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Novant’anni, la gran parte dei quali ai vertici della politica italiana. È sulla scena da più tempo della regina Elisabetta. È il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.
Si sta parlando di Giulio Andreotti (qui il suo profilo all’Assemblea Costituente), ovviamente. La sua vita è una lunga sequenza di date che scandiscono prima il suo cursus honorum, poi la sua odissea giudiziaria: insomma la storia politica d’Italia. Queste le principali tappe, scandite dalle sue proverbiali battute.
Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montò sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusò dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzò lo sguardo e replicò freddamente: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…”. Da quel lontano 1927 a oggi, Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore.
Come la classicissima “il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose così a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere. Da allora la frase è restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche , le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro “Il potere logora… ma è meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.
Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti “à la page”: Andreotti si è sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco. “È vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno”, disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio. Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva. “De Gasperi” ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro “disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto”. Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra.
Mentre la celeberrima “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”, ha una sua storia: Andreotti la ascoltò nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Università Lateranense. E da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema è che, a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominciò ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo: “A parte le guerre puniche, mi attribuiscono di tutto”. Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialità : “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle dei magistrati?” Per conoscere Andreotti, dunque, vale più una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I “due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cambiare il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a “tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltà, rispondeva sornione: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…”.
Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sa che per l’aldilà dovrà affidarsi al perdono del Giudice Supremo: “Se mi salverò l’anima” ha scritto qualche anno fa “sarà solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”.
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Ieri al Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini è stato il giorno dei due “divi” Giulio. Il senior, Giulio Andreotti, è uno dei più affezionati e amati tra gli ospiti ciellini, il Giulio junior, Tremonti, è stato accolto tra fragorosi applausi. Primo incontro per i due divi nel pomeriggio al caffè Pedrocchi all’interno della Festa. Ed è solo il primo scambio di battute.
Poi tour tra gli stand del Meeting, con Andreotti seduto su una macchina elettrica e lo ‘sportivo’ Tremonti che lo segue a piedi, fino alla mostra “Vigilando redimere” sul lavoro negli istituti di pena, allestita in uno spazio che richiama l’ambiente carcerario, con tanto di agenti di custodia della polizia penitenziaria. Durante il tour Andreotti ha più volte annuito quando la guida sottolineava l’importanza dell’articolo 27 della Costituzione, “un articolo che conosco bene”, diceva beffardo il senatore a vita che della Costituente ha fatto parte. Poi i due inseparabili divi insieme in conferenza stampa. Ancora dettando. Del sette volte presidente del Consiglio l’incipit: “Non sono preparato su quello che devo dire. Passiamo alle domande…”. Identico l’eco del ministro dell’Economia: “Sono in difficoltà, pensavo di campare di rendita dopo le dichiarazioni di Andreotti. Chiedo la par condicio relatorum”.
Ancora un giro e poi tutti nell’immenso auditorium ciellino che accoglie i due divi con una standing ovation lunghissima. I 60 anni della Costituzione sono un argomento molto serio, ma loro non si lasciano scappare alcune battute: stavolta inizia Tremonti: “Il presidente Andreotti ha attraversato le due fasi della politica italiana. E siamo pronti ad una sua terza fase…”. E allora Andreotti va indietro con i ricordi, partendo dall’Assemblea Costituente: “La prima volta che vi entrai ero emozionato. Avevo 26 anni e accanto a me c’erano personaggi che avevo solo studiato sui libri di scuola. Da Francesco Saverio Nitti a Benedetto Croce, fino Vittorio Emanuele Orlando”, per ragioni di età “fui messo a redigere il verbale”. Poi un accenno al suo maestro: “Ringrazio Dio di avermi fatto introdurre alla politica da un uomo eccezionale: Alcide De Gasperi”. L’auditorium esplode.
