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La parola oligarchia deriva dal greco oligoi e (in sintesi) significa «governo di pochi». In Italia chi sono questi «pochi»? I politici? No, sempre meno, perché vinti dalla «tecnicità » delle Istituzioni. I poteri economici? Nemmeno loro, poiché sopraffatti dalla burocrazia di Stato. E allora? Scrive oggi Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della sera:
“gli oligarchi sono quelli «dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali». Un «governo ombra» e invisibile, insomma, che sovrasta le élite visibili. «E che» aggiunge Galli della Loggia «attraverso doppi e tripli stipendi e prebende varie servono a realizzare redditi più che cospicui, a fruire di benefit e di occasioni, ad avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi».
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di Laura Maragnani
Alzi la mano chi se n’è accorto. Praticamente nessuno. Il 4 dicembre il prestigio del governo ombra del Pd ha subito un fierissimo colpo: l’intervista alla Repubblica del premier ombra Walter Veltroni. Proprio là , nel passaggio in cui puntigliosamente elencava i risultati “straordinari” ottenuti dal suo Pd in meno di un anno (”la summer school è stata un successo”, “la nostra tv sta andando benissimo”, “il Circo Massimo è stato un trionfo”, “abbiamo vinto le elezioni in Trentino e in Alto Adige”, “abbiamo gioito per la vittoria di Obama”), Veltroni ha dimenticato qualcosa. L’arma segreta dell’opposizione: il governo ombra.
“Una squadra pronta a proporre soluzioni alternative ai problemi che affliggono il Paese, e a contrastare le azioni del governo della destra” lo definiva trionfalmente l’8 maggio il Pd. Ma ora? Dov’è finito l’entusiasmo? Non chiedetelo all’ulivista Arturo Parisi, che già in agosto, alla festa nazionale democratica, aveva liquidato il governo ombra come “un fallimento” e ora con Panorama ne invoca “la sfiducia”.
Un fallimento (anzi: “la cosa più fallimentare che ci siamo inventati”) anche per Luca Sofri, membro di direzione del Pd. Giovanni Bachelet, cattolico democratico, ai compagni di direzione in ottobre ha raccontato: “Io faccio un gioco con tutti quelli che incontro nei circoli. Gli chiedo: ditemi cinque nomi di ministri ombra. Ebbene, a cinque non arriva mai nessuno”. In realtà sono 21. Più un presidente ombra del consiglio, Walter Veltroni, un vice, Dario Franceschini, un portavoce, Ricardo Franco Levi. Bisogna aggiungere un viceministro più 22 sottosegretari e responsabili di settore, più due consiglieri, più sette coordinatori, più un supercoordinatore (l’elenco nella pagina a destra). Più i capigruppo di Camera e Senato. Totale: 59.
Non si può certo dire che il governo ombra sia leggero. Per forza, è un capolavoro da manuale Cencelli: “Sette i ministri veltroniani, cinque quelli dalemiani, quattro i popolari e tre i fassiniani” stimava il 9 maggio Claudia Fusani su Repubblica.it. Eppure, non sarebbe esagerato definirlo monocolore: dai Ds vengono il presidente del consiglio e i ministri chiave, Marco Minniti (interno), Pierluigi Bersani (economia e finanze), Piero Fassino (esteri). Diessini anche Lanfranco Tenaglia (giustizia), Roberta Pinotti (difesa) e Andrea Martella (infrastrutture e trasporti).
Agli osservatori più smaliziati è sorto un dubbio. “Se davvero ’sto governo ombra avesse avuto delle chance, gli ex Margherita lo avrebbero lasciato in mano ai Ds?” ironizza Mario Adinolfi, altro membro della direzione Pd.
Cosa non ha funzionato nell’ambizioso tentativo di resuscitare l’esperienza del primo “shadow cabinet” italiano, quello del 1989, tanto voluto da Achille Occhetto per “dare una cultura di governo al Pci”? Una squadra ormai mitica, con Giorgio Napolitano agli esteri e tanti pezzi da novanta, da Anna Finocchiaro a Vincenzo Visco. “Ci riunivamo ogni venerdì in vicolo Valdina, alla stessa ora del governo in carica” ricorda Occhetto. “Preparavamo documenti e proposte di legge su cui poi lavorava tutto il partito, fino alla sezione più sperduta. Una palestra grandissima”. Ma ora?
