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Esclusivo: il testo della lettera di Battisti, tra sproloqui e richieste di perdono

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Torna a parlare dal carcere di Papuda, in Brasile, Cesare Battisti. E lo fa con una lettera scritta a mano, di 8 pagine, (qui il TESTO originale e integrale), intitolata “Perché io” e consegnata ai senatori Eduardo Matarazzo Suplicy, del PT del presidente Lula e José Nery del Psol che l’ha letta ieri nel Senato verde-oro. Panorama.it l’ha tradotta integralmente e la propone in esclusiva per dare una più corretta idea del personaggio.
Brasilia: 18-02-2009
Perché io?

Anche se non ho mai creduto, come disse Voltaire, che noi stiamo in un mondo dove si vive o si muore “con le armi in mano”, l’ironia del destino ha fatto sì che oggi io mi trovi condannato per 4 omicidi. La mia situazione è terribile. Sono terrorizzato, disarmato di fronte all’ostilità e all’odio rancoroso che manifestano i miei avversari. So che dovrei lottare contro la valanga di menzogne, di falsificazioni storiche, ma ciò che mi manca per lanciarmi nella lotta è la voglia di vincere. Vincere che cosa? I miei avversari, contrariamente a me, sembra che abbiano qualcosa da difendere. Forse la loro miseria, o ricchezza, o, forse, come nel caso di alcuni attuali ministri del Governo italiano, continuare a nascondere il loro passato. Un passato di attivisti di estrema destra (fascista) responsabili direttamente o indirettamente di massacri con bombe. Non so esattamente ciò che motiva i miei avversari ad entrare in questa battaglia, ma di certo non è la sete di Giustizia. Da parte mia non pretendo di erigermi a difensore di tutto ciò che è accaduto nei sanguinosi anni Settanta. Siamo in pieno secolo XXI, non ho più verità assolute sulla società ideale, né sono importante al punto da difendere ciò che c’era di buono nei sogni di quegli anni. Non posso entrare in una guerra di questo tipo. Aggiungo che non sono neanche molto intelligente, se sono riuscito a farmi tanti nemici, se ho dato fastidio a tante persone importanti, questo è stato senza dubbio il risultato della mia incoscienza. La verità è che non ho fatto nulla per evitare tanti problemi, ma ancora devo capire come sono stato capace di raggiungere risultati così disastrosi. Rimane, comunque, la domanda: perché tanto odio? Non è per esimermi che mi dichiaro incompetente e lascio la risposta a questa domanda a persone più intelligenti, a coloro i quali non sono soliti assumere il ruolo di “angeli vendicatori”. Questa persecuzione interminabile e tutta la vicenda degli anni Settanta italiani è una lunga agonia, un grido di vergogna gettato sulla carta ingiallita dei giustizieri. Ecco cos’è, l’espressione di un volto corroso da una malattia nervosa, come un peccato originale che colpisce il corpo politico italiano. Povera l’Italia di Dante, di Beccaria, di Bobbio e di Umberto Eco. Povera la patria svuotata dal vento dell’orgoglio, del cinismo e della vanità che le impedisce di riconoscere i propri errori, i propri peccati, che non vuole abbassarsi al livello di questi paesi latinoamericani, ammettendo coraggiosamente che anche loro (gli italiani, ndr) nella stessa epoca sono passati attraverso una guerra civile a bassa intensità (leggere le dichiarazioni dell’ex Presidente della Repubblica il senatore Francesco Cossiga) e che per combatterla hanno fatto ricorso ad ogni tipo di illegalità. Oltre a decine di prigionieri politici sotterrati vivi nelle carceri italiane, ci sono centinaia di rifugiati italiani nel mondo intero. Qui in Brasile c’è il caso di un estraditando italiano appartenente ad un’organizzazione nazi-fascista (Pierluigi Bragaglia, esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari, ndr) e coinvolto nell’attentato di Bologna, 82 morti (questa è una novità assoluta. Bragaglia, in Italia condannato a 12 anni per sovversione e banda armata in Italia - lo scorso settembre il governo Berlusconi ha chiesto l’estradizione - non è stato condannato per la strage di Bologna, ndr). Stranamente l’Italia non fa cenno a questo caso, né protesta né ricatta il popolo brasiliano per lui. Perché? Perché l’Italia non ha agito allo stesso modo quando Sarkozi ha negato l’estradizione di Marina Petrella dalla Francia, la cui situazione penale supera di gran lunga la mia (al di là dei curriculum, alla Petrella, seriamente ammalata, la Francia ha concesso l’asilo per ragioni umanitarie e non il rifugio politico, ndr)? Perché questa ostinazione feroce contro di me mentre non si protesta per l’estradizione negata di altri quattro italiani condannati anche loro per omicidio (il riferimento è ad Achille Lollo, Pietro Mancini, Luciano Pessina e Pasquale Valitutti, i quattro ex terroristi di cui l’Italia aveva chiesto in passato l’estradizione al Brasile senza successo ma ai quali, a differenza di Battisti, non è stato concesso il rifugio politico da Brasilia, ndr)? Forse perché la mia attività di scrittore e giornalista può essere un pericolo per la manipolazione storica di quell’italia governata dalla mafia. Non so. Ciò che è certo è che, nonostante tutti gli sforzi, io non riesco ad agire di fronte a questi attacchi virulenti contro la mia persona. Non posso identificarmi nell’immagine di me che loro mi restituiscono ed associare questo riflesso censurabile alla mia identità sociale! Possono andare avanti a dire che io sono un “terrorista”, un “assassino”, ecc, in ogni caso io non riesco a pensare a me come qualcuno capace neanche della centesima parte di tutto ciò che mi attribuiscono. È curioso osservare la reazione delle persone che per qualche ragione sono arrivate ad avere un contatto con me: agenti penitenziari, altri detenuti, visite e persino i miei avvocati. Già nei primi minuti di dialogo leggo nelle loro espressioni un “non so che” di delusione ed è come se stessero pensando: “allora è questo qui il pericoloso terrorista?!”