Archivio per il tag “giuramento”

Non sai leggere l’italiano? Niente cittadinanza

costituzione

Non leggi italiano, niente cittadinanza. Non è lo slogan di una campagna pubblicitaria.

È il riassunto di quanto successo nel cuore della provincia orobica, a Caravaggio: paesone (meta di pellegrinaggio mariano e considerato comune natale di Michelangelo Merisi) governato da una giunta del Carroccio.
E la frase se l’è sentita dire un egiziano di 36 anni, che si è recato nel Municipio della Bassa Bergamasca per giurare fedeltà alla Costituzione italiana, ultimo, fondamentale passaggio per ottenere la cittadinanza.
A pronunciarla, dopo attento esame, il sindaco leghista. Che ha inviato l’(ancora) immigrato a ripresentarsi per il giurameto sulla Carta, quando avrà imparato la nostra lingua.
Già, perché quando il primo cittadino, Giuseppe Prevedini, gli ha consegnato la formula, lui - che da tempo vive a Caravaggio ed è sposato con una donna bergamasca - ha ammesso di non saper leggere la nostra lingua. Il sindaco, come scrive L’Eco di Bergamo che ha raccontato l’episodio, lo ha dunque rispedito a casa: rimandato e invitato, come uno studente mpreparato, a “tornare la prossima volta”. “Chiedere la cittadinanza significa abbracciare i valori e la cultura del nostro Paese” dice il sindaco Prevedini. “Questo non si può fare senza saper leggere l’italiano o senza perlomeno aver imparato a memoria il giuramento. Una persona che conosce solo l’arabo non può sapere quali sono i suoi diritti e i suoi doveri in Italia”.
L’immigrato, che avrebbe dovuto ottenere la cittadinanza italiana, aveva già ricevuto il decreto di concessione dal ministero dell’Interno. Per diventare italiano a tutti gli effetti, gli mancava però il giuramento. Ma il sindaco resta irremovibile: anche se la legge non prevede la conoscenza della lingua come requisito fondamentale per l’ ottenimento della cittadinanza, Prevedini non ha alcuna intenzione di concedergliela, almeno finché non abbia imparato a leggere: “Qui funziona così” ha aggiunto “se non gli sta bene, può sempre andare a Roma e giurare davanti al Presidente della Repubblica”.
All’egiziano non resta dunque altra soluzione che imparare l’italiano. Dovrà farlo però entro il tempo che gli rimane, prima della scadenza del decreto di concessione del Governo, che dura in tutto sei mesi. Altrimenti dovrà ripetere la trafila daccapo.

Franceschini comincia con un ritorno al passato: “Premier contro la Carta”

Dario Franceschini con il padre Giorgio

Per decenni è stata il principale serbatoio di voti, di iscritti e di quattrini. Del Pci prima, dei Ds poi. Ma l’Emilia rossa dei sindaci popolari, degli asili nido studiati presi a modello nel mondo e delle Feste dell’Unità, non aveva mai espresso un leader nazionale del principale partito della sinistra. “Evidentemente” mormora a mezza voce un dirigente ex Ds “ci voleva un democristiano per rompere il tabù…”.
Nel suo primo giorno da segretario, Dario Franceschini è tornato a casa. In quella terra con “l’acqua d’argento che le scorre nelle vene” (per usare la parafrasi del Po che ha usato nel suo romanzo), comunisti e cattolici se le sono date di santa ragione. Ma a certe “contraddizioni” Dario è abituato.

