Leggi tutte le notizie su:
governatore
Il governatore della Calabria è a Roma, reduce dall’incontro con il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. La sanità della regione che guida da quasi quattro anni rischia il commissariamento. È ormai un’idrovora che ha accumulato 2 miliardi di deficit.
La situazione è allarmante.
Difficilissima, davvero. Non possiamo più nasconderci. È uno sconquasso.
Cosa le ha detto il ministro Sacconi?
Che bisogna incidere sul personale: organizzare meglio i manager e bloccare le assunzioni.
E voi le bloccherete?
Questo è sicuro. Il personale è decisamente ipertrofico. Ma del resto in Calabria le imprese stentano, le infrastrutture mancano, la criminalità è fortissima…
Quindi?
La sanità è il settore che dà più lavoro. Siamo sottoposti a pressioni drammatiche per assunzioni inutili e il mantenimento dei privilegi: io, i politici, i dirigenti. Ma non c’è scelta: interverremo con coraggio.
Qualcuno remerà contro.
Senza dubbio. Ma il rischio di saltare all’aria, alla fine, convincerà anche i più riottosi. Tutti capiranno che la situazione è insostenibile. E un commissario calato dall’alto può solo peggiorare la situazione. La falce manzoniana “che pareggia tutte le erbe” non la vuole nessuno. Anche chi punta a mantenere i privilegi.
Il piano di rientro è pronto?
Lo sarà tra due settimane. Ridurremo sprechi e personale, costruiremo nuovi ospedali.
Basterà a risanare?
Fra le tante misure, stiamo studiando l’ipotesi di ripristinare il ticket. La gente spesso da noi tende a fare incetta di medicinali e ricoveri. Tanto tutto, o quasi, è gratuito.
Del disastro della sanità calabrese si parla da anni.
Ho ereditato una situazione drammatica: il deficit si è accumulato dal 2001, all’epoca del centrodestra.
Durante la sua presidenza però è raddoppiato.
È l’effetto anche degli interessi passivi sul debito. Noi stiamo andando spediti, ma a Roma devono capire che qui intervenire non è difficile solo a parole. Ci sono distorsioni, sprechi, collusioni. Le cose più torbide.
Come si ridimensiona l’influenza della ‘ndrangheta?
Ci vorrà tempo. Intanto abbiamo istituito la stazione unica appaltante per le gare sopra i 150 mila euro. La guida Salvatore Boemi, un ex procuratore aggiunto di Reggio Calabria esperto di criminalità.
Chiuderete i piccoli ospedali come quelli di Oppido Mamertina, Taurianova, Palmi?
Sono diventati strumenti di morte, non di vita. Un rischio per i pazienti.
Le sembrano più pericolosi o diseconomici?
Entrambe le cose: avere 20 posti letto non è solo uno sperpero. Se manca la tac, come si fanno certe diagnosi?
Quando verranno chiusi?
Entro un anno e mezzo. Prima costruiremo gli altri: siamo già nella fase dei progetti preliminari. In alcuni ospedali soppressi allestiremo case della salute, per le prime diagnosi. Così da scoraggiare ricoveri inappropriati.
Supererete la logica di un politico per ogni reparto?
Dobbiamo: questi piccoli ospedali ormai sono diventati una palla al piede.
- Tags: elezioni, governatore, governo, Pd, pdl, Renato-Soru, Sardegna, squadra, Tiscali, Ugo-Cappellacci, Unità, vincitore
-

Doveva brillare come la stella del firmamento della sinistra, rischia di trasformarsi in un buco nero. La parabola di Renato Soru è di quelle che richiedono le cinture di sicurezza ben allacciate. Sparato come un missile nello spazio lunare della politica, s’è ritrovato senza carburante (i voti), sconfitto da una nave avversaria armata di raggio laser (Silvio Berlusconi) e senza neppure un vecchio Lem per fare l’atterraggio morbido. Risultato: un ritorno sulla Terra (ironia della sorte, nella sua Sardegna) segnato dal clangore della ferraglia. Crash. E ora?, si chiedevano a urne ancora calde i suoi adepti, interrogandosi sulla sorte dei mirabolanti piani del tycoon della Tiscali che avrebbe dovuto scalare la vetta del Pd e fare dell’Unità un grande giornale.
Immerso nelle rovine fumanti della caduta, Soru sulle prime aveva conservato l’aureola dell’imprenditore illuminato, ma già pochi giorni dopo il suo groppo in gola, gli occhi lucidi la sera della sconfitta e il suo silenzio sono divenuti un incubo per L’Unità e la Tiscali. Il Cavaliere aveva detto: “Soru è un fallito in tutto”. Di certo non naviga in buone acque. Il 19 marzo la Tiscali riunisce il suo consiglio d’amministrazione per approvare un bilancio annuale zavorrato dai debiti. Il 23 marzo L’Unità, se non trova nuovi capitali (e capitani), potrebbe cessare le pubblicazioni e portare i libri contabili in tribunale. Due date, pochi soldi da mettere sul piatto.