. È proprio questo che le persone dicono quando mi trovo in situazioni simili, di fronte a quelli che non sono riusciti ad evitare il bombardamento mediatico, soprattutto della “stampa spazzatura”, che fa di tutto per cercare di influire negativamente sulle decisioni giudiziarie. Rimango perplesso, sorpreso e a disagio per tutto ciò che sto causando e, senza dubbio, devo sembrare un po’ stupido, con l’aria distratta e persino incredulo nel vedere che il soggetto in questione di cui si scrive sono io. Questo perché io non ho mai voluto, quando si trattava di rispondere alle accuse, agire per la mia propria difesa. Resto ancora dell’idea che ristabilendo la verità storica, i fatti, non faccio altra cosa se non compiere un dovere civico. Mi piacerebbe gridare la verità al popolo italiano e Brasiliano ma come posso fare dal momento che la moltitudine manipolata è pronta a linciarmi ed è stata convinta del nostro (plurale maiestatis?, ndr) disonore? La fiera che si nasconde dietro la massa, dietro un sorriso di circostanza, dietro parole vuote e che aspetta solo la prima opportunità per rivelarsi io la conosco bene. Già prima che mi mettessero nel mirino, soprattutto, io sapevo che prima o poi sarebbe arrivata la mia ora. E io ho lasciato parlare. Ho permesso che mi trattassero da assassino, ladro, stupratore e molte altre cose. Ho permesso che si facesse tutto ciò ma non per negligenza o senso di superiorità, o perché mi credessi invulnerabile a tali insulti o perché mi piaceva che parlassero di me, bene o male che fosse. No, se io non ho protestato vigorosamente contro tali oscenità è solo perché, in qualche modo, io continuo ad essere un ottimista. Inutile avere la coscienza che quando la moltitudine si riunisce, lo fa sempre contro qualcuno, lo stesso che li ha messi d’accordo sin dall’inizio. Questo qualcuno è la repulsione di una molecola di questa moltitudine che, generalmente, un tempo lo aveva idolatrato. Anche se nei miei pensieri io mi ribello, a ragione, contro i bassi istinti della moltitudine manipolata, non ho ancora perso la speranza che una piccola luce possa accendersi all’improvviso nel mezzo di questa gente per riportarla indietro nel mondo degli esseri pensanti e degli spiriti liberi. Il mio atteggiamento può sembrare suicida o almeno contradditorio ma questa è una parte integrante dell’idea che ho dei motivi che mi hanno lanciato nell’avventura di scrivere. Perché è ben vero che prima di esser trasformato in mostro io ero uno scrittore. Comunque le autorità italiane di oggi mi perseguitano. Come spiegare ciò, come spiegare quest’Italia, la stessa che un tempo mi ha trasmesso l’amore delle parole scritte, questo sogno di libertà e di giustizia sociale, che ha fatto di me un uomo e adesso un appestato? Come spiegare quest’Italia che ha dimenticato la sua recente povertà, i suoi immigrati trattati come dei cani che morivano nelle miniere Belghe, Tedesche e Francesi. Che ha dimenticato i suoi fascismi, mai sotterrati, i suoi tentativi di colpi di Stato, la mafia al potere, la strategia della tensione, Gladio, le bombe dei servizi segreti nelle pubbliche piazze, le torture ai militanti comunisti, quegli stessi militanti che nonostante gli errori hanno sacrificato le loro vite per contribuire a fare dell’Italia un paese all’altezza dell’Europa e che oggi, 35 anni dopo, sono trattati come terroristi e alcuni di loro marciscono ancora nelle “prigioni speciali”. Sarebbe questa l’Italia, il cui capo del Governo è stato un importante membro della celebre LOGGIA P2, e che oggi decreta leggi razziste. È questa l’Italia che si rifiuta di lavare i suoi panni sporchi in pubblico? Ad ogni modo la storia non si giudica nei tribunali, i nostri giudici possono solo essere quelli che ancora verranno, lottando per una società giusta. Solo loro ci giudicheranno in modo imparziale. La verità fa male, ma illumina. La nostra storia recente ci ha mostrato l’errore e l’inganno dell’inquisizione facendo sì che cicatrici mai dimenticate fossero rimarginate e così riconoscessero gli eccessi commessi davanti alla verità imposta ai singoli. Non serve a nulla ramazzare la sporcizia sotto il tappeto perché prima o poi la sporcizia riapparirà. Riconosco di aver fatto parte di una pagina di storia scritta con sangue, sudore e lacrime, e spero che oggi i miei avversari riconoscano che mai i boia sono rimasti senza la loro paga, la storia si è sempre dimostrata implacabile con chi ha tentato nascondere i suoi errori. Viviamo in un’epoca democratica, barriere e muri sono stati abbattuti, concetti sono stati rivisti, non è forse arrivata l’ora che l’Italia mostri il suo lato cristiano? Perché il perdono è un atto di nobiltà e se sono considerato un nemico dell’Italia, persino i nemici sanciscono tregue e si perdonano. La storia ha fatto la sua parte e ha concesso all’Italia un’era di sviluppo e prosperità, si spera che a chi ha fatto dell’Italia l’Italia di tutti sia riconosciuta la sua importanza e il ruolo fondamentale che ha avuto nel ristabilimento dello Stato democratico di diritto. Anche se non compresi sono stati essenziali. Italia, Italia che uccidi il sogno dei tuoi figli e chiudi gli occhi di fronte a quelli che ti hanno difesa, non è mai tardi per un gesto di nobiltà sull’esempio del Vaticano che ha riconosciuto le sue attività durante l’inquisizione. La caccia alle streghe è finita, “si faccia giustizia non dopo la fine del mondo ma, con giustizia, proprio perché non finisca!” La società soffre molto di più con la prigione di un innocente che con l’assoluzione di un colpevole.

CESARE BATTISTI

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Guarda il TESTO originale e integrale. LEGGI ANCHE: Battisti: “Il Pm Spataro ha sconfitto il terrorismo con la tortura” - Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare” - La vera storia di Cesare: perseguitato sì, ma dai reati

La vera storia di Battisti: perseguitato sì, ma dai reati

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Via Follette è una strada di campagna, a Sermoneta in provincia di Latina. Qui, in una casa di mattoni rossi con le tapparelle abbassate, vaga inquieto un fantasma. Nei fascicoli giudiziari resta la fotocopia della sua ultima carta d’identità: classe 1954, 168 centimetri, capelli e occhi castani, professione operaio. È lo spirito di Cesare Battisti che qui abitava prima di diventare un terrorista. La famiglia non ha cambiato indirizzo. Gli uomini sudano nell’officina dove preparano cartelli stradali. In questi campi sino agli anni 60 pascolavano le pecore di papà Antonio, originario del Frusinate. Poi il capofamiglia cedette il gregge e i figli cambiarono attività. Senza perdere la voglia di faticare dei Battisti, tutti orgogliosamente comunisti. Ma c’era una pecora nera in questa famiglia di pastori, il più bello e giovane di sei figli. “Cesare era intelligente e generoso, ma pure ribelle e manesco” ricorda il fratello Vincenzo, 68 anni, pensionato. Preferiva leggere piuttosto che sgobbare e, terminata la terza media, si iscrive a un istituto privato di Latina, senza successo.
Nel tempo libero corre con il go-kart dell’amico Pino, “sgasa” con il 48 della Benelli, pesca con la rete nei canali. Va a ballare al Pescheto o al ritrovo di Borgo Carso: liscio e shake. “Pensavamo solo a divertirci e lui non parlava mai di politica” ricorda oggi Pino, 56 anni. Il primo vero reato lo commettono insieme. È il 13 marzo 1972. I verbali di polizia raccontano che a Ciampino alle 7.20 del mattino quattro persone vengono fermate dai carabinieri mentre scaricano 31 macchine per scrivere e da calcolo Olivetti da una 1.500 e da una 500, entrambe Fiat. Le auto sono rubate, come la merce, che vale circa 6 milioni, una piccola fortuna per l’epoca. Cesare, 17 anni, Pino, 19, e Pier Carlo, 30, la stanno rivendendo per 600 mila lire a un meccanico ventisettenne, il ricettatore. “Battisti non aveva bisogno di quei soldi: i fratelli lo pagavano bene per dare una mano nell’azienda di famiglia” sostiene Pino, passato turbolento e presente senza lavoro. La vita di Battisti è sempre più adrenalinica, le ragazze non gli mancano. Scalda i muscoli nella palestra dell’estremismo politico e ogni tanto va a fare a pugni con i giovani neofascisti di Latina nei bar vicino allo stadio. Ama le auto e viene arrestato per guida senza patente. Acquista una Mini minor rossa K2 con cui sfreccia nelle strade dell’Agro pontino.
A Latina frequenta una prostituta di vent’anni, Clara. Il 1° maggio 1974, insieme con un amico, convince due ragazzine di origine calabrese (una di 16 e l’altra di 13 anni) a seguirli in treno. Arrivano sino in Sicilia. In albergo fanno l’amore. La “fuitina” dura quasi due settimane. Battisti viene denunciato per “sottrazione di minore a fini di libidine violenta su persona incapace”. Poche settimane dopo lui, invece di scusarsi, aggredisce lo zio della tredicenne. Sabato 3 agosto 1974, insieme con Claudio e Luciano, due coetanei, decide di esagerare. Viaggiano su una Giulia 1.600, “trombe potenti e carburatori rumorosissimi ” informa un giornale dell’epoca. Sgommano sul lungomare di Sabaudia, si fanno notare dai vigili. Poi si calano tre calzemaglie sul volto: con una pistola calibro 7,65 e una lupara entrano nella villa di Giuseppe Cerquetti, dentista romano. L’uomo ospita per le ferie un’amica e tre ragazzini. Due di loro sentono dei rumori ed escono in giardino impugnando una pietra e un bastone. Si trovano di fronte Battisti e compagni con le armi spianate. “Sebbene travisati erano facilmente riconoscibili ” ricorda 35 anni dopo Cerquetti. “A parlare era solo Battisti e, anche se ci hanno legati e imbavagliati, onestamente non sono stati violenti”. Alla fine il bottino è magro e dopo un paio d’ore i tre sono già in manette. Battisti finisce prima nel carcere di Spoleto, poi in quello romano di Rebibbia. Il 20 febbraio 1976 esce per decorrenza dei termini della custodia preventiva. A maggio parte militare, destinazione Casale Monferrato (Alessandria).
