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«È venuto qua e si è mangiato otto sigarette» dice adirato a un amico il boss Rosario Di Dio. La frase viene carpita da una microspia nascosta dai Ros nel retrobottega di un rifornimento di benzina sulla Catania-Gela. «Si è mangiato otto sigarette»: sembra un eufemismo, un’iperbole. Invece «fotografa un’abitudine di Raffaele Lombardo» scrivono i magistrati: Continua

Luca Zaia e Giancarlo Galan
In primavera si sono scambiati le poltrone (Luca Zaia da Roma è tornato in Veneto a occupare lo scranno di governatore, Giancarlo Galan dal Veneto è sceso a Roma a presiedere il Ministero delle Politiche agricole). Ma i due non hanno mai smesso di scambiarsi colpi, fendenti e battute al vetriolo. L’ultimo (prevedibile) capitolo del derby veneto si è giocato sugli Ogm. Lunedì 9 agosto, una settantina di aderenti ai gruppi No Global del Friuli Venezia Giulia e del Veneto ha abbattuto un campo di mais di proprietà di Giorgio Fidenato, a Vivaro (Pordenone), che si presume geneticamente modificato. Un’azione che, dopo mesi di bagarre mediatica e nessuna decisione concreta da parte delle autorità , contrasta un’altra azione: la semina di Ogm vietata in Italia. Inevitabile che il blitz determinasse reazioni opposte da parte dei due maggiori attori politici della vicenda: proprio il ministro dell’agricoltura da una parte e il governatore del Veneto dall’altra. ”Azione squadristica da condannare in ogni senso”, ha commentato a caldo Galan, più possibilista verso gli Ogm. Di tutt’altro parere Zaia che, quando era al dicastero, ha fatto della lotta agli Ogm una bandiera sua e della Lega: ”Così è stata ripristinata la legalità ”, ha dettato alle agenzie e poi, in serata, ha invitato a ”non confondere i fatti con i principi”. Continua

“Si chiude una porta e si apre un portone”, dicono i saggi.
Saggezza popolare che nel caso del piddino Piero Marrazzo sembra calzare a pennello: per l’ormai ex Governatore del Lazio si sono chiuse le porte della politica, dopo lo “scandalo trans” che lo ha travolto nelle scorse settimane? Poco male: ci sono sempre i portoni di Viale Mazzini pronti ad aprirsi per lui. Continua

La pagina di Piero Marrazzo su Facebook
Il caso Marrazzo o del principio dell’uguaglianza della rete.
Per dire: intorno alla vicenda del (ex?)Â presidente della regione Lazio ci sono ancora tante domande che aspettano una risposta. Continua

Sul suo iPod Nano da 8 giga, nero antracite, ci sono, in sequenza: Chopin e i Metallica, Beethoven e gli Arctic Monkeys. Ma la metafora dell’ameba, che tutto ingloba e digerisce, a Roberto Formigoni proprio non piace. Peccato, perché rende l’idea.
E poi, a giudicare dal suo buonumore, il presidente della Lombardia quest’estate gode di digestione eccellente. Serioso e preciso fino alla puntigliosità , in riva al mare della Sardegna si lascia andare e ride più del solito: di gusto, se gli si parla di tensioni nel Pdl e di un possibile rimpasto d’autunno; sornione, se il discorso cade sull’Udc e Pier Ferdinando Casini. Ride, e per niente amaro, perfino se gli si mostrano i giornali con le dichiarazioni della Lega e gli si ricorda che è dalle elezioni di giugno che i dirigenti del Carroccio, a turno e con diverse sfumature, chiedono la presidenza della Lombardia. Insomma, la sua testa. Formigoni incassa e digerisce, digerisce e ingloba: erede e interprete della grande Democrazia cristiana, non dimentica nessuno di quelli che, non per caso, si chiamavano (e continuano a chiamarsi fra di loro) “amici”. Ha parole affettuose per quelli della sua parte politica: “Raffaele Fitto? È stato un buon presidente della Regione Puglia e ora è un buon ministro. Abbiamo fatto, insieme, lo stesso percorso politico: prima la Dc, poi il Cdu con Rocco Buttiglione. E quando questi rifiutò l’accordo con Forza Italia, fondammo insieme i Cdl, che stava per Cristiani democratici per le libertà . Dopo 15 giorni confluimmo nel partito di Silvio Berlusconi: il premier ci ha soffiato il marchio. E non ce l’ha mai pagato” ride.