Che cosa faccia il governo ombra, a parte riunirsi ogni giovedì, non l’ha capito nessuno. Qualche big dichiara, altri sono desaparecidos. In Parlamento l’attività legislativa è ai minimi termini. Zero proposte di legge per i “ministri” deputati Fassino, Merloni, Minniti, Melandri, Letta, Colaninno, Picierno e Ventura. Zero disegni di legge per il ministro senatore Alfonso Andria. Otto proposte di legge per il premier ombra Walter Veltroni, che però risulta assente all’82,33 per cento delle votazioni. Servirebbe un Mario Pochetti, detto “la Frusta”, il deputato pci che monitorava le presenze in aula: ai bei tempi bacchettava perfino Enrico Berlinguer per le sue rare assenze.
Oggi basta fare un giro sui blog “de sinistra” e dintorni (Leftwing, Wittgenstein, Fondazione Daje, Generazione U) per vedere che aria tira. Il carisma latita. Il blogger Diego Bianchi, in arte Zoro (ospite fisso di Serena Dandini a Parla con me), compila pagelle impietose: “Letta e Bersani 5: piacciono, piacciono, ma l’impressione è che in questo momento dovrebbero dire e fare qualcosa di più”; “Melandri 3, impreparata: perché il ministro ombra per la comunicazione non ha avvisato il Pd della possibile contromossa di Giulio Tremonti che ha sventolato fogli firmati da Romano Prodi sull’aumento dell’iva alla Sky?”.
E che dire di Levi, ex sottosegretario prodiano all’Editoria, lapidariamente definito in rete “l’ammazzablogger” grazie al suo disegno di legge che prevede l’obbligo di iscrizione al Roc (registo degli operatori della comunicazione) per i titolari dei blog? Lo aveva presentato un anno fa, quando era al governo. Apriti cielo! Lo ha ripresentato a giugno. Proteste a non finire, Beppe Grillo in prima fila. Risultato: il 19 novembre Levi ha deci so di prendersi “una pausa di riflessione”.
Governo ombra, figuracce vere. Pina Picierno, già responsabile dei giovani della Margherita, 26enne ministro fantasma alle politiche giovanili, è gettonatissima su Youtube (qui il VIDEO) grazie alla puntata di Porta a porta in cui legge impappinandosi il suo intervento, fino a quando un’inviperita Alessandra Mussolini non le sequestra gli appunti gridando “vediamo se sei capace di parlare senza leggere una velina”.
Anche Matteo Colaninno, ministro veltroniano allo sviluppo economico, è stato crocifisso su Youtube. Figlio di Roberto, presidente della contestatissima (dal Pd) cordata Cai salva Alitalia, Matteo tuttora siede nel cda della Immsi, che entrerà nella Cai; è vicepresidente e amministratore delegato della Omniaholding, holding di famiglia, che controlla la Omniainvest, di cui è consigliere, e che controlla la Immsi; per tale conflitto di interessi è stato bacchettato dal Riformista, da Europa e dal Giornale. Alla festa Pd di Milano è stato addirittura inseguito dai fan di Piero Ricca e fischiato in nome del codice etico del partito.
Roberta Pinotti, ministro ombra della difesa, va in trincea: “Il governo ombra è un’idea bellissima, ma forse bisognava crederci un po’ di più”. Cioè? “Metterci in grado di lavorare meglio, darci delle strutture, delle stanze, uno staff. Dei fondi, magari”. Dal Pd i ministri ombra hanno avuto una segretaria; per il resto si appoggiano ai gruppi parlamentari. E qui, ammette un ministro ombra che vuole rimanere nell’ombra, cominciano i guai: “Forse bisognava concordare prima e meglio”.
Traduzione: neanche il rapporto tra il governo ombra e i suoi parlamentari funziona. Già il 25 maggio Furio Colombo sull’Unità ne spiegava il motivo: il governo ombra fa ombra al deputato, trasformandolo a sua volta in un’ombra. Parisi è ancora più duro: “Questo accentramento di poteri ha di fatto espropriato i parlamentari della loro autonomia. Li ha mortificati e deresponsabilizzati. Ha creato disaffezione”.