La scena tocca di nuovo al ministro saggista più cult del momento, che pigia l’acceleratore parlando di globalizzazione e dicendo di non credere ad una nuova guerra fredda: “La Russia non è l’Urss. Che alcuni decenni or sono non era solo una potenza industriale, ma soprattutto ideologica. La sua vera forza non era l’hardware industriale, quanto il suo software ideologico”. Poi la difesa del governo Berlusconi: “Il nostro un governo fascista?” si chiede. “Cerchiamo solo di governare e non siamo affatto vicini al fascismo. Chi c’era prima di noi era lento e incapace a governare, non è per il fatto che siamo diversi che siamo autoritari, siamo solo responsabili. E poi noi siamo fortemente impegnati sul federalismo, a me non risulta che Mussolini fosse un federalista…”. La conclusione di Tremonti fa venire giù il Meeting. “Ormai siamo dopo la caduta delle ideologie e perciò bisogna tornare a parlare e a far prevalere valori come la moralità, la responsabilità, la sussidiarietà, il federalismo, lavorando su criteri e logiche di questo tipo”. Parole che il ministro della ‘Paura e della Speranza’ sintetizza con solo slogan: “Dio, patria e famiglia…”.
Prima dei due divi la giornata riminese aveva visto il dibattito politico concentrarsi su Alitalia che sarà oggi sul tavolo del Cdm e sulla scuola. Al Meeting è arrivato l’annuncio del ritorno del voto di condotta nelle scuole. Un provvedimento, ha spiegato il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini che il Consiglio dei ministri di oggi, approverà con un decreto legge che introdurrà, a partire dall’anno scolastico che sta iniziando, la valutazione specifica del comportamento degli studenti.
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Il 9 maggio di trent’anni fa la polizia trovò il cadavere del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, in una Renault 4 rossa in via Caetani a Roma, emblematicamente a metà strada tra le sedi della Dc e del Pci. Moro era stato rapito il 16 marzo 1978, giorno della presentazione del nuovo governo guidato da Giulio Andreotti e aperto all’appoggio dei comunisti di Enrico Berlinguer. L’auto sulla quale viaggiava l’ex presidente del Consiglio venne intercettata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. In pochi secondi, i terroristi uccisero la scorta (cinque uomini) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Questa data è diventata un simbolo per commemorare le vittime del terrorismo. Oggi infatti, per la prima volta, si celebra al Quirinale il “Giorno della memoria”, istituito con la legge n. 56 del 4 maggio 2007 “al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice”. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, edito dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, con l’intento di “rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro - fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’onorevole Aldo Moro - che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
Nel corso delle celebrazioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che in questo giorno “Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri”, stigmatizzando la visibilità e lo spazio che viene dato agli ex terroristi in televisione e su altri media. In particolare ha citato l’intervista dell’ex brigatista che uccise Carlo Casalegno che ha detto di provare solo “rammarico” per i familiari delle vittime. “Il rispetto della memoria purtroppo è spesso mancato proprio da parte di responsabili delle azioni terroristiche”, ha aggiunto celebrando al Quirinale con tono commosso il primo “giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi”. Lo Stato democratico non può dimenticare le vittime del terrorismo e la parola va data a chi ha subito la violenza e non a chi la perpetrata. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, parlando al Quirinale nella prima Giornata in ricordo delle vittime. Il capo dello Stato ha spiegato dettagliatamente che “chi ha regolato i propri con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società ma con discrezione e misura”. E “mai dimenticando le sue responsabilità morali anche se non più penali”.
Qui, nel dettaglio tutti i principali eventi organizzati per non dimenticare il presidente della Dc ucciso dalle Br e tutte le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana.
FIRENZE: Una delegazione di studenti toscani -le spese di viaggio sono pagate dalla Regione- accompagnerà l’Associazione delle vittime di via dei Georgofili all’iniziativa programmata dalla Presidenza della Repubblica.
MILANO: Riprodotta in video-installazione nelle misure reali, la cella in cui le Brigate Rosse tennero prigioniero lo statista è visibile da domani nel Museo di Storia Contemporanea di Milano, al centro della mostra “Trittico: 1978-2008. Moro, l’Italia, la coscienza”. A Milano lo statista è stato ricordato oggi in una cerimonia a cui ha partecipato Giulio Andreotti.
