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Giulio-Andreotti

Quando nel 1972 l’allora presidente del Consiglio, il democristiano Giulio Andreotti, prese accordi con gli Stati Uniti nessuno venne a saperlo. E tutt’ora i termini di quell’intesa restano un mistero. Di certo il 17 luglio di 36 anni fa l’arcipelago sardo della Maddalena ospitò per la prima volta, in piena guerra fredda, le flotte della Marina militare americana. Arrivarono i sottomarini a propulsione nucleare e con essi decenni di polemiche e smentite.
Per anni la presenza degli statunitensi è stata addirittura negata, ma quando nel 1973 la nave appoggio Gilmore, la grande balia dei sommergibili nucleari, getta le ancore al pontile di Santo Stefano per la popolazione sarda (e non solo) i dubbi sono svaniti. Lì dietro la porta, insieme a decine di militari Usa per i quali già nascevano villette e strutture di ogni genere, c’era il pericolo nucleare.
Sette anni dopo l’apertura della base, viene predisposto un piano di emergenza nel caso di incidenti e di conseguente rischio di inquinamento radioattivo. Ma anche questo si viene a sapere dopo trent’anni. Il 25 ottobre 2003 il sottomarino a propulsione nucleare Uss Hartford si incaglia tra le secche dell’isola di Caprera. La popolazione, allarmata dal rumore e dalla forte scossa, va a chiedere spiegazioni alla base americana. Ma i militari Usa dicono che si è trattato di un terremoto in Corsica. Quando poi la notizia viene a galla, nonostante la denuncia di molte associazioni ambientaliste, il rischio contaminazione viene escluso.
Infine agli inizi del 2004 un istituto di ricerca francese, il Criirad, diffonde i dati di una campionatura fatta sulle alghe tra La Maddalena e Bonifacio, segnalando valori di radioattività 400 volte superiori alla norma. Si tratta di “Torio234 in quantità anomala, una sostanza inquinante e radioattiva, figlia dell’uranio impoverito”. Ma anche in questo caso la polemica viene spenta dopo poco. E oggi sia gli amministratori di centrodestra che quelli di centrosinistra giurano che le acque della Maddalena sono pure. Purissime. Anche perché, potrebbero pensare i maligni, se i turisti venissero a saperlo forse non sarebbero così contenti di spendere una fortuna per soggiornare nell’arcipelago. “Quando c’era gli americani - osserva un maddalenino - l’inquinamento era il fatto del giorno, ora che deve arrivare il G8 tutti se ne sono dimenticati”.
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Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.
Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.
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“Mi fa piacere vedere che la procura sta lavorando” ha spiegato Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince, all’indomani della notizia rivelata da Panorama.it che il pm Giaconi ha sentito anche il senatore Andreotti per cercare di far luce tra l’altro sulla presenza di una pilotina fantasma sul luogo della strage che il 10 aprile di 16 anni fa causò 140 vittime nelle acque di Livorno, dove fino a poche ore prima erano circolate numerose imbarcazioni cariche di armi destinate a navi militari statunitensi.
“Spero che questi nuovi elementi possano essere utili per cercare di ricostruire non solo l’incidente ma soprattutto l’aspetto che riguarda i soccorsi che quella sera sono arrivati tardi, troppo tardi” ha dichiarato Chessa a Panorama.it. E ancora: “Non mi sorprende più di tanto che possa esserci stato qualcuno oltre ai primi soccorritori nelle vicinanze del traghetto” precisa Angelo Chessa, ricordando a tal proposito la richiesta di soccorso via radio, dell’ormeggiatore che salvò Alessio Bertrand, l’unico superstite.
Chessa ricorda: “Fu una chiamata concitata: l’ormeggiatore appena giunto sul posto, a pochi metri dalle lamiere in fiamme del Moby, chiedeva aiuto alla Capitaneria perché c’erano ancora molte persone da salvare. Così aveva detto lo stesso Bertrand. Ma inspiegabilmente pochi istanti dopo, il tono della sua voce cambiò profondamente dichiarando che erano morti tutti”.
“Una registrazione inquietante” conclude Chessa “che ha sollevato sempre molte domande alle quali in questi lunghi anni non siamo ancora riusciti a dare una spiegazione”
Per l’avvocato Marco Giunti, dell’associazione 10 Aprile 1991: “Sono molte le persone che sanno qualcosa ma hanno paura. Per il caso Moby Prince occorrerebbe garantire una protezione ai testimoni come per i reati di mafia”.