Come stupirsi, allora, se i gruppi parlamentari hanno bocciato Stefano Ceccanti, il senatore ultraveltroniano autore di un ddl di modifica costituzionale per il riconoscimento ufficiale del governo ombra (e garantirgli pure una sede e dei fondi)? Spiegazione alla Marina Sereni, vicecapogruppo a Montecitorio: “Con il nostro impianto costituzionale e con il sistema bicamerale esistente non riteniamo possibile istituzionalizzare il governo ombra”. Dunque sì alla riforma dei regolamenti parlamentari e no alle modifiche costituzionali.
Il governo ombra, verso cui pure Berlusconi ha mostrato un’apertura, è meglio che resti un’ombra. Tanto ombra che perfino Veltroni a volte spegne la luce.
“Considero chiuso lo spiacevole incidente di ieri” con il presidente del Senato, Renato Schifani. Ma non è chiusa, invece, la polemica con il premier che parla di “opposizione sfascista”. Il segretario del Pd, Walter Veltroni, ospite di una trasmissione di Radio3, gioca per l’ennesima volta all’attacco. Per il leader del Pd, Berlusconi è “un’anomalia del sistema democratico”.
tuona Walter Veltroni: “Vedo grande aggressività nei nostri confronti ma questo è in sintonia con chi pensa non di aver vinto le elezioni ma di aver preso il potere e ha fastidio per chiunque ha un’opinione diversa”. “Il presidente del Consiglio ha fastidio di tutto” sostiene “dell’esistenza dell’opposizione, dei sindacati, del Parlamento, della magistratura: è chiaro che così diventa molto difficile una convivenza”.
Intervistato da Radiotre Walter Veltroni spiega che “questo paese ha bisogno di entrare in una democrazia matura, ha bisogno di un mutamento delle regole del gioco”, dice il leader del Pd, che rivendica “come un merito” la semplificazione del quadro politico. “Abbiamo fatto” afferma “una operazione di grande europeizzazione della vita politica italiana”. “A inizio legislatura” sostiene Veltroni “sembrava possibile non tanto il dialogo ma fare le riforme, poi il presidente del consiglio ha spostato l’attenzione dai problemi dei sessanta milioni di italiani ai problemi di un italiano, i suoi, a cominciare dalla giustizia con le quali abbiamo occupato i primi mesi di governo”.
A questo punto, dice Veltroni, “vengano in parlamento con le riforme istituzionali: riduzione del numero dei parlamentari, monocameralismo, noi le voteremo. Ma basta con questa storia del dialogo, perché il dialogo se lo si voleva fare lo si faceva all’inizio della legislatura”.
Replica seccamente a Veltroni il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi: “L’aspetto più grave delle dichiarazioni di Veltroni non è il loro contenuto ma la volontà precisa di scatenare e alimentare nel Paese uno scontro artificiale per preparare le condizioni della manifestazione del prossimo 25 ottobre. Un tale spregiudicato cinismo, che prescinde completamente dalla realtà del Paese e dalle stesse convinzioni di chi ne è autore, è un altro triste primato nella storia politica del nostro Paese”.
Silvio Berlusconi dice cose “palesemente non vere” e la maggioranza ha atteggiamenti “intollerabili”. È ormai un refrain quotidiano quello di Walter Veltroni. Che, parlando alla direzione del Pd, torna ad attaccare il presidente del Consiglio: “La situazione attuale è questa: un’opposizione iper-responsabile che ha in mente l’interesse del Paese e un capo del Governo che annuncia spot e si contrappone, come è accaduto nella vicenda Alitalia”. Veltroni torna sulle sue recenti denunce di una “crisi della democrazia” affermando che “il Governo ha un atteggiamento intollerabile”.