Ma Formigoni non lascia indietro nessuno. Nemmeno quelli che, al momento, stanno dall’altra parte politica. E così, stavolta indubitabilmente serio, a un certo punto lascia cadere: “Vedo bene una nuova alleanza a livello nazionale tra Popolo della libertà e Udc“.
Questa di certo a Umberto Bossi non piacerà . Non avete appena fatto pace?
Lasci perdere, Bossi è un grande negoziatore. Ma vorrei continuare il ragionamento.
Prego. Ma poi su Bossi ci torniamo.
Allora, in Europa Pdl e Udc stanno già insieme e collaborano benissimo: ci sono identità di valori e di obiettivi. In Italia, invece, bisogna ancora superare alcune incomprensioni. E io sto lavorando per questo accordo, come pure molti altri nel Pdl.
Insomma, si sta muovendo tutta la vecchia Dc per riportare a casa il figliol prodigo Casini?
Non solo. Penso a Fabrizio Cicchitto, a Sandro Bondi. Lo stesso Berlusconi non mi pare contrario al progetto.
E il progetto sarebbe quello del Pdl alleato con la Lega al Nord e con l’Udc al Sud?
Io vedo un’alleanza a 360 gradi: è finita l’epoca degli accordi territoriali, a macchia di leopardo. Ma non escludo nulla, la politica ha una fantasia straordinaria.
Ha già telefonato a Casini?
Se è per questo, ci siamo pure incontrati.
E cosa vi siete detti?
Con lui non mi servono troppe parole, ci intendiamo al volo.
Scommettiamo che, una volta che lei apre all’Udc, i leghisti ricominciano a chiedere la sua testa? Ha letto bene le dichiarazioni di Bossi?
Dice che io sono un amico, che ho governato bene la Lombardia… E chi conosce la Lega sa che la Lega è Bossi e nient’altro. Non bado a quello che dicono le seconde e terze linee, “de minimis non curat praetor“.
Beh, proprio minimi non sono: ha cominciato Flavio Tosi, il sindaco di Verona, poi è arrivato Roberto Castelli…
Con Castelli abbiamo fatto 8 anni di scuola insieme: le tre medie, poi 5 gloriosi e durissimi anni al liceo classico Manzoni di Lecco. Stessa classe, stessa squadra di basket. Insieme anche a un corso dell’Aeronautica militare a Gorizia, in prima liceo: alla fine ci hanno fatto pilotare un Piper. Ecco, Castelli è un altro con cui mi intendo con un’occhiata: non c’è alcun problema.
Tutta tattica, dunque. La testa che la Lega chiede non è la sua ma quella di Giancarlo Galan, il governatore del Veneto?
Niente nomi, per ora. Finite le vacanze cercheremo un accordo generale per tutte e 13 le regioni in cui si vota l’anno prossimo. E la Lega fa bene a porre il problema di avere, anche a livello di governatori, il riconoscimento del suo peso politico. Oggi il partito di Bossi vale tra un terzo e un quarto dei nostri voti e non ha la presidenza di alcuna regione. Questo non va bene. Ma non avranno la Lombardia: io ho già avuto, dopo approfondite valutazioni, autorevolissime conferme alla mia candidatura.
Nel senso che, dopo l’uscita di Tosi o quella di Bossi, lei ha alzato il telefono e ha chiamato Berlusconi?
No, con Berlusconi parlo quando dobbiamo affrontare un problema serio. E la questione della mia candidatura a presidente della Lombardia è già stata affrontata più volte. È chiusa.
Non sarà stato questo il caso, ma com’è una telefonata tesa con il premier?
Berlusconi è un “ragazzo volitivo”: sa dove vuole andare e come andarci. Però il confronto con lui è sempre franco e aperto: è una persona che sa ascoltare l’altro.
Speravo mi facesse un esempio, non un ragionamento politico. Suggerisco io: com’è andata dopo l’elezione al Senato nel 2008, quando poi lei non diventò ministro? Che cosa vi siete detti, e come, lei e Berlusconi?
Trovammo un accordo. Vuole la verità ? Fu allora che nacque, condivisa, la decisione della mia quarta candidatura consecutiva alla guida della Lombardia, così avrei potuto portare a termine progetti importantissimi come l’Expo, la Brebemi, la Pedemontana, la tangenziale esterna di Milano, dieci nuovi ospedali, l’alta velocità , le autostrade regionali: progetti per 11 miliardi di euro in 3 anni.
E fare sì che lei stoppasse la Lega, che non fosse Bossi a gestire l’avvio del federalismo fiscale in Lombardia e tutto il ben di Dio che ha appena elencato…
Questo lo dice lei. Io l’ho sottolineato solo per dire che sono pochissimi i ministeri che hanno un peso specifico paragonabile a quello della presidenza della Lombardia.
Fra questi c’è il ministero dell’Interno: si è sussurrato di un rimpasto dell’esecutivo dopo l’estate e di uno scambio di poltrone tra lei e Roberto Maroni.
Bossi a Ponte di Legno l’ha definita pura invenzione giornalistica.
E lei che cosa dice?
Le stesse parole di Bossi, non ne trovo di migliori.
E poi dice che la metafora dell’ameba, che tutto ingloba, non funziona.
Non mi piace. Preferisco quella del direttore d’orchestra, o del compositore che prende i suoni più diversi e li unisce in una splendida sinfonia.
Lei la chiama sinfonia, c’è chi invece la definisce brutalmente lottizzazione. E accusa Comunione e liberazione di essersi accaparrata tutti i posti che contano nella sua Lombardia. Ultimo caso la sanità …
Polemiche sterili. Dopo le nomine alla guida dei grandi ospedali ho chiesto: “Qualcuno ha da ridire sui curricula dei prescelti?”. Tutti zitti: la polemica è finita lì.
Traduco: “Noi siamo i migliori”.
Non scherziamo, i migliori stanno per definizione dall’altra parte (ride). E guardi che, con una battuta, le sto dicendo una cosa seria, che sta alla base dell’attuale, profondissima crisi della sinistra.
Può spiegare?
È la storia che si sta vendicando. Dopo la caduta del comunismo la nostra sinistra non ha mai fatto seriamente i conti con la propria storia.
Ma si è sciolto il Pci, poi si è sciolto il Pds e anche i Ds. Non le basta?
Solo operazioni di facciata, come una ragazzina di 14 anni che si cambia il vestito anche tre volte al giorno. Si consideravano i migliori quando c’era il Pci, hanno continuato a considerarsi i migliori, i più puri, anche dopo. Solo che adesso la storia sta chiedendo loro il conto, e si ritrovano a non avere più una visione credibile, una qualsiasi, ma che sia in grado di catturare la gente.
Mi sta spiegando la morte dell’opposizione in Italia?
Sto descrivendo la crisi culturale, profondissima, in cui si dibatte e da cui prevedo non si rialzerà tanto presto. Opposizione? Ma è opposizione quella attuale, fagocitata da un giustizialismo d’accatto (che peraltro non fa parte del patrimonio della sinistra) e che non sa trovare altre basi e punti di contatto se non l’odio per Berlusconi?
In effetti, negli ultimi anni la dialettica maggioranza-opposizione in Italia non ha funzionato benissimo.
Il problema c’è ed è grave. In un paese normale l’opposizione ha il compito, fondamentale, di segnalare i problemi del Paese, di incalzare su questi temi chi governa. Qui da noi, invece, l’opposizione è strumentale, aprioristica. Che pena, che pena…
Se le cose stanno così, chi vi incalza sui problemi veri?
Il nodo è proprio questo: noi, maggioranza, siamo costretti anche a percepire le cose che non vanno, nel Paese e nella nostra azione di governo. Un impegno fuori dal comune, mi creda.
Che fa, presidente, adesso si ingloba pure l’opposizione?
Guardi, cercavo di fare un discorso serio: non ricominciamo con la storia dell’ameba, la prego.
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Dice proprio così: “Questa casa va rasa al suolo e poi ricostruita”. Il presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo spiega con questa metafora, nel corso di una conferenza stampa convocata d’urgenza questa mattina a Palazzo d’Orleans, la decisione di azzerare la giunta.
