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Goffredo-Bettini

Pd e socialisti: mai dire mai. Boselli fa il duro ma Angius tratta lo stesso

Gavino Angius e Enrico Boselli del partito socialista all'uscita dal loft del partito democratico | Ansa
Alleanze chiuse per il Pd di Walter Veltroni? Dopo l’apparentamento con l’Idv di Di Pietro e lo scioglimento dei Radicali liberi nelle liste Pd, mancano o mancherebbero solo i Socialisti. Un problema dal doppio risvolto per i leader democratico.

Primo perché i compagni del Pse (Partito del Socialismo Europeo) insistono e si lamentano chiedendo come mai il partito di Boselli e Angius, che è dentro l’Internazionale Socialista, non fa parte dell’alleanza. Domanda sempre rimasta inevasa dai diessini del Pd. Che non riescono a dare una risposta, in maniera coerente e unitaria, al pressing del presidente del Pse Poul Rasmussen.
C’è poi una dinamica relativa alla vittoria delle elezioni: alcuni (maligni) parlamentari, proprio del Pd, si chiedevano alcuni giorni or sono a Montecitorio se: “Veltroni si stesse attrezzando per una buona sconfitta o per vincere davvero?”. Per una buona sconfitta, Veltroni non avrebbe bisogno dei socialisti; mentre per vincere davvero – cioè per andare a cercare la maggioranza relativa dei voti alla Camera che gli darebbe 340 seggi – il partitino di Boselli gli sarebbe molto utile, soprattutto in regioni di frontiera come la Calabria o la Puglia, dove i Socialisti contano numeri vicini al 5%.
Certo le ultime polemiche con la parte cattolica dello schieramento non aiutano i tentativi di alleanza tra Socialisti e Pd: “Chi glielo va a spiegare alla Binetti che dopo i Radicali, dopo Veronesi ora entrano pure quei laici dei Socialisti?” esclama un deputato diessino del Pd, rigorosamente anonimo.
Infine, nonostante Pd e socialisti non lo vogliano ammettere ufficialmente, a pesare nella loro difficile trattativa ci sono altri due problemi. Uno: il Pd pone il veto ai diessini che sono andati nel Psi (e in modo particolare su Gavino Angius, fuoriuscito dai Ds nell’ulltimo congresso che sancì la fusione con la Margherita e che per questo verrebbe bollato come “infedele”). Due: i Socialisti sono disposti a ricalcare il modello radicale di entrata nelle liste del Pd, ma a patto di sciogliere il loro partito in quello di Veltroni. Fondere il Ps nel Pd sarebbe per Boselli la sconfessione del lavoro degli ultimi due anni.

In realtà, è la “questione Angius” quella più intricata e: il vice presidente del Senato è in ottimi rapporti ottimi sia con Goffredo Bettini sia con Massimo D’Alema. E, stando ai bene informati, proprio grazie a questi contatti, l’ex diessino starebbe trattando per una soluzione in grado di salvare capra e cavoli: ovvero un drappello di eletti socialisti nelle fila Pd, ma senza dire addio al Partito Socialista. Le telefonate tra Boselli e Piero Fassino (che è stato incaricato da Veltroni della trattativa) sono quotidiane. Ma i risultati finora scarsi.
il sito web, dall'inequivocabile nome ''www.siamoincazzati.com'' e sul sito del partito socialista il primo di cinque manifesti: il primo piano di una bella ragazza dai grandi occhi scuri e lo slogan ''Sono donna e sono incazzata''. In arrivo altri quattro manifesti: un giovane, un lavoratore, un anziano, un gay. Il mite Boselli sceglie l'incazzatura come arma di propaganda. Il partito socialista ha fatto partire una campagna elettorale dai toni aggressivi. Accanto a una serie di manifesti piu' tradizionali, i socialisti ne affiancano un'altra giocata sulla rabbia dei cittadini per le disfunzioni e le ingiustizie | Ansa
I contatti sono insomma molto fitti e non sono mai stati interrotti, al di là delle dichiarazioni di facciata (l’immagine riportata sopra è una delle iniziative socialiste destinate al web e dall’inequivocabile nome www.siamoincazzati.com e fa parte della campagna elettorale che Boselli ha voluto molto aggressivi, ndr).