Fa di tutto per abbandonare la divisa: lamenta diversi malanni, dalle vertigini alle coliche. Un ufficiale medico lo riconosce “demente” e lo spedisce nell’ospedale pischiatrico di Torino. Alle visite successive risulta “abile e arruolato”. Viene mandato al gruppo artiglieri di Udine. All’inizio del 1977 finisce nella casa circondariale del capoluogo friulano per i suoi precedenti reati da borghese. Qui conosce Arrigo Cavallina, insegnante e aspirante rivoluzionario, futuro fondatore dei Pac, i sanguinari Proletari armati per il comunismo. Il 16 maggio per Battisti arriva la scarcerazione e viene trasferito al distretto militare di Latina. Qui si rifiuta con altri compagni di partecipare alle esercitazioni per l’ordine pubblico. Battisti invia una lettera al nuovo amico, il terrorista Cavallina: “L’associazione a delinquere cossighiana ha pensato bene di tenere pronto l’esercito (…) il colonnello ha tenuto il suo bravo discorsetto e da qui sono cominciati i casini” scrive. Il 1° giugno un caporalmaggiore viene picchiato da due giovani mascherati e inizialmente viene incolpato lui. È anche accusato di aver minacciato “di dare una scarpata in testa” allo stesso sottufficiale. Il 9 giugno viene arrestato e incarcerato a Forte Boccea. Alla fine viene condannato per insubordinazione.
Per alcuni mesi entra ed esce dal carcere. In quel periodo frequenta Lucia, una giovanissima studentessa di Latina, e Gianni, ventiduenne scapestrato: “Eravamo entrambi fuori di cervello” ammette oggi l’ex compagno, di professione bidello. Il 3 febbraio i due, insieme con Roberto, ventenne incensurato, prendono d’assalto l’ufficio postale di Montecchio, frazione di Sermoneta. “Entrarono armati e mi piantarono la pistola contro la nuca” ricorda l’allora direttore Guido Mancini. “Se non sono crollato a terra per la paura è solo perché avevo le ginocchia appoggiate al muro”. Il furgone portavalori non è ancora arrivato e l’assalto è un fallimento: nelle casse ci sono 297 mila lire e altre 300 mila di marche per patenti. Gianni e Roberto vengono arrestati poco dopo. Battisti riesce a fuggire. “È il più pericoloso, con sé ha la pistola e i soldi” scrive il Messaggero.
Il fuggitivo trova ospitalità a casa del compagno Cavallina, a Verona. “Se non fosse dovuto scappare, non avrebbe mai intrapreso la lotta armata” si rammarica il fratello, Vincenzo Battisti, con la sigaretta tra le dita. Così, quasi per caso, un piccolo malvivente si fece terrorista. E ora fa il perseguitato politico.

Il fratello di Battisti: “Chiedo a Napolitano la grazia per Cesare”

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Contrada “sta male”. Ai domiciliari per motivi di salute

Bruno Contrada

Accogliendo la richiesta del procuratore generale Ugo Ricciardi, il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha concesso gli arresti domiciliari a Bruno Contrada per motivi di salute. L’ex funzionario del Sisde sta scontando una pena a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
“Il Tribunale di sorveglianza di Napoli si è pronunciato a favore della scarcerazione di Bruno Contrada”, ha annunciato, a inizio seduta dell’aula della Camera, il deputato del Pdl, Amedeo Laboccetta, sottolineando come “finalmente si è concluso il calvario”.
Ieri il sostituto procuratore generale di Napoli Ugo Ricciardi aveva espresso parere favorevole all’istanza di scarcerazione presentata dal suo avvocato per l’ex dirigente del Sisde Bruno Contrada avanzata dall’avvocato Giuseppe Lipera per motivi di salute. Contrada ha 77 anni e soffre di varie patologie, tra le quali il diabete.
In precedenza, una ventina di analoghe istanze erano state respinte dalla magistratura di soerveglianza. Tutte le precedenti richieste erano state respinte con la motivazione delle “non gravissime condizioni di salute” dell’ex funzionario del Sisde. Valutazioni sempre contestate dal collegio di difesa sostenendo che “non si deve attendere che sia moribondo per portare un uomo di 77 anni gravemente malato a casa sua”.
I giudici di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli avevano sempre, inoltre, valutato un impedimento la norma dell’ex Cirielli che prevede la concessione degli arresti domiciliari agli imputati che hanno più di 70 anni ma non a quelli condannati per mafia. Una norma che però questa volta non è stata d’ostacolo per la sentenza.