“Il capo del Governo” ha affermato il segretario del Pd “dice semplicemente cose non vere. Guardate la vicenda dell’elicottero: ha detto che lo ha preso per controllare dall’alto i campi rom, e tutti sanno che non è così, lui stesso lo sa. Guardate” ha insistito Veltroni “ha anche detto che non è vero che ha insultato il capo dell’opposizione, e noi ieri abbiamo tirato fuori tutte le sue dichiarazioni di insulto”. Secondo Veltroni, “la vicenda Alitalia è il paradigma di questo paese. C’era un governo che aveva mandato a sbattere la soluzione possibile, e un’opposizione che non condivideva questo esito, ma che pure si è adoperata per il successo di questa soluzione. Ha informato il Governo e il giorno dopo il presidente del Consiglio dei Ministri anziché ringraziare, o anche non dire nulla, dice quelle cose che tutti abbiamo sentito”.
Incalza Veltroni, anche sul tema (a lui caro) della democrazia in pericolo: “Il Pd non intende imbracciare la teoria del regime ma sta di fatto che nel nostro Paese si stanno allentando le garanzie”. L’ex sindaco dice di essere “sinceramente preoccupato per l’Italia e per l’occidente” perché, quando in passato si sono aperte crisi sociali di queste dimensioni, “si sono prodotti arroccamento e una risposta totalitaria”. “Ogni volta” aggiunge l’ex sindaco di Roma “che si sono intrecciate la crisi sociale e la crisi dei meccanismi di decisione la società ha conosciuto le sue tenebre”. “Non sto dicendo”, continua il segretario del Pd “che ci sarà un colpo di Stato, con Valerio Borghese o il colonnello Tejero; dico però che ti volti e la società non è più la stessa e si sono affievolite le garanzie. Noi non siamo per imbracciare il teorema del regime; non temo il regime, ma la situazione italiana è peculiare perchè ha una destra populista”.
Veltroni ha poi difeso la scelta di indire il 25 ottobre il corteo contro l’esecutivo. “Nel centrodestra si sono stupiti per il fatto che abbiamo indetto una manifestazione di piazza. Ma cosa credevano, che il Pd fosse il club della pipa?” ha ironizzato. “La differenza tra noi e loro sarà che mentre loro scrivevano sotto il palco contro il regime, noi scriveremo ‘Salva l’Italia’. E cioè salva l’Italia dall’impoverimento, dal rischio di perdere un ruolo anche internazionale, dal rischio di perdere I nostri valori”.
Veltroni ha ricordato, tra l’altro, che il 14 ottobre, anniversario delle primarie del Pd, sarà il battesimo della tv del partito: “Non vedo conflitti tra la nascita di “You Dem” e la televisione dell’associazione “ReD” (quella dalemiana, ndr). Ma naturalmente bisogna fare in modo che queste televisioni aiutino il Pd”. La tv del partito, deve essere vista “come una forma moderna di un partito moderno: non una tv tradizionale, ma il collegamento tra il Pd e le tante persone che partecipano alla vita del partito attraverso la Rete. Sarà fatta” garantisce “dai cittadini e andrà sul satellite. Sarà ” conclude “l’occasione per fare un bilancio ad un anno dalle primarie”. A propoito, a un anno dalle primarie in quale situazione versano i Democratici? “Noi siamo dei perfezionisti della vita democratica” ha spiegato Veltroni “e questo pluralismo è un bene e credo che non esista partito al mondo con una vita così articolata. È importante però che la discussione sia un mezzo e non un fine, finalizzata ad accrescere le potenzialità di comprensione della società e anche generatore di consenso”.
La linea dello scontro con Berlusconi ha però attirato critiche di “girotondismo” ed estremismo. Anche nel Pd qualcuno ha apprezzato poco e Veltroni ha voluto puntualizzare: altro che estremista, “ho fama, credo meritata, di essere una persona moderata”.
E tre. Riparte con l’opera di delegittimazione nei confronti di Berlusconi, il leader del Pd. Per Walter Veltroni, infatti, l’ipotesi del Cavaliere come possibile Capo dello Stato non esiste. “Oggi al Quirinale c’è Giorgio Napolitano, in precedenza ci sono stati Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro” spiega in un’intervista all’Espresso “persone che hanno fatto il bene del Paese. È un luogo dove devono esserci figure che garantiscano la Costituzione, conoscano le regole del gioco, rispettino le opinioni di tutti, accettino il dissenso. Tutto ciò che Berlusconi non è”.