Il red carpet dell’”Unità“. Partiamo dal giornale fondato da Antonio Gramsci. Soru nel maggio 2008 firma l’accordo con la Nie (società editrice dell’Unità), in giugno perfeziona il contratto e si impegna a gestire il quotidiano con una fondazione. Quanto sborsa davvero non si è mai capito. “Non era giusto che il giornale di Gramsci e di Enrico Berlinguer, che ha rappresentato tanto nella storia del nostro Paese, fosse trattato come una merce qualsiasi” si limita a pontificare il neoeditore gonfio d’orgoglio.
Respinto l’ingresso della famiglia Angelucci, editori di Libero e Il Riformista, la gestione Soru parte in quarta. La vecchia guardia dell’Unità viene rasa al suolo: il direttore Antonio Padellaro viene fatto accomodare ed entra, sotto gli auspici di Walter Veltroni, una firma della Repubblica, Concita De Gregorio. Grandi progetti, pubblicità osé firmata da Oliviero Toscani, assunzioni. Stile red carpet. I giornalisti passano da una settantina a un centinaio, il formato viene clonato dal quotidiano free press E-Polis (inventato da Nichi Grauso). Squilli di tromba, si parte. Otto mesi dopo L’Unità vende 47 mila copie. Meglio della gestione passata (+10 per cento), ma insufficienti per raggiungere il pareggio dei conti.
Cuore a sinistra, portafoglio a destra. La partita doppia diventa un problema quando Soru perde la partita politica. Addio presidenza della Regione Sardegna. Impossibile la scalata al Pd. E L’Unità? È una fornace, va ricapitalizzata, ma Soru, e lo annuncia personalmente a Piero Fassino, anticipandogli il suo smarcamento, non ha intenzione di scucire più un solo euro. Figurarsi i 4 milioni che servirebbero per arrivare senza acqua alla gola al consiglio d’amministrazione fissato per il 23 marzo, lunedì, giorno di San Turibio di Mogrovejo, difensore degli indios e nemico dei conquistadores.
Nella redazione dell’Unità l’inquietudine che aleggiava dopo la sconfitta elettorale si è materializzata pochi giorni fa davanti ai piani dell’amministratore: serve capitale fresco, bisogna contenere i costi. Traduzione: non si cercano solo nuovi soci (le voci parlano di un ingresso di Carlo Feltrinelli, Fassino sta facendo appello al movimento cooperativo e all’Unipol), bisogna chiudere alcune redazioni, ridurre le pagine e tagliare i contratti a termine. Via la cronaca di Roma e quella di Milano, la redazione ambrosiana (che segue l’economia) si sposta nella capitale, a casa una ventina di giornalisti con contratto a termine, riduzione degli stipendi con l’applicazione di un contratto di solidarietà.
Un piano di lacrime e sangue (tutto da discutere) che si specchia nella profonda crisi del mercato editoriale, ma anche nella delusione politica di Soru e nei travagli del suo gioiello di un tempo, la Tiscali.
Tiscali e il gorilla game. L’avventura su internet comincia nel 1998. La Tiscali offre carte telefoniche prepagate, parte il mito della new economy e l’anno dopo il piccolo provider sardo si quota al Nuovo mercato. Scatta l’euforia irrazionale, capitalizzazione di borsa superiore a quella della Fiat. Soru usa la sua abilità finanziaria e gioca a quello che gli americani chiamano “gorilla game”: diventare più grande di tutti per abbattere i concorrenti. Fa shopping globale, inghiotte la Worldonline: la Tiscali dalla pianura campidanese si erge fra i titani del mondo.
Il sogno dura poco: nel 2000 la bolla di internet fa bum, la capitalizzazione crolla, la Tiscali diventa il titolo che fa la gioia dei trader più scaltri e i dolori dei piccoli azionisti che, dopo aver comprato ai massimi, si ritrovano spennati. Otto anni dopo l’azienda di Soru come Crono si mangia i suoi figli. Partono un lungo rosario di dismissioni e un taglio annunciato di 250 posti di lavoro su 850 in Italia.
Oggi la Tiscali si dibatte in un mercato travolto dalla crisi e concentra i suoi sforzi su Regno Unito (68 per cento dei ricavi) e Italia (30 per cento dei ricavi). Secondo uno studio societario firmato dal Citigroup il 21 gennaio scorso, la società “brucia ancora cassa”; lo conferma il resoconto intermedio di gestione: “Al 30 settembre 2008, il gruppo Tiscali può contare su disponibilità liquide per 34,4 milioni di euro, a fronte di una posizione finanziaria netta alla stessa data negativa per 556,7 milioni di euro”.
Secondo gli analisti del Citi, “il nuovo business plan non è convincente”: è simile a quello di altre aziende del settore e “non c’è un chiaro vantaggio competitivo, se si escludono i prezzi bassi”.