La procura al Tribunale: “Scarcerate Bruno Contrada”

Bruno Contrada in cella

Motivi di salute. E dopo la difesa, anche l’accusa chiede la scarcerazione di Bruno Contrada, da tempo malato. Il procuratore generale Ugo Ricciardi ha espresso stamani, “parere favorevole alle istanze” di differimento pena per Bruno Contrada. La richiesta è stata avanzata ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli - davanti al quale è in corso l’udienza - che si sono ritirati in camera di consiglio per decidere.
L’ex funzionario del Sisde, che sta scontando una condanna a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è presente in aula ma tra poco sarà trasferito in ambulanza nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
I difensori dell’ex ’superpoliziotto’ hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell’età, 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Fino ad arrivare alla richiesta choc: un’istanza formale di eutanasia. Tutte istanze fino ad ora sempre respinte, sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli.
A dare notizia del parere favorevole del Pg è stato il legale di Contrada, l’avvocato Giuseppe Lipera, che ha depositato una relazione medica redatta da Silvio Buscemi, docente di Scienze dietetiche dell’Università di Palermo, che conferma “la sfavorevole prognosi a rischio vita. Contrada in poco più di un anno, dal maggio 2007, avrebbe perso 22 chilogrammi. Il suo stato di salute è assolutamente incompatibile con lo stato di detenzione”.
“Per la prima volta” dice l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera “un magistrato, con un parere autorevolissimo ha capito la situazione e nelle sue parole ha riconosciuto sia i problemi di salute che quelli legati all’anzianità, 77 anni, del mio assistito”.

Bruno Contrada ricoverato d’urgenza in ospedale

Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena

Nel giorno in cui la sorella chiede per lui l’eutanasia, Bruno Contrada è di nuovo colto da malore e ricoverato d’urgenza nell’ospedale civile di Santa Maria Capua Vetere. I due fatti non sono collegati, perché l’ex funzionario del Sisde non sapeva dell’iniziativa di sua sorella Anna che ha sollecitato la “morte dolce” per il fratello spiegando che lui “vuole morire” perché “questa sembra l’unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene”. Per questo Anna Contrada ha presentato al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere la “formale autorizzazione per uccidere legalmente” suo fratello.

Bruno Contrada è detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando una condanna a 10 anni per concorso esterno all’associazione mafiosa. La difesa ha presentato più volte richieste di differimento della pena motivandola con gravissimi motivi di salute, ma sono state tutte respinte perché la condizioni dell’ex funzionario del Sisde, per i giudici, sono compatibili con la detenzione.
Anna Contrada si rifiuta di “continuare a pensare che il proprio fratello Bruno sia ridotto a un ‘dead man walking’”, l’espressione usata negli Stati Uniti per indicare il condannato a morte che sta per essere ucciso. “Del resto”, osserva commossa, “ad un tramonto così amaro è sicuramente preferibile l’eutanasia, ovvero una dolce morte”.

Ma mentre l’iniziativa giudiziaria, che il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici (Fnom), Amedeo Bianco, definisce una “provocazione” che “non ha fondamento dal punto di vista giuridico”, perché “la legge italiana non prevede l’eutanasia”, da Santa Maria Capua Vetere il legale di Contrada apprende che il suo assistito è stato trasferito in ospedale “per astenia e vertigini, su disposizione dei medici della prigione. Chi lo ha visto”, aggiunge, “lo ha trovato peggiorato rispetto all’ultimo ricovero di due mesi fa. Gli hanno fatto la Tac e adesso attendiamo gli esiti degli altri esami”.
Contrada non sarebbe in pericolo di vita e sarebbe cosciente. Il paziente si trova nel reparto di Medicina interna. I sanitari gli hanno proposto un trasferimento al Cardarelli di Napoli, ma l’ex funzionario del Sisde ha manifestato l’intenzione di rimanere nell’ospedale in cui si trova.