Dunque Berlusconi futuro Presidente della Repubblica non s’ha da fare. Per il segretario del Pd, la figura del leader del Pdl non sarebbe compatibile con quella carica.
E sulle parole del leader della Lega Umberto Bossi, che invece aveva appoggiato l’eventuale candidatura di Berlusconi al Quirinale, ha aggiunto: “Ho visto che Bossi ha detto che per lui Berlusconi al Quirinale andrebbe bene. Per me no: non va bene. Per fortuna il problema non si pone: fino al 2013 al Quirinale ci sarà Napolitano, una garanzia per tutti”.
Anche sul presidenzialismo Veltroni non lascia dubbi, spiegando che non lo inquieta. E poi aggiunge: “Ma se la domanda è se in questo momento in Italia è giusto passare a un sistema presidenziale rispondo ancora no. Le istituzioni sono figlie della cultura del tempo e in Italia, in questo momento, è necessario rafforzare le istituzioni di controllo”.
La risposta da parte del Pdl è arrivata da Daniele Capezzone, portavoce di Forza Italia. ”Ferma restando la stima e la gratitudine che tutti abbiamo per come il Presidente Napolitano sta svolgendo il suo ruolo, e la grande fiducia per come adempierà ai suoi compiti fino al termine del suo mandato, l’intervista di Walter Veltroni all’Espresso in cui spara a zero contro una ipotetica candidatura al Quirinale di Silvio Berlusconi appare l’ennesima prova di debolezza da parte del segretario del Pd. Veltroni dimentica - prosegue Capezzone - che lui non è in condizione di porre alcun veto, nè su questo nè su altro. Pensi piuttosto, se ci riesce, a fare il segretario del Pd. E magari, sull’argomento Quirinale, si metta d’accordo con D’Alema, che a Bruno Vespa - a proposito della legittimazione di una eventuale presidenza Berlusconi - ha detto esattamente il contrario”.
A porre la domanda conclusiva ci pensa il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi: “Non capisco perché Veltroni e D’Alema si dividano su una candidatura di Berlusconi al Quirinale senza che l’interessato l’abbia posta e senza che l’incarico sia libero”.
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Tensione alle stelle, a sinistra. Continuano a stuzzicarsi gli alleati dell’opposizione. Comincia il segretario del Pd, Walter Veltroni, a scagliarsi contro il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro: “Considero le sue critiche al Presidente Giorgio Napolitano quanto di più inaccettabile. Napolitano sta garantendo il rispetto della Costituzione e delle regole, mai animato da spirito di parte e con una scrupolosa coscienza del ruolo di custode e di garante che gli è assegnato dalle norme costituzionali. Ogni attacco a lui, perciò, appare cieco e strumentale”.
La risposta dell’ex pm non tarda ad arrivare: “Veltroni deve intervenire per invitare tutte le parti a risolvere il problema, non a prendersela con chi segnala il problema”, dice il leader dell’Idv, intervistato da Radio Radicale. “Veltroni dovrebbe sapere che bisogna prima informarsi e poi pesare le parole” dice Di Pietro. “Ho detto e ribadisco che la Corte Costituzionale non può lavorare nel pieno delle sue funzioni perché manca un giudice da un anno e mezzo e il parlamento non lo elegge perché i partiti non si mettono d’accordo in modo lottizzatorio sul suo nome. “Io ho rivolto un accorato appello al presidente della Repubblica” continua Di Pietro “affinché, con interventi formali e non solo con pii auspici, il Parlamento si assuma le sue responsabilità . Se tutti si sentono offesi è perché hanno la coda tra le gambe, non possono rispondere nel merito e devono attaccare nella forma per sfuggire al merito. Allora un capo dell’opposizione, pure se si chiama Veltroni” conclude “deve intervenire per invitare tutte le parti a risolvere il problema”.