LEGGI ANCHE: Moby Prince, il testimone Andreotti e la pilotina fantasma
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Che cosa c’entra Giulio Andreotti con l’inchiesta sulla tragedia della Moby Prince nel porto di Livorno che 16 anni fa causò 140 vittime? Il senatore a vita (al tempo del disastro presidente del Consiglio) è stato sentito a Roma, nel suo ufficio, il 3 luglio scorso. Ad interrogarlo come persona informata dei fatti, il pm Antonio Giaconi della Procura della Repubblica di Livorno dopo la riapertura delle indagini avvenuta poco più di un anno fa. Si torna dunque ad indagare, dopo tanti anni di silenzio e misteri, sul traghetto della flotta Onorato che la sera del 10 aprile 1991 dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo, bruciò completamente. Nel rogo morirono tutto l’equipaggio e tutti i passeggeri diretti in Sardegna. Un’indagine difficile che si snoda tra barche fantasma, carichi di armi, movimenti di militari troppo vicini al luogo dell’incidente dopo che la precedente inchiesta (finita senza responsabili) era stata caratterizzata da omissioni, dichiarazioni false e documenti misteriosamente scomparsi. La più grave tragedia della marineria italiana sembra pericolosamente avvicinarsi a un caso “Ustica del mare”.
La riapertura del procedimento penale era stata chiesta dall’avvocato Carlo Palermo, legale dei figli del comandante del Moby Prince Ugo Chessa. Ci sono nuovi elementi che questa volta potrebbero portare alla verità spiegando non solo come è avvenuta la collisione ma anche il perché i soccorsi hanno “abbandonato”per ore in fiamme il traghetto nel porto di Livorno.
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Una manifestazione dei familiari delle vittime nel 1998
Una parte della ricostruzione di quella drammatica notte del 10 aprile 1991 si arricchisce di nuovi particolari che Panorama.it è in grado di rivelare attraverso la testimonianza di un personaggio ascoltato dalla procura, nelle settimane successive al 17 ottobre 2006, quando è stato ufficialmente riaperto il caso. Secondo questa fonte, non furono gli ormeggiatori a raggiungere per primi il Moby Prince in fiamme, come si era sempre pensato. Quando dopo due ore circa dalla collisione con la petroliera Agip Abruzzo i soccorsi si avvicinarono finalmente al traghetto che era ormai in fiamme alla deriva nella rada del porto di Livorno, c’era già una pilotina nera, di circa sette metri, con tre persone a bordo. Era ferma, con il motore spento, al centro del lato sinistro della nave. I tre uomini, due di circa quarantacinque anni e uno molto più giovane al timone, stavano osservando lo scafo mentre bruciava. Secondo quanto risulta a Panorama.it quando i primi soccorritori (ovvero una imbarcazione degli ormeggiatori del porto, un rimorchiatore della ditta Fratelli Neri e una motovedetta della Guardia di Finanza), finalmente si avvicinarono al traghetto, videro la pilotina e tentarono di parlare con gli occupanti per sapere se avessero avvisato la capitaneria o visto superstiti, questi accesero i motori e senza parlare, si spostarono di alcuni metri avvicinandosi ancora di più alla Moby Prince, prima di sparire nel nulla. E proprio mentre gli ormeggiatori stavano portando in salvo l’unico superstite del disastro, il mozzo Alessio Bertrand, la pilotina fece perdere definitivamente le sue tracce. Poco dopo, dalla prua del traghetto tre lingue di fuoco seguite da tre esplosioni hanno distrutto e incendiato completamente il Moby Prince. La Procura di Livorno non commenta la presenza della pilotina e dei suoi tre occupanti la. Ma il procuratore Antonio Giaconi, interpellato da Panorama.it, si è limitato a dire che “in questo momento delle indagini la procura non può parlare di questa tragedia”. Non è una conferma, ma nemmeno una smentita.