TORINO: Celebrazioni con la deposizione di una corona presso il Palazzetto Aldo Moro. Partecipa anche il sindaco Chiamparino. Previsto anche un convegno nel Museo Diffuso della Resistenza.
PALERMO: Il Teatro Festival ospita domani e sabato “9 maggio 1978, niente fu più come prima”, una ballata per la regia di Alfio Scuderi, che mette a confronto Aldo Moro e Peppino Impastato, entrambi uccisi in quella data.
TRIESTE: In Largo Caduti Nassirija Ferdinandeo si svolgerà la Cerimonia Giornata della memoria contro il terrorismo.
SASSARI: Per iniziativa dell’amministrazione comunale sarà posta una lapide in memoria dello statista,nella piazza omonima
SPELLO (PERUGIA): Mostra-documentario su “Gli ultimi giorni di Aldo Moro”.
BOLZANO: in occasione della tradizionale Festa dell’Europa in municipio, sarà ricordata la prima Giornata della Memoria del vittime del terrorismo.
POTENZA: Nella chiesa di S. Maria del Sepolcro celebrazione di una messa in suffragio del Presidente della Dc.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Parla Cossiga: Quello che non ho mai detto su quei 55 maledeti giorni (in .pdf)

Francesco Cossiga vede in anteprima, con Panorama (la cronaca sul numero in edicola da giovedì 1° maggio), Aldo Moro. Il presidente (della TaoDue Film), che andrà in onda su Canale 5 il 9 e l’11 maggio. E nell’occasione racconta particolari inediti sui 55 giorni del rapimento dello statista ucciso dalle Brigate rosse. “Centrale è il ruolo del Vaticano” ricorda Cossiga.
“Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità: ho sempre creduto che don Antonello Mennini, allora suo confessore, attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri”.
Nell’intervista a Panorama, Cossiga svela anche un’altra verità, questa volta politica: “Durante i 55 giorni siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci. La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia di Moro la piena libertà di trattare per la liberazione, ma mai direttamente con le Br. Attraverso la Caritas, la Croce rossa, Amnesty international oppure il Vaticano, l’Onu… Ma un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli interni, per dirmi: “Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta”.
In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non lo dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c’è”.
Guardando lo sceneggiato televisivo, il presidente emerito della Repubblica è rimasto colpito soprattutto dall’interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br. “Placido fissa per sempre nell’immaginario televisivo un Moro idelebile” commenta. “Ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!”.

di Laura Delli Colli
“Le ragazze che ho conosciuto le ricordo tutte, potrei elencare nomi e cognomi di tutte le mie compagne di scuola” racconta al telefono con voce inconfondibile Giulio Andreotti. Solo pochi giorni fa, parlando proprio con Panorama di Anna Magnani nel centenario della nascita, un flashback fulminante: “Ah, la Magnani… Una foto innocente mi costò una ripassata da mia moglie”. Facile immaginarla, visto che alla signora Livia, compagna e spettatrice discreta e fedelissima di ormai oltre sessant’anni di vita, calza a pennello quel soprannome familiare, “la Marescialla”.
Ma che effetto fanno le donne di oggi al “divo Giulio”? Qualche secondo di pausa, poi la risposta: “Vorrei dire quello di sempre… Va bene, ci sto, facciamola una chiacchierata”. E così con Panorama Andreotti per la prima volta attraversa cinema, politica e costume al femminile. “Pensi che quando ero bambino le donne portavano vestiti, diciamo, medio-lunghi. Seppi poi che era scandaloso mostrare persino le caviglie”.
E oggi?
Diciamo che l’evoluzione, chiamiamola così, ha visto un risparmio di tessuti.
Scandalizzato dalle ragazze che sognavano Miss Italia e oggi vogliono fare le veline?
Miss, veline… Magari per qualcuna sarà ancora un sogno. Per fortuna non credo che tutte le ragazze di oggi siano così. Mi metterei le mani nei capelli.
