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Goffredo-Bettini

Montezemolo papa straniero del PD? D’Alema già lo silura


Il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo

Il presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo

L’ipotesi che circola da mesi, sempre smentita dal diretto interessato, di una possibile candidatura di Luca Cordero di Montezemolo con il centrosinistra è tornata alla ribalta. Stavolta per mano di Goffredo Bettini sulle colonne del Riformista dove scrive che la discesa in campo di Montezemolo “potrebbe avere un grande significato e una grande presa”, se si dovesse tornare alle urne in primavera. Continua

Logoramento a mezzo stampa per Veltroni. Anche gli amici pensano al dopo Walter

Manifestazione del Pd

Nei giorni precedenti la convocazione dell’assemblea del Pd erano state le correnti ad agitare le notti di Walter Veltroni. Poi arrivando alla Fiera di Roma il blogger Mario Adinolfi ne aveva chiesto, anche se per la verità lo faceva da settimane, ufficialmente la testa. Eppure nella semideserta riunione democratica il segretario del Pd era riuscito ad ottenere una tregua balneare. Tregua che però è durata poco: visto che Arturo Parisi ha infiammato una domenica, già calda per le temperature africane e per l’attesa di Italia-Spagna, con un’intervista molto netta al Corriere della Sera nella quale ha detto a chiare lettere che Veltroni dovrebbe lasciare.

Il prodiano non è nuovo a sortite del genere: sono in molti a ricordare che nella Margherita il suo gioco era lo stesso. Eppure il leader dell’ex loft, ora traslocato al Nazareno, non l’ha presa per nulla bene: “Nessuna riposta” ha detto ieri “non mi sorprende l’intervista. Credo” ha aggiunto giustificando il proprio lavoro “che in cinque-sei mesi di lavoro, considerando la condizione molto difficile dalla quale ci siamo trovati a partire, abbiamo fatto moltissimo. Il gruppo dirigente del Pd dovrebbe rendersi conto che oggi c’è una grande forza, che non c’è mai stata e che è paragonabile, se non superiore, ad altre forze europee”.

Veltroni, infine, ha sottolineato che nei prossimi mesi “creeremo le condizioni perché quando si tornerà a votare, e non so quando, visto il modo in cui il governo si comporta, credo che potremo avere i risultati che ci aspettiamo”. Parole di circostanza. A cui è seguita la bordata fatta recapitare a Parisi questa mattina su Repubblica con l’intervista del vice segretario, Dario Franceschini: un colloquio con il giornale più amico del Pd, nel quale il titolo è ottima sintesi del pensiero dei veltroniani “Basta con la corsa al logoramento. Walter anche al prossimo giro”. Ecco, quando si dice più realisti del re.
Perché che Veltroni possa non farcela ci stanno pensando anche nel circolo di quelli che stanno più vicini allo stesso ex sindaco di Roma. Gente come Goffredo Bettini: che, pure lui risponde oggi sul Corriere a Parisi, ma pare anche stia organizzando i quarantenni del Pd, “Nel caso che Walter lasci”. Ovviamente si tratta di persone di provata fede politica. Insomma un drappello di quarantenni veltroniani come il ligure Andrea Orlando, il friulano Alessandro Maran, il giovanissimo lombardo Maurizio Martina, il veneto Andrea Martella, il romano Nicola Zingaretti pronti a succedergli. E proprio quest’ultimo pare sia, complice l’amicizia con Bettini, tra i favoriti.

Oltre ai veltroniani di sono pure i “coraggiosi rutelliani” che l’11 e 12 luglio a Montecatini ribadiranno le ragioni dell’ex vicempremier che all’assemblea di Roma aveva sottolineato l’importante di “un ragionamento che vada oltre le caselle del XX secolo”.