L’attrito fra Veltroni e Di Pietro, a dire il vero non nasce oggi. Anzi. Cominciarono i dissidi subito dopo le elezioni, con la decisione dell’Idv di non fondersi nel gruppo parlamentare dei dei democratici. Scegliendo un’opposizione più diretta, intransigente, barricadera. Su ogni tentativo di dialogo (dalla riforma elettorale, alla giustizia) tra Pdl e Pd, il leader dell’Idv aveva da ridire. Sulla petizione democratica “Salva l’Italia”, il leader Idv ebbe a dire: “La loro è un’opposizione di facciata, la nostra un’opposizione vera
Ancora, sulla vicenda Alitalia: “Noi ci stiamo battendo in Senato” perché il decreto che palazzo Madama sta esaminando “è pieno di norme incostituzionali. Noi abbiamo già presentato una pregiudiziale di costituzionalità , mentre il Pd invece si astiene. E questo sarebbe fare l’opposizione?”.
Col tempo, insomma, Di Pietro ha finito per essere il vero problema di Walter Veltroni: è con lui che il segretario del Partito democratico ha dovuto fare i conti. L’ex pm si è rivelato un concorrente vero, il solo che, dopo la scomparsa in Parlamento dei gruppi radicali, può rubargli la scena e di conseguenza i voti, sull’onda dell’antiberlusconismo. Perciò Veltroni è costretto a inseguire il leader dell’Italia dei valori in battaglie cui probabilmente rinuncerebbe volentieri. Compresa quella di denunciare, a mezzo stampa, il “pericolo per la democrazia” rappresentato dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi (lo ha fatto domenica con un’intervista al Corriere della Sera e poi di nuovo sul Corsera con una lettera aperta)
Peraltro, lo scontro tra Pd e Idv non si limita alla Vigilanza Rai e alla nomina del portavoce nazionale dell’Italia dei Valori Leoluca Orlando. Lo stesso Antonio Di Pietro ai giornalisti che chiedono un commento alla lettera dell’ex sindaco di Roma al Corriere, risponde deciso: “Veltroni dice oggi quello che noi diciamo da tempo: adesso mi chiedete se sono d’accordo con quello che io stesso e l’Italia dei Valori denunciamo fin dall’inizio? L’Idv sta facendo un’opposizione coerente, cosa che non sta facendo il Pd, che fa l’opposizione del giorno dopo”.
Un botta e risposta da veri ex alleati. Chiosato dall’intervento, tra gli altri, del senatoreMarco Follini, responsabile del Pd per le politiche dell’informazione. E viene facile allora al presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, commentare così: “Di Pietro attacca in maniera indegna il presidente della Repubblica e Veltroni deve a sua volta attaccare Di Pietro. Abbiamo la conferma del caos che c’è nelle opposizioni. E di fronte a questo caos” aggiunge Gasparri “noi dovremmo scegliere come elemento di garanzia un esponente del partito di Di Pietro che anche ad avviso di Veltroni non rispetta le istituzioni? Ma di che cosa stiamo parlando?”.
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Passi felpati per non provocare attriti e prove di dialogo sul federalismo, se non sull’economia, alla festa del Pd, soprattutto tra Lega e Partito Democratico. Questo il copione dell’attesissimo dibattito pomeridiano, nella seconda giornata della festa, tra un nutrito drappello di ministri, l’ospite d’onore Umberto Bossi (anche se non è stato un vero debutto: il Senatur partecipò a una festa dell’Unità a Modena, nel ‘94), Roberto Calderoli e Giulio Tremonti, da una parte, e Pier Luigi Bersani e Sergio Chiamparino dall’altra.
In un’arena stracolma di pubblico, solo un momento di tensione, prima che il confronto cominciasse. Quando nella sala, completamente spoglia di bandiere del Pd, hanno fatto il loro ingresso alcuni militanti leghisti, provenienti da Pisa e da Siena “per dare appoggio morale al nostro capo Bossi”, che sventolavano i vessilli del Carroccio: rossi con l’effigie di Adalberto da Giussano. L’ingresso laterale e il tentativo di disporre le bandiere leghiste davanti al palco hanno scatenato la protesta del pubblico democratico, in gran parte balzato in piedi: fischi, urla “fuori, fuori”. È stato Maurizio Mannoni, giornalista Rai e moderatore del dibattito, ad invitare alla calma il pubblico esortando i leghisti a riporre le bandiere. Incidente chiuso, appena in tempo per vedere entrare in scena i protagonisti del confronto su federalismo ed economia.
