana: “Prodi è peggio di Al Capone perché ha messo le macchinette mangiasoldi nelle sale bingo dove gli anziani si mangiano la pensione”, ha protestato Massimo Polledri, senatore leghista di Piacenza. Nel 2006 le spese per gioco degli italiani sono state infatti 38,5 miliardi di euro e anche per questo dicono i lumbard: “L’astensione dal gioco comporterà un enorme danno all’erario”. Sul danno, Cazzola e Vaciago non si pronunciano ma entrambi ritengono l’iniziativa educativa: “Il gioco è un vizio, una dipendenza. Se lo eliminassimo molte famiglie non si troverebbero con buchi enormi nei conti bancari”, dice Cazzola. “Il Lotto è un gioco ottocentesco, risponde al bisogno di dare speranza a chi è disperato. Oggi prima seduce e poi inganna: va proibito”.
La Lega ha poi rispolverato un vecchio cavallo di battaglia: l’abolizione del sostituto d’imposta. Anni fa si tentò di abrogarlo con un referendum, bocciato però dalla Corte costituzionale; la Lega ora preme per una proposta di legge di iniziativa popolare in modo che anche il lavoratore dipendente possa ricevere una busta paga al lordo dei tributi e che possa pagarli, come il lavoratore autonomo, dopo aver fatto tutte le necessarie detrazioni e deduzioni. “Non capisco perché insistere”, dice Cazzola, “quando c’è stato già il no della Corte. E poi una proposta così farebbe poca strada: in Francia il contribuente manda un bonifico allo Stato con l’importo delle tasse da pagare. Ma appunto le paga, non si risparmia nulla”. D’accordo anche il Professor Vaciago, che argomenta: “È così comodo che sia la mia banca a pagare bollette, Telepass, ecc… È altrettanto comodo avere chi, a nome nostro, paga allo Stato le imposte che devo”.
Il punto 8 è quello forse più pericoloso per le casse di Roma: “Astensione dall’acquisto di titoli del debito pubblico”, cioè Bot e Cct. “Lo Stato usa quei soldi per la spesa pubblica e investimenti improduttivi”, ha tuonato Roberto Cota. “Ma quei titoli, forse deboli e poco redditizi, sono tra i pochi che garantiscono i risparmiatori”, ribatte Cazzola. “La metafora che mi viene è quella classica del marito che vuol tagliarsi gli attributi per far dispetto alla moglie”. Ancora più incisivo Vaciago: “Ho sempre consigliato di investire sui figli - io ne ho fatti quattro! - piuttosto che sui titoli di stato. Anche perché i Bot costituiscono il debito pubblico di un paese che spesso serve a finanziare le guerre, come succede in America. Nell’immediato, ovvio che lo Stato non potrebbe ritirare i titoli già emessi, altrimenti manderebbe a scatafascio migliaia di famiglie. Se da domani smettesse di emetterli, l’Italia andrebbe in pareggio di bilancio, risparmiando 30 o 40 mila euro, all’incirca due punti di Pil. Ed è una soluzione che si può adottare, a patto però che la Finanziaria sia molto più sostanziosa”.
Condivisibili i consigli al punto dieci per ricordare ai contribuenti tutte le detrazioni possibili (dagli scontrini del farmacista alle spese scolastiche, dagli incentivi sui frigoriferi ai contributi ai partiti), ecco i boicottaggi “delle aziende bidoni, di uno stato che mantiene i fannulloni” (esempi: Agip, di proprietà dell’Eni, Enel, Tirrenia, Rai) a favore dei prodotti alternativi messi in commercio “dal privato che rischia del proprio”. In particolare, punto 13: “non acquistare più biglietti Alitalia e utilizzare sempre vettori alternativi”. Il caso Malpensa fa da detonatore: “È per volontà politica che Roma vuole farla morire”, dice Giancarlo Giorgetti. Certo, commenta Cazzola, l’idea è esplosiva e “ha radici lontane nella storia. Va ricordato che al grido di ‘no taxation without representation’, i padri costituenti americani nel ‘700 boicottarono il tè della madre patria inglese, a favore di quello olandese, aprendo così la lotta dell’indipendenza americana. Ma adesso siamo nel 2000…”. Caustica la chiusura di Vaciago: “Ma Alitalia c’è ancora?”

Cazzola: il muro di Berlino delle pensioni è ancora in piedi. E costa caro

In primo piano i moduli di richiesta della pensione dell'Inps
“L’Italia è l’unico Paese che investe le proprie risorse per diminuire l’età pensionabile, invece di aumentarla. Come invece succede nel resto del mondo”. Ci tiene a ribadire il concetto Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi e uno dei massimi esperti italiani in materia previdenziale. Lui è andato in pensione nell’aprile 2006, quando ha raggiunto “quota 113″: 66 anni d’età e quasi 47 di contributi. C’è uns cosa che proprio non gli va giù: chiamare pensioni “di anzianità” quelle di chi si ritira a 57 anni. Una soglia difficile da abbattere, che lui chiama “il nostro muro di Berlino”.
Allora Cazzola il muro, anzi lo scalone, è stato abbattuto? Prodi, dopo aver gioito per l’accordo con i sindacati e il sì del Consiglio dei ministri ha detto di sì…
Beh, se l’impostazione della proposta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf) terrà, si può dire che sì: lo scalone non c’è più. Ma c’è un nuovo binomio di quote e scalini su cui il governo potrebbe ancora inciampare… Ma soprattutto, con questa proposta, a zoppicare sarà il sistema Paese.
Perché?
Perché ci vogliono un sacco di soldi per coprire questa riforma. Tanti da mettere a rischio i conti pubblici. Dicono che l’abolizione costerà 10 miliardi tra il 2008 e il 2016. In realtà, questo è il costo dell’innalzamento graduale dell’età perché l’abolizione totale costerà invece 65 miliardi.
Ma il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa sostiene che “la proposta avrà un costo netto pari a zero”.
Meglio specificare: nel documento d’intesa è chiaramente detto che i costi delle nuove misure saranno coperti interamente all’interno del sistema previdenziale. Vuol dire che per coprire questi 10 miliardi di euro il governo intende risparmiare 3,5 miliardi grazie alla razionalizzazione degli enti previdenziali e incassare circa 4.55 miliardi dall’aumento delle aliquote contributive. Ma c’è un ma.
Quale?
Secondo le mie stime, che sono simili a quelle della Ragioneria Generale dello Stato, questa è un’altra araba fenice. Finora numeri concreti non sono stati dati. I risparmi consistenti, creando il cosiddetto Super Inps, si otterrebbero solo nel lungo termine e riducendo il personale. Ma non penso che il sindacato lo consenta.
Poi, a quanto dice il ministro Damiano, altri 3,6 miliardi deriverebbero dall’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati, 800 milioni da quelle dei parasubordinati non esclusivi e 700 milioni dell’armonizzazione dei fondi speciali. E a me questa sembra una scelta iniqua.
In che senso?
Quest’anno alla gestione separata dell’Inps entreranno 1,2 miliardi di maggior gettito contributivo. Trovo iniquo continuare ad aumentare l’aliquota dei lavoratori atipici con la scusa che in questo modo aumenta la pensione. È un pretesto per far cassa a scapito di categorie che non possono protestare perché non hanno un sindacato alle spalle. Come invece ha quella minoranza di imminenti pensionati che litiga su scalini e scaloni .
Insomma, per quanti lavoratori ci si è accapigliati?
Stando ai dati dell’Inps, nel 2008 potrebbero usare le finestre per andare in pensione 129.500 lavoratori (86.500 dipendenti e 43mila autonomi). Ma non tutti ci andranno. Facendo una stima dovrebbero essere circa 90mila a cui si dovrebbero aggiungere - in base a stime attendibili dell’Inpdap - più o meno 20 mila dipendenti pubblici. In totale quindi poco più di 100mila persone - su una platea complessiva di oltre 16 milioni di pensionati e 23 milioni di occupati.
A proposito di platee, la riforma non si applica ai lavoratori usurati.
Giusto. E anche qui i conti non tornano. Sono 1 milione e 400 mila i lavoratori inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr), pari a circa 5.000 nuovi pensionati l’anno. Se dovessero aumentare, ci sarebbe una forte pressione sulla copertura. E poi c’è un vuoto legislativo.
Quale?
Non si capisce se è da considerarsi usurato un lavoratore che abbia fatto i turni anche solo un certo numero di anni: cioè se uno dopo 5 anni da turnista, cambia lavoro, quanto usurato è?
Insomma, chi ha vinto la partita, alla fine?
I sindacati. Anche se la Cigl avrà vita dura a far digerire l’intesa agli irriducibili della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici, ndr). Va detto che ha vinto anche il ministro Padoa-Schioppa là dove ha attenuto di affiancare le varie soglie anagrafiche alle quote. Ma è una vittoria di Pirro.

E Prodi?
Prodi ha vinto nella misura in cui, accordandosi col sindacato, ha messo all’angolo la sinistra radicale. Ma ora la sua proposta dovrà passare il vaglio del Parlamento e non è detto che lo passi indenne. Soprattutto al Senato.
E allora chi ha perso?
Secondo me ha perso l’Italia: quest’accordo, che fa respirare il governo, in realtà dà una mazzata ai conti pubblici. Con lo scalone di Maroni, sia pur brusco, l’Italia da qui al 2016 avrebbe risparmiato 19 miliardi di euro. La proposta Prodi, da qui al 2013 ce ne fa spendere 10 miliardi.

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