Come rivelato prima dal Giornale e poi ammesso da lui stesso (sullo steso quotidiano), il nuovo leader dei Democratici vanta un papà partigiano: Giorgio, avvocato e deputato dc negli anni Cinquanta (nell cui mani, che tenevano una copia della Costituzione ha giurato, usando le parole che di solito pronuncia il presidente del Consiglio, fatto da lui stesso definito “anomalo” per un dirigente politico, in particolare quando ha pronunciato la formula “eserciterò le funzioni di segretario del Pd nell’esclusivo interesse della Nazione”) ma anche un nonno (quello materno) fascista. Che: “Ci credeva, e negli incarichi amministrativi che ebbe riuscì a farsi benvolere da tutti” e che “Aderì prima al fascismo, poi alla Repubblica di Salò”.
Papà antifascista, nonno mussoliniano: si può fare, dunque. E infatti, attorniato dai partigiani, Franceschini ha giurato sulla Costituzione per farsene paladino, di fronte al cippo che ricorda l’eccidio Estense della Lunga notte del ‘43. Perché, dice: “Il presidente del Consiglio ha in mente un Paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona. Questo è contro la Costituzione a cui lui ha giurato fedelta”‘.
La difesa della Carta non è quindi, nei piani del nuovo leader democratico, solo un alto richiamo ideale, ma anche - e soprattutto - uno strumento per caratterizzare la sua segreteria. Con un refrain già mandato dalla grancassa dell’opposizione: l’antiberlusconismo, molto più agguerrito, rispetto all’atteggiamento di Veltroni, del quale è stato il numero due.
Da numero uno, Franceschini sceglie di esordire così. Un pranzo, a base di tortellini - il suo piatto preferito - dai genitori; poi due passi in centro, salutando i vecchi amici, i giovani sostenitori e gli anziani. In molti gli stringono la mano, gli chiedono autografi, gli fanno gli auguri e i complimenti. Una signora lo supplica: “Per favore, non litigate più”. Franceschini risponde con un sorriso. Come promessa, forse, è un pò troppo impegnativa, per il Pd di questi tempi. Soprattutto a fronte delle prime scelte del neoeletto segretario.
Che fin nel suo discorso d’insediamento alla Fiera di Roma aveva detto: “Deciderò da solo”. E infatti: via il vecchio coordinamento (al suo posto, una sorta di comitato di segreteria), stop al governo ombra. Basta anche con il “caminetto”, e solo su singoli temi chiamata a raccolta dei “big” del partito per condividere le decisioni chiave. Più spazio agli amministratori locali, segretari regionali, personalità del territorio e volti nuovi, meglio se giovani. Sono questi i primi passi di Dario: tenersi alla larga da quelli che hanno “fatto fuori” il predecessore, l’amico Walter. Certo, nero su bianco, per ora, non c’è niente: si tratta di “pure illazioni”, mediatiche. Ma il segno di questo “nuovo giorno”, più decisionista del precedente si annusa: netta, ad esempio - dice chi ha parlato con il neo segretario - sarà la posizione del Pd sui temi etici, a cominciare dal testamento biologico, in difesa della libertà di scelta del cittadino, della laicità dello Stato e dell’autonomia dei cattolici in politica dalla dottrina della Chiesa. Chi meglio di un cattolico democratico può interpretare questo ruolo? Poi ci sono le riforme (giustizia, federalismo, intercettazioni, regolamenti parlamentari, forma di governo) sulle quali, dopo l’esordio aggressivo di Ferrara, il Pdl ha già chiuso le porte del dialogo. E l’offensiva per chiedere al governo verità sulla situazione dell’economia e risorse per combattere la crisi, a vantaggio delle fasce sociali più deboli.
Ma decisioni difficili Franceschini dovrà prenderle anche per ridisegnare l’organigramma interno al partito. Presto si vedrà se ha ragione chi dice che, con le dimissioni di Veltroni, è stato “dimissionata” anche l’oligarchia democratica. Sempre sabato Franceschini ha detto: “Non ho fatto patti, non ho padrini nè padroni”. Ma qualche avversario sì, soprattutto tra i più giovani (quelli a cui il Pd guarda per darsi una nuova veste): a cominciare “dall’astro nascente” Matteo Renzi (altro margheritino che ha trionfato in un territrio rosso, come Firenze): “Un’occasione persa”, quella dell’Assemblea. “Se Veltroni è stato un disastro” spiega in una intervista alla Stampa “non si elegge il vicedisastro per gestire la transizione”. In questi anni Franceschini “è stato una delusione, percepito come il guardiano di Quarta Fase, l’associazione degli ex popolari. Ma basta con questa storia degli ex!”.
Sarà anche per questo che l’Unità domenica, mentre il neo leader giurava sulla Carta, accompagnava il tutto con un interrogativo pieno di dubbi: “Ce la farà?”