E infine ad agitare i sonni, già non tanto tranquilli, di Veltroni c’è pure la neonata Red (è stata registrata dal notaio giovedì scorso): sono 120 parlamentari legati a Massimo D’Alema e alla sua fondazione Italianieuropei, che inizieranno a riunirsi da domani a Roma al cinema Farnese. L’acronimo è tutto un programma: Riformisti E Democratici, cioè soprattutto “Red”. Che in inglese sta per rosso, rossi.

Dialogo Berlusconi Veltroni. Al loft in tanti ora studiano diplomazia

Il leader del Partito Democratico Walter Veltroni con Goffredo Bettini | Ansa
di Stefano Vespa

E ora si scoprono le carte. Se ci limitassimo alle dichiarazioni del prima e del dopo voto, sarebbe legittimo un minimo di ottimismo sulla possibilità che si arrivi presto alle riforme istituzionali. La larga vittoria del Pdl e gli impegni confermati da Silvio Berlusconi a favore di un dialogo con il Pd costringono il partito di Walter Veltroni ad assumersi una responsabilità più difficile del previsto, perché la sconfitta è stata più netta di quanto si pensasse. Sconfitta che ha fatto riemergere le diverse anime del Partito democratico, interne agli ex Ds e alla cattolica Margherita.
Può apparire strano, ma la maggiore disponibilità al dialogo potrebbe arrivare dagli ex diessini. Conosciuto ormai anche dal grande pubblico, Goffredo Bettini, coordinatore del Pd e braccio destro di Veltroni, sembra destinato a rivestire ufficialmente i panni dell’alter ego (a sinistra) di Gianni Letta.

Non a caso Berlusconi già martedì 15, a Radio anch’io, gli ha confermato l’appuntamento preso “tramite un comune amico”, Gianni Letta appunto. Bettini ha il mandato di Veltroni, che fin dalla sera di lunedì 14 aveva confermato la disponibilità al confronto. Ma nel Pd chi rema a favore e chi contro? Tra i primi rispunta, inevitabile, la figura di Massimo D’Alema, primo interlocutore del Cavaliere fin dai tempi della Bicamerale.
Un importante ruolo da ufficiale di collegamento potrebbe dunque averlo il fido dalemiano Nicola Latorre, rieletto senatore. In questo contesto potrebbe essere importante anche Mauro Masi, alto funzionario dello Stato dalle esperienze e amicizie bipartisan, capo di gabinetto del vicepremier uscente D’Alema, ma nel 2005 nominato da Berlusconi segretario generale di Palazzo Chigi, casella che potrebbe ricoprire nuovamente. Dopo il voto il sottosegretario uscente alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, ha scelto il riserbo, ma si sa come la pensa. Il 5 aprile, al Workshop Ambrosetti di Cernobbio, l’esponente della ex Margherita lanciò un patto sulle riforme a prescindere da chi avrebbe vinto: legge elettorale, fine del bicameralismo perfetto, riforma delle autorità indipendenti e della Costituzione nella parte in cui vanno riportate allo Stato centrale alcune competenze.
Sul piano tecnico da tempo gli esperti del Pdl, come Gaetano Quagliariello, si confrontano con i costituzionalisti dell’opposizione Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti. Quest’ultimo, sull’Unità del 15 aprile, ha ribadito che il Pd deve “trovare le necessarie intese per stabilizzare il sistema istituzionale, andando a vedere i possibili veti della Lega”. La disponibilità di altri sembra inferiore. Arturo Parisi, prodiano della prima ora, rinfaccia a Berlusconi i mancati accordi degli anni Novanta. Né recentemente Dario Franceschini ha parlato di dialogo, mentre è Enzo Bianco a insistere su una nuova legge elettorale. Sono giorni di analisi e anche di scelte: il Pd non ha molto tempo per lanciare segnali veri.

Veltroni-Berlusconi: incontro segreto? Smentite chiare

La parola d’ordine è: non ci risulta. Gli stati maggiori del Pd e del Pdl si sono affrettati a smentire la notizia trapelata mercoledì sera di un incontro segreto tra Silvio Berlusconi e Walter Veltroni per concordare una linea condivisa su alcune questioni di interesse nazionale.

Un rendez-vous vero e proprio, sotto forma di faccia a faccia tra i due leader, potrebbe non esserci stato, tuttavia è molto accreditata l’ipotesi che tra i due un colloquio su temi impellenti, quali il futuro di Alitalia o la nomina del commissario italiano nella Ue, vi sia comunque stato. Via telefono o attraverso i contatti tra le rispettive “diplomazie”.
La nota dell’ufficio stampa del Pd precisa in ogni caso che nessun incontro o colloquio è in programma tra il segretrio del partito e il leader del Pdl. Secondo gli addetti alla comunicazione del Loft, le voci riportate dai giornali “sono prive di fondamento”. Anche il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, prende le distanze e, parlando con Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, su Canale 5, spiega che “di solito Walter mi informa se avvengono questi incontri, io non ne so nulla e quindi presuppongo che l’incontro non ci sia stato”. “Nel futuro potrebbe esserci certamente” ha però aggiunto Bettini, “non credo che sia una cosa didsdicevole che il capo dell’opposizione incontri il capo del governo, credo accada in tutti i Paesi democratici. Non starei tanto appresso agli incontri, ma alla sostanza delle posizioni”.
Sul fronte opposto tocca a Paolo Bonaiuti, portavoce del futuro premier, smentire che l’incontro si sia effettivamente svolto. “Ma quale incontro, ma quando, ma dove?”, ha detto al telefono Bonaiuti. “Non c’è stato nessun incontro e non riesco a capire neanche come sia nata questa voce”. Nonostante la smentita del portavoce e l’impossibilità di verificare l’indiscrezione con le fonti ufficiali del Pd, in alcuni ambienti parlamentari - riporta l’Ansa - si è insistito sul fatto che i due leader si siano effettivamente incontrati. Il faccia a faccia, sempre secondo gli stessi ambienti, sarebbe avvenuto la sera di martedì, dopo la conferenza stampa tenuta da Berlusconi all’auditorium della tecnica, all’Eur.

Sempre secondo le voci raccolte l’incontro sarebbe avvenuto a casa di Gianni Letta, e vi avrebbe partecipato anche lo stesso Bettini.
Al centro del colloquio ci sono stati infatti anche altri temi: dal “caso Alitalia”, che passa nelle mani del prossimo governo, fino al sostituto di Frattini alla Commissione europea, nomina che invece Prodi rivendica e non vuol lasciare a Berlusconi.
“Casa Letta” evoca la stagione della Bicamerale, del “patto della crostata” e dei rapporti “normali” tra il Cavaliere e D’Alema sulle riforme istituzionali. Ma il segno del presunto colloquio dell’altro ieri tra Berlusconi e Veltroni è assai diverso rispetto a quello di qualche anno fa, anche perché il tema della legge elettorale, ad esempio, sarebbe stato per ora accantonato.

Totoministri: chiunque vinca, molte new entry ma poche sorprese


È lo sport preferito dai giornalisti, ma anche dai politici. Che in fondo lo subiscono con un certo sadomasochismo: parliamo del totoministri. Una di quelle discipline semiolimpiche che si svolgono a cavallo tra le elezioni e la formazione del nuovo governo. Una ridda di voci, spesso alimentata dagli stessi che si propongono o che vogliono fare fuori un collega. Facili e immaginifici quelli di chi non vincerà, come Daniela Santanchè che promette una squadra di sole ministre donne e Letizia Moratti come vicepremier. E chissà di questo passo magari anche Marco Ferrando del Pcl potrebbe promettere Antonio Gramsci al ministero della Cultura, a sostituire Francesco Rutelli.