Applausi forti per i tre ministri del Governo Berlusconi e standing ovation per Bersani e Chiamparino. Se non è idillio, è almeno un buon inizio. Il ministro delle Riforme per il Federalismo aveva già preannunciato, conversando con i cronisti: “se ci mettiamo a litigare viene fuori il caos”.
Bersani mette subito i paletti, ma senza alcuna aggressività . “Il federalismo può essere una grande occasione ma anche la sciocchezza finale se viene fatto male. Dialogo è una parola che non mi convince, è troppo astratto, parliamo di confronto, di accordo o di disaccordo. Sia chiaro che il federalismo ci interessa, abbiamo fatto una proposta, abbiamo delle idee: però non si scherza con il federalismo fiscale”. è conciliante e rimarca il confronto da cui è scaturita la bozza di federalismo, il ministro per la Semplificazione amministrativa Calderoni. “Abbiamo interpellato i nostri interlocutori, tutti i sindaci, i presidenti delle Regioni” dice “che ci hanno dato risposte concrete, risposte che, quando sono state condivise, sono diventate un articolo della bozza”.
Si scaglia contro la Conferenza Stato-Regioni (”è un mercato delle vacche”) Bossi e nel contempo sottolinea che bisogna “dare autonomia ai Comuni e per questo bisogna trovare soluzioni subito”. Bersani, che sui temi dell’economia e sulla manovra finanziaria duetta anche aspramente con Tremonti, si innervosisce: “A parole, sono anni che diciamo queste cose”.
È svelto Bossi a stemperare i toni: “Non sono venuto qui per litigare. Io so che su questi temi dobbiamo trattare per forza”. Anche Chiamparino apre al “dialogo” sul federalismo ma, dice: “l’esito non è scontato”. Tra una citazione di Karl Marx (fatta niente meno che da Tremonti), qualche punzecchiatura sull’economia di Bersani, applausi quasi equamente suddivisi tra tutti i protagonisti, il dibattito ruota attorno ad una quasi promessa di confronto vero.
Quando i ministri del Governo Berlusconi lasciano il palcoscenico, tocca a Chiamparino e a Bersani entrare nel vivo delle questioni del Pd. Chiamparino dà voce ad un timore che appare diffuso: “Temo che il Pd sia soffocato nella culla da gruppi, sottogruppi, correnti e sottocorrenti”.
E qui la platea applaude con meno convinzione: e qui il popolo democratico mostra di appassionarsi (o di temere) meno al dibattito sulle spinte autonomiste e personalistiche del proprio partito…
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Il dove è la Fortezza da Basso a Firenze. Le date: dal 23 agosto al 7 settembre. Ed è il debutto per la Festa nazionale del Partito Democratico. Saranno, assicurano gli organizzatori durante la conferenza stampa di presentazione, quindici giorni ad alta intensità politica, grazie ai dibattiti e ai confronti tra i protagonisti del Palazzo, nazionale e locale. Confronti: cioè, il segno distintivo della kermesse veltroniana sarano i duelli tra gli esponenti del Pd e quelli di sindacati, partiti e del governo con molte occasioni per vedere di fronte i ministri dell’esecutivo con quelli del governo ombra del Partito democratico. Qualche nome? Eccoli. La festa si apre il 23 agosto alla Fortezza da Basso ricordando Bruno Trentin ad un anno dalla sua morte, e poi subito nello stesso giorno un confronto tra Enrico Letta e Raffaele Bonanni: welfare e contratti i temi sul tappeto. Domenica i faccia a faccia saranno due. Il primo tra il sindaco di Torino Chiamparino e il ministro delle Riforme Umbero Bossi, il secondo tra il senatore Nicola Latorre e il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli.