Il tentativo di cedere il ramo delle attività inglesi alla BSkyB di Rupert Murdoch si è arenato di fronte al crollo delle borse e alla svalutazione del cambio con la sterlina. Il debito netto calcolato dagli analisti del Citi è di circa 605 milioni di euro, il ramo inglese vale 400 milioni, quello italiano 300 milioni. Risultato: il valore dell’attività Tiscali è di circa 100 milioni, cioè 15 centesimi di euro per azione.
La Banca Imi in novembre mostrava più fiducia: “Il business plan presentato dall’amministratore delegato Mario Rosso potrebbe generare positive sorprese”.
Intanto il vertice societario ha subito due perdite. Mauro Mariani, uno dei pionieri dell’azienda, l’11 novembre 2008 ha lasciato l’incarico di amministratore delegato della Tiscali Italia. E qualche giorno fa è uscito il consigliere Arnaldo Borghesi, esperto di finanza straordinaria. Ufficialmente nessun dissidio con Rosso, ma la sua sostituzione con Gabriele Racugno, il fiduciario del blind trust creato prima del voto per evitare le accuse di conflitto di interessi, è il segnale che Soru si sta blindando.
La Tiscali in Sardegna è una presenza importante, nella sede cagliaritana di Sa Illetta c’è preoccupazione. Soru giustamente si è sempre vantato di aver creato nell’isola centinaia di posti di lavoro e ora, ironia della sorte, il neopresidente della regione Ugo Cappellacci potrebbe essere costretto a occuparsi non solo della crisi della chimica, ma anche di quella della Tiscali.
In questo scenario all’Unità si interrogano: abbiamo respinto gli Angelucci, ma davvero era meglio Soru?

“Non so se Renato Soru vorrà adesso dedicare le sue energie al Pd nazionale. Posso solo augurarmelo, per il bene del Pdl”. Ecco l’unica battuta “cattiva” riservata dal neopresidente della Regione Autonoma della Sardegna all’avversario sconfitto.
Pronunciata col sorriso e con l’aria di voler finalmente cedere agli stimoli a “essere cattivo” che arrivavano dalle domande dei giornalisti presenti la frase è stata subito dopo stemperata dal rinnovato monito, soprattutto ai suoi sostenitori rumoreggianti, a mettere da parte le polemiche e cominciare a lavorare e a confrontarsi lealmente con gli avversari.
A proposito di lavoro: sarà una Giunta itinerante, che verrà costituita entro una settimana, ad occuparsi subito delle emergenze della Sardegna con provvedimenti immediati per arginare la disoccupazione e contrastare la povertà. È questa in sintesi è la linea d’azione del nuovo governatore Ugo Cappellacci che stamane, in una conferenza stampa, ha anticipato le priorità dei primi cento giorni di governo.
“Ho in mente una Giunta, fatta di teste pensanti e competenti, presente nei territori”, ha spiegato il nuovo presidente della Regione manifestando l’esigenza di assicurare più concertazione e maggior coinvolgimento degli amministratori locali nel tentativo di invertire la rotta rispetto al precedente esecutivo Soru soprattutto sul metodo. Già nelle prossime ore Cappellacci incontrerà gli alleati per costruire il nuovo esecutivo. “Sono convinto che ci siano ampi margini per gare ragionamenti costruttivi con gli alleati che hanno sostenuto lealmente questo progetto e che con il dialogo faremo un ottimo lavoro perchè la nostra coalizione ha dato un ottimo risultato in termini di coesione e unità”, ha aggiunto l’esponente dl PdL elogiando, in più passaggi della conferenza stampa, il “lavoro di squadra portato avanti insieme e non, invece, da un uomo solo”.
Riguardo i rapporti con il Governo, Cappellacci ha ribadito la volontà di richiamare l’attenzione del premier Berlusconi per un “confronto costante e quotidiano sui problemi dell’isola”. Dal centrosinistra, invece, il nuovo governatore si aspetta “un’opposizione seria, anche dura, a garanzia della democrazia”. Sul piano, invece dei rapporti con l’Udc, che nell’isola ha stretto un’alleanza programmatica con il Popolo delle Libertà diversamente dal quadro nazionale, raggiungendo quasi il 10% dei consensi, Cappellacci ha assicurato nella composizione della Giunta “un risultato equilibrato sul peso di ciascun componente della coalizione”.

