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guerriglia
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Dal G8 di Genova a quello dell’Aquila sono trascorsi 8 anni (il 20 luglio è l’anniversario di quello in Liguria), ma per no global e forze dell’ordine sembrano trascorsi decenni.
I primi, colpiti da indagini e arresti, numericamente non sono più quella marea nera che incendiò Genova (nonostante gli episodi di guerriglia di questi giorni e in attesa della manifestazione nazionale anti G8 dell’Aquila del 10 luglio); le seconde hanno imparato a rispondere in modo chirurgico dopo gli errori e le violenze del passato (vedere il riquadro a pagina 26). Panorama ha ricostruito la nuova mappa degli antagonisti.
Cattivi maestri
A Genova la guerriglia era guidata dagli anarcoinsurrezionalisti del Nord Europa, i black bloc originali. A Roma, Vicenza e Torino, per citare alcuni degli ultimi scontri, gli stranieri erano meno e male organizzati (sono stati fermati, tra gli altri, spagnoli, svedesi, francesi, argentini e polacchi). Dalle piazze sono sparite eterodiretti da vecchi arnesi dell’Autonomia.
Il confronto fra i Black bloc a Genova nel 2001 e i manifestanti di Torino. pure le tifoserie, anch’esse protagoniste negli scontri del 2001 e da due anni sempre meno impegnate politicamente. Adesso il testimone della protesta violenta è passato agli studenti universitari dell’Onda, eterodiretti da vecchie conoscenze dell’Autonomia e della disobbedienza veneta. Nella capitale Panorama, il 7 luglio, ha ascoltato l’arringa nell’Università La Sapienza di Paolo, capelli brizzolati, 45 anni, leader dei Blocchi precari metropolitani (i Bpm, presenti anche a Vicenza negli scontri): annunciava violazioni di zone rosse, in un clima già surriscaldato (davanti al rettorato ragazzi di due diversi centri sociali sono venuti alle mani). Gli studenti romani sono stati blanditi, dopo il fermo di 36 di loro e 10 arresti, anche dai rappresentanti dei Sindacati di base, decisamente agée per la platea.
A Vicenza e Torino a guidare gli studenti sono stati invece personaggi come Max Gallob, 36 anni, uno dei leader dei Disobbedienti del Nord-Est, arrestato lunedì 6 per gli incidenti del maggio torinese. Gli attivisti più radicali (anarchici e marxisti) sono 150 a Milano, altrettanti a Torino, un centinaio a Roma e nel Nord-Est, da Vicenza a Trieste, 50 a Genova.
Guerra telegenica
Nel capoluogo ligure il numero dei violenti che parteciparono agli scontri era di gran lunga superiore a quello dei giovani che scendono in piazza oggi. Un rapporto di 1 a 10 (circa 3 mila a Genova, non più di 300 a Torino). Allora i black bloc fecero impazzire le forze dell’ordine con attacchi mordi e fuggi e le tute bianche di Luca Casarini provarono a sfondare la zona rossa con caschi, scudi di plexiglas e protezioni. Oggi bianchi e neri (forse per esigenze numeriche) non sono distinguibili nei cortei, anche perché i veri black bloc stanno disertando le piazze. I Disobbedienti (o No logo), invece, non abdicano e insieme con gli studenti dell’Onda hanno sviluppato con tocco scenografico il loro wargame, come hanno dimostrato a Torino e Vicenza: gli scudi hanno immagini di Barack Obama, gli striscioni sono stati rinforzati e dotati di feritoie all’altezza degli occhi. Cercano il confronto con le divise (oltre alle telecamere) e studiano fino a dove possono spingersi. Le armi sono fumogeni ed estintori, ma le forze di polizia hanno sequestrato anche centinaia di biglie di metallo (per le fionde), mazzette, pietre e bottiglie. Le tute bianche sono state sostituite da giacche a vento nere in serie (deve esserci un merchandising anche per quelle).
Negli zaini maschere antigas, limoni, acqua e un farmaco per lenire il fastidio causato dai lacrimogeni. Rispetto al passato sono sempre più numerose le ragazze impegnate in prima linea. Per esempio Cecilia, la ventitreenne arrestata per gli scontri di Torino e fotografata mentre assalta senza timore la polizia.
Rivoluzionario di professione
I giovani antagonisti al posto della generica lotta alla globalizzazione oggi preferiscono concentrarsi su battaglie più concrete: la scuola, la repressione e le carceri, l’antifascismo, gli immigrati e il pacchetto sicurezza. Fioriscono le campagne sociali sul territorio (contro l’alta velocità o la base militare di Vicenza). A Milano sta fermentando la protesta contro l’Expo e la “cementificazione “. Le azioni diffuse (magari contemporaneamente in più città ) hanno sostituito le manifestazioni oceaniche. L’ideologia prevalente di chi scende in piazza è quella legata all’autonomia di classe e alla “disobbedienza” e al rispetto delle sole regole condivise. Idee che animano il movimento studentesco dell’Onda e i Cua (Collettivi universitari autonomi).