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Il pm Antonio Giaconi
Ritorniamo alle ore concitate del 10 aprile 1991. In quei momenti, come ricorda la fonte, fu ritenuto prioritario cercare di mettere in salvo eventuali superstiti e dare l’allarme alla Capitaneria di Porto piuttosto che cercare di identificare quella piccola imbarcazione. Certo, era più importante chiamare i soccorsi che per quasi due ore si erano concentrati sulla petroliera Agip Abruzzo ignorando la nave passeggeri. Nessuno, da quella pilotina fantasma, aveva lanciato richiesta di intervento per il traghetto in fiamme, né aveva segnalato la presenza di passeggeri che si potevano mettere in salvo. Le perizie effettuate nel corso della prima inchiesta aperta immediatamente dopo il disastro hanno spiegato che le 140 persone sono morte asfissiate e carbonizzate dopo molte ore di agonia. Indagini, estremamente complesse ostacolate negli anni da tante mezze testimonianze e spesso contraddittorie, da documenti che sono stati distrutti o fatti sparire e che non hanno mai permesso di far capire che cosa sia realmente avvenuto quella sera nel porto di Livorno dove regnava il caos, mentre il Moby Prince percorreva come altre centinaia di volte la rotta verso Olbia. Dagli atti della prima indagine, come da inchieste giornalistiche e libri scritti su questa tragedia (tra tutti quello di Enrico Fedrighini Moby Prince, un caso ancora aperto), quella sera del 10 aprile 1991, c’erano molte, troppe navi alla fonda, bettoline che facevano rifornimento, imbarcazioni ufficialmente in riparazione ma che lasciarono immediatamente ed inspiegabilmente il porto subito dopo la collisione, barche di pescatori e navi militari americane cariche di armi provenienti dal Golfo Persico dove si era appena conclusa l’operazione Desert Storm.
In un documento ufficiale allegato agli atti del processo ma che si è dimostrato inesatto e incompleto, il comandante del Terminal trasporti militari Usa a Livorno, il tenente colonnello Jan Harpole aveva ammesso che in quella primavera del 1991, da alcune settimane, nel porto toscano c’erano ancorate navi militari battenti bandiera statunitense che movimentavano armi. E anche il 10 aprile si registrarono movimenti di forniture belliche da imbarcate su una delle navi militari americane alla fonda. Panorama.it è in grado di raccontare dopo aver avuto la possibilità di visionare alcuni documenti ufficiali che l’ultimo carico proveniente dalla base Usa, effettuato sulla motonave Cape Flattery, era avvenuto alle 15.30 circa. Il materiale bellico attraversò il canale dei Navicelli fino all’imboccatura nord del porto, davanti a Calambrone, dove era alla fonda la nave americana, sulle chiatte n° dsll540787 e la n° dsll540862. Erano trainate dai rimorchiatori Garelli e Cadetto della ditta Fratelli Neri. Altri carichi erano stati effettuati alcuni giorni prima, il 6 aprile, sempre a bordo della motonave Flattery (le chiatte n°PL-I-0595 e n°dsll 533980) e altre movimentazioni, riguardarono anche la Cape Farewell (in uno dei documenti visionati da Panorama.it è riportato il nome, probabilmente errato Cape Rarawell) ormeggiata alla Darsena Toscana, un altro approdo nel porto di Livorno. L’ultimo carico di armi iniziato alle 7 del mattino del 10 aprile 1991 era terminato nel primo pomeriggio. Dalle 15.30 al momento della collisione, ovvero le 22 e 27 minuti, nelle acque del porto non avrebbero dovuto esserci ufficialmente altre armi in circolazione.
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La petroliera Agip Abruzzo dopo la collisione
Ma allora perché, al momento della collisione, c’erano molte imbarcazioni nel porto che non hanno voluto lasciare tracce ufficiali del loro passaggio ma che sono state viste e descritte dai testimoni o di cui si sono sentite brevi e frammentarie comunicazioni via radio mentre si allontanavano frettolosamente dalle acque livornesi? E la pilotina nera, lunga circa sette metri, giunta per prima al fianco della nave passeggeri, che cosa faceva vicino al Moby Prince? Da dove arrivava? Chi erano i tre uomini a bordo: civili o militari, italiani o stranieri? Sono saliti a bordo del Moby? E se sì, perché? Era forse stato imbarcato qualcosa diretto in Sardegna che non doveva essere ritrovato dai soccorritori? Domande che aprono scenari che rischiano di essere fantasiosi ma inquietanti su cui la procura di Livorno vuole fugare ogni dubbio.
Per questo, dopo aver riascoltato i testimoni di quella sera, militari e civili , il pm ha raccolto anche la testimonianza di Andreotti. Obiettivo? Chiarire con l’allora presidente del Consiglio quali fossero a quel tempo i rapporti con gli Usa, il ruolo di Camp Darby e se vi era stata una movimentazione di armi oltre quella ufficiale di cui il Governo italiano era a conoscenza. Ma come ha spiegato anche a Panorama.it, il senatore pur avendo chiara in mente la tragedia del Moby Prince “non ricorda e non ha elementi per poter interloquire”. Ed infatti, al breve incontro avuto con il magistrato livornese, il senatore Andreotti ha fatto seguire una dichiarazione scritta che ha inviato proprio in questi giorni dove descrive i fatti di cui fu informato e che, a distanza di tanti anni, è in grado di ricordare. Un documento che si unisce alle prime relazioni sulla tragedia stilate dal Sisde, che il pm il pm Giaconi aveva in parte già acquisito lo scorso 23 marzo a Roma, a cui molto presto si aggiungeranno i risultati delle nuove perizie disposte dalla Procura della Repubblica di Livorno.