Lo testimonierebbe un avvenimento dell’ultim’ora: nei giorni scorsi era stato convocato un appuntamento per mercoledì 27, alle ore 17. Boselli all’ora del tè avrebbe dovuto compiere un gesto simbolico, ma dalle implicazioni politiche importanti: avrebbe dovuto aprire la campagna elettorale (dichiarando la propria corsa solitaria) a Genova nella Sala Sivori. Cioè dove il 14 agosto del 1892, venne convocato il primo congresso del Partito dei lavoratori italiani, che successivamente mutò nome in Partito Socialista Italiano.

Condizionale più che mai d’obbligo, visto che l’appuntamento è stato ufficialmente spostato per “ragioni organizzative”. Traduzione? Stiamo ancora trattando con Veltroni e non sappiamo ancora se alle urne di aprile andremo soli, apparentati o sciolti tra i Democratici.

Il Pd di Veltroni: le donne, gli amici, le correnti. Ma anche gli sconfitti


Tutte le donne del presidente. Anzi del segretario. Walter Veltroni ha nominato l’esecutivo del Partito Democratico. Si tratta di una squadra snella, giovane e soprattutto rosa: con 9 donne e 8 uomini. Alla faccia delle quote. A questa segreteria, composta di 17 persone, si aggiungono i due presidenti dei gruppi parlamentari (Anna Finocchiaro al Senato e quello della Camera ancora da nominare) e il vice segretario, Dario Franceschini.
Guardando con i vecchi schemi, quelli a cui Veltroni ha detto di non voler prestare attenzione, ci sono quelli vicini al leader come Goffredo Bettini e Giorgio Tonini, ci sono i diessini (da Andrea Orlando a Roberta Pinotti, da Rosa Villecco Calipari a Laura Pennacchi), ci sono i coraggiosi rutelliani (Ermete Realacci, Maria Paola Merloni e Roberto Della Seta), ci sono i popolari come Lapo Pistelli, il fioroniano Andrea Causin e la sindacalista della Cisl, Annamaria Parente. Ma ci sono pure quelli vicini a Rosy Bindi ed Enrico Letta che sono i due sconfitti del 14 ottobre (Maria Grazia Guida e Alessia Mosca). C’è poi il coupe de théatre alla Walter: lo sceneggiatore Vincenzo Cerami.
Oggi dovrebbero arrivare anche le nomine di Piero Fassino per l’ufficio delle relazioni internazionali del Pd e del giovane Vinicio Peluffo e Antonello Giacomelli come capi della segretaria politica, rispettivamente di Veltroni e Franceschini.
“Con la nomina dell’Esecutivo” ha detto Veltroni “inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta, autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista che il Partito democratico vuole e deve rappresentare. Per la prima volta nella storia della politica italiana, le donne sono presenti in un organismo dirigente in numero superiore a quello degli uomini. Con questa decisione non solo rispettiamo quanto previsto da una innovativa norma del regolamento delle Primarie, che prevedeva la piena parità tra i generi nella Costituente e nelle liste, ma con una scelta particolarmente significativa diamo vita ad un esecutivo in cui la presenza femminile è maggiore di quella maschile”.
Uno dei membri più influenti della nuova segreteria, Ermete Realacci, spiega a Panorama.it: “Mi pare che Veltroni abbia rispettato in pieno le aspettative. È confermata la priorità sui temi ambientali, che sono in tutto il mondo il tracciante delle leadership che guardano al futuro. Vedo” ha chiosato Realacci “una squadra con alcuni elementi innovativi forti e molti uomini e donne che non avevano incarichi di rilievo nei rispettivi partiti”. Quindi il presidente della commissione Ambiente della Camera, lancia una rassicurazione ai vecchi apparati: “Lavoreremo concretamente assieme alla direzione che verrà nominata: nella quale ci saranno le personalità più note dei partiti d’origine”.
In senso orario, da in alto a sinistra: Anna Finocchiaro, Maria Paola Merloni, Alessia Mosca, Roberta Pinotti, Laura Pennacchi e Rosa Villecco Calipari.<br />
La segreteria non avrà ruoli ben precisi, almeno al momento. Un’ipotesi confermata da Realacci: “Non abbiamo incarichi di settore dentro l’esecutivo. E per quello che mi riguarda, ovviamente, continuerò ad occuparmi dei temi che ho sempre sviluppato: dall’ambiente, al patriottismo dolce fino alla soft economy”.

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Il VIDEO del La7 con Crozza-Veltroni:

Giro di Walter nella Cdl: Berlusconi chiude la porta, ma apre sul voto anticipato


Il Cavaliere ci ha pensato 24 ore poi ha rotto gli indugi: “L’elezione di Walter Veltroni non cambia nulla, anzi non ci interessa. Con la maggioranza, e con il Pd, non si collabora perché l’offerta è tardiva, l’avevamo chiesto noi nel 2006 e ci venne chiusa la porta in faccia. Dunque a primavera si va alle elezioni”.

Se questa è la strategia, la tattica non esclude mediazioni con il leader del Pd. Sull’ipotesi di elezioni nella primavera 2008 sono al lavoro Goffredo Bettini, plenipotenziario di Veltroni, e Gianni Letta, da sempre alter ego di Silvio Berlusconi. I due si conoscono, si stimano e hanno anzi sviluppato un’amicizia personale. Entrambi siedono nel consiglio d’amministrazione dell’Auditorium di Roma, centro anche simbolico di potere veltroniano. Il paradosso è che il più convinto delle elezioni subito è Bettini: ritiene che sia l’ipotesi meno rischiosa per il suo leader. Il problema, caso mai, per entrambi è di convincere il capo dello Stato Giorgio Napolitano, contrario allo scioglimento delle camere senza una nuova legge elettorale.
Il sindaco di Roma Walter Veltroni e Goffredo Bettini
Goffredo Bettini e Walter Veltroni
Ma la chiusura di Berlusconi non significa che il centrodestra, e il Cavaliere in persona, siano indifferenti al quanto è accaduto il 14 ottobre. Si attendono i primi sondaggi ed è scontato un effetto Walter, cioè un Pd in crescita. Ma, come avvenne anche dopo il discorso del Lingotto, è previsto che il balzo dei consensi si ridimensionerà. Tuttavia sia la Cdl sia il Pd si trovano di fronte un problema: il referendum. Veltroni ne è stato tra i promotori, anche se non ha firmato. Berlusconi non lo osteggia. Entrambi lo considerano un modo, magari un extrema ratio, per togliersi di torno qualche partitino. Ma se il Pd è già attrezzato per le modifiche elettorali che uscirebbero da una vittoria dei sì, Forza Italia lo è un po’ meno. I referendari chiedono di attribuire al partito con più voti e non alla coalizione, il premio di maggioranza. A sinistra la fusione c’è già stata, e Veltroni può dunque aspirare al premio. A destra Forza Italia si dichiara davanti anche alla somma di Ds e Margherita, dunque al Pd; ma non può stare tranquilla. Deve insomma fondersi, o qualcosa di simile, con uno dei suoi alleati. Il candidato più probabile, e anche il più disponibile, è An, dove Gianfranco Fini potrebbe realmente essere candidato a sindaco di Roma; e dunque si aprirebbe il problema della leadership. Ma negli ultimi tempi c’è stato un riavvicinamento anche con l’Udc. L’intesa con i post-democristiani è incoraggiata dalle recentissime analisi del voto cattolico: mentre nel 2006 quasi la metà andò alla coalizione di Romano Prodi, ora meno del 30 per cento si sente rappresentato dall’Unione. Quanto al Pd, la Margherita è uscita bastonata dal 14 ottobre: “Siamo di fatto annessi ai ds” mugugnano molti rutelliani.

Per ora, dunque, Berlusconi ostenta indifferenza di fronte al fenomeno Walter. Ma anche nella Cdl c’è aria di cambiamenti.

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Il Pd di Veltroni: Bettini coordinatore, sede in piazza di Spagna e addio all’Ulivo

Romano Prodi e Walter Veltroni
Goffredo Bettini (qui un suo profilo in .pdf tratto dal numero 42 di Panorama in edicola) ed Ermete Realacci, un ds e uno della Margherita, più vicino a Walter Veltroni il primo, strategico comunque il secondo. Saranno loro i due principali punti di riferimento della nuova classe dirigente del Pd. Tutto qui? Per ora sì, ma Veltroni l’ha promesso: “Prenderò decisioni spiazzanti, che vi stupiranno”, e in questo caso si riferiva al partito. Sempre che mantenga la parola, significa un taglio abbastanza netto con il vecchio apparato. Taglio soft, si intende, ma netto. Il neo segretario intende anche su questo terreno dare un segno di discontinuità.

Ma ovviamente non sarà facile. Massimo D’Alema, Piero Fassino, Francesco Rutelli, e da lì a scendere, accetteranno il declassamento? Il meno a rischio è Rutelli, che è stato a fianco di Veltroni nella fondazione e nei vari sviluppi del Pd, auspice anche Carlo De Benedetti. Ma Rutelli, come D’Alema, è al governo. Chi si trova senza ruolo è Fassino, ultimo segretario dei Ds. Un ruolo, o qualcosa di simile, naturalmente glielo stanno cercando: l’azzeramento dei ministri del Pd e successivo rimpasto, chiesto da Veltroni, dovrebbe servire anche a questo. Ma è un’operazione altamente a rischio, che Romano Prodi vede come il fumo negli occhi.

In forse anche i due capigruppo parlamentari: Anna Finochiaro al Senato e Dario Franceschini alla Camera. Finora hanno guidato l’Ulivo, ma soprattutto c’è il fatto che Franceschini è stato eletto in ticket con Veltroni: quindo dovrebbe lasciare. Ciò renderebbe precaria anche la permanenza della Finocchiaro, peraltro molto stimata. Avvicendarla, soprattutto da parte di un leader che ha promesso di riservare alle donne il 50 per cento dei posti direttivi, non sarebbe un buon segnale. E tuttavia si parla già dei sostituti: Fassino alla Camera, Antonello Soro e Sergio Mattarella al Senato. Tutto, tranne che volti nuovi.

Il sindaco di Roma Walter Veltroni e Goffredo Bettini
Ma soprattutto Veltroni dovrà fare i conti con la triade che l’ha lanciato: oltre a D’Alema e Fassino, Franco Marini. Sono loro che tra l’altro hanno deciso a tavolino il grande risiko delle segreterie regionali e provinciali, con quote proporzionalmente blindate per Ds e Margherita. È possibile che almeno per ora gli effetti dell’”incoronazione” plebiscitaria di Walter si traducano in poche ma significative mosse: la scelta di Bettini come coordinatore del Pd, un ruolo che Veltroni e Bettini intendono strettamente fiduciario e non subordinato al Direttorio: quest’ultimo è un “organismo collegiale provvisorio” che la vecchia guardia vorrebbe far eleggere entro fine ottobre dall’Assemblea costituente. Sul Direttorio, nessuna obiezione da parte di Walter. Che invece ha già deciso, da solo, l’altra mossa: installare la sede del Pd in un appartamento di due piani in piazza Di Spagna. Addio ai Santi Apostoli, sede storica dell’Ulivo, e soprattutto ufficio di Romano Prodi.

Il quale sembra già dare l’impressione di prendere le distanze. Né Rosy BindiEnrico Letta, due prodiani (specie la prima), faranno da numero due a Veltroni. Nessuno d’altra parte glielo ha chiesto.

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Il VIDEO servizio:

Pd: spartizione romana per i capi regionali. Ma non doveva nascere dal basso?


Si avvicina il termine - il 12 settembre - per le candidature dei segretari regionali del Partito democratico e la notizia è che Ciriaco De Mita rinuncia alla Campania. Però, dice l’ex segretario della Balena Bianca “indicherà il nome giusto”. Circola (non è uno scherzo) anche quello di Pippo Baudo, che tuttavia è siciliano.

In realtà più che di candidature dovremmo parlare di nomine, visto che la spartizione regionale viene in queste ore discussa tra Walter Veltroni, Piero Fassino e Francesco Rutelli, cioè il supercandidato alla segreteria nazionale e i suoi due maggiori sponsor. La faccenda risulta un po’ discutibile perfino ad uno come Massimo D’Alema, che ammonisce: “Non facciamoci del male”. Invece Walter, come nel suo stile, invita a una “mappa della concordia” assieme ai suoi concorrenti, Rosy Bindi ed Enrico Letta.

Comunque il mappone sta faticosamente prendendo forma. In Campania, visto che si tratta di un nodo manco a dirlo spinoso, la Bindi ha una propria candidata, Anna Maria Carloni, senatrice Ds e moglie del governatore Antonio Bassolino. La Carloni potrebbe “convergere” su un veltroniano: il nome è quello dell’europarlamentare Alfonso Adria, non si sa se gradito a De Mita, ma comunque, assicurano “storico avversario del sindaco di Salerno Vincenzo De Lucia”, un diessino a sua volta storico avversario di Bassolino.

In Lombradia Bindi e Letta si sono alleati per sostenere il ds Maurizio Martina, mentre Veltroni vorrebbe Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano. In Puglia Walter candida Michele Emiliano, sindaco di Bari ed ex magistrato antisbarchi. Nel Lazio c’è Nicola Zingaretti, segretario regionale Ds e fedelissimo di Goffredo Bettini, la longa manus di Veltroni. Se Zingaretti non passa nasce un caso nazionale. Il Piemonte dovrebbe andare a un rutelliano, si chiama Gianluca Susta. In Emilia, invece, c’è guerra: Antonio La Forgia, vecchia gloria parlamentare, ex Pds oggi Dl ma bindiano, minaccia di scendere in campo contro Salvatore Caronna, descritto come “uomo di Veltroni ma anche di Letta”. Sponsor della discesa sarebbe Arturo Parisi, un fedelissimo di Prodi. Tanto per dire della concordia che regna tra i genitori e padri nobili del Pd in attesa che il bebè venga alla luce. In Calabria vuole assolutamente correre Marco Minniti, fedelissimo di D’Alema. Contro di lui Eva Catizzone, in rotta con i Ds per vicende personali, sindaco di Cosenza e fedelissima invece di Agazio Loiero, presidente della regione, eletto dai rutelliani ma poi in polemica con Rutelli e dunque divenuto bindiano. La Sicilia è troppo complicata per spiegarla. I sardi, infine, si fanno anche loro la guerra. Il governatore Renato Soru aveva giurato fedeltà a Veltroni sicuro della nomina. Ma Ds e Margherita locali sostengono Antonello Cabras: Soru, per ora, ha il sostegno un po’ paradossale degli antiveltroniani, cioè di Bindi e Letta, mentre Veltroni si chiama fuori.

Naturalmente questo organigramma è un work in progress. Oltre ai tre candidati ci stanno lavorando un po’ tutti, a cominciare dall’attivissimo presidente del Senato, Franco Marini..

L’unica regione che ha deciso di ribellarsi al risiko deciso nelle stanze romane è il Trentino: loro il segretario regionale vogliono eleggerselo da soli, e dopo quello nazionale. Sono o non sono una regione autonoma? Il Trentino, se terrà il punto, disvela però una cosa abbastanza evidente: se il Pd doveva essere una forza nuova, un partito nato dal basso, insomma qualcosa mai visto nella politica italiana (promessa di Veltroni al Lingotto), beh, siamo un po’ lontani.

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