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Giulio-Santagata

Dalla Casta alla beffa: la Finanziaria si rimangia le promesse antispreco

Il parco delle auto blu
La Casta, il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, ha terremotato la politica negli ultimi mesi. Dopo l’uscita della bibbia antispreco dei due giornalisti del Corriere della Sera, c’è stato un rincorrersi di politici e amministratori locali a promettere tagli ai costi della politica. Prima della presentazione della Finanziaria il governo aveva annunciato un pacchetto di riduzione dei costi della politica del valore, a regime, di 1,3 miliardi. Ma nella manovra che è in discussione in questi giorni al Senato i risparmi certi e quantificabili sono fermi a 419 milioni.
Un esempio? Prima dell’estate erano state promesse riduzioni almeno del 20% sui numeri dei consigli provinciali, comunali e circoscrizionali. Anzi, sembrava che le circoscrizioni, tranne nelle grandi città, sarebbero state del tutto abolite. E le comunità montane? Nel libro di Stella e Rizzo, se ne citano anche a livello del mare. Basta andare a rivedersi le dichiarazioni di qualche settimana or sono: sarebbero quasi scomparse. Ma le uniche cose ad essere davvero sparite davvero sono le norme che riformavano le comunità.
D’altra parte sugli enti inutili non è andata tanto meglio. Il disegno di legge del ministro per l’Attuazione del Programma, Giulio Santagata, censiva più di trecento enti inutili, proponendone il taglio di almeno un terzo. Risultato? I tagli ci saranno per poco più di una dozzina di società. Resterà invece l’Ente italiano risi.
Attacca duro il senatore di Forza Italia, Giuseppe Vegas, che a Panorama.it lancia l’allarme: “Il vero costo della politica è il governo. Al Senato le modifiche chieste dalla maggioranza in commissione hanno portato aumenti di spesa nel triennio nell’ordine dei 5,9 mld euro. Sono tutte tasse in più che i cittadini dovranno pagare”. Poi l’ex viceministro all’Economia del governo Berlusconi, aggiunge: “Si sono rimangiati soprattutto i tagli che erano previsti alla finanza decentrata. Quindi regioni, province e comuni non effettueranno i tagli”. E ancora: “E’ stata indebolita la norma sulle comunità montane: che quindi continuano ad esistere. Mentre si era parlato di soppressione”. Poi Vegas parla di una norma che giudica ridicola: “Ma lo sapete che hanno fatto passare la riduzione del numero dei ministri? Ma dal prossimo governo…”. Proprio su questo punto replica a Panorama.it Cesare Salvi, presidente del gruppo di Sinistra democratica al Senato, e uno dei primi critici del sistema dei costi della politica con il libro Il costo della democrazia, scritto con Massimo Villone: “È stato approvato il ritorno alla legge Bassanini sul limite al numero dei ministri. È normale che si applichi dal prossimo governo, altrimenti sarebbe stata una sfiducia a quello in carica”.
Poi Salvi prosegue ad enumerare le norme secondo lui positive presenti in Finanziaria sulla riduzione dei costi: “È stato inserito un tetto alle retribuzioni del settore pubblico e para pubblico. Non potranno superare quella del primo presidente della corte di Cassazione, più o meno 270 mila all’anno”. E sugli enti locali infine spiega: “Non aveva significato ridurre il numero dei consiglieri. Mi sembra un bene che sia stato ridotto il numero degli assessori nelle giunte e che sia stata abolita l’indennità che è stata sostituita da un gettone di presenza”. Insomma, tutto bene? No. Tanto che Salvi esclama: “Diciamo che sono soddisfatto al 40%. Non è tutto quello che avremmo voluto. Ma è un inizio”.

LA SCHEDA: Che cosa prevede la Finanziaria

Tagliare i ministri? Quasi impossibile. Eppure circola una black list

Nella foto Romano Prodi circondato da alcuni suoi ministri (Bersani, Letta, Bianchi, Nicolais, Pecoraro Scanio, Melandri, Bindi, Lanzillotta e D'Alema)
Come anticipato da Panorama.it, Piero Fassino dovrebbe trasferirsi nel governo, come vicepremier unico, subito dopo le primarie del Partito democratico, il 14 ottobre.