Per approfondimenti:
L’associazione familiari delle vittime del Moby Prince
Il servizio della tv svizzera sulla riapertura del caso, con l’intervista al figlio del comandante Chessa
La puntata de La Storia Siamo Noi dedicata al Moby Prince:
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In Senato, Prodi tira un sospiro di sollievo: il Governo ha retto, la maggioranza ha tenuto. Palazzo Madama ha dato il via libera alla riforma dell’ordinamento giudiziario a firma del Guardasigilli Clemente Mastella. Che vince anche la sua personale sfida con il vicepresidente della Commissione Giustizia, il margheritino Roberto Manzione.
Ora il testo del ministro Mastella passa alla Camera che dovrà approvarlo entro il 31 luglio, altrimenti entrerebbe in vigore la riforma Castelli.
Pochi minuti prima l’Aula del Senato aveva bocciato l’emendamento sulla presenza dei presidenti dei consigli regionali forensi nei consigli giudiziari, presentato dal senatore della Margherita Roberto Manzione. I voti contrari erano stati 156, 155 i voti favorevoli e 2 astenuti. I senatori a vita in aula erano quattro, e tutti hanno votato in modo utile per la maggioranza: tre voti contrari (Colombo, Montalcini e Ciampi) e un astenuto (Andreotti). Non ci fossero stati, la votazione sarebbe terminata con 154 voti contrari e 155 favorevoli, e l’emendamento sarebbe passato, con conseguenze probabilmente fatali per il governo (il ministro Mastella aveva detto che si sarebbe dimesso).
Dopo la bocciatura dell’emendamento Manzione all’articolo 4 del ddl di riforma della giustizia Forza Italia, An e l’Udc hanno annunciato di voler lasciare l’aula del Senato e di non prendere più parte alle votazioni. A prendere la parola i capigruppo Renato Schifani, Altero Matteoli e Francesco D’Onofrio secondo i quali «non esiste più una maggioranza politica ed è stato determinante ancora una volta il voto dei senatori a vita».
Stessa decisione da parte dell’Udc, della Democrazia cristiana per le Autonomie e della Lega Nord con il capogruppo Roberto Castelli che ha concluso: “Se per avere i voti siete costretti ad affidarvi ad anziane signore, sempre sostenute da assistenti o badanti, siete alla frutta”. In attesa del prossimo tormentone.
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Sono ancora ore difficili per Prodi, in Senato: l’esecutivo traballa. Dopo che ieri l’Unione sulla riforma della giustizia ha vacillato e il governo è andato sotto, battuto su un sub-emendamento presentato dal senatore Roberto Manzione (Margherita) sul cambio di funzione tra giudice e Pm, oggi in votazione c’è un secondo emendamento dello stesso senatore (vicepresidente della Commissione Giustizia) sul quale il governo non è d’accordo. Se il nuovo emendamento venisse approvato il ministro della Giustizia Clemente Mastella è pronto a dimettersi: “Voglio sapere se c’è o non c’è una maggioranza, e questo si vede dai voti in Aula…”.
Il centrosinistra è dunque chiamato a salvare il proprio esilissimo margine di maggioranza dal rischio, molto concreto, di andare sotto al momento della votazione dell’articolo 4 dell’emendamento Manzione: quello che prevede la reintroduzione degli avvocati nei consigli giudiziari, cui è affidato il compito di valutare l’operato delle toghe.
Saltata la cena chiarificatrice con Mastella, prevista per ieri sera, Manzione ha stamani ribadito la propria determinazione a mantenere l’emendamento, aggiungendo la propria disponibilità a votare comunque la fiducia al Governo, nel caso l’esecutivo optasse per questa soluzione.
L’ipotesi della fiducia non soddisfa comunque il Guardasigilli: la maggioranza non può essere “salvata” ogni giorno da “san Giulio” Andreotti, come è avvenuto mercoledì: “San Giulio” ironizza il Guardasigilli “si festeggia una volta all’anno, se questi pensano che un onomastico si possa festeggiare tutto l’anno…”.
Ma il voto sull’emendamento in questione non è il solo a rischio: con due soli voti di margine, l’Unione dovrà oggi approvare quasi tutti gli articoli (10) del ddl, il cui voto finale è previsto per domani al termine della seduta mattutina, anche se il presidente Marini, dopo la contestata scelta di ieri di ammettere un emendamento del diessino Massimo Brutti, che ha determinato l’abbandono dell’aula da parte della Cdl, ha deciso, nella conferenza dei capigruppo che si è tenuta prima dell’apertura della seduta, di non procedere al contingentamento dei tempi del dibattito.
La tensione nell’aula di Palazzo Madama si è fatta palpabile, soprattutto durante un intervento di Gerardo D’Ambrosio, ex procuratore della Repubblica di Milano. Mentre contestava un emendamento presentato da Nitto Palma (FI), la senatrice Anna Cinzia Bonfrisco (FI) dal centro dell’emiciclo si è rivolta al collega urlando: “Sei un assassino, sei un criminale. Oggi è il tuo giorno”.
Immediata la reazione di tutto il centrosinistra. Ci sono stati urla, strepiti e anche gesti all’indirizzo della senatrice. Il presidente di turno, Milziade Caprili, ha ripreso la senatrice e ha detto che certe parole non sono mai state pronunciate nell’aula del Senato. Nell’intervento di giovedì D’Ambrosio aveva parlato dell’indipendenza della magistratura.
Il VIDEO servizio:
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A evitare il “patatrac” di governo e maggioranza, a Palazzo Madama, sul disegno di legge Mastella, contro il quale i magistrati dell’Anm hanno deciso di scioperare, è stato l’imperturbabile e sempre presente (per la precisione, in Parlamento fin dal ‘46…) senatore Andreotti. È accaduto mercoledì 11 quando si votava l’articolo uno del disegno di legge. I seggi dell’Unione non erano tutti occupati, e tra gli assenti spiccava il capogruppo dell’Italia dei Valori Nello Formisano: mentre la maggioranza rischiava il peggio, il senatore dipietrista stava intrattenendo i giornalisti in una conferenza stampa dedicata al problema dei senza tetto.
Stavolta, quindi, anziché affossare l’esecutivo come accadde quando D’Alema si vide bocciata la sua mozione sulla politica estera anche grazie al niet pronunciato dall’ex presidente del Consiglio, stavolta appunto il voto del senatore a vita è servito a salvarlo. 152 a 151 il conto finale.
Prodi resta dov’è, mentre l’Aula scoppia: il senatore Renato Schifani (capogruppo di FI) attacca: “Il senatore a vita Giulio Andreotti (lo è diventato nel ‘91, ndr) privo di mandato popolare si è assunto la responsabilità di far entrare in vigore una controriforma che svuota una riforma legittimamente approvata dal Parlamento. Questo è quanto Giulio Andreotti regala agli italiani”. E il leghista Roberto Castelli, firmatario della legge che la maggioranza vorrebbe eliminare, contesta addirittura la “legittimità” del voto.
E lui, Andreotti? Nessuna reazione, le parole non lo scalfiscono: forse gli compare sulle labbra sottili, un’impercettibile smorfia. Ma niente di più: come un vero highlander della politica italiana, mentre una pattuglia di senatori distratti si dedica ad altro (come se la tenuta di un governo fosse una cosa tra le altre).
Risvolto curioso? Il voto di Andreotti è stato determinante su una materia, quella della giustizia, che lo ha visto per lunghi anni al centro della scena, soprattutto nelle vesti di imputato. Imputato eccellente, s’intende. E modello: con quel modo discreto e costante con il quale ha sempre accettato di sottoporsi alle udienze dei tribunali, dov’era sotto processo per reati di gravità inaudita.
Dicendo sì al primo articolo della riforma Mastella, il senatore a vita ha spianato la strada a una riforma che cancella molte cose volute dal centrodestra. Ma che soprattutto sta diventando l’ennesimo terreno di scontro per la maggioranza, costretta tra l’altro a ritmi forsennati, visto che il disegno di legge del Guradasigilli deve essere assolutamente approvato prima dal Senato e poi dalla Camera entro il 31 luglio, altrimenti entreranno in vigore le norme della riforma Castelli.
Entro quella data, ci saranno altri aiutini del Senatore Andreotti? “Io voto quello che mi convince, volta per volta, non mi pongo troppi problemi…”.
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