“Tutto questo avviene”, sottolinea l’avvocato Lipera, “due giorni dopo che il Tribunale di sorveglianza di Napoli ha deciso il rigetto dell’istanza di liberazione o detenzione domiciliare, non condividendo il giudizio di incompatibilità reiteratamente espresso dalla direzione sanitaria del carcere militare, e da un’infinita schiera di medici specialisti pubblici e privati”.
Nei giorni Bruno Contrada ha dato intanto disposizione ai propri familiari di non portare più alle visite in carcere i suoi nipotini “per abituarli gradualmente all’idea di non vederlo più”. L’ex funzionario del Sisde abitualmente incontrava i nipoti in una zona verde del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove i loro genitori gli spiegavano che “il nonno lavora come guardiano dei conigli” e che “per questo non può lasciare quel luogo”. Adesso anche questi sporadici incontri, per volere di Contrada, si concluderanno.

Secondo il senatore uscente di Fi, Lino Jannuzzi, “ha ragione la sorella Anna: concedetegli l’eutanasia”, dice. Ad avviso di Jannuzzi “non è la prima volta che il Tribunale di sorveglianza di Napoli condanna a morte un detenuto, negandogli il differimento della pena nonostante le disperate condizioni di salute. È già successo”. E cita il caso di un commerciante calabrese, Francesco Racco, “detenuto nel carcere di Secondigliano e morto durante il trasporto all’ospedale Cardarelli dopo che i giudici della sorveglianza di Napoli gli avevano ripetutamente negato, nonostante le documentazioni cliniche e le inequivocabili perizie, persino gli arresti ospedalieri”.

Contrada choc. L’ex 007 chiede l’eutanasia: “Così è penoso vivere”

Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena
Nuovo colpo di scena nel caso Contrada. Il legale dell’ex 007, Giuseppe Lipera, su mandato della sorella Anna, ha presentato un’istanza formale di eutanasia.

Nella richiesta, presentata al giudice tutelare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ma anche agli ex Presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, si legge che la decisione è stata presa “con immenso dolore”. Contrada vuole morire perché “questa sembra l’unica strada percorribile per mettere fine alle sue infinite pene, chiudendo con coraggio e con forza d’animo una intera vita vissuta all’insegna della intransigente onestà, della correttezza ed anche di quella Giustizia che oggi gli viene costantemente negata”.
Il riferimento è a quanto stabilito dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli, che con l’ordinanza del 15 aprile 2008, ha rigettato un’altra volta la richiesta di differimento della pena o di detenzione domiciliare, “ritenendo, contrariamente a quanto sostenuto negli innumerevoli ed autorevoli pareri, lo stato di salute del Contrada compatibile” con il regime carcerario.
L’avvocato Giuseppe Lipera, che ha presentato l’atto, sottolinea come il suo assistito, sia stato condannato alla pena di anni 10 di reclusione perché ritenuto colpevole di un reato, non previsto dal codice penale, di concorso esterno in associazione mafiosa.
“Bruno Contrada è oramai divenuto tragicamente un vero e proprio doloroso e disperato caso umano: la sua triste vicenda dimostra come la Giustizia in Italia, in certi casi, possa diventare totalmente cieca, accanendosi su uno stanco e vecchio uomo, gravemente sofferente per l’età e per una serie innumerevole di malattie indiscutibilmente acclarate”.

La difesa ha presentato piu’ volte richieste di differimento della pena motivandola con gravissimi motivi di salute, ma sono state tutte respinte perché la condizioni dell’ex funzionario del Sisde, per i giudici, sono compatibili con la detenzione.