I luoghi di ritrovo sono facoltà e centri sociali come l’Askatasuna nel capoluogo piemontese, il Crash di Bologna, il Pedro di Padova, il Vittoria di Milano, l’Insurgencia di Napoli, l’Esc, l’Horus e l’Acrobax di Roma, i centri della riviera adriatica. Questo arcipelago ha trasformato la disobbedienza e la lotta in un marchio, come dimostra lo Sherwood festival, kermesse padovana dove suonano gruppi di richiamo come i Subsonica o gli Afterhours (che si sono esibiti a Sanremo) e gli stand da festa dell’Unità sono stati sostituiti dalle insegne “lounge bar” con luci soffuse. Sugli scaffali si trova in vendita persino “il caffè del rebelde”, che trasforma in affare i legami con il Chiapas messicano. Intorno ai centri sociali del Nord-Est sono cresciute realtà cooperative come Città invisibile o Caracol. Presidente di quest’ultimo è uno dei fondatori del Pedro.
Molti dei centri sociali in auge nel 2001 si sono trasformati in “concertifici”, dall’Officina 99 di Napoli al Leoncavallo di Milano. Però non tutte le realtà sono sedotte dal business. Alcune prediligono la militanza dura, come il Gramigna di Padova, la Fucina o la Panetteria Okkupata di Milano. Diversi estremisti del Partito comunista politico militare (la sigla eversiva attiva sull’asse Torino-Milano-Padova) condannati a giugno per terrorismo cercavano di fare proselitismo in questi centri. A Roma la situazione è più compartimentata: l’eversione è meno movimentista e preferisce operare nell’ombra, in stile vecchie br. Come ha confermato l’arresto di giugno del presunto terrorista Luigi Fallico insieme con altri quattro. Insomma, disarticolato il Pcpm, per gli esperti non c’è un rischio serio di saldatura tra piazza e lotta armata.
Anarcoinsurrezionalisti
I grandi assenti nelle ultime proteste di piazza sono stati gli anarcoinsurrezionalisti.
Dal 2001 i loro rapporti con la galassia marxista-leninista sono peggiorati e a Bologna i due gruppi si sono scambiati persino raid squadristici. Inoltre le tute nere doc sono state colpite da arresti e denunce in tutta Italia, anche se la struttura informale e fluida dell’organizzazione ha scongiurato le retate (riuscita solo nel caso delle Cellule di offensiva rivoluzionaria pisane). Per questo si sono quasi inabissati e la loro area resta la più imperscrutabile. Ora gli investigatori per il G8 temono nuove campagne (legate soprattutto ai temi della sicurezza, dalle ronde ai centri di permanenza) e l’invio di pacchi bomba come a Genova. Ultimi veri attentati riconducibili agli anarcoinsurrezionalisti sono i tre ordigni esplosi a Torino nel marzo 2007. Da tempo sono sotto osservazione alcuni centri di documentazione, in particolare nelle loro capitali, Bologna (Fuoriluogo) e Torino (Porfido).
In Lombardia la situazione è in movimento, visto che sta crescendo una nuova rete intorno a Radio Cane e alla rivista Nonostante Milano. Se Roma è una realtà meno organizzata, attrae anarchici di altre città , da Viterbo a Lecce, a Teramo. A Genova l’Inmensa (intorno a cui si raccolse la protesta più dura del G8) ha chiuso ed è stato soppiantata da un paio di centri di documentazione: il Gagarin (ex Borgo rosso: uno degli animatori è stato arrestato recentemente con l’accusa di terrorismo), d’impronta marxista-leninista, e il Doppio fondo, di matrice anarchica. Neppure i genovesi sembravano intenzionati a trasferirsi in massa all’Aquila per il 10 luglio. Preferiscono agire in città , perché dal 2001 sono passati 8 anni ma sembra un secolo.
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Il leader della rivolta è uno studente con un volto duro e affilato che sembra uscito dai fumetti di Andrea Pazienza. La serata è fresca, i “compagni” elettrizzati: il giorno successivo è previsto a Torino il corteo contro il cosiddetto G8 dell’università . Ma gli intendimenti sono più alti: “Il sistema è malsano, lottiamo contro la Tav, per la Palestina, a favore dei migranti”. E soprattutto “contro i fascisti”. Ne incontrate tanti? “La nostra università è piena”. Lampo di rabbia. “Non siamo violenti” spiega il giovane, già condannato per aggressione alle forze dell’ordine, “ma, se la polizia ci provoca, di certo reagiamo”. Come sarebbe finita sembrava già scritto. L’epilogo di guerriglia urbana era già palpabile dopo i primi passi del corteo.