I Quadretti di Brulliotoi

Berlusconi: “C’è tanto da fare”. Dal federalismo ai salari, ecco i propositi

Silvio Berlusconi riceve da Romano Prodi la campanella con cui il premier apre e chiude le riunioni del Consiglio dei ministri | Ansa
“C’è tanto da lavorare”. Sorprende così il Cavaliere tutti i giornalisti che attendono qualche dichiarazione, qualche battuta, qualche proposito. Tanto da lavorare, vuol dire per Berlusconi, che non c’è tempo da perdere. E allora, in rapida successione: giuramento al Quirinale, cerimonia della campanella per il passaggio di consegne con Romano Prodi, e subito il primo Consiglio dei ministri. D’altra parte, nella prima seduta del quarto governo Berlusconi, il premier è piuttosto chiaro: “Il tempo delle parole è finito, ora passiamo ai fatti”.
Messaggio recepito dai ministri. Pare di sì, almeno stando alle loro dichiarazioni. Quelle di Roberto Calderoli, intervistato da Maurizio Belpietro a Panorama del Giorno su Canale 5 confermano: “Abbiamo questi giorni per mettere a punto la questione: Berlusconi ha suggerito la scelta dei viceministri sulla base delle capacità e credo che ridurre i numeri sia una buona cosa”. E poi: “Non posso dire quante leggi taglierò”, ha aggiunto il ministro alla delegificazione, “perché direi una menzogna visto che nessuno sa il loro esatto numero e non sappiamo nemmeno di cosa parlano. Cominceremo con il tagliare le leggi inutili e col mettere in chiaro le tante contraddizioni tra la legislazione primaria e le tante direttive comunitarie, le tantissime leggi regionali che nel corso degli anni si sono sovrapposte. In questo modo” ha proseguito Calderoli “il cittadino diventa matto”.
Il neo-inquilino del Viminale, Roberto Maroni, punterà sulla lotta all’immigrazione clandestina e metterà a punto subito un “pacchetto sicurezza”. “Adotteremo misure urgenti”, assicura il ministro del Carroccio che annuncia che già la prossima settimana, lunedì o martedì, farà una riunione operativa con i ministri degli Esteri, della Giustizia e della Difesa per mettere a punto le misure del pacchetto sicurezza che verrà licenziato dal primo Cdm.
Il primo punto all’ordine del giorno per il nuovo ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, saranno i salari. “Da dove partiremo? Alzeremo i salari dei lavoratori dipendenti - assicura a margine del giuramento - in relazione alla produttività”. Si lavorerà poi anche sulla detassazione degli straordinari. Fa il pari il professore di Venezia neo-ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che promette “i buoni andranno premiati mentre i fannulloni saranno bocciati”.
Per Umberto Bossi, neo-ministro delle Riforme il pallino è sempre lo stesso: “il primo problema da affrontare è quello del federalismo fiscale”.
Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola pensa al nucleare: “È un’esigenza per l’Italia, serve un mix di energie che va dal nucleare a quelle rinnovabili”.
Rimettere in moto i lavori per il Ponte sullo Stretto di Messina è una delle priorità del nuovo ministro delle Infrastrutture che ha però anche una scommessa personale più “casalinga” e da toscano pensa alla Livorno-Civitavecchia.
Il primo atto di Ignazio La Russa da ministro sarà “andare in Sicilia sulla tomba di mio padre, che mi ha insegnato i valori: lo ringrazierò e starò con lui un po’”. Per il resto, l’ex capogruppo di An alla Camera fa sapere che per le questioni nodali, come la missione in Afghanistan, prima di ogni decisione si sentirà con l’uscente Arturo Parisi e con i vertici delle Forze Armate.
Il nuovo ministro degli Esteri Franco Frattini in primo luogo si consulterà con i militari sulle regole d’ingaggio dei soldati impegnati all’estero. La sua prima missione diplomatica sarà in Perù, la prossima settimana.
Vino e latte. Sono le prime battaglie che intende condurre il neo-ministro dell’Agricoltura, il leghista Luca Zaia. Senza timore, dice in un’intervista al Giornale, di “sporcarsi le scarpe di terra”
“Non farò provvedimenti spot, ma bisogna partire dal tipo d’Italia che ci piacerebbe per il domani: quella in cui i giovani non hanno paura del futuro e in cui chi merita ottiene quel che merita”. È la promessa del più giovane ministro del nuovo esecutivo, Giorgia Meloni, a capo delle Politiche Giovanili.
“Sarò il gran sacerdote del sacramento del programma di governo”. È l’obiettivo dichiarato del leader della Dc per le Autonomie, Gianfranco Rotondi, entrato a sorpresa nella rosa di governo all’Attuazione del programma.