È indubbiamente la soluzione più indolore per trovare una sistemazione al segretario Ds che rischia di restare disoccupato dopo la nascita del nuovo partito e dopo “una vita da mediano”. In realtà Fassino aveva chiesto a Romano Prodi un segnale, un “cambio di passo” nella faraonica compagine ministeriale anche per rispondere all’antipolitica dilagante. Insomma, una riduzione del 50 per cento del numeo di ministri e sottosegretari. Qualcosa che Prodi teme come la peste: “Se togli un mattone crolla tutto”. È così, il rimpasto è sempre pericoloso, figuriamoci il taglio tout court dei ministri. Eppure esiste una black list che circola tra palazzo Chigi e vertici del Pd, di titolari di poltrone dei quali si farebbe volentieri a meno. Sia delle poltrone, sia soprattutto di chi le occupa.

Vediamola questa lista. Il nome più illustre è Tommaso Padoa-Schioppa, superministro dell’Economia, entrato in rotta di collisione con Ds e Margherita, e in special modo con il suo vice alle Finanze, Vincenzo Visco. Il problema sono le tasse: TPS è restio a tagliarle se non si riducono le spese, i partiti vogliono invece dare un “massaggio forte” (leggi elettorale) ai contribuenti. Non solo. Il ministro ha un fronte aperto con sindaci e amministratori locali, ai quali ha soffiato 4 miliardi di fondi inutilizzati, e che ora sollecita a nuovi sacrifici. Se si riducessero i ministeri e si “reimpacchettassero” alcune cariche spacchettate, TPS perderebbe il posto a favore di Visco. Ma neppure quest’ultimo gode di grande popolarità: quindi ecco affacciarsi l’ipotesi di Pier Luigi Bersani, l’uomo che per il Pd si è sacrificato a favore di Veltroni. Ma silurare TPS è difficilissimo, Prodi continua a difenderlo, e lo appoggia pure l’estrema sinistra per antipatia verso il Partito democratico. L’unica soluzione è “promuoverlo” ad una carica internazionale: ma sia il Fondo monetario sia la Banca mondiale sono, al momento, al completo. Resta la commissione europea, dove l’Italia è rappresentata solo da Franco Frattini, dopo la rinuncia di Rocco Buttiglione.

Nella lista nera c’è un altro ministro di peso, Cesare Damiano del Welfare. Damiano ha l’handicap di essere fassiniano, e se il suo leader entrasse nel governo (soprattutto con la rinuncia di D’Alema e Rutelli alle cariche di vicepremier) rischierebbe seriamente di trovarsi in sovrannumero. Non solo. Se il referendum su lavoro e pensioni producesse un “no” la sua posizione si farebbe ancora più difficile, specie per tenere buona l’estrema sinistra. Del resto anche la poltrona di Damiano potrebbe essere reimpacchettata; con quella di Paolo Ferrero (Rifondazione) delle Politiche sociali.

L’elenco prosegue con Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti come indipendente, in realtà in quota Pdci. Anche il suo dicastero sarebbe da ricongiungere con le Infrastrutture, senonché qui c’è Antonio di Pietro, che nessun vuol far crescere di potere. E nel mirino c’è pure Alfonso Pecoraro Scanio, le cui sparate all’Ambiente non sono per nulla gradite all’ala riformista dell’Unione (soprattutto a Bersani). Ma è l’unico ministero che hanno i Verdi, e Pecoraro ci piazzerebbe comunque un fedelissimo.

Si è fatta critica anche la posizione di Linda Lanzillotta (Affari regionali), osteggiata anche lei dalla lobby degli amministratori locali e dall’estrema sinistra. Linda è difesa da Rutelli e potrebbe saltare solo se quest’ultimo, rinunciando alla medaglia di vicepremier, ottenesse una poltrona più pesante da aggiungere (o da sostituire) ai Beni culturali. Poi c’è un elenco di ministeri considerati inutili al di là di chi li occupa: Giovani e Sport (Giovanna Melandri), Famiglia (però c’è Rosy Bindi, impensabile declassarla dopo la probabile sconfitta nel Pd), e soprattutto l’Attuazione del programma, in mano al prodiano Giulio Santagata.
Come ha suggerito qualcuno, per verificare se il programma è attuato oppure no non serve un ministro, basta una segretaria.