Parla Contrada: E adesso chiedetemi scusa

Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena

di Gianluigi Nuzzi

“Accetterei la grazia dal presidente della Repubblica solo se non fosse chiesta dai miei familiari. La grazia è un atto politico, che leggo come riparatorio dello Stato dopo quanto accaduto”. Del supersbirro Bruno Contrada, 77 anni, non rimane nemmeno il fantasma. Meno 11 chili in poche settimane. Un fantoccio che si trascina ricurvo sui suoi segreti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Un corpo prima consumato dalle accuse di 14 pentiti, poi asciugato dalle degenerazioni del diabete e dell’ischemia. Ancora, prostrato dagli scontri sferzanti degli ultimi giorni con i parenti di chi lottando contro la mafia è finito ammazzato.
Parenti dai cognomi di peso, Caponnetto, Borsellino, che dopo la condanna a 10 anni della Cassazione ritagliano su Contrada la divisa infame del poliziotto svenduto a Cosa nostra. Né pena né clemenza, né grazia né indulgenza. È il partito trasversale del dolore. Di chi ha perso il proprio caro in quella guerriglia confusa degli anni Novanta tra Stato e Cosa nostra, sì, ma non solo.
Totò Riina e Bernardo Provenzano protetti da pezzi delle istituzioni, scontri intestini che erodono l’antimafia, la gestione dei pentiti diviene opaca. Difficile collocare quindi Contrada con certezza. Fino a metà degli anni Settanta era un brillante poliziotto, 60 encomi ricevuti dalla Polizia e 95 dal Sisde, un centinaio gli uomini delle istituzioni che l’hanno poi difeso al processo. Poi sarebbe passato con la mafia. Senza movente accertato: sui suoi conti non è mai stato trovato denaro sospetto.
Dopo i pentiti e i giudici di Palermo, ora l’accusano anche i parenti delle vittime di mafia. Tutti contro la sola ipotesi di grazia.
Le dichiarazioni negative provengono da persone che non hanno alcuna conoscenza dei fatti che hanno portato alla mia vicenda giudiziaria, che ormai data a 16 anni fa. Parlo di Rita Borsellino, a maggior ragione della vedova del consigliere Antonino Caponnetto, che forse nemmeno sapeva chi era Contrada. Bisognerebbe che altri parlassero.
Cioè?
Non capisco perché i Borsellino ce l’abbiano con me. Chiedano ai familiari di Rocco Chinnici, mio amico, e del collega Boris Giuliano, ucciso nel 1979 dalla mafia. Lui per me non era un amico, ma un fratello. Per 16 anni abbiamo lavorato giorno e notte insieme, a gomito a gomito. Ed è proprio a Borsellino che presentai il mio rapporto indicando i nomi degli assassini. Forse questo i parenti di Borsellino non lo sanno. Paolo Borsellino lo lesse e lo fece proprio apprezzando tra l’altro il fatto che io non essendo più alla polizia giudiziaria non ero tenuto a redigerlo.
I familiari di Borsellino replicano sostenendo che con il giudice non eravate amici, né lei era un suo collaboratore.
Non avevamo rapporti privati d’amicizia, ma ottimi rapporti professionali quando lui era giudice istruttore a Palermo e io capo della Criminalpol. Quando il 7 febbraio 1981 gli arriva sul tavolo il mio rapporto sull’omicidio Giuliano, dispone subito 15 o 20 mandati di cattura dei 35 mafiosi che io denunciavo nell’atto e che costituivano lo zoccolo duro dei corleonesi. Tra questi ben sei appartenenti alla famiglia Marchese, ovvero padre, zii e cugini di quel Giuseppe Marchese che poi fu uno dei primi pentiti ad accusarmi. Nel mandato di cattura sempre Borsellino indica come accusa anche le minacce di morte nei miei confronti.
Come al processo, anche oggi il suo caso divide. Tra i familiari, in diversi l’hanno difesa, come Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980.
Mi sostiene perché sa che l’unico rapporto giudiziario sull’omicidio del padre lo svolsi io per il procuratore capo di Catania. Anche sua madre, Rita Bartoli Costa, icona dell’antimafia in Sicilia, durante il dibattimento attraversò l’aula e venne a stringermi la mano senza guardare in faccia i pm.
Si è anche detto che non bisogna concedere la grazia a un condannato per mafia.
C’è un principio che stabilisce che i cittadini sono tutti uguali di fronte allo Stato, non vedo perché non si possa concedere la grazia a chi è stato condannato per mafia. Io la accetterei, sempre se non fosse presentata dai miei parenti, perché avrebbe comunque un significato diverso dalla concessione di un beneficio. L’accetterei come esito di una valutazione di dovuto atto riparatorio a fronte di una grave ingiustizia subita. Io voglio una riparazione da parte dello Stato perché non ho commesso nemmeno gli estremi integranti la violazione del Codice della strada.
Insomma, innocente su tutta la linea.
Io non mi considero innocente perché lego sempre questa parola ai bambini o gli do un significato religioso. Io sono “non colpevole” oppure estraneo ai fatti che mi sono addebitati. Innocente è mio nipote e omonimo Bruno Contrada. Ha 2 anni: dal nonno in eredità riceverà un cognome ripulito dalle accuse più assurde.
Eppure, un esercito di pentiti l’accusa di aver passato notizie essenziali ai mafiosi. Per anni. Li avvisava di blitz, perquisizioni e indagini, facendo sfuggire latitanti come Totò Riina.
Le accuse dei pentiti sono come palle di neve. Nascono piccole e a valle diventano valanghe, intere montagne. Così un pentito tira l’altro per la cosiddetta convergenza del molteplice, dove la stessa balla se è detta da due pentiti diventa verità. Quando entri in questo meccanismo sei finito. Il primo ad accusarmi è Gaspare Mutolo. Apparteneva alla cosca Partanna Mondello di Rosario Riccobono, che ho perseguito più di ogni altro gruppo.
Tommaso Buscetta sosteneva che era lei a passare le soffiate al boss Riccobono…