È l’epilogo, a poco più di un anno dalla nascita del goevrno isolano, di incomprensioni e scontri tra il governatore e i due partiti maggiori della sua coalizione: il Pdl e l’Udc, che non hanno mai nascosto la crescente insofferenza nei confronti del troppo autonomo esponente del movimento autonomista Mpa: “Non c’è dubbio che questa casa va rasa al suolo e ricostruita sulla base della lealtà nei confronti dei siciliani” ha detto “si riscrive un programma. Questo vale per gli atteggiamenti da tenere in Sicilia, a Roma e a Bruxelles”. “Invito tutti gli assessori a presentare le loro brave dimissioni. Sei o sette lo hanno già fatto” ha proseguito” gli altri lo faranno a breve, spero. Si riparte da capo con un governo per l’autonomia e lo sviluppo”.
La giunta della regione siciliana è composta, appunto, da esponenti del Pdl, dell’Udc, dell’Mpa il Movimento per le autonomie di cui è leader lo stesso Raffaele Lombardo, oltre che da tre esponenti della cosiddetta società civile. Gli assessori sono Antonello Antinoro (Udc), Giambattista Bufardeci (Pdl), Michele Cimino (Pdl), Roberto Di Mauro (Mpa), Luigi Gentile (Pdl), Giuseppe Gianni (Udc), Carmelo Incardona (Pdl), Francesco Scoma (Pdl), Giuseppe Sorbello (Mpa), Massimo Russo (pm in aspettativa e ideatore della riforma sanitaria, “la cosa migliore che abbiamo fatto” ha detto Lombardo), Giovanni Ilarda (magistrato), Giovanni La Via (professore).
Parlando ancora con i giornalisti a Palazzo d’Orleans, il Governatore siciliano, ha proseguito sulla Giunta regionale: “È come una costruzione venuta su male e non c’è bisogno di un sisma neppure del primo grado, basta un pò di vento che la costruzione si abbatte. E allora, piuttosto che una manutenzione straordinaria, vediamo di ripartire dalle premesse essenziali che sono gli obiettivi che un governo, per un dovere di lealtà nei confronti del proprio popolo deve raggiungere”. E ha fatto degli esempi: “Lo sviluppo, le infrastrutture, un modello Sanità che prevede il miglioramento della qualità e ola riduzione della spesa. Questo governo - ha detto - deve servire il popolo siciliano e riprendere la vertenza dell’autonomia, ormai abbandonata”.
Ma sarà un “governo istituzionale” aperto anche al Pd? “Propongo un governo” ha risposto Lombardo “con quei pezzi di partito che ci si staranno. Quarantotto ore e avremo una giunta in grado di operare”. “Si riscrive un programma e si riparte con chi ci sta. Non penso di ribaltare le alleanze dell’anno scorso. Sarà una giunta composta da forze politiche e da esterni”. “Il Pd” ha puntualizzato Lombardo “è una forza importante all’assemblea regionale, che ha dato un utile apporto all’approvazione di alcune riforme come quella sanitaria, ma ha fatto una scelta di opposizione che spero costruttiva”. Il governatore, dopo avere invitato a “svelenire” clima politico ha auspicato il varo di una giunta “aperta alle forze sociali, sindacali e a tutti quelli che ci stanno per sottoscrivere un programma per lo sviluppo della Sicilia e la salvaguardia dell’autonomia”.
Alla domanda se potranno tornare alcuni degli assessori ha spiegato: “Potranno anche tornare tutti, ma dovrà essere firmata una ‘cambiale’ perché ci sia una coerenza assoluta. L’unico caso in cui potranno contestarmi sarà quello che non ho fatto l’interesse del popolo siciliano. In quel caso hanno il diritto di saltarmi addosso. Per il resto, ho il dovere di pretendere coerenza, sintonia, collaborazione.
Infine Lombardo ha assicurato che sentirà Berlusconi. “Lo farò con molto piacere. Mi spiace che in questo momento viva una fase non facile, ma è stato proprio in una fase non facile che, quando nacque l’autonomia, venne a Catania e la nostra esperienza partì in quell’occasione”. “C’è da dire, e mi spiace, che c’è tanta gente che lo consiglia male e non so se in un momento di grande difficoltà come questo, si troverebbe accanto a lui. Questo sospetto, o questo dubbio, per quanto mi riguarda non ha motivo di esistere”.
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L’unica cosa certa è che il decreto sul piano casa non ci sarà . Almeno non nel consiglio dei ministri di venerdì. Il governo prende tempo e apre un tavolo tecnico-politico con le Regioni. Non si tratta però di un rinvio sine die: la scadenza per trovare un’intesa è stata fissata a martedì. E, a fine giornata, Silvio Berlusconi addirittura rilancia.
La ricerca del dialogo con le Regioni, dice, “non è una frenata”, ma una confronto sullo “strumento” da adottare”; e comunque venerdì in Cdm “qualcosa ci sarà ”. Così come il premier punta a misure con “effetti immediati” e avverte: “Le Regioni non possono sottrarsi perché sul piano casa in giro c’é un’aspettativa fantastica”; il problema, aggiunge, è che sono “gelose delle proprie competenze”. La strada per un’intesa, insomma, è molto più in salita di quanto non apparisse in mattinata.
Merito e metodo, comunque, saranno entrambi al centro della discussione. Anche se, dopo l’incontro con le Regioni, era sembrata tornare alla ribalta l’ipotesi di procedere con un provvedimento “cornice” che salvaguardi l’autonomia del territorio. “Vogliamo lavorare” aveva ribadito infatti più volte Berlusconi “in sintonia e in accordo con le istituzioni locali”.
Che si erano dette soddisfatte per il passo indietro. “Ora siamo sul binario giusto”, aveva commentato il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani, governatore emiliano. Disponibile al dialogo anche il Pd: “Hanno ritirato il decreto cementificazione” ha commentato nel pomeriggio il segretario Dario Franceschini “che avrebbe creato danni spaventosi. Ora si vuole dare un piano casa d’intesa con le Regioni e i Comuni per rilanciare l’edilizia? Noi siamo pronti a discutere, anche in Parlamento”. La mediazione era stata raggiunta nel corso di un confronto a Palazzo Chigi: un’ora e mezza di riunione, a metà della quale il presidente del Consiglio era sceso in sala stampa per parlare con i cronisti e spiegare la posizione del governo: “L’urgenza del piano c’é e resta - aveva detto - ma non è detto che il decreto sia lo strumento più opportuno”.
Messaggio distensivo e che segue anche la linea indicata dal Quirinale e quella auspicata dalla Lega, ma che ancora punta i fari sul Consiglio dei ministri di venerdì: “Ci sono 70 ore per trovare l’armonia con le Regioni”, aveva aggiunto infatti il Cavaliere. Tre quarti d’ora dopo, il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto, con a fianco Errani e il numero uno dell’Anci Leonardo Domenici, spiegano però che tutto è stato rinviato alla settimana successiva: “Due o tre giorni” rassicura il ministro “non sono determinanti. E’ molto più importante che si giunga ad una piattaforma comune”. Obiettivo che questa mattina era ancora lontano.
Regioni, province e comuni non hanno fatto mistero di aver ricevuto la bozza di decreto legge e di non apprezzarla: di fronte a un atteggiamento intransigente avrebbero manifestato altrettanta rigidità , fino a rischiare di creare il caos: “Stiamo cercando di lavorare per fare in modo che non ci possano essere contrasti o impugnazioni” aveva riconosciuto Berlusconi “alla Corte costituzionale”. Una eventualità che inoltre vanificherebbe completamente l’accelerazione impressa dal governo con il decreto legge.
Ostacolo al quale si somma l’altolà della Lega: “Ieri ho detto a Berlusconi” racconta il leader del Carroccio Umberto Bossi “che molte Regioni, come la Lombardia, hanno già un piano casa e quindi è meglio trovare un accordo con le Regioni per evitare scontri e Berlusconi ha aperto”. La discussione che si è aperta non fa però retrocedere il premier di un millimetro dalla convinzione che si tratti di un progetto giusto e urgente perché interessa gli italiani ed è in grado di aiutare l’economia del Paese: “Il provvedimento sulla casa” dice “riguarda quasi il 50% delle famiglie italiane”. E a sera, da Napoli, interviene di nuovo per chiarire che non vuol fare passi indietro.
Ma non solo. Il presidente del Consiglio rilancia anche un altro cavallo di battaglia, quello delle cosiddette “new town” e di cui il piano per l’edilizia popolare già messo a punto è il primo tassello: una promessa della campagna elettorale che ora vuole onorare. D’accordo anche le Regioni, che hanno convenuto la convocazione di un tavolo ad hoc.
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Intorno al piano casa scoppia e sale la polemica. La riunione della Conferenza unificata si preannuncia accesa, con i governatori che si presentano uniti nel dire no al decreto e Berlusconi pronto ad assicura che “il disegno circolato non è quello a cui avevo già lavorato”. Il premier ha spiegato ieri che il “decreto o ddl che sia, si fermerà alle case mono e bifamiliari e alle costruzioni da rifare dopo che queste saranno demolite” e non riguarderà “gli immobili urbani”.
Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani (governatore dell’Emilia Romagna), ha più volte sottolineato come il decreto abbia “chiari profili di incostituzionalità ”, perchè rende immediatamente operative in tutta Italia norme di competenza concorrente delle Regioni. Il rischio, secondo Errani, è che si apra un conflitto istituzionale. Molte Regioni, quelle di centrosinistra, chiedono il ritiro del decreto e minacciano il ricorso alla Corte Costituzionale.
A confermare che il piano del Governo sia “solo una bozza”, ci pensa Raffaele Fitto. Il ministro per i rapporti con le Regioni, in due interviste ai quotidiani Il Messaggero e Libero, chiudendo la polemica su un presunto scontro tra il Governo e il Quirinale: “Io della lettera non so nulla. Di certo non c’è e non ci sarà alcun rischio di contrasto né con il Quirinale, né con i presidenti di Regione”. “Sono sicuro che troveremo un punto di convergenza”, dice il ministro, che avverte: “Non ha proprio senso andare allo scontro”.
Fin qui le polemiche. A spulciare invece tra le cifre ci ha pensato la Cgia: con il progetto del governo dovrebbero essere creati 745.000 nuovi posti di lavoro. Secondo gli artigiani di Mestre, dunque, l’impatto occupazionale dovuto all’applicazione del piano casa potrebbe creare, chiaramente in più anni, almeno 745.000 nuovi addetti. E uno su tre potrebbe essere straniero dal momento che il settore delle costruzioni è ad alta concentrazione di lavoratori non italiani.
Nei giorni scorsi la Cgia di Mestre ha infatti stimato che l’applicazione su tutto il territorio nazionale del provvedimento allo studio del Governo in materia di ristrutturazione ed ampliamenti dell’edilizia residenziale privata dovrebbe dar origine ad un giro di affari di 79 miliardi di euro. “Partendo da questo assunto” si legge in una nota - si è analizzata la serie storica della produttività per addetto del settore casa e di tutta la filiera registrata negli ultimi anni arrivando a stimare, alla luce del nuovo impatto economico, nuovi addetti per 745.000 unità ”.
Quali professionalità saranno richieste? “In primo luogo” commenta Giuseppe Bortolussi della Cgia “sono muratori semplici, capi cantiere e progettisti nella misura complessiva di 350mila unità . In secondo luogo gli installatori di impianti elettrici per circa 104.000 unita’ e a seguire gli idraulici con altri 79.000 nuovi posti di lavoro. Altri 69.000 saranno figure generiche e 27.000 unità riguarderanno sia gli imbianchini e posatori di vetrate sia gli installatori generici (come i bruciatoristi)”.
Essendo il settore delle costruzioni ad alta concentrazione di lavoratori non italiani, “ipotizziamo”, prosegue la Cgia “che almeno un terzo di questi 745.000 nuovi posti di lavoro saranno occupati da maestranze straniere. Sia chiaro” precisa Bortolussi “la nostra stima è stata realizzata presupponendo che tutte le Regioni italiane adotteranno questo provvedimento e che le nuove assunzioni avverranno secondo le disposizioni di legge oggi in vigore”.
Ecco perché l’incontro di mercoledì è fondamentale. Ecco perché il governatore della Lombardia, Roberto Formigoni le ha tentate tutte, riuscendo a coivolgere il premier Berlusconi, il preseidente Errani e il sottosegretario Gianni Letta, in un fitto colloquio a bordo del Frecciarossa Milano-Roma…
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