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In caso di rimpasto del governo Prodi, secondo voi, quale ministro rischia la poltrona
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Intrigo a Catanzaro: le relazioni pericolose del Professor Prodi

Romano Prodi
L’inchiesta del sostituto procuratore di Catanzaro Luigi De Magistris sulla cosiddetta loggia di San Marino sta prendendo la strada di Palazzo Chigi, sede della presidenza del Consiglio. L’ultimo atto è l’iscrizione sul registro degli indagati, con l’accusa di associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete, del deputato dell’Ulivo Sandro Gozi, 39 anni, ex “assistente politico” (così si autodefinisce nel curriculum) di Romano Prodi all’Unione Europea e oggi membro (”in sostituzione del presidente del Consiglio Prodi” precisa il sito della Camera dei deputati) nella commissione Affari costituzionali.
Nei giorni scorsi il pm aveva ordinato una ventina di perquisizioni e aveva iscritto sul registro degli indagati altri due imprenditori considerati vicini al premier: il romagnolo Piero Scarpellini, 57 anni, e il calabrese Pietro Macrì, 43 anni. Nelle ultime ore De Magistris ha inviato un altro avviso di garanzia destinato a fare rumore: l’indagato è infatti Luigi Bisignani, 53 anni, ex giornalista, una condanna per Tangentopoli, consulente di molte aziende e, dal 2000, procuratore dell’Ilte (industria libraria tipografica). Ma soprattutto tessitore di relazioni in campo politico e finanziario.

La loggia di San Marino
Il magistrato calabrese ritiene che anche Gozi e Bisignani facciano parte di quel “comitato d’affari”, trasversale ai partiti e con base nel paradiso fiscale di San Marino, che grazie ad amicizie altolocate (anche all’interno della Guardia di finanza e della magistratura) e un reticolo di società costituite ad hoc sarebbe riuscito a drenare centinaia di milioni di euro di finanziamenti pubblici (in particolare dell’Unione Europea), indirizzandoli nelle casse dei partiti e nelle tasche dei politici e dei loro amici.
Il comitato sarebbe, con coloriture massoniche (la maggior parte degli indagati è anche accusata di aver violato la legge sulle associazioni segrete), una lobby nazionale che controllerebbe con la sua rete di contatti parte del sistema politico ed economico del Paese.
“Non andiamo a caccia di grembiulini, quello è solo folclore, anche se qualcuno lo abbiamo trovato” si lascia scappare uno degli investigatori. Che sanno di non agire in solitudine: infatti quella che è già stata soprannominata, in modo suggestivo, “nuova P3″ affiora in controluce in altre inchieste delle procure italiane, in particolare quelle milanesi sulle deviazioni dei servizi segreti e su fabbriche e botteghe di dossier illegali.
Per provare le sue ipotesi investigative, De Magistris, 40 anni, erede di una famiglia di magistrati (il bisnonno era regio procuratore a Napoli), sta utilizzando con zelo intercettazioni (poche), perquisizioni (abbastanza), tabulati (molti), ma soprattutto l’analisi dei flussi finanziari.
Gli ultimi accertamenti (sono ancora in corso) riguardano per esempio i movimenti di Bisignani e gli affari che ruotano intorno al suo ufficio di piazza Mignanelli 3 a Roma.

Il cellulare presidenziale
Tutto inizia con la scoperta nella memory card di uno degli indagati di un numero di telefono registrato come “Romano Prodi cellulare”. Gli inquirenti fanno una verifica e scoprono che quell’utenza era originariamente intestata all’azienda Delta impianti srl di Cornate d’Adda (Milano); nel 2005 diventa un numero dell’”Ulivo-i Democratici”; infine, nel 2007, passa sotto la presidenza del Consiglio. Oggi a quel telefono (32074…), come ha verificato Panorama, risponde una signora che assicura che quel numero è attualmente utilizzato da Prodi.
Ma che cosa c’entra la Delta impianti con il premier? È un rebus un po’ opaco. Per il magistrato la Delta srl è collegabile, attraverso alcuni passaggi societari, alla Delta spa di Bologna, holding finanziaria che ha tra i suoi azionisti una banca di San Marino. La stessa che ha una partecipazione nella Nomisma, il laboratorio di idee fondato dal Professore.
In ogni caso l’analisi dei tabulati del numero “Romano Prodi cellulare” ha permesso di ricostruire la rete di contatti (30 mila in due anni, dal 2005 al 2007). Un traffico diretto soprattutto verso Bruxelles e i telefoni portatili di molti degli indagati nell’inchiesta di Catanzaro: in particolare Gozi, Piero Scarpellini e il figlio Alessandro, gli imprenditori Francesco De Grano, Antonio Saladino e Franco Bonferroni. Praticamente la compagnia su cui sta lavorando De Magistris.
In attesa di essere interrogati gli indagati spiegano ai giornali i loro rapporti con Prodi. Saladino, 53 anni, imprenditore nel settore del lavoro interinale, legato all’imprenditoria cattolica della Compagnia delle opere, dichiara a Panorama: “Con Prodi c’era solo un’amicizia personale”. L’ex veterinario nega i rapporti di affari, non i consigli: “Per esempio, in un incontro milanese gli ho spiegato gli aspetti positivi della legge Biagi”. E la loggia di San Marino di cui ha scritto in un’email? “Uno scherzo, una battuta”.
Piero Scarpellini, dipendente della sammarinese Pragmata (costituita da molti ex uomini della Nomisma), si definisce consulente per le questioni africane del premier e ammette gli incontri con alcuni degli indagati. “Soprattutto attraverso l’attività del Laboratorio democratico europeo” dice. Un gruppo di giovani ulivisti presieduto da Gozi, molto attivo tra Roma e San Marino, dove il deputato è protagonista di incontri e iniziative.

Cavolini e peperoncino
Ma chi è Sandro Gozi? Originario di Sogliano sul Rubicone (Forlì-Cesena) è un ex funzionario dell’Unione Europea, un tecnocrate riservato, poco noto al pubblico. Campione di squash ed esperto di “sfoglia emiliano-romagnola” (ha cofirmato una proposta di legge per valorizzarla), è un predestinato della politica: dopo la laurea in giurisprudenza a Bologna, studi diplomatici e corsi di perfezionamento in giro per l’Europa, dalla London school of economics alla Scuola nazionale d’amministrazione di Parigi (Ena), al master di politica internazionale a Bruxelles. Dove, qualche anno dopo, diventa membro del gabinetto di Prodi all’Unione Europea e consigliere dell’attuale commissario José Maria Barroso, sino all’elezione alla Camera nel 2006.
In Parlamento, oltre a sostituire Prodi nella I commissione, fa parte di quella per le politiche dell’Unione Europea. Secondo De Magistris, sarebbe Gozi uno degli uomini chiave di questo “comitato di San Marino” pronto a fare affari tra Bruxelles e la Calabria.
Un altro protagonista dell’inchiesta (è indagato per associazione per delinquere, truffa e violazione della legge Anselmi) è Pietro Macrì, vibonese, 43 anni, dirigente di una società di informatica. Durante gli studi a Bologna entra in contatto con l’entourage di Prodi e nel suo ufficio campeggia una foto che lo ritrae insieme con il Professore. Secondo due testimoni dell’accusa, Macrì ai collaboratori “consigliava di mandare i soldi a San Marino”.
Ma i problemi per lui non sono finiti. A Lamezia Terme una decina di ex dipendenti della Met sviluppo, di cui Macrì è stato amministratore delegato, hanno presentato un esposto parlando di “operazioni finanziarie ed economiche poco chiare” del gruppo.
Alberto Burrone, ex dirigente della Met Sviluppo, è uno dei promotori dell’azione e a Panorama dice: “Prendevamo ricchi finanziamenti per lavori di poco conto che, spesso, venivano sovraffatturati”. I settori d’intervento erano diversissimi. “Faccio un esempio: noi che siamo specializzati in contabilità in ambito sanitario ci siamo occupati anche di immigrazione clandestina e sicurezza”.
Per un certo periodo la Met sviluppo ha ricevuto una mole di commesse che i dirigenti non riuscivano a spiegarsi: “Quando mi hanno chiesto di preparare un sistema per monitorare il rischio tsunami a Stromboli, mi sono messo a ridere”.
La Met sviluppo ha gestito pure il sito internet della Camera di commercio di Parigi: “Era un lavoro impegnativo, apparentemente senza ritorni per l’azienda, ma giustificava una serie di viaggi a San Marino, dove era stato progettato un sito fotocopia di quello parigino da attivare in caso di attacco hacker”.
A quali società e a quali personaggi legati alla repubblica del Monte Titano facevano riferimento gli uomini della Met sviluppo? “Ricordo la Pragmata (quella di Scarpellini, ndr) e a Bruxelles Macrì diceva che era “raggiungibile” Gozi” conclude Burrone. Di nuovo San Marino, di nuovo Bruxelles.

Calabria euromiliardaria
Gli affari tra l’Italia e il Belgio (con snodo sul Monte Titano) sono il leitmotiv dell’inchiesta calabrese. In cui è finito pure l’Osservatorio del Mediterraneo fondato nel 2004 dal vicepresidente della Commissione europea Franco Frattini. L’ex capo della sua segreteria al ministero degli Esteri, Fabio Schettini, è indagato da tempo, mentre a febbraio è stato ascoltato come testimone un membro del cda dell’osservatorio, l’ambasciatore a riposo Achille Vinci Giacchi. In procura ha parlato dei finanziatori della fondazione. Un argomento che interessa molto a De Magistris.
Cinquantamila euro li avrebbe versati personalmente Schettini. Altrettanti arrivarono dalla Finmeccanica, 30 mila dall’Enel. L’osservatorio partecipò con un proprio stand al meeting di Comunione e liberazione di Rimini, “per far conoscere i suoi scopi”. Una kermesse a cui hanno preso parte anche i vertici del Laboratorio democratico europeo di Gozi e gli uomini della Compagnia delle opere sotto inchiesta a Catanzaro. Per il pm quell’affollamento, a pochi chilometri da San Marino, sarebbe più che una coincidenza.
Perché uomini così influenti avrebbero dovuto scendere in Calabria per fare affari? Secondo la procura, la risposta è semplice: la regione è considerata dall’Unione Europea un “obiettivo 1″, ovvero una di quelle aree depresse a cui vengono destinati aiuti particolari. Questo significa che, per esempio, il Programma operativo regionale (Por) dovrà distribuire sul territorio oltre 8 miliardi di euro di fondi strutturali europei per il periodo 2007-2013.
Per gestire questo fiume di soldi l’estate scorsa Francesco De Grano, cognato di Macrì e fratello di Maria Angela (è indagata pure lei), è stato nominato responsabile dei finanziamenti Por. Per gli inquirenti di Catanzaro il suo nome avrebbe messo d’accordo Ds, Margherita e il presidente della regione Agazio Loiero, promotore del Partito democratico meridionale e socio fondatore del Pd di Prodi.

Tagli ai costi della politica: le proposte ci sono. Manca chi le attua

Giulio Santagata, ministro per l'Attuazione del programma
Quattrocento deputati invece degli attuali 630 e senatori ridotti a 200 (da 315). E poi riduzione del numero dei ministeri, il 25% in meno di consiglieri regionali, provinciali e comunali. Non più di 15 assessori regionali, e non più di 14 assessori per Province e Comuni. E ancora: taglio (l’ennesimo, sulla carta) delle auto blu (dove possibile, il ricorso a mezzi alternativi di trasporto), via le circoscrizioni nelle città con meno di 250 mila abitanti e cellulari con il contagocce al personale che ha l’obbligo della reperibilità e limitatamente al periodo necessario a svolgere il servizio.
Detta così - almeno stando a quanto riferisce l’agenzia Ansa - sarebbe una vera riforma. Voluta da Giulio Santagata, ministro per l’Attuazione del programma, per tentare di abbattere i costi (esorbitanti) della politica.
Il ddl, di 37 articoli, dovrebbe arrivare al prossimo Consiglio dei ministri. Sempre che superi il fuoco di fila dei suoi (tanti, troppi, detrattori).
A sparare contro il testo ci si sono messi in tanti. Ha cominciato l’Anci (l’Associazione dei Comuni italiani, presieduta dal sindaco diessino di Firenze Leonardo Domenici), dicendosi “insoddisfatta” di come il governo stia gestendo la questione della riduzione dei costi della politica: “Avevamo avanzato la proposta” ha spiegato il presidente Domenici “di un ‘Patto’ condiviso da tutti i livelli istituzionali sugli obiettivi da raggiungere. Mancando questo patto il ddl Santagata non può intervenire sul numero dei parlamentari o sui consiglieri regionali che comunque rispondono agli Statuti”.
Critica anche l’Italia dei Valori, partito di Antonio Di Pietro, il ministro più vicino alle istanze dei cittadini contro gli sprechi della classe politica: “Quanto si apprende sul disegno di legge Santagata dà la spiacevole, ma inevitabile sensazione che si tratti più di un provvedimento di facciata che non di contenuti”. Ad affermarlo è Antonio Borghesi, responsabile dell’Economia per l’IdV e membro della Commissione Finanze alla Camera. “Ci auguriamo, però, che tutto questo non resti ancorato al mondo delle intenzioni”.
Già, le intenzioni: quelle di palazzo Chigi, dove venerdì 6 luglio sarà data solamente una “prima lettura” del ddl, sono quelle di non perdere altro tempo: “Anche in assenza di un’intesa” spiegavano varie fonti del governo. Prodi, infatti, preme perché il provvedimento, più volte annunciato (prima per metà giugno e poi per la fine dello stesso mese), veda presto la luce.
E il ministro Santagata, firmatario del testo, come la vede? “Quella citata dalle agenzie è una bozza vecchia elaborata dagli uffici tecnici e ormai ampiamente superata”. Il provvedimento, ha aggiunto, ha subito infatti un’ulteriore revisione rispetto ai testi fin qui circolati. Il disegno di legge prevede, entro 12 mesi dalla sua approvazione in Parlamento, l’emanazione di decreti e regolamenti da parte del presidenza del Consiglio e dei ministeri interessati.
Insomma, la strada è tutt’altro che in discesa.

Il VIDEO servizio:

Da San Marino alla Calabria: Mi manda Prodi, ma non sono un massone

[i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
La procura di Catanzaro indaga da mesi su una presunta loggia massonica coperta di San Marino e su un giro di truffe collegate a sostanziosi finanziamenti pubblici. L’inchiesta del pm Luigi De Magistris posa sulle dichiarazioni di una “gola profonda” che ha accusato molti personaggi influenti dell’imprenditoria meridionale. La signora, con le sue accuse, però, ha colpito anche lungo il Rubicone: Piero Scarpellini da Rimini (anche se è nato a Cesena), classe 1950 e laurea in lettere. Un indagato come gli altri se il suo nome non fosse collegato da anni a quello di Romano Prodi.
Signor Scarpellini, il magistrato l’ha iscritta nel registro degli indagati per l’appartenenza a una specie di P2 sanmarinese e l’ha bollata come “consulente di Prodi”. Un collegamento scomodo per il premier…
Io lavoro a San Marino e, da molti anni, ho un rapporto a livello personale con il presidente Prodi. Capisco il vostro interesse e i vostri sillogismi: la Repubblica del Monte Titano è una zona chiacchierata; Scarpellini lavora là ed è legato al presidente; conclusione: Scarpellini e Prodi fanno un giochetto poco chiaro. Voi fate il vostro mestiere…
Ma è vero che lei è un consulente di Prodi?
Negli ultimi anni sono diventato il consulente per le questioni africane.
Ha organizzato le trasferte in Libia del premier e di un altro suo vecchio conoscente, il ministro Giulio Santagata…
Lo ripeto: seguo le questioni africane, questo è il mio lavoro.
Gratuitamente…
E se uno fosse anche pagato? Comunque lo faccio gratuitamente, visto che ho già un mio stipendio…
Chi glielo paga?
La Pragmata (l’Istituto per lo sviluppo delle relazioni internazionali con sede a San Marino ideato da ex uomini di Nomisma, il centro studi fondato da Prodi ndr). Vuol sapere quanto prendo? Ottantasette mila euro lordi: è tutto dichiarato visto che devo pagare le tasse anche in Italia.
Uno stipendio più che dignitoso.
Per la miseria! Uno stipendio medio direi…
Sotto il Monte Titano ordirebbe le sue trame una loggia massonica occulta. E lei ne farebbe parte.
Che cosa si aspetta che le risponda? Ha mai sentito una persona accusata di qualcosa ammettere tranquillamente la propria colpevolezza? Io le dico che c’è una grossa inchiesta in una procura del Sud in cui, secondo quanto mi risulta, un paio di persone hanno fatto il mio nome e il giudice ha ritenuto di mandarmi un avviso di garanzia…
Ma lei di massoneria, logge e cose di questo tipo non ha mai sentito parlare?
Ho scoperto dai giornali che a San Marino c’è una loggia massonica regolare… Non sapevo neanche questo, pensi quanto sono esperto! E di logge segrete non me ne risultano…
Ma lei faceva affari con alcune delle persone indagate a Catanzaro?
No, no, no, assolutamente. Quelle che conosco appartengono alla Compagnia delle opere, a Comunione e liberazione, sino a prova contraria gente per bene. A Rimini c’è il loro Meeting annuale e in quelle occasioni ho incontrato due dei principali indagati: Antonio Saladino e Francesco De Grano. C’era questo appuntamento e ci siamo incontrati, anche perché io e altri seguiamo un gruppo di giovani impegnati politicamente. Li definirei rapporti di tipo “sociale”.
Di quale gruppo di giovani sta parlando?
Quelli del Laboratorio democratico europeo (il presidente dell’Associazione è l’onorevole Sandro Gozi, citato ma non come indagato, nelle carte dell’inchiesta catanzarese, ndr) che organizza incontri culturali in varie parti d’Italia.
Dove ha sede?
A Roma e ha molti iscritti.
È una sua iniziativa?
No, è un’idea di molte persone… Ma lasciamo perdere…
Il pm scrive che “lei sembra avere una passione per gli affari tra l’Italia e il nord Africa. Pare essere esperto di investimenti pubblici in Africa”. Quindi aggiunge che lei è membro del consiglio direttivo della Teresy’s foundation di San marino, che annovera nomi di influenti personaggi stranieri.
È una fondazione senza fini di lucro e ha un comitato scientifico di altissimo livello formato da ex funzionati in pensione delle istituzioni europee. Assistiamo a titolo gratuito i governi africani nelle loro negoziazioni con la banca mondiale, l’Unione europea e istituzioni di questo tipo…
Ovviamente anche questo gratis. Ritorniamo all’inchiesta: qual è la sua prossima mossa?
Che devo fare? Dire che il magistrato si è sbagliato? Se ha ritenuto opportuno mandarmi l’avviso di garanzia ne prendo atto e adesso aspetto che mi chiami…

Ora Prodi teme lo sfratto. Ma a darglielo non è Berlusconi

Walter Veltroni e Francesco Rutelli, insieme nel Pd
E ora a dare la spallata a Romano Prodi rischiano di essere non il centrodestra, ma i suoi (finora) più stretti alleati di governo e di maggioranza. Il tam tam è partito dai personaggi più vicini a Massimo D’Alema, come Nicola Latorre, e da Francesco Rutelli: “Serve uno scatto per salvare il Partito democratico: scegliamo subito il leader”. Il punto di partenza è oggettivo, innegabile: il crollo di consensi subìto alle amministrative dalla somma delle liste dell’Ulivo, e da Ds e Margherita. Insomma, dal futuro Pd. Si va dal meno 10,1 di Genova al 13,9 di Matera, al 9,9 di Pistoia, al13,1 di Vercelli.