Alla manifestazione dell’Onda anomala il colore che si nota di più è un mesto nero. Pochi passi e dal gruppone si sfilano gruppetti di ragazzi con il volto coperto: imbrattano, una dopo l’altra, le colonne color crema dei portici con simboli e scritte anarchiche. Qualche centinaio di metri dopo qualcuno comincia a riempirsi le tasche di cubetti di porfido.
I contenuti sembrano fiacchi. Negli slogan i riferimenti all’università sembrano accessori. Ben più partecipati sono gli insulti a poliziotti e governanti. L’Onda pacifica e propositiva, quella che in autunno aveva scosso gli atenei, a Torino non emerge. Nascosta dietro le nostalgie ideologiche e i metodi della parte “dura e pura” del movimento.
A sassaiola finita gli organizzatori torinesi che si ritrovano davanti all’università sembrano paghi. Quasi in tempo reale il loro blog ufficiale riferisce trionfante il successo di una manifestazione con 24 agenti feriti e due studenti arrestati: “L’Onda perfetta”. Una marcia “determinata e convinta, che ha raggiunto la sede del summit, senza dimenticarsi di colpire i simboli della crisi (banche e agenzie del lavoro), per tentare di sfondare il muro di un esercito frapposto tra i propri bisogni e le autorità di un’università che di sostenibile non ha assolutamente nulla”.
Dietro questa perfezione c’era il Cua, il collettivo universitario autonomo che anima l’Onda anomala torinese. Sono stati loro le menti dei tre giorni di dissenso. Una cinquantina di studenti, centinaia di simpatizzanti, benvoluti da estrema sinistra e parte del mondo accademico, un apparentamento con il centro sociale Askatasuna. Il Cua non partecipa alle elezioni studentesche “perché sostiene una pratica politica dal basso e autorganizzata” al motto di “autonomia, sapere e conflitto”.
Comincia a farsi conoscere nel maggio 2007. Si scatena durante un volantinaggio del Fuan, cercando di impedirlo; fumogeni, bacheche rovesciate e lanci di uova. Davanti alla polizia gli autonomi reagiscono. Tre di loro vengono arrestati per violenza, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Chiede la loro scarcerazione una decina di docenti torinesi, tra cui Gianni Vattimo, candidato alle europee con l’Italia dei valori. Lo scorso febbraio i giovani vengono condannati a 11 e 12 mesi.
Oltre ai “fascisti”, un altro nemico oggetto di plateali dimostrazioni è Israele. Il collettivo, un anno fa, tentò di boicottare la Fiera del libro di Torino, che l’aveva invitato come paese ospite. Nel 2005 aveva contestato una docente ebrea, rea di aver chiamato per una lezione di economia il diplomatico israeliano Elazar Cohen.
Nel marzo 2009 si fanno notare per altri scontri con la polizia. Nell’atrio dell’ateneo alcuni militanti di Azione universitaria cercano di allestire un banchetto di firme per le elezioni studentesche. Gli autonomi si oppongono. Intervengono gli agenti. Qualcuno lancia una bomba carta (”macché: era un petardone” minimizzano): tre agenti della Digos restano feriti. Un militante di Askatasuna viene arrestato.
Più goliardici sono stati una decina di giorni fa, quando hanno “sequestrato” il rettore, Ezio Pelizzetti, dopo aver bloccato il suo ufficio. Al magnifico viene imputata la decisione di chiudere l’università per il timore di disordini, “adducendo fantasmagorici allarmi sicurezza e motivi di ordine pubblico” recita un comunicato firmato dall’Onda anomala di Torino. Qualche ora dopo agli studenti è stato concesso l’uso della palazzina Aldo Moro, accanto alla sede centrale dell’università .
“Purtroppo c’è una solidarietà accademica nei loro confronti pericolosa e poco costruttiva: in pratica possono fare quello che vogliono” lamenta Augusta Montaruli, 25 anni, laureanda in giurisprudenza, reponsabile di Azione universitaria a Torino. È chiamata “fascista”, è la più detestata dagli autonomi. Sospira: “Hanno bisogno di avere un nemico. Li esalta lo scontro, il conflitto. Si sentono eroi”.
Vattimo, camicia azzurra e cravatta rossa, appare per un fugace saluto poco prima della partenza del corