
GOLDMAN SACHS DIETRO L’EUROPA
Gli appassionati di dietrologia non possono perdersi l’articolo di Gian Micalessin su ilGiornale.it che riprende una ricostruzione del quotidiano francese Le Monde. Il secondo più letto della giornata, tra l’altro, sul sito del quotidiano di via Negri. Titolo: Ecco perché l’Europa è nella rete di Goldman. Sostiene Micalessin: “La bibbia dei gauche caviar d’Oltralpe parte da Mario Monti e Mario Draghi per accusare la banca d’affari statunitense di gestire un occulto direttorio europeo capace di manovrare, in base ai propri interessi, gli uomini chiamati prima a generare e poi governare la crisi dell’euro”. E la Spectre? Continua
(Photo by Massimo Di Vita)
Istantanea di fine giugno 2007: crisi di governo, il Partito democratico in embrione, Romano Prodi contestato in ogni piazza denuncia «un’aria irrespirabile» nel Paese. Ma l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi ha comunque un gran daffare. Non tanto per i grattacapi dalla sinistra radicale e per la riforma delle pensioni, quanto, verrebbe da dire, perché tiene famiglia. Il Professore cerca di soddisfare i desiderata di parenti ed ex inquisiti del pool di Mani pulite, coinvolgendo, tramite il suo staff, ministri e sottosegretari, come Livia Turco alla Sanità e Fabio Mussi all’Università.
Spinte, favori, pressioni: sono decine le intercettazioni che oggi raccontano quelle lunghe settimane di crepuscolo politico. Conversazioni che la procura di Roma, con il procuratore capo Giovanni Vecchione e l’aggiunto Maria Cordova, vicario di turno, hanno ricevuto per valutarne la rilevanza penale, visto che, è bene sottolinearlo, nessuno risulterebbe iscritto nel registro degli indagati. Intercettazioni che sono destinate comunque a sollevare nuove polemiche: da una parte sugli antichi vezzi della casta, a iniziare da quelli finora sconosciuti di Prodi, dall’altra su uno strumento investigativo che ormai entra nel quotidiano di chiunque.
Ma torniamo a Prodi. Gli affari dell’amato nipote Luca, gli aiuti pubblici invocati dal consuocero Pier Maria, i finanziamenti sollecitati al fidato industriale farmaceutico, già arrestato più volte durante Mani pulite, che a sua volta attende agevolazioni fiscali: le linee di Palazzo Chigi erano roventi senza che nessuno sospettasse che gli investigatori ascoltavano ogni parola. Ma per comprendere il perché di tanto interesse serve una premessa.
Nell’estate scorsa i magistrati di Bolzano sono a una svolta nell’inchiesta per corruzione e riciclaggio sulla vendita dell’Italtel dell’Iri alla Siemens, avvenuta negli anni 90 con Prodi alla presidenza del colosso di Stato. E, tra i fondi neri del gruppo tedesco, hanno rintracciato un insolito bonifico da 5 milioni di euro a favore della Goldman Sachs, advisor nell’operazione e società dove hanno lavorato, oltre al Professore, molti Prodi boys come l’ex sottosegretario all’Economia Massimo Tononi che spunterà più avanti in questa storia. All’epoca braccio destro del Professore e suo vice all’Iri era Alessandro Ovi, consigliere di fiducia che porterà poi in Commissione europea e in Italia anche come candidato dell’Ulivo al cda della Rai. Così gli altoatesini decidono di mettere sotto controllo i telefoni di Ovi. Chissà che la coppia, devono essersi detti, non si lasci andare a qualche valutazione su quella compravendita in cui ebbe un ruolo decisivo.
I risultati non sono ancora noti perché l’inchiesta a Bolzano è in corso. Ma sono al vaglio centinaia di telefonate, a iniziare da quelle tra Ovi, l’allora presidente del Consiglio e altri politici.
La decisione, poi, di mandare un troncone d’inchiesta a Roma, con alcune di queste intercettazioni, significa che le conversazioni selezionate riguardano proprio gli affari di oggi di Ovi nella capitale come ombra del Professore, suo «writer» personale, consulente negli affari di famiglia che in quest’inchiesta si confondono con le quotidiane attività di Palazzo Chigi, visto che figure di governo sono chiamate a risolvere grane di famiglia.
Ci vorrà comunque tempo. Il fascicolo, protetto in un armadio blindato, è ovviamente coperto dal massimo riserbo. È la prima volta che vengono intercettate le parole di Prodi e del suo staff quando erano a Palazzo Chigi.
Ministri e soldi pubblici per il consuocero
Una vicenda dovrebbe riguardare Pier Maria Fornasari, apprezzato primario all’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna. È consuocero di Prodi: la figlia Veronica nel 2001 ha sposato Giorgio, primogenito del Professore, al quale ha dato la prima nipotina. Nel capoluogo emiliano Fornasari è molto conosciuto: è in prima linea con la banca dell’osso della Regione Emilia-Romagna, che si occupa della lavorazione dei frammenti del tessuto muscolo-scheletrico.
I registratori della procura colgono che Fornasari è in gran fermento. Vuole dare una svolta alle sue iniziative scientifiche. E chiede contributi significativi. Per questo si rivolge al consuocero Romano per poi dialogare a raffica con gli uomini (e le donne) del presidente del Consiglio.
L’obiettivo: servono contributi pubblici e la parentela acquisita con il presidente è un formidabile asso. Abbatte ogni ostacolo, spiana la strada. Nei corridoi di Palazzo Chigi raccontano che Prodi è molto sensibile alle richieste del consuocero. Si mette a disposizione. «Anche i collaboratori dello staff del presidente» racconta una fonte dell’entourage di Prodi che lavorava a Palazzo Chigi «in quei giorni si erano presi in carico la vicenda. I nomi? Oltre a Ovi, l’economista Daniele De Giovanni, l’attenta segretaria del presidente Daniela Flamini, il capoufficio stampa Sandra Zampa, oggi deputato del Pd».
Prodi si spinge oltre le semplici premure per Fornasari. E da quanto emerge avrebbe fatto coinvolgere in alcune riunioni ad hoc gli allora ministri Livia Turco, alla Sanità, e Fabio Mussi, all’Università e ricerca scientifica. Nulla di illegale, ma c’è da chiedersi se un simile trattamento sarebbe riservato a qualsiasi primario che cerca fondi pubblici.
Ecco Ovi avvisare la segretaria di Prodi che «Romano ha fissato un appuntamento con i bolognesi per la medicina rigenerativa», mentre la donna lo aggiorna sulla riunione di «Romano con Mussi e la Turco. Dopo di loro ha passato tutto a De Giovanni». Le conversazioni sui finanziamenti sarebbero decine. Con il Professore che segue attentamente gli sviluppi. E Ovi e De Giovanni consapevoli dei rischi che potrebbero sorgere se il primario apparisse direttamente come percettore dei contributi:
Ovi: «Ti avevo cercato perché ieri c’era l’incontro con la Turco…».
Fornasari: «Me l’ha detto Romano, mi ha detto “Telefona alle 11” e mi ha aggiunto “con Mussi e Turco”».
Ovi: «Lui dice che bisogna accelerare la costituzione del soggetto».
Fornasari: «E così mi ha detto e mi ha accennato qualcosa aggiungendo che ha già fatto col Piemonte un’operazione simile».
Ovi: «Sai… la convenzione è un bellissimo pezzo di carta ma perché arrivino i finanziamenti bisogna farli arrivare nel posto giusto… Mi raccomando la fretta perché a Milano sono già pronti. È evidente che Aster non ha nessuna qualifica per prendere i soldi perché non è neanche associata, l’importante è che Aster costituisca qualcosa che è medicina rigenerativa!» (Aster è il consorzio tra Regione Emilia-Romagna, università, imprese e coop per la promozione della ricerca industriale e tecnologica del territorio, ndr).
Fornasari: «Facciamo l’incontro? Sai, Romano mi parlava del 4 luglio…».
Ovi: «L’accordo è che si passi tramite una convenzione con la regione poi però la convenzione se non c’è dietro il soggetto che riceve i soldi non va da nessuna parte».
Fornasari: «Sicuro!».
«Tiriamo via tutto quello che non hanno brevettato»
In quell’esordio d’estate Prodi ha molto a cuore anche le sorti professionali del nipote Luca, imprenditore figlio del fratello Vittorio, scienziato. «Per questo giovane parente» conferma una fonte dello staff di Prodi «invoca l’intervento di Claudio Cavazza, presidente del colosso farmaceutico Sigma Tau». Cavazza è volto noto ai magistrati: nel 1993-94 è finito più volte in carcere dove collaborò dopo la scoperta di oltre 2 miliardi di tangenti pagate a politici e a Duilio Poggiolini, l’eminenza grigia della malasanità.
Il problema di Luca è presto detto: forte del suo 20 per cento vuole far saltare il patto di sindacato nella Cyanagen, azienda bolognese titolare di diversi brevetti. Nata come spin off accademico dall’idea di alcuni docenti dell’Università di Bologna, ha goduto di significativi contributi ministeriali. Tutto in regola. Produce reagenti chimici per applicazioni nelle biotecnologie, affacciandosi nell’analisi di geni e proteine. È un settore dove le scoperte e i brevetti possono trasformarsi in moltiplicatori di fatturato. Ora, il giovane Prodi vuole liberarsi di un socio, la Euroclone gruppo Celbio, che detiene il 24 per cento. Luca sensibilizza zio Romano. E Palazzo Chigi si mette in moto. A dettare la strategia per mettere i soci alla porta è lo stesso presidente del Consiglio, suggerendo manovre non proprio ortodosse.
Ovi: «Professore caro buona sera, hai trovato il messaggio?».
Romano Prodi: «Sì perfetto… Senti, hai parlato con Cavazza di quella cosa?».
Ovi: «Allora… quella cosa. Certo ho parlato, è molto, molto interessato, il problema che ho studiato i patti parasociali: si sono fatti veramente ingabbiare. Prima di far intervenire uno con le spalle forti (Cavazza, ndr) bisogna che loro si liberino di questi signori di Euroclone, perché se salta fuori che ha l’aria di un compratore, quelli chissà cosa vogliono… (Cavazza, ndr) è interessatissimo però si devono liberare di questo qua».
Prodi: «L’hai detto a Luca?».
Ovi: «Gliel’ho detto e ridetto… Ho parlato con il suo commercialista che ha convenuto con me: i patti sono stati fatti in un momento che si era con l’acqua alla gola perché gli hai dato tutto, quelli hanno messo 100 mila euro di aumento di capitale su un capitale di 10 mila».
Prodi: «Si mette da solo e fanno la loro roba…».
Ovi: «Sì, Romano».
Prodi: «(Noi, ndr) Potremo fare anche un’altra società, ci sto anch’io a prestargli i soldi».
Ovi: «Ma Romano, ti sto dicendo che bisogna fare una cosa… amichevole… Quelli vogliono i soldi indietro, gli si danno i soldi indietro allora il Cavazza di turno interviene e ripaga quelli di prima. Cavazza scuote le spalle ma cosa vuoi che sia, però non posso intervenire adesso significherebbe (versare, ndr) 200 milioni… Funziona così la macchina lì che loro han messo i soldi e bloccano tutto, poi se si fa vivo uno che vuole comprarglieli moltiplica per 10».
Allora che fare? Prodi e Ovi pianificano e condividono la stessa strategia:
Ovi: «Allora loro piano piano debbono cercare di metterci dentro tutto il know how… le conoscenze nuove…».
Prodi: «Appunto è quello che dico io».
Ovi: «Certo ma devono svincolarsi da questi qua perché hanno l’esclusiva su tutta una serie di cose».
E a questo punto Prodi suggerisce di svuotare la società in comune all’insaputa del socio.
Prodi: «Lo so, appunto, siccome loro hanno brevettato tutto, intanto tirano via tutto quello che non hanno brevettato…».
Ovi: «Sì che siamo d’accordo Romano, però sai benissimo che i brevetti hanno tutti i legami (…)».
Prodi: «Allora non se la cavano più… senti io purtroppo… fino a che ora sei alzato che ti leggo il discorso?».
I consigli di zio Prodi e Ovi devono aver fatto presa sul giovane Luca, almeno sul fatto di non chiedere l’acquisto diretto della quota di Euroclone nell’azienda visto che in Cyanagen i soci sono sempre gli stessi. A oggi almeno.
280 mila euro per il Partito democratico
Tra Prodi e Cavazza si è costruito un solido rapporto di amicizia con richieste reciproche di favori. Qundi non solo il Professore auspica l’intervento del potente industriale per aiutare il nipote, ma Cavazza gioca un ruolo anche nelle manovre studiate dal presidente del Consiglio in vista della nascita del Partito democratico. Proprio in quei giorni viene formalizzata la candidatura di Walter Veltroni a segretario del Pd con il famoso discorso al Lingotto di Torino.
Da una parte Ovi chiede a Cavazza di sponsorizzare un sondaggio nazionale da affidare a Renato Mannheimer per le primarie del 14 ottobre. Da parte sua, Cavazza avrebbe sollecitato aiuti legislativi e agevolazioni fiscali per la fondazione scientifica del suo gruppo farmaceutico. Secondo gli investigatori, i fatti potrebbero essere strettamente correlati.
Cavazza quindi insiste sulla defiscalizzazione per la sua fondazione. Si lamenta che nel precedente elenco hanno messo »dentro roba che fa spavento» e chiede a Ovi di fare qualcosa. Il consulente di Prodi chiama direttamente il sottosegretario all’Economia Tononi, già punto di riferimento del Professore in Goldman Sachs. Ecco stralci della telefonata.
Ovi: «Tu sai da chi dipende nel vostro ministero la definizione di quali fondazioni sono esenti da fiscalità se poi fai una donazione?».
Tononi: «Sono esenti da fiscalità (…) Lui (Cavazza o suoi collaboratori, ndr) è venuto a trovarmi troppo tardi. Non può mica pensare che cambia il decreto del presidente del Consiglio… Loro mi stanno simpatici… sono amici di mio fratello…se venivano un mese fa si telefonava a Visco, si diceva, guardate mi raccomando metteteli dentro, sono persone brave… io volevo aiutarli, io sarei stato il primo».
A questo punto Ovi teme che gli aiuti di Cavazza (280 mila euro circa) possano sfumare. Quindi lo chiama.
Ovi: «La cosa è già in Gazzetta ufficiale… Riparare il danno adesso… convincere il Tesoro non è semplice… per il prossimo anno ci lavoriamo… devi pensare che entrare adesso».
Cavazza: «Se fosse possibile magari… quello sarebbe il massimo».
Ovi: «Ma è necessaria una procedura che adesso… una richiesta di revisione della lista è un passaggio che si può fare ma bisogna parlare con Visco… Romano non ha problemi certamente ma…».
Cavazza: «No è complicata…».
Ovi: «Perché se si può fare un pacchetto… con altre… certo possono farlo ma per una sola diventerebbe un problema… hai capito?».
Cavazza: «No… no non lo chiederei nemmeno».
Ovi: «Un elenco di due, tre, quattro…».
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Claudio Costamagna è nato nel 1956, lo stesso anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca e la Ford si quotava a Wall Street.
Ha fatto il liceo a Bruxelles, poi la Bocconi a Milano, di cui ora è presidente della potente associazione di ex alunni, tra le cui file militano alcuni tra i più bei nomi della finanza italiana. Ha lavorato in Citibank, Montedison e fino al maggio del 2006 in Goldman Sachs, che ha lasciato quando era chairman della divisione Investment banking per l’Europa e il Medio Oriente.
Come indipendente, è consigliere d’amministrazione di alcune note società come Luxottica, Bulgari e Value Partners. Ora lavora in proprio come superconsulente per grandi operazioni di fusione e acquisizione. Grande appassionato di scherma, predilige duellare di fioretto.
Di questi tempi si parla molto di lei. Per esempio non sapevamo che era intervenuto per dissuadere Stefano Ricucci dal lanciare l’opa sul Corriere.
Guardi, tutto ciò che è uscito mi sembrano sciocchezze. Io non c’entro nulla con quella vicenda. Conosco Ricucci perché è molto amico di mio fratello. E ho solo fatto due telefonate per vedere se si poteva trovare un accordo pacifico tra lui e il patto di sindacato del Corriere della sera. Ma perché mai in Italia si parla solo del Corriere?
Cosa vuole che le dica, perché in tanti hanno cercato di metterci le mani, perché per noi provinciali è l’ombelico del mondo. Ma capisco la meraviglia, lei è di cultura anglosassone…
Ha ragione, ma deve capire la mia insofferenza nel sentirmi chiedere, ogni qualvolta vengo in Italia, notizie sulle manovre intorno al giornale.
A proposito, come andò il suo tentativo di mettere pace tra Ricucci e i soci del giornale?
Beh, ha visto anche lei come è finita. Allora perché me lo chiede?
Quante cose fa lei, Costamagna. Doveva diventare il capo di Mittel, poi era con Murdoch nella trattativa con Telecom. Nel frattempo ha fatto da testimone alle nozze di Angelo Rovati e, ciliegina sulla torta, superconsulente di Geronzi nella fusione con Unicredit.
Ha dimenticato che sono consigliere indipendente in quattro società. E che per vent’anni sono stato in Goldman Sachs, nella posizione più alta mai ricoperta da un non americano.
Dicono che Cesare Geronzi l’abbia usata come un taxi, scaricandola quando non serviva più.
Ma quale taxi! Geronzi doveva fare l’operazione con Unicredit senza coinvolgere la struttura di Capitalia, che era nelle mani di Matteo Arpe, l’amministratore delegato. Né voleva coinvolgere le banche d’affari, per tenere il massimo di riservatezza. Allora ha chiamato me.
Anche perché, dicono, così facendo si conquistava la benevolenza di Romano Prodi, cui lei è molto vicino.
Mi sono rotto i co…. di essere considerato in Italia solo come l’amico di Prodi. Io ho buoni rapporti con il premier, ma prima di tutto sono un banchiere d’affari che ha curato operazioni importantissime.
Dicono anche che Geronzi le avesse promesso un posto nel comitato di gestione di Mediobanca, salvo poi cambiare idea.
Nessuno mai mi ha chiesto o detto niente in tal senso. Ma se lo faranno valuterò la proposta.
Nella vicenda Mittel, si è reso protagonista di un lungo tiramolla con Giovanni Bazoli per poi mandare tutto a monte.
Su Mittel tutto si è svolto in modo molto semplice. Dovevo diventare amministratore delegato, e la cosa era fatta al 95 per cento. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Ma a me, chi lo fa fare di legarmi a una struttura?». In fondo avevo appena lasciato Goldman Sachs. Perciò ho telefonato al professor Bazoli, l’ho ringraziato, ma gli ho detto che in quel momento non era la cosa che mi sentivo di fare.
Da quello che si sa pare che non ci sia rimasto benissimo…
Non so che dirle, quando ci siamo parlati ha capito perfettamente il senso della mia scelta.
Non sembrava felice nemmeno quando ha visto che lei stava al fianco di Geronzi.
No, anzi. Mi ha fatto i complimenti. Mi ha detto: “Come banchiere ha fatto una bella operazione”.