Insomma, l’idea del Pd non sfonda, rischia anzi di abortire prematuramente. Ma che cosa significa scegliere ora il leader? Fino a ieri il calendario ufficiale prevedeva che il 14 ottobre venisse eletta l’Assemblea costituente, con la questione del capo rinviata ai tempi classici della politica. Latorre propone che tutto venga anticipato al 15 luglio. Rutelli che, contestualmente all’Assemblea, si indichi un nome, magari un candidato premier per il futuro, in grado di rianimare il popolo sconfortato della sinistra.

Ma di nomi appetibili - lo indicano tutti i sondaggi - ce n’è solo uno: Walter Veltroni. Ed il problema è: l’eventuale leader del Pd deve anche essere il candidato premier per il dopo Prodi? Un nome diverso dal Professore? In questo caso il presidente del Consiglio che cosa fa, resta a scaldare la poltrona a palazzo Chigi?

Informato del progetto, Prodi si è infuriato: “Non farò il re travicello. Sul Pd si fa come dico io o me ne vado”. Ovvero, come spiega Giulio Santagata, ministro per l’attuazione del programma e prodiano doc: “O Romano assume la leadership del Partito democratico, oppure torna a Bologna e fa il nonno”. E se si tengono le primarie e si candida Veltroni? “Succede che si candida anche Prodi”.

Scenario da crisi di nervi. Ma forse anche da crisi di governo. Dietro l’esigenza di salvare il Pd, infatti, Ds e Margherita starebbero cercando i modi di proseguire la legislatura cambiando in corsa il premier. Insomma, il classico governo-ponte, magari con la sponda del centrodestra. Da affidare ad un Franco Marini o, come vorrebbe la Cdl, ad un Lamberto Dini. Per chi volesse provocare una crisi le occasioni non mancano di sicuro, soprattutto al Senato.

Il presidente del Consiglio Romano Prodi.

Nei porti italiani si entra col giallo

Il porto di Gioia Tauro
Ou Xin Qian arriverà a Roma il 5 giugno. In rappresentanza della commissione nazionale Riforme e sviluppo cinese, incontrerà il premier Romano Prodi non per discutere della rivolta nella Chinatown milanese, ma di affari. Pechino ha grandi liquidità da impiegare (si parla, per il mercato europeo, di 900 miliardi di dollari in riserve valutarie). E tutti i paesi corrono per accaparrarsi questi capitali.
Il piano del governo affidato al ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata, vuole fare della Penisola la porta d’ingresso delle merci cinesi in Europa e attirare investimenti di Pechino. “Vogliamo trasformare l’Italia in una piattaforma logistica per la distribuzione” spiega Santagata. “Valutiamo se e a quali condizioni il Paese può diventare l’attracco per il mercato Europa-Cina e viceversa”.
Il traffico commerciale fra le due aree cresce del 13 per cento annuo, ma occorre battere la concorrenza di greci, spagnoli e francesi. La rosa dei porti, per ora, comprende: Gioia Tauro, Taranto, Trieste, Genova, Ravenna e Napoli (dove la cinese Cosco controlla già il 70 per cento dello smercio). I cinesi decideranno se e dove mettere risorse. Quanto agli aeroporti, l’Enac ha condotto uno studio per individuare i più appetibili: Fiumicino, Malpensa e Brescia.
La seconda fase punta al sistema produttivo. “Non possiamo diventare solo un terreno di transito” prosegue Santagata. “Dobbiamo cogliere la possibilità di portare qui alcune fasi di lavorazione dei prodotti”. Fra le aziende interessate a partnership con i cinesi: Eni, Fiat, Candy, De’ Longhi, Zegna, Venchi, Poste italiane, Finmeccanica, Costa, Fata, Snaidero, Alitalia, AirCargo e Livingstone (gruppo Ventaglio).

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

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