Più realistiche, o quantomeno possibili, le squadre di Berlusconi e Veltroni. Quest’ultimo vorrebbe ardentemente dare la Farnesina al fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Idea che però non si concilia con la paventata permanenza di Massimo D’Alema. In caso di vittoria verrebbero riconfermati anche Pier Luigi Bersani , Antonio Di Pietro ed Emma Bonino, che però potrebbe essere spostata alle Comunicazioni. Derby tra un capo del sindacato e un ex sindacalista per il dicastero del Lavoro: Guglielmo Epifani e Pietro Ichino. Mentre in pole position per un posto al ministero dell’Ambiente c’è Ermete Realacci. A palazzo Chigi, a fianco a sé come sottosegretari alla Presidenza, Veltroni chiamerebbe il dominus delle strategie elettorali, Goffredo Bettini, e il suo uomo ombra da tanti anni, Walter Verini. A rappresentare il Nord Est, Veltroni vorrebbe Massimo Calearo, che però incontrerà parecchie difficoltà per la sua nomea di falco confindustriale. I più smaliziati nel campo politico poi giurano che in caso di vittoria del Pd i fuochi d’artificio di Veltroni sarebbero luminosissimi: come dare il ministero dello Sport a Luca Pancalli. Scelta che certamente farebbe rimanere male Giovanna Melandri. Ma nel campo femminile una poltrona sicura sarebbe per Anna Finocchiaro, che tutti danno per scontato perderà la corsa siciliana.
Se vincerà il Pdl accanto a Silvio Berlusconi a palazzo Chigi potrebbe esserci Gianni Letta, non come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma stavolta in qualità di vicepremier. Lo scenario prevederebbe Gianfranco Fini sullo scranno più alto di Montecitorio e quindi non ci sarebbe bisogno di dare la poltrona politica di vicepremier ad altri della coalizione. Scontato che all’Economia andrà Giulio Tremonti, agli Esteri il Cavaliere metterebbe il rientrante dall’Europa Franco Frattini, mentre agli Interni le voci danno per favorito Renato Schifani, che lascia la presidenza dei senatori libera per Maurizio Gasparri. Derby nordico tra Ignazio La Russa e Claudio Scajola per il ministero della Difesa. Sempre che le voci di un dirottamento di quest’ultimo alle Attività Produttive non siano vere. Nelle settimane scorse Berlusconi ha più volte detto che Lucio Stanca è sulla via del ritorno per il ministero dell’Innovazione, che nei piani del leader del Pdl dovrà servire per digitalizzare la Pubblica Amministrazione e quindi risparmiare fondi per circa 20 miliardi di euro. Sempre il Cavaliere ha promesso quattro donne in grisaglia ministeriale: e se Mara Carfagna è lanciatissima verso la Famiglia, Adriana Poli Bortone è la favorita per andare a sostituire Emma Bonino alle politiche dell’Europa. Anche l’ex avvocato di Giulio Andreotti, ora deputata di An, Giulia Bongiorno, è considerata uno dei possibili ministri, magari alla Giustizia.

Infine il rebus Sicilia, che se da una parte promette di essere fondamentale nello scacchiere della vittoria del centrodestra, dall’altra rimane un grande problema a livello di poltrone: quali caselle verranno assegnate a Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo? I quadri sopra descritti sono però sensibili di un netto mutamento qualora gli scenari di un pareggio divenissero reali. In quel caso sono in molti a scommettere su un governo Letta-Bettini di larghe intese. Un esecutivo che faccia le riforme e porti di nuovo al voto nel giro 18-24 mesi.

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Boselli: più facile per noi arrivare al 5% che per Veltroni andare al governo

Il leader socialista Enrico Boselli durante la manifestazione di apertura della campagna elettorale | Ansa
Enrico Boselli, leader del Partito Socialista e candidato premier, non sembra mostrare paura rispetto alla gara in solitaria che sta correndo. Anche se si lamenta per il trattamento mediatico che ritiene non sia adeguato.

Boselli, la ascoltiamo. Però ammetterà che non si gioca proprio il primo posto.
I sondaggi li prendo con le pinze. Perché due anni fa sballarono completamente. Veltroni parla di rimonta travolgente, ma ha 8 punti di distacco. Se lui parla di vittoria, anche io posso parlare di travolgente risultato che ci aspetta.
Diciamo che in termini calcistici lei si gioca il posto Uefa con la Santanchè. Ha dati diversi?
Credo che ci sia un uso politico dei sondaggi. Quello che so per certo è che c’è una gran parte di elettori che ancora non ha scelto e che noi possiamo arrivare tranquillamente al 5-6%.
I sondaggi dicono che state intorno al 2%.
Non lo considero uno scenario realistico.
Suvvia Boselli, il 5-6% è tanto.
Allora mettiamola così: è più facile che io prenda il 5% piuttosto che Veltroni vada a palazzo Chigi.
In molti si aspettavano che sarebbe andato al loft per pregare Veltroni di avere 5-6 deputati. Sarebbe stato più comodo, no?
I retroscena che disegnavano questa mia salita in ginocchio erano tutti suggeriti da Goffredo Bettini. Io vado da solo perché, come ha detto Emma Bonino, non sono un accattone.
Veltroni le aveva fatto una proposta?
La stessa umiliante proposta che ha fatto ai Radicali. Ma noi abbiamo una storia e una forza politica che non vogliamo far scomparire.
Pensa che Veltroni pagherà un prezzo con il Partito Socialista Europeo per non aver fatto l’alleanza con voi?
Veltroni non fa parte del Pse.
Però Massimo D’Alema è vicepresidente dell’Internazionale Socialista.
E la sua unica attività di vicepresidente la svolge non facendo l’accordo con i socialisti italiani.
Ha proprio il dente avvelenato con Pd…
Se per questo ne ho ancora.
Dica.
Uno che preferisce l’Idv di Antonio Di Pietro ai socialisti vuol dire che ha scelto un suo marchio di denominazione controllata.
Alcuni sostengono che voi abbiate scelto di andare da soli perché è politicamente sconveniente, ma economicamente redditizio: stando sopra l’1% incasserete diversi milioni di euro di rimborso elettorale.
Questa campagna ci costerà circa 4-5 milioni di euro. 2,4 ci arrivano direttamente dai 74mila iscritti che hanno pagato 30 euro ciascuno. Se avessimo accettato lo scioglimento che ci proponeva Veltroni, avremmo evitato queste spese.
Tre punti del programma del Partito Socialista diversi dagli altri?
Scuola pubblica. Vogliamo realizzare l’agenda di Lisbona e arrivare al 3% del Pil nella scuola e nell’università. Non è un no alla scuola privata, ma che se la paghi chi la frequenta. Le tasse, invece, devono finanziare la scuola dello Stato.
Poi?
Laicità e diritti. Noi la pensiamo come Zapatero. Vogliamo introdurre il divorzio breve, difendere la 194, approvare la legge sulle unioni civili e, soprattutto, rendere chiara la distinzione tra chiesa e Stato.
Terzo?
Applicare il libro bianco di Marco Biagi sul lavoro flessibile. Noi pensiamo che si possa fare un lavoro flessibile senza dover essere precari. Vogliamo difendere i 3,5 milioni di giovani che oggi sono precari.
La laicità sembra uno dei temi su cui spingete di più.
E non da oggi. Vogliamo vivere in un Paese dove i diritti aumentano.
E Veltroni non li aumenterebbe?
Da sindaco di Roma ha impedito il registro delle unioni civili. I suoi colleghi di Berlino, Parigi e Londra si vergognerebbero di lui.
A proposito di Roma: Sinistra Arcobaleno e Pd sono divisi alle politiche, ma uniti alle amministrative, mentre voi a Roma in polemica con Rutelli avete candidato Franco Grillini.
Rutelli farà peggio di Veltroni. Sulla laicità Rutelli ha un curriculum che somiglia piuttosto ad un libro nero. Con Grillini candidato ci sarà una campagna elettorale vera.
Boselli, scommetto che ne ha pure per il Papa che non ha detto nulla sul Tibet…
Stavolta la deludo: anche perché non è mai troppo tardi.

Il Pd trasloca e prende casa dai preti

Il collegio Nazareno dei padri scolopi, dal 2003 sede della Margherita, è diventato l’indirizzo operativo del partito di Walter Veltroni, e dopo le elezioni ne diverrà la sede principale, a scapito degli scomodi uffici diessini di via Nazionale e del minuscolo loft di Sant’Anastasia.
Lo rivela Panorama nel numero in edicola venerdì 29 febbraio. In questi giorni i rutelliani stanno ultimando il trasloco all’Ostiense, dove si è stabilito il comitato per Rutelli sindaco di Roma, e al Nazareno sono arrivati, con i relativi staff, i due veltroniani Goffredo Bettini e Andrea Orlando, capo dell’organizzazione del Pd.
Tutte le riunioni importanti del partito si svolgono nell’ex dormitorio, una sala con 250 posti a sedere. La sede, che porta ancora i simboli della Margherita, occupa il secondo e il terzo piano dell’edificio, mentre il primo è rimasto adibito a istituto scolastico.

Temi etici e quote in lista: Veltroni va di sintesi e usa il bilancino


I cattolici alzano la posta dopo l’ingresso dei Radicali nelle liste, gli ex Ds fanno sentire la loro voce davanti al rischio di un ridimensionamento della Quercia, i socialisti premono alle porte. E Veltroni si trova di nuovo costretto a mediare. Sui temi etici. Sulle candidature. Dando prova di sintesi e facendo uso del bilancino.
Sono giornate cruciali per il segretario Pd, impegnato prima a ricucire lo strappo con l’ala cattolica (riunitasi a Roma, senza Rosy Bindi ma in odore di corrente, al convegno sull’Educare al bene comune) e poi a stabilire nomi e posizioni degli aspiranti onorevoli Democratici.
La prima operazione, delicata, dicono dallo staff dell’ex sindaco capitolino, ha avuto esito positivo. Anche se poi si scopre che le parole di Veltroni non hanno convinto del tutto Paola Binetti, Luigi Bobba. Che infatti promettono (o minacciano?) che vigileranno e manterranno alta la soglia di guardia sui temi etici. L’intervento con cui Veltroni voleva sancire il disgelo è partito da lontano: da Porta Pia per approdare all’”assemblea costituente che evitò l’innalzamento di muri”. E fin qui, tutti d’accordo. Tutti in visibilio poi quando Uolter, mestro nel non scontentare quasi mai nessuno, ha scandito: “Valori come la famiglia, la dignità della persona umana, i limiti che la scienza deve porsi interpellano tutti. Solo una visione superficiale può considerare queste sollecitazioni come interferenze o ingerenze”. Quindi se la Chiesa interviene su qesti temi “non sono ingerenze ma sollecitazioni”.

Ma quello che interessava alla platea era ascoltare come il segretario del partito avrebbe spiegato l’offerta ai Radicali. E allora: “A loro abbiamo detto no all’apparentamento ma di entrare nel Pd e sottoscrivere il nostro programma superando una posizione di pura identità. Se così non fosse successo i Radicali avrebbero esasperato le loro posizioni laiciste”. Dunque, accoglierli vuol dire metterli nel percorso “di una sintesi tra laici e cattolici” evitando nuovi conflitti.
Ma come si tradurrà nella pratica (cioè nella stesura delle liste: l’altra questione del giorno) questa sintesi? E qui Veltroni, nonostante sostenga il contrario, estrae dal cilindro il bilancino. Stando cioè bene attento a distribuire posti e a valutare i pesi delle correnti, dapprima ha lanciato due candidature: Andrea Sarubbi: faccia pulita, scuole dai salesiani, microfono dei papa boys all’epoca di Tor Vergata, “fan della Binetti” e conduttore della rubrica A sua immagine il sabato e domenica; e il filosofo Mauro Cerruti, uno degli estensori della Carta dei valori del Pd. Poi , dopo aver incassato il no del fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, ne ha annunciata una terza, “un’esponente del mondo cattolico del Nord” che molti individuano in Maria Grazia Guida, della Caritas di Milano e già nell’Esecutivo Pd.
Ma non è solo lo spazio da dare nelle liste alla componente cattolica a preoccupare Veltroni. Anche il tempo stringe. Mentre il segretario era impegnato al convegno, al loft di Santa Anastasia è cominciata la “sfilata” dei segretari regionali davanti a Dario Franceschini e Goffredo Bettini, i “Caronte” democratici verso la sponda parlamentare, per mettere a punto i nomi. Il timbro finale alle liste è previsto per lunedì mattina. L’operazione dovrà essere veloce, secondo l’indicazione che arriva dal loft, non solo per anticipare la campagna elettorale ma anche per rendere meno lunga una trattativa che inevitabilmente lascerà per strada esclusi e malumori.

E basta guardare i volti, all’uscita dalla sede dei Democratici, per capire che i punti fermi sono ancora pochi, come ad esempio che è certo che Massimo D’Alema sarà capolista per la Camera in Puglia. In Veneto si parla invece di Rosy Bindi, Enrico Letta o Bersani alla Camera mentre al Senato potrebbe andare Enrico Morando. Saranno candidati anche Francesco Rutelli (ma per dare le dimissioni se vincerà il Campidoglio) e Anna Finocchiaro (in gara anche per la poltrona di governatore della Sicilia) forse nel Lazio. Balla invece la collocazione di Achille Serra che era dato per sicuro in Campania – dove però le tensioni nel Pd sono alle stelle – e allora potrebbe essere candidato in Toscana con il regista Paolo Virzì e una giovane ricercatrice.
Certi invece di esserci i tre operai che il segretario ha presentato con lo slogan: “Siamo il parito del lavoro”: sono, oltre al già annunciato Antonio Boccuzzi, il sopravvisuto della Thyssen; la dipendente e sindacalista di una Asl piemontese, Franca Biondelli; Loredana Ilardi, 33 anni, palermitana e lavoratrice di un call center, a 700 euro al mese.

Eppure: “la questione non sono i nomi ma i posti in lista”, spiega il segretario regionale del Pd Antonello Cabras che è arrivato a Roma con una lista di 79 nomi e tornerà in Sardegna con 27.
I tre candidati presentati questa mattina dal leader del Pd Walter Veltroni, da sinistra: la dipendente di una Asl piemontese Franca Biondelli, l'operaio della Thyssen Antonio Boccuzzi e Loredana Ilardi, lavoratrice in un call center di Palermo | Ansa
Ma la preoccupazione dei segretari regionali resta: tra politici nazionali “paracadutati” da Roma e nomi nuovi voluti da Veltroni, quanto spazio rimane alle candidature locali? Dilemma che, tra uno strappo di qui e uno di là, andrà avanti fino alla stretta finale tra sabato e domenica, se non addirittura, come prevede il margheritino Antonello Giacomelli, ”domenica notte”. E se cattolici ed ex ppi hanno fatto capire che l’ingresso dei Radicali richiede una compensazione cattolica, gli ex Ds, attraverso Maurizio Migliavacca, hanno fatto presente, a quanto si apprende, a Bettini la loro contrarietà al ridimensionamento della propria area.

Ma di non poter/voler accontentare tutti, il segretario del Pd l’ha messo in conto nel momento in cui ha deciso di seguire una linea “di rottura” rispetto al passato: dalla scelta delle alleanze alla scelta delle candidature. Insomma Veltroni tira dritto, ben sapendo che dal ballare da solo al ballo coi lupi, il passo è breve.

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