Il VIDEO servizio:

n

Chi, tra i ministri del IV governo Berlusconi, vi ispira più fiducia?
Mostra i risultati

Giura il Berlusconi IV, tra emozione, segni di croce e donne coi pantaloni

Il presidente Giorgio Napolitano e il premier Silvio Berlusconi a colloquio durante la cerimonia di giuramento del quarto governo Berlusconi al Quirinale | Ansa
Alle 16.48, e mancavano ancora 12 minuti alla cerimonia del giuramento, nel salone delle Feste del Quirinale la rappresentanza governativa era un monocolore azzurro: infatti 11 dei 12 ministri di Forza Italia erano i primi ad arrivare sul Colle (Angelino Alfano, Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Sandro Bondi, Mara Carfagna, Elio Vito e Raffaele Fitto)

Poi alla spicciolata tutti gli altri, a partire dalle 4 signore che hanno vestito la grisaglia ministeriale. Con poche variazioni in termini di colore e accessori, le neoministre del governo Berlusconi hanno optato per la giacca e i pantaloni. I più attenti notano che sotto il sobrio ed elegante completo grigio-Armani, Mara Carfagna “osa” dei sandali a dita scoperte senza calze. Come lei, anche la 31enne Giorgia Meloni sceglie il grigio, il suo tailleur ha però dei riflessi più brillanti. Blu il tailleur di Maria Stella Gelmini (capelli sciolti che non arrivano alle spalle) e un viola tendente al prugna per Stefania Prestigiacomo.

Quindi il giuramento. Prima tocca al premier Silvio Berlusconi. Poi, uno dopo l’altro, gli altri ministri: iniziano quelli senza portafoglio, a cominciare da Elio Vito (Rapporti con il Parlamento) e Umberto Bossi (Riforme), e successivamente sfilano quelli con portafoglio, da Franco Frattini (Esteri) a Giulio Tremonti (Economia): “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”. Questa la formula echeggiata per ventidue volte (21 ministri più Silvio Berlusconi).
Un cerimoniale filato via veloce, come ormai da nuova prassi “costituzionale”, ma con qualche curiosità. Il lapsus del ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, che per l’emozione ha scambiato la parola “Nazione” con “Italia”. Quello delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, che prima di alzarsi per giurare, si è fatto il segno della croce, mentre il suo collega di partito, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, dopo il giuramento è tornato al suo posto, dimenticandosi di firmare. E proprio con il goliardico La Russa, Berlusconi ha poi scherzato, fingendo di non volergli dare la mano perché non si era rasato il pizzetto per l’occasione.

Molto emozionato anche l’ex commissario europeo Franco Frattini. Quando il presidente della Repubblica lo chiama per il giuramento, non tutto fila liscio. In particolare Frattini, titolare della Farnesina, nel momento di leggere la formula di rito, incespica per due volte. Fuori programma, invece, per l’esponente di An Andrea Ronchi, che alzandosi verso il Capo dello Stato si fa prima il segno della croce. Renato Brunetta, neo-ministro dell’Innovazione, si rivolge invece al presidente della Repubblica per fargli i suoi personali complimenti: “Ha proprio un bravo figlio, suo figlio è proprio bravo”
Stefania Prestigiacomo, neo minsitro dell'Ambiente, in viola durante la cerimonia di giuramento del quarto governo Berlusconi al Quirinale | ansa
Umberto Bossi, il più cercato dai fotografi, ha stretto vigorosamente la mano del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, mentre il ministro alla Semplificazione, Roberto Calderoli, indossava la classica cravatta verde padano. Anche la matricola Luca Zaia (altro leghista, alle Politiche Agricole) si fa sorprendere all’emozione e entrando nella sala dice: “Non ho saliva, sono molto emozionato”.
Quindi la classica foto di gruppo e flash impazziti per le 4 donne e poi tutti a brindare alla salute del nascente governo. È lo scatto che immortala la nascita del Berlusconi IV. Poi Berlusconi si dirige a Palazzo Chigi, tra gli applausi dela folla assiepata a Piazza Colonna, e accolto, nel cortile interno, dai picchetti d’onore di tutte le armi.
Il tutto mentre a palazzo Chigi l’aria cambiava in soli tre minuti: il tempo necessario di aggiornare il sito del governo con la foto del neo premier ben evidente nella home page e l’elenco dei nuovi ministri. All’interno aspetta Romano Prodi per il rito della campanella con cui il premier apre e chiude le riunioni del Consiglio dei ministri: così è nato il Berlusconi IV.