Fra tutti i mafiosi che io ho trattato questa è la cosca che ho combattuto con maggior tenacia. Ho considerato sempre i mafiosi degli avversari, non dei nemici. Ma con la cosca di Riccobono era diverso. Avevano ammazzato un mio giovane collega napoletano, ucciso come un cane durante un servizio antiestorsioni. Era guerra. Ho portato in Corte d’assise Riccobono e Gaspare Mutolo con indagini svolte personalmente. Per poi vederli assolti dall’accusa di associazione mafiosa il 23 aprile 1977 per decisione di un giudice che ritroverò poi a condannarmi sostenendo che ero amico di Riccobono. La verità è un’altra: Contrada era il nemico giurato di Riccobono. Mutolo mi odiava, convinto che avessi dato ordine ai miei uomini di sparargli a vista come poi in effetti, per motivi di servizio, accadde in ben tre occasioni. Odio, nient’altro, ha prodotto il caso Contrada, con gente che si è persino uccisa.
Cioè?
Oltre me Mutolo ha accusato il pm Domenico Signorino, che condusse le indagini su di lui e che poi si è suicidato. Poi, proprio perché era necessaria la convergenza del molteplice, spunta Pino Marchese. Per capire chi è Marchese basti sapere che ha ammazzato un compagno di cella all’Ucciardone, a colpi di bistecchiera in testa. Marchese è quello che parla della mia presunta soffiata a Riina. Ma cambia versione: prima dice che Riina aveva lasciato il suo nascondiglio, la villa di Borgo Molara, perché temeva agguati nella guerra di mafia, poi cambia versione e dice che fui io ad avvisare.
Secondo lei perché cambia versione?
C’era un suggeritore.
E chi era?
Marchese era gestito dalla Dia.
È un’accusa grave, Contrada.
La mia storia è tutta così. Prendete un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Nell’aprile del 1993 parte lo staff della Dda di Palermo, Gian Carlo Caselli e altri pm, alla volta di New York per interrogare Mannoia sull’omicidio di Salvo Lima. Gli chiedono se ha qualcosa da dire su “Contrada, capo della polizia giudiziaria di Palermo”. Mannoia risponde che sa soltanto che Contrada era un funzionario di polizia e che non ha altro da aggiungere.
Poco dopo Mannoia venne interrogato anche sulle stragi.
Sì, da Giovanni Tinebra e i suoi pm che raggiungono gli Usa per sentire l’oracolo di Delfi. Poi gli chiedono di Contrada ma Mannoia dice che non gli risulta che avessi rapporti con loro. Bisogna aspettare il gennaio 1994 quando, poco prima del decreto di rinvio a giudizio, Mannoia decide di confermare le accuse degli altri pentiti, in concomitanza con il pagamento dello stipendio. Ma se si è pentito nel 1988, come mai mi accusa solo nel 1994? E quando gli vengono rivolte domande specifiche sul mio conto, perché tace? Come poteva dimenticarsi che il capo della polizia giudiziaria, non proprio l’ultimo poliziotto di Palermo, è colluso con Cosa nostra? Sa come spiegò la cosa in aula? “Non parlai a Caselli perché ero stanco e li mandai a fare in c…”. Questi sono i pentiti. Spesso portatori di menzogne. Spesso manovrati.
Lei accusa la Dia perché furono proprio gli uomini di Gianni De Gennaro a raccogliere le prove contro di lei?
No, dico solo che la Dia era agli inizi della sua formazione andando a sovrapporsi con il Sisde dove lavoravo.
Bruno Contrada, 77 anni, condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, fotografato nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere dove sta scontando la pena
Perché?
La Dia nacque proprio nel momento in cui il Sisde, tramite il sottoscritto, stava attivando un processo di riconversione delle funzioni, all’epoca quasi esclusive, di antiterrorismo politico in funzioni di anticriminalità organizzata. Su sollecitazione del governo si avviò un programma di riconversione parziale. Io, essendo l’unico alto in grado con esperienza di lotta alla mafia, dovevo costituire dei nuclei anticrimine nei centri Sisde del Sud Italia: Palermo, Catania, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Avevo costituito anche un gruppo di lavoro per la cattura di Bernardo Provenzano… Insomma, questa riorganizzazione andava a coincidere con la nascita della Dia che aveva proprio le stesse funzioni specifiche.
Quindi ci fu uno scontro tra lei e De Gennaro, come vogliono i suoi difensori?
Non ci fu alcuna questione personale. Con lui ebbi pochissimi rapporti di lavoro quando ero a Palermo e lui a Roma, entrambi a capo delle rispettive squadre mobili. Ma non è stata una lotta di persone quanto di organismi. Con De Gennaro io non ho mai avuto nulla da ridire, né lui ha mai detto niente contro di me.
Erano comunque modi diversi di indagare. Quando lei svolgeva inchieste, non c’erano i collaboratori di giustizia e venivano effettuate pochissime intercettazioni…
Per fare antimafia bisognava avere i confidenti. I pentiti dicono che mi incontravo nei ristoranti con i mafiosi, quando invece vedevo le mie fonti nei posti più impensabili come al cimitero di Ficarazzi tra Villabate e Bagheria, dove per paura nemmeno le coppiette andavano ad appartarsi. Ma ho sempre applicato un principio non seguito da colleghi di valore anche caduti come Nini Russo: non si potevano stabilire rapporti con i capi dei mandamenti. I rischi di finire ammazzato o strumentalizzato erano troppo alti. Così avevo confidenti border line, come il cognato di Mutolo, che pur non appartenente alla cosca conosceva i retroscena. Infatti fu lui ad avvisarmi che i due avevano deciso di ammazzarmi.
Però i collaboratori di giustizia sono stati fondamentali nella lotta alla mafia.
Infatti non è un problema di pentiti, ma di chi ne ha manovrati in qualche occasione. E poi, per dirla tutta, le prime dichiarazioni di un pentito di mafia le ho raccolte proprio io nel lontano 1973. Erano quelle di Leonardo Vitale, che venne poi ucciso nel 1984.

gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

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