Poi sarà la volta di Vannino Chiti e il governatore lombardo Roberto Formigoni (26 settembre), di Ermete Realacci e Grazia Francescato (27), di Pierluigi Bersani e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (28), di Rosi Bindi e Antonio Di Pietro (29). Sulla sicurezza il confronto è tra Marco Minniti e il ministro dell’Interno Roberto Maroni (30) mentre sull’opposizione dialogheranno Anna Finocchiaro e Pierferdinando Casini (1 settembre). Cultura e non solo nel dibattito fra Vincenzo Cerami e il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi (2), mentre Beppe Fioroni sarà di fronte al segretario del Prc, Paolo Ferrero (2). Giuliano Amato sarà faccia a faccia col presidente della Camera Gianfranco Fini (3), Antonelli Soro con Elio Vito. La crisi Russia-Nato e gli scenari internazionali nel confronto Fassino-Frattini (4) e il lavoro in quello tra Damiano e Epifani (sempre il 4 settembre).
Nessun comizio ma una serie di interviste per molti leader del Partito Democratico, cominciando da Franco Marini (1 settembre), seguito da Dario Franceschini (2), Massimo D’Alema (3), Artuto Parisi (5) e Francesco Rutelli (5). Walter Veltroni per il sabato conclusivo della Festa: davanti alla grande platea ad intervistare il segretario del Partito Democratico sarà Enrico Mentana. Domenica 7 l’intervista avrà come protagonista Leonardo Domenici, presidente dell’Anci e sindaco della città che ospita questa prima Festa democratica. Ma il programma politico non finisce qui: ogni giorno diversi incontri a più voci su tutti i temi dell’attualità con esponenti del Pd, sindaci e governatori (Cofferati, Bassolino, Vincenzi, Penati, Martini, Renzi, Vendola, Emiliano, Bresso), associazioni sindacali e di categoria (Angeletti, Bombassei) e anche rappresentanti della maggioranza. Ma anche una lunga serie di iniziative culturali, dal dibattito su Aldo Moro a trent’anni dalla tragica scomparsa alla presentazione di libri e di autori.
Già : tutti nomi di richiamo. Ma a scorrere la lista, sono due a spiccare sugli altri. Per la loro assenza: non ci saranno infatti il premier Silvio Berlusconi. E non ci sarà nemmeno l’ex premier, Romano Prodi. Il primo perché, “semplicemente”, non è stato invitato. Con buona pace di chi auspica dialogo e confronto bipartisan.
Il secondo perché ha declinato l’invito. Sì, lui, il “padre” dell’Unione e del Pd, che da qualche mese ha lasciato ogni poltrona - anche quelle ad honorem - all’interno del loft, ha detto basta: “Io sono della scuola che quando uno esce, esce. Non deve più rompere le scatole. È una delle tante vecchie regole che andrebbero rispettate. E anzi dico solo che se molti in Italia vi si attenessero, sarebbe meglio. E stavolta non mi riferisco, mi creda, all’interno del Partito democratico”. Chiaro? Per chi ancora avesse dubbi, dale colonne della Stampa, il Professore ribadisce: “Io sono fuori”, dice, e spiega: “Quando uno volta pagina, volta pagina. Ne comincia una nuova e sulla vecchia non ci torna più”. Al giornalista che più volte torna a chiedergli se vi sia una qualche carica polemica nel suo atteggiamento, Prodi dice che sarebbe una interpretazione errata: “Sbagliereste. Del resto avrà visto che non ho fatto nemmeno un’intervista, una dichiarazione, una polemica, assolutamente niente”. E gli attacchi a Veltroni di Arturo Parisi sono mossi d’intesa con lui? ”Io” dice Prodi “non c’entro niente. Se lei venisse qui e vedesse i libri che ho sul tavolo! O roba di evasione oppure testi internazionali…”.
La festa democratica sarà uno dei luoghi di Salva l’Italia, la petizione che lancia la manifestazione del 25 ottobre a Roma e che unisce i temi della libertà e quelli sociali. Alla Fortezza da Basso, spiegano gli organizzatori, sarà possibile sostenere la campagna di raccolta firme recandosi a sei banchetti. Gli scatoloni con le firme verranno spediti poi a Palazzo Chigi. Fosse stato invitato a Firenze anche Silvio Berlusconi gliele avrebbero potute consegnare di persona…