Il VIDEO servizio:

Le tappe del Berlusconi IV: oggi il giuramento, fra sette giorni la fiducia

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi giura davanti al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano durante la cerimonia di giuramento del suo quarto governo oggi al Quirinale | Ansa

Veloce, rapido, compatto, da record: il IV Governo di Berlusconi è davvero “sprint”. Dopo aver accettato l’incarico, il presidente del Consiglio ha infatti subito sciolto la riserva e presentato la lista dei ministri, che alle 17 di giovedì 8 maggio hanno giurato al Quirinale, con due giorni di anticipo sui tempi che il premier aveva indicato nei giorni scorsi. Ora, come prevede la Costituzione, l’esecutivo ha pieni poteri. Anche se il passaggio cruciale per poter esercitare a tutti gli effetti - quindi anche al di là dell’ordinaria amministrazione - l’azione di governo del Paese è il voto di fiducia di entrambi i rami del parlamento. Alle 18 via al primo Consiglio dei ministri per la nomina di Gianni Letta a sottosegretario.

Nella storia dell’Italia repubblicana c’è un solo precedente di “incarico lampo”, quello di Giuseppe Pella del 1953. Si trattava però di una situazione di emergenza: un governo appena varato da De Gasperi era stato respinto alle Camere durante il dibattito sulla fiducia e il Capo dello Stato Luigi Einaudi, di fronte alla rissosità dei partiti, risolse la crisi senza nemmeno fare le consultazioni di rito: vide Pella , informalmente, il 12 agosto, lo convocò per il 13, e quando lo ricevette il presidente incaricato aveva la lista dei ministri già in tasca.

Tornando a Berlusconi, una volta nominati i ministri, per il Cavaliere si apre la partita a risiko dei viceministri e dei sottosegretari. Sono ancora in gioco deleghe pesanti da assegnare per i 39 uomini della squadra, mentre è tutto pronto a Palazzo Chigi in attesa del passaggio delle consegne fra Romano Prodi e Berlusconi. Dopo due anni avviene così una replica, a parti invertite, di quanto accaduto nel maggio del 2008. Ad accogliere il neo premier, subito dopo il giuramento del governo al Quirinale, sarà il presidente del Consiglio uscente Romano Prodi che, dopo aver passato in rassegna insieme a Berlusconi il picchetto d’onore composto da uomini di tutte le Armi, accompagnerà il nuovo capo del governo nello studio del presidente per la tradizionale consegna della “campanella” con cui il premier apre le riunioni del Consiglio dei Ministri. Un atto simbolico che sancisce il cambio della guardia a Palazzo Chigi.
Lunedì mattina, infine, la nomina dei sottosegretari e dei viceministri, che giureranno nel pomeriggio. Da lì, partiranno le nuove tappe del percorso che porterà l’esecutivo a ricevere la fiducia delle Camere e poi al primo Consiglio dei ministri “operativo” che Silvio Berlusconi ha più volte annunciato di voler tenere a Napoli per affrontare l’emergenza rifiuti.
GIURAMENTO: Si svolge giovedì otto maggio, alle 17, nel Salone delle Feste del Quirinale, al ritorno del presidente della Repubblica dall’inaugurazione della Fiera del Libro di Torino, con due giorni di anticipo sui tempi che aveva indicato nei giorni scorsi lo stesso Berlusconi. A quel punto il governo sarà già nel pieno delle sue funzioni.
VICEMINISTRI E SOTTOSEGRETARI: Lunedì 12, il primo Consiglio dei ministri del nuovo governo potrà procedere al conferimento delle deleghe ai ministri senza portafoglio e, pare, anche alla nomina di tutti gli altri sottosegretari. Ad una parte di essi sarà conferita la delega di viceministro.
FIDUCIA: La Camera voterà la fiducia al nuovo governo Berlusconi mercoledì prossimo, 14 maggio, come ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si presenterà in Aaula martedì 13 alle 10 per esporre il programma del nuovo Governo. Poi ci sarà il dibattito. Per il giorno successivo è prevista la replica del premier intorno alle 10.30. Quindi le dichiarazioni di voto, in diretta televisiva.
CONSIGLIO DEI MINISTRI: La prima riunione operativa del Cdm, quella programmata a Napoli, potrebbe svolgersi così già venerdì 16 maggio o, al più tardi, nella settimana successiva, tra il 19 e il 23 maggio.

Archivi