di Romana Liuzzo
Segni particolari: ottimista. Guarda sempre dritto negli occhi l’interlocutore, anche a costo di metterlo in imbarazzo. E soprattutto, come l’ha definito il premier, Silvio Berlusconi, in apertura della campagna elettorale a Cagliari, “non è un professionista della politica”. Nella giunta comunale, dove ha ricoperto il ruolo di assessore al Bilancio, è ricordato come un mite Ugo Cappellacci, 48 anni, laurea in economia e commercio e master alla Bocconi. Uno che si ferma a raccogliere un cagnolino in autostrada (Ronny) per regalarlo ai figli: Giuseppe, Chiara e Margherita. Mite, sì, però non mettete alla prova i suoi nervi, chiamandolo “anti Soru” o “Gianni Chiodi sardo”. Risponderà deciso: “Preferisco essere me stesso. Qui in Sardegna non serve un monarca e nemmeno un depresso, c’è bisogno di aria nuova”. E ancora: “La tassa sul lusso? Pura demagogia. Soprattutto decisa da uno (Renato Soru, ndr) che cambia il colore della facciata di un palazzo perché non gli piace il marroncino, buttando al vento più di 1 milione di euro”.
La corsa al governo della Sardegna è entrata nel vivo. Basta passare un giorno nel quartier generale del comitato elettorale di Cappellacci, a Palazzo Doglio, nel centro di Cagliari, per rendersene conto. Si comincia alle 8 di mattina con la lettura dei giornali. Una non-stop fino alle 2 di notte: incontri con associazioni di categoria, autorità portuali, bagni di folla, definizione di programmi e liste, pranzi alla Caritas e cene elettorali. E nonostante le tavolate, il candidato del Pdl, dicono i suoi collaboratori, ha già perso 3 chili.
Manca un mese all’apertura delle urne per le elezioni regionali (15 e 16 febbraio), dopo che il centrosinistra ha impallinato il suo governatore, l’editore dell’Unità Renato Soru, costretto alle dimissioni in aula dal voto contrario dei suoi. Ora “Mr Tiscali” (”Un pessimista, uno che non guarda mai negli occhi” dice Berlusconi) ci riprova. Il Pdl si dice certo della vittoria di Cappellacci, sostenuto, oltre che dai partiti del Popolo della libertà in Sardegna (FI, An, Dc per le autonomie e Fortza Paris), da Udc, Riformatori sardi, Uds, Mpa e Partito sardo d’azione.
Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha deciso di trascorrere tutti i finesettimana al fianco del candidato. Con lui ascolterà le richieste dei sardi. Terrà comizi e incontri. In 377 comuni sono stati aperti 250 gazebo, dove i cittadini possono scrivere i propri suggerimenti per il futuro governo della regione.
E dalla sua parte Cappellacci, sardo da generazioni, testardo come tutti i sagittari, ha portato Efisio Trincas, segretario del Partito sardo d’azione (”Noi da sempre non siamo né di destra né di sinistra, ma Soru ha mortificato la democrazia della Sardegna. Era un monarca”). Dalla sua pure l’Udc locale con Giorgio Oppi. Per il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, una presenza costante nella sede del comitato, “Cappellacci è stato un ottimo assessore. È competente, scrupoloso, appassionato”. Insomma, apparentemente non ha un difetto. È anche sportivo (windsurf, vela, karate), amante delle tradizioni (”Ogni Natale ci mettiamo a tavola almeno in 40. Sono mancato una sola volta, quando mia figlia ebbe la febbre”), e pure buongustaio. Il piatto preferito? Arrosto innaffiato con il rosso di Argiola ottenuto assemblando le uve Cannonau, Carignano e Bovaleddu.
Dice Cappellacci a Panorama: “Mi impegno a restituire alla Sardegna centomila posti di lavoro in dieci anni”. Pausa per le strette di mano. E poi: “La sinistra in cinque anni di governo ha lasciato in eredità ai sardi 190 mila disoccupati e i poveri sono passati da 245 a 377 mila. L’economia si è fermata perché Soru ha impoverito e chiuso l’isola. Noi ce la faremo”.
L’ottimismo dicono lo abbia ereditato dal nonno materno, Carlo Meloni, primo sindaco di Iglesias, dal 1944 al ‘49, componente della consulta per lo statuto sardo. La madre Graziella gli avrebbe trasmesso la generosità e il padre Giuseppe quel suo guardare dritto negli occhi l’interlocutore. Tre doti che hanno convinto il presidente del Consiglio Berlusconi a candidarlo per una sfida così delicata.
Ora Cappellacci dovrà conquistare il popolo sardo. Nell’isola, alle politiche di quest’anno, la coalizione di centrodestra, senza l’Udc, ha battuto l’alleanza guidata da Walter Veltroni: 43 contro 40 per cento. Ma alla regione, nel 2004, Soru vinse con 10 punti di vantaggio.
“Con la scusa di farsi paladino di principi di sardità ha imposto un sistema di governo centrato sul pensiero unico, sulla sua magnificenza di monarca illuminato. Soru poi ha un chiodo fisso: Berlusconi. Se vuole tentare la scalata al Pd e scalzare Veltroni lo faccia pure, ma con altri sistemi” dice ancora Cappellacci.