Troppo diverse da quelle dei suoi tempi?
È logico che sia così. Ma far paragoni e classifiche non sarebbe cortese.
Un invito all’impertinenza: il potere logora chi non ce l’ha, ma quando uno ce l’ha suscita molti appetiti. E allora, quanto è stato corteggiato?
Piano, piano, su questi argomenti c’è molto millantato credito. Per quanto mi riguarda, poi, sono sempre stato attento e prudente. E non lo dico perché anche mia moglie leggerà quest’intervista.
Teme che la Marescialla le somministri un’altra ripassata?
Non ne avrebbe ragione. Ma se per corteggiamento si intende una certa pressione, un’insistenza, diciamo così, epistolare, beh sì, nella vita ho ricevuto molte lettere femminili.
Ardenti? Imbarazzanti?
Ero in politica, molto vicino al mondo del cinema. E certe missive così esplicite mi divertivano, non posso negarlo. Poi però mi seccavo: ho sempre temuto l’adulazione e leggendo parole in qualche caso così sorprendenti ero terrorizzato dal rischio che certe signorine o signore così intraprendenti si conservassero la minuta.
Delle donne in politica che cosa pensa?
Comincio dall’archeologia e ricordo il debutto della prima, Angela Maria Guido Cingolani: nella politica di allora, una novità folgorante. Oggi ce ne sono molte, alcune bravissime. Ma non parlatemi di quote rosa: sono un insulto alla bravura e alla parità. Provo fastidio al solo pensiero che le donne debbano essere ripartite in quote solo in quanto donne.
Senta questa su sesso e politica: tra le signore più mediatiche della politica italiana, Daniela Santanchè ha fatto outing, dichiarando pubblicamente “di non averla mai data per fare carriera”.
Evviva. Prescindendo dalle parole dell’onorevole Santanchè posso solo dire, però, che indubbiamente si presenta bene.
La voce: quanto le piace in una donna?
Preferisco una racchia che mi affascini con la voce!
E l’immagine quanto conta? Cosa pensa di attrici come Laura Morante, Margherita Buy, Sabrina Ferilli?
Non sarebbe elegante fare classifiche. E sono forse più preparato sulla tv: la presenza frequente in video con un aspetto simpatico crea sempre di più simpatia profonda. Per esempio, quando la sera al Tg1 appare quell’annunciatrice…
La fermo, senatore, oggi si chiamano conduttrici e sono giornaliste…
Sì, sì, lo so, ma l’ho detto all’antica. Mi riferisco a quella giornalista bionda, capelli lunghi: gradevole e sempre preparata.
Vuol dire Maria Luisa Busi?
Ammetto che con garbo riesce a far digerire anche tante notizie su tutto quello che va male.
Insomma, proprio lei che ha fatto il buono e il cattivo tempo nella politica cinematografica ha tradito il cinema per la televisione…
Al cinema non vado più dal 1978, da quando è iniziato il rischio delle aggressioni e andare in giro in pubblico senza protezione cominciò a essermi caldamente sconsigliato. Avrei potuto farlo magari di domenica, scortato dalla polizia. E pensi un po’ se per vedere un film dovevo avere sulla coscienza il tempo libero degli agenti obbligati a rinunciare per un mio divertimento a un pomeriggio con i loro figli. No, non potevo ammetterlo.
Ma i film li potrebbe vedere, però, in dvd o magari in videocassetta…
Sono all’antica, spesso me li portano a casa, ma vedere il cinema in televisione è diverso. Vuoi mettere le emozioni che ti dà la sala?
Sta per uscire Il Divo, il film di Paolo Sorrentino sulla sua vita. Ha già detto proprio a Panorama che lo avrebbe preferito “da morto” ma è sempre dell’idea di non vederlo o, magari, come dice maliziosamente qualcuno, che lo vedrà con gli avvocati al fianco?
Vedremo. Non ho posto veti e non amo le censure. Però, con tutto quello che ho fatto nella vita, spero proprio di non essere ricordato solo per un film.
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“Unità speciali” di Stay-behind, la rete atlantica in Italia meglio nota come Gladio, con ogni probabilità vennero impiegate durante il caso Moro.
Lo rivela Panorama nel numero in edicola da venerdì 21 marzo, che cita un documento riservato del Bnd, il servizio segreto della Germania Federale. Si tratta di una relazione inviata il 19 novembre del 1990 a Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, il quale la fece avere alla procura romana, ma depurandola delle parti sulle quali il Bnd aveva imposto il vincolo del segreto. Dalla magistratura, il documento “mutilato” arrivò poi sul tavolo della Commissione Stragi.
Oggi, Panorama è riuscito a ricostruirlo nella sua interezza. Fra i brani secretati della relazione del Bnd, proprio il riferimento a un ruolo di Gladio durante i 55 giorni del sequestro Moro e diversi passaggi in cui si ricostruisce la storia di Stay-behind, la rete clandestina atlantica destinata ad attivarsi in caso di invasione dell’Europa occidentale da parte delle truppe del Patto di Varsavia.
Panorama pubblica anche un’intervista a Francesco Cossiga, in cui l’ex presidente della Repubblica conferma la notizia del ruolo di Gladio durante il sequestro e dei particolari rapporti tra Moro e Gladio. Cossiga afferma anche che furono agenti del Mossad israeliano a far saltare, mentre era in volo, Argo 16, l’aereo utilizzato per i “trasporti clandestini” di Gladio. Fu una ritorsione per la liberazione, voluta proprio da Moro, dei due terroristi palestinesi che avevano tentato di colpire un aereo della compagnia israeliana El Al sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino.
Infine, l’ex presidente della Repubblica rivela che l’elenco dei 600 gladiatori consegnato a suo tempo al Parlamento da Giulio Andreotti non è completo: “Mancano un bel po’ di nomi. Per esempio quelli di due membri del governo attualmente in carica… Niente nomi. Posso solo dire che sono della Margherita”.

“Fosse dipeso da me, il processo Andreotti non si sarebbe mai celebrato. Secondo me il processo era un errore e la critica ad Andreotti andava tenuta sul piano politico, non su quello giudiziario. Sarebbe stato impossibile provare un suo rapporto diretto con la mafia. Un’eventuale condanna avrebbe permesso al leader dc di atteggiarsi a vittima, ma la probabile assoluzione gli avrebbe consentito di vantarsi di non aver avuto alcun rapporto con la mafia”.
È un Luciano Violante insolito quello che si racconta al termine della sua ultima legislatura da parlamentare dopo 29 anni alla Camera, nell’intervista rilasciata al direttore di Panorama, Maurizio Belpietro, e che comparirà sul numero del settimanale in edicola da venerdì 22 febbraio. Insolito, ma non pentito, perché subito dopo aggiunge: “Avevo torto. Gian Carlo Caselli aveva ragione: Andreotti è stato assolto, ma i suoi rapporti con la mafia sino ad una certa epoca, anche se prescritti, sono stati accertati”.
Nell’intervista a Panorama l’ex presidente della Camera parla anche di Mani pulite (”Quando scoppiò Mani pulite, noi del Pds pensavamo che il problema riguardasse solo gli altri, che non toccasse anche noi e che bastasse attendere e il frutto maturo sarebbe caduto. In realtà il frutto maturò cadde, ma a coglierlo fu Berlusconi”); di giustizia (”Credo che vada rivisto il sistema di selezione dei capi degli uffici, eliminando il peso dell’appartenenza alle correnti”) e di qualità della politica (”L’etica parlamentare e la professionalità si sono ridotte”).

Quando nel 1972 l’allora presidente del Consiglio, il democristiano Giulio Andreotti, prese accordi con gli Stati Uniti nessuno venne a saperlo. E tutt’ora i termini di quell’intesa restano un mistero. Di certo il 17 luglio di 36 anni fa l’arcipelago sardo della Maddalena ospitò per la prima volta, in piena guerra fredda, le flotte della Marina militare americana. Arrivarono i sottomarini a propulsione nucleare e con essi decenni di polemiche e smentite.
Per anni la presenza degli statunitensi è stata addirittura negata, ma quando nel 1973 la nave appoggio Gilmore, la grande balia dei sommergibili nucleari, getta le ancore al pontile di Santo Stefano per la popolazione sarda (e non solo) i dubbi sono svaniti. Lì dietro la porta, insieme a decine di militari Usa per i quali già nascevano villette e strutture di ogni genere, c’era il pericolo nucleare.
Sette anni dopo l’apertura della base, viene predisposto un piano di emergenza nel caso di incidenti e di conseguente rischio di inquinamento radioattivo. Ma anche questo si viene a sapere dopo trent’anni. Il 25 ottobre 2003 il sottomarino a propulsione nucleare Uss Hartford si incaglia tra le secche dell’isola di Caprera. La popolazione, allarmata dal rumore e dalla forte scossa, va a chiedere spiegazioni alla base americana. Ma i militari Usa dicono che si è trattato di un terremoto in Corsica. Quando poi la notizia viene a galla, nonostante la denuncia di molte associazioni ambientaliste, il rischio contaminazione viene escluso.
Infine agli inizi del 2004 un istituto di ricerca francese, il Criirad, diffonde i dati di una campionatura fatta sulle alghe tra La Maddalena e Bonifacio, segnalando valori di radioattività 400 volte superiori alla norma. Si tratta di “Torio234 in quantità anomala, una sostanza inquinante e radioattiva, figlia dell’uranio impoverito”. Ma anche in questo caso la polemica viene spenta dopo poco. E oggi sia gli amministratori di centrodestra che quelli di centrosinistra giurano che le acque della Maddalena sono pure. Purissime. Anche perché, potrebbero pensare i maligni, se i turisti venissero a saperlo forse non sarebbero così contenti di spendere una fortuna per soggiornare nell’arcipelago. “Quando c’era gli americani - osserva un maddalenino - l’inquinamento era il fatto del giorno, ora che deve arrivare il G8 tutti se ne sono dimenticati”.
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Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.
Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.
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“Mi fa piacere vedere che la procura sta lavorando” ha spiegato Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, all’indomani della notizia rivelata da Panorama.it che il pm Giaconi ha sentito anche il senatore Andreotti per cercare di far luce tra l’altro sulla presenza di una pilotina fantasma sul luogo della strage che il 10 aprile di 16 anni fa causò 140 vittime nelle acque di Livorno, dove fino a poche ore prima erano circolate numerose imbarcazioni cariche di armi destinate a navi militari statunitensi.
“Spero che questi nuovi elementi possano essere utili per cercare di ricostruire non solo l’incidente ma soprattutto l’aspetto che riguarda i soccorsi che quella sera sono arrivati tardi, troppo tardi” ha dichiarato Chessa a Panorama.it. E ancora: “Non mi sorprende più di tanto che possa esserci stato qualcuno oltre ai primi soccorritori nelle vicinanze del traghetto” precisa Angelo Chessa, ricordando a tal proposito la richiesta di soccorso via radio, dell’ormeggiatore che salvò Alessio Bertrand, l’unico superstite.
Chessa ricorda: “Fu una chiamata concitata: l’ormeggiatore appena giunto sul posto, a pochi metri dalle lamiere in fiamme del Moby, chiedeva aiuto alla Capitaneria perché c’erano ancora molte persone da salvare. Così aveva detto lo stesso Bertrand. Ma inspiegabilmente pochi istanti dopo, il tono della sua voce cambiò profondamente dichiarando che erano morti tutti”.
“Una registrazione inquietante” conclude Chessa “che ha sollevato sempre molte domande alle quali in questi lunghi anni non siamo ancora riusciti a dare una spiegazione”
Per l’avvocato Marco Giunti, dell’associazione 10 Aprile 1991: “Sono molte le persone che sanno qualcosa ma hanno paura. Per il caso Moby Prince occorrerebbe garantire una protezione ai testimoni come per i reati di mafia”.
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