Al comitato elettorale, in attesa dell’incontro successivo, programmato con la Confcommercio, si parla di programmi. “Il mio progetto per la Sardegna? Modernizzarla senza cancellare tradizione e valori. Rilanciare le nostre zone interne con nuove infrastrutture, permettere agli alberghi di ristrutturare. Non bisogna cristallizzare tutto, il mondo va avanti con una nuova sensibilità nell’ambiente. La terra non è un’eredità, ma un prestito da restituire ai nostri figli”.

Flavio Tosi di Verona, Sergio Chiamparino di Torino e Giuseppe Scopelliti di Reggio Calabria: i tre amministratori che si dividono il primato di sindaco più amato dai propri concittadini. Proprio il sindaco di Torino - che aumenta i suoi consensi del due per cento rispetto al 2007 e addirittura del 14,4 per cento dal giorno della elezione - è il “guastafeste” che spezza il successo altrimenti incontrastato del centrodestra nelle tre classifiche (sindaci, presidenti di provincia e presidenti di regione).
Sono i risultati del “Governance Poll” 2008, sondaggio sul consenso di cui godono i sindaci dei comuni capoluogo e i Presidenti delle Province e delle Regioni, curato da Ipr Marketing, per il terzo anno consecutivo per Il Sole 24 Ore. Il sondaggio è stato realizzato tra i mesi di settembre e novembre, attraverso interviste telefoniche condotte in modalità Cati (Computer Assisted Telephone Interview) e telematiche attraverso il sistema Cawi ed il sistema esclusivo Tempo Reale.
Aumenta anche il gradimento verso Letizia Moratti (primo cittadino di Milano) che guadagna cinque punti percentuali rispetto alla rilevazione dell’anno scorso, e di Gianni Alemanno, che da aprile a oggi come sindaco di Roma incrementa di 2,3 punti percentuali il proprio consenso. Male invece Massimo Cacciari (Venezia), che perde cinque punti percentuali rispetto allo scorso anno, e la genovese Marta Vincenzi (-2,5 per cento sul 2007, quando per tutti era “superMarta”) che riceve il 50 per cento esatto di consensi.
La città più scontenta? Quasi scontato sia Napoli, con il sindaco Rosa Russo Iervolino che perde 9 punti percentuali e si assesta al 39%, specchio del momento poco felice che sta vivendo il capoluogo partenopeo.
Tra i governatori, il siciliano Raffaele Lombardo scavalca in classifica il lombardo Roberto Formigoni, che dallo scorso anno guadagna comunque quattro punti percentuali, mentre al terzo posto si trova Giancarlo Galan, governatore del Veneto. Tre governatori del Pdl ai primi tre posti, dunque, mentre il Pd subisce un crollo verticale, soprattutto nelle regioni del Sud. Guadagnano qualcosa Nichy Vendola e Piero Marrazzo, presidenti di Puglia e Lazio, ancora al di sotto dei risultati del giorno della loro elezione, ma ora fermi al 49%. Anche per le regioni la maglia nera va alla Campania, con il governatore Antonio Bassolino che chiude al 39%, sette punti in meno dello scorso anno.
Che non lasciano indenni gli abruzzesi: i sindaci navigano nelle zone basse della classifica, e sono relegati tutti in coda anche i presidenti di Provincia.
Anche in questa classifica, spicca in testa un terzetto di centrodestra, con Giuseppe Castiglione (Catania), Giovanni Cesare Ricevuto (Messina) e Giovanni Avanti (Palermo). È la Sicilia, roccaforte del Pdl, a fare la parte del leone nella Governance poll 2008. Da segnalare tra i presidenti di provincia anche il quarto posto di Mario Gerardo Oliverio (Cosenza), in crescita costante di consensi, l’exploit di Davide Zoggia (Venezia) che guadagna il dieci per cento e si piazza a metà classifica, mentre Filippo Penati (Milano) ha appena il 50 per cento di consensi e la 78esima postazione, e a giugno dovrà affrontare un impegnativo turno elettorale. Nei primi sei posti altri due presidenti siciliani, Nicola Bono (Siracusa) e Eugenio D’Orsi (Agrigento). Nicola Zingaretti, presidente della provincia di Roma, guadagna un punto e si assesta al 52,5%. La prima delle grandi province è Bologna, con il presidente Beatrice Draghetti in aumento di sette punti (59,9%) rispetto all’anno scorso.
A spiegare il perché del successo dei sindaci, ci pensa Antonio Noto, direttore Ipr marketing: viene premiato il loro “forte senso di radicamento nel territorio”. Inoltre hanno ”la capacità di intercettare trasversalmente le attese dei cittadini” e sono dotati di ”una concezione pragmatica e decisionista del proprio ruolo”.

Attese e invocate da settimane, alla fine sono arrivate. Nel 2009 Antonio Bassolino dirà addio alla presidenza della regione Campania. Ad annunciarlo, con parole che sembrano definitive, è stato proprio il governatore partenopeo, ponendo così fine ad una querelle che sembrava infinita: “L’orizzonte del nostro lavoro è attorno a un anno, poi per quanto mi riguarda si può andare al voto ben prima della scadenza naturale, portando avanti quella che è stata sempre la mia stella di riferimento: l’interesse dei cittadini”.
Una decisione “maturata domenica scorsa, in solitudine” ha commentato laconico Bassolino. Quanto fosse stato alto il pressing anche all’interno del Pd perché il governatore arrivasse a tale decisione, è però noto. E se adesso tutti ne apprezzano “il gesto di alto valore civile e di forte passione politica”, mai come in questi giorni, il governatore campano ha dovuto subire così tante pressioni, sia dagli alleati che dall’opposizione. Lo stesso Veltroni, che dapprima si era “affidato alla sua coscienza individuale”, nelle ultime ore aveva chiesto “un forte segnale di discontinuità”. Il redde rationem era stato quindi rinviato ad elezioni politiche concluse, anche per evitare di rompere i delicati equilibri all’interno del partito prima di una tornata elettorale decisiva.
Evidentemente Bassolino ha deciso diversamente. Ma la sua mossa in anticipo non è detto che stia a significare anche un’abdicazione dalla politica italiana. Bisognerà infatti capire cosa succederà in Campania alle prossime elezioni. E soprattutto quali percentuali riscuoterà il partito di Walter alla tornata elettorale di domenica e lunedì. Se non supererà quota 35 per cento, non è poi così certo che “‘o Presidente” esca ridimensionato all’interno del Pd. Ed infatti a chi nelle ultime ore gli ha chiesto del suo futuro, ha risposto: “Le Europee? Ho fatto tante cose, il presidente di giunta regionale, il ministro e soprattutto il mestiere più bello del mondo, il sindaco di Napoli. Si vedrà, deciderà il partito e deciderò io”.
Parola di Antonio Bassolino, uno che, secondo molti osservatori, resta a tutt’oggi decisivo per gli equilibri interni al Pd.

di Antonio Rossitto
I cassonetti di Napoli erano già sepolti dal pattume. Eppure il 7 dicembre la giunta regionale campana, guidata con mano ferma da Antonio Bassolino, si mostrava ottimista. Lo stesso presidente, nel primo pomeriggio, firmava la delibera 2104, che elargiva 245 mila euro, “oltre iva”, per l’organizzazione di un convegno sulla “Sostenibilità ambientale”. Non soddisfatti, due settimane dopo, con l’articolo 13 della Finanziaria, venivano assegnati 150 mila euro per lo studio di un “progetto di vivibilità”: per valutare i bisogni dei cittadini.
Spesucce, per una regione abituata a spandere. Ma che danno una chiara idea di cosa sia diventata la Regione Campania.
Un carrozzone dove i costi scriteriati sono ordinari: convegni di dubbia utilità, corsi fantasma, ben pagati consulenti, società create per far poco o niente.
“La corruzione moderna non si fa con le mazzette, ma con le iniziative inutili, i posti di lavoro, le poltrone nei consigli d’amministrazione” sostiene il senatore Massimo Villone, un passato da fedelissimo di Bassolino e un presente da strenuo polemista contro il governatore. “Un meccanismo quasi sempre lecito, perfetto. Ma basato sugli sprechi. Che impedisce la modernizzazione e influenza la vita dei campani”. Le tonnellate di rifiuti che soffocano la città lo dimostrano.
La Finanziaria approvata dalla Regione a fine anno è stata annunciata come rigorosissima. Eppure, a leggerla attentamente, qualche dubbio viene.
Tenete a mente questa sigla: Arcadis. In futuro potrebbe far parlare di sé. Dietro il nome poetico si nasconde la nascitura Agenzia regionale per la difesa del suolo. Secondo quanto scritto nella Finanziaria, verrà costituita in primavera. Ricordate la frana che il 5 maggio del 1998 seppellì il Sarno e uccise 136 persone? Allora venne creato un commissariato guidato da Antonio Bassolino, dello stesso tipo di quello per l’emergenza rifiuti. Altrettanto elefantiaco: 185 dipendenti. Ugualmente succhiasoldi: tanto da aver già bruciato 650 milioni di euro. E i risultati? Non disastrosi come la struttura che avrebbe dovuto risolvere il problema dell’immondizia, ma nemmeno confortanti. Ci sono paesi come Bracigliano e San Felice a Cancello dove, ammette il coordinatore Agostino Magliulo, “i lavori sono fermi al 30 per cento”.
Adesso c’è chi teme il peggio. La struttura, per volere della giunta regionale, confluirà nell’Arcadis. Non da sola, ma assieme al Commissariato per l’emergenza bonifica e tutela delle acque, guidato ancora da Bassolino. Con quali risultati? “Modestissimi: solo qualche pulizia superficiale” sostiene il forzista Paolo Russo, ex presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti. “Anche perché i fondi di questo ente sono stati dirottati altrove”. Ciò non ha impedito di assumere nel corso degli anni 97 dipendenti.
Come questo commissariato confluirà nell’Arcadis quello per la bonifica del fiume Sarno: altri 49 lavoratori. Il totale fa 331. “Un carrozzone annunciato” secondo il capo dell’opposizione alla Regione, Francesco D’Ercole. “E di scarsa utilità, visto che di queste cose si occupano già altri”.
L’assessore regionale all’Ambiente, Luigi Nocera (uomo di Mastella e finito nell’inchiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere), afferma che nell’Arcadis confluiranno “non più di 200 dipendenti”. Però i precedenti non fanno ben sperare. Resta comunque il dato storico: tre commissariati straordinari finanziati dal governo procedono senza nessuna urgenza, a una velocità da bradipo. Fino a essere inglobati nei ranghi della Regione.
I soldi chi li mette? Nessuno lo sa. Un aiutino lo Stato non potrà probabilmente negarlo. Il resto lo sborserà la Regione. Significa trovare risorse per centinaia di stipendi e alti costi di funzionamento. Ma la Finanziaria appena approvata non prometteva rigore?
Non sempre. Non per tutti. Come giustificare altrimenti i 5 milioni di euro destinati al Madre, il museo d’arte contemporanea diventato il fiore all’occhiello di don Antonio? Un fiore costosissimo. I conti li ha fatti recentemente il consigliere regionale di An Salvatore Ronghi: “Più di 61 milioni di euro spesi in meno di 4 anni. Per un museo che ha pochissimi visitatori e non espone un solo artista napoletano”.
In effetti, l’ex viceré di Napoli per l’arte non lesina. Alla mostra Un anno al Madre il 17 dicembre 2007 sono stati concessi 3.812.939 euro. Il 7 dicembre si sono volatilizzati altri soldi: 1.009.330 euro. Il 28 settembre, per le esposizioni di Rachel Whiteread, Marisa Merz e Claude Closky la giunta ha elargito 1 milione tondo. Lo stesso giorno altri 300 mila euro sono serviti ad acquistare un cavallo dello scultore Mimmo Paladino; e qualche tempo prima alcune opere dell’artista indiano Anish Kapoor erano costate oltre 2 milioni di euro (spesa “molto contenuta” secondo la delibera d’acquisto).
Ora, anche a rischio di apparire insensibili verso l’arte: più di 10 milioni di euro in 3 mesi per autori contemporanei sono o no un’enormità? Soprattutto in Campania, e in questo momento. Specialmente con i soldi dei cittadini.
E come considerare i 750 mila euro stanziati, ancora nell’ultima Finanziaria, per la Fondazione culturale Ezio De Felice? Ha avuto addirittura l’onore di meritare da sola l’articolo 77 della legge. Di che si occupa? Mistero. L’unica cosa certa è il nome della presidentessa: Eirene Sbriziolo, ex assessore regionale all’Urbanistica, di sicura fede bassoliniana.
Enti, fondazioni, istituzioni: i beneficiati dagli stanziamenti sono innumerevoli. “Anche negli ultimi tempi, sebbene il mastodontico debito regionale continui a crescere, l’andazzo non cambia” lamenta il consigliere regionale azzurro Fulvio Martusciello.
Le voci di spesa sono le più fantasione. Il 29 gennaio 2007 viene comunicato che 211 mila euro andranno all’Università Federico II per il progetto di ricerca “Valutazione dei rischi per il consumatore da molluschi bivalvi”. Il 2 marzo è approvato l’ennesimo finanziamento per la scorsa edizione del Vinitaly: 200 mila euro da sommare a 1,1 milioni già concessi e a 1,850 milioni serviti per allestire lo stand della Regione Campania.

Cifra alta, ma giustificata dal coinvolgimento dell’architetto Gae Aulenti, incaricato di progettare una struttura “a cielo capovolto”. A fare due conti, 3,150 milioni di euro per promuovere i vini campani. Attività forse utile, certamente cara.
L’11 maggio la giunta decide di finanziare con la bellezza di 400 mila euro il progetto “Una voce per Padre Pio”, programma tv condotto da Massimo Giletti. Mentre risale al 9 luglio l’attesissima comunicazione dell’accordo per l’”Osservatorio sul nocciolo“.
C’è poco da ridere. Già nel 2004 la Campania aveva incaricato la Nomisma, società di studi economici fondata da Romano Prodi, di svolgere uno studio di fattibilità. Ottenuto parere positivo, Bassolino e i suoi si erano industriati. Il contributo concesso ammonta a 334.772 euro: Giffoni Valle Piana, Salerno, diverrà la capitale del noto frutto. Per l’Osservatorio non si baderà a spese: sono previste sette assunzioni. Tra cui un coordinatore, che percepirà 100 mila euro l’anno.
A Giffoni hanno gradito l’interessamento. Difatti lo scorso 16 dicembre il Comune ha consegnato nelle mani di Andrea Cozzolino, assessore regionale alle Attività produttive e bassoliniano di ferro, il premio Nocciola d’oro.
È andata peggio all’assessore per le Politiche giovanili Rosa D’Amelio, fischiata a più non posso lo scorso 18 luglio mentre annunciava trionfale, a nome del governatore si capisce, lo stanziamento (regionale, ovviamente) di 30 milioni per la nascita della Multimedia Valley.
Con Giffoni la regione non ha fatto economia. Altri 5 milioni di euro serviranno per un altro ambizioso progetto: il Museo del mare. Splendida idea, non fosse che a Giffoni il mare non lo vedono neppure con il binocolo. Come si giustifica tanto attivismo? L’ex sindaco della città, Ugo Carpinelli, compagno di partito di Bassolino, siede in consiglio regionale. Sarà un caso?
Progetti, programmi, tavole planimetriche: attività in cui a Palazzo Santa Lucia, sede della giunta, sembrano eccellere. Lo scorso 17 luglio la giunta si è però superata: 21,385 milioni da investire in 36 studi di fattibilità. Il bello però deve ancora venire. Il 15 per cento di questa montagna di soldi servirà per gli studi di prefattibilità. Che significa? Con più di 3 milioni si stabilirà se è davvero il caso di avviare un progetto, che a sua volta studierà la possibilità di avviare lo stesso progetto di prima. In una parola: fuffa.
Miriadi di dettagli inutili, cavilli buoni per sperperare. Qualche esempio: per 1,5 milioni un gruppo di teste d’uovo pagate dalla Regione stabilirà se e come “valorizzare le risorse endogene” del turismo; un altro manipolo, grazie a 700 mila euro, dirà quanto è stringente “la riqualificazione urbana dei siti Unesco”.
UNA PIOGGIA DI FINANZIAMENTI IN CAMPANIA
211 mila euro: all’Università Federico II. Studio sui rischi dei consumatori da molluschi bivalvi nel 2007.
3,150 milioni di euro: Vinitality 2007. Partecipazione alla fiera, progettazione e allestimento dello stand.
245 mila euro: Città della scienza. Convegno sulla sostenibilità ambientale nel 2007.
650 milioni: a Sarno. Spesa per la ricostruzione e la messa in sicurezza dal 1996 a oggi.
400 mila euro: a Padre Pio. Finanziamento di una trasmissione tv sul santo di Pietrelcina nel 2007.
61,5 milioni:. Museo madre di napoli. Acquisto dell’immobile, gestione e promozione artistica dal 2004.
3,171 milioni: Portale del turismo. Finanziamento per il sito www.turismocampania.it concesso nel 2006.
335 mila euro: Osservatorio del nocciolo. Stanziamento nel 2007 per studiare la tipica pianta di Giffoni Valle Piana.

Ex governatore della Regione Lazio, ex ministro della Sanità nel terzo governo Berlusconi. E ora anche ex di An: l’annunciata rottura tra il partito di Fini e Francesco Storace si è infine consumata e il senatore ha preso la decisione di lasciare Alleanza nazionale, comunicando le sue ragioni in una lettera, pubblicata sul sito www.storace.it e inviata lunedì sera al presidente del circolo di An della Balduina, Daniele Marin.
“Credo che questa non sia più la mia casa politica - si legge sul sito web dell’ex ministro della Salute - ed è facilmente immaginabile quale possa essere il mio stato d’animo nel prenderne atto. Ma vedo praticamente esaurita la funzione di Alleanza Nazionale nella rappresentanza dei valori della destra, con il suo leader molto impegnato nel tentare a tutti i costi, attraverso formule che si modificano quotidianamente e incomprensibilmente, nel liberarsi di quello che appare sempre più un fardello ingombrante per i suoi disegni politici”.
Storace fa sapere di aver comunicato le proprie dimissioni anche al presidente del gruppo di An al Senato, Altero Matteoli. “Seguirò - informa - come indipendente di destra, le direttive del gruppo parlamentare ogni volta che saranno formalizzate dalla maggioranza dei senatori nelle riunioni del gruppo medesimo. Altrimenti mi regolerò con la mia coscienza”. Tradotto: è pronto a fondare un suo movimento?
L’addio di Storace era in realtà nell’aria da tempo. Almeno da quando era entrato in rotta di collisione con Gianfranco Fini e dalle colonne di Panorama il 12 aprile scorso aveva lanciato il suo ultimatum. E proprio quella del presidente di An è la prima reazione che arriva. E non sono toni concilianti: “Motivazioni politiche inconsistenti, nessuno in Italia pensa che An non sia più un partito di destra. Ovviamente si tratta di capire cosa si intende per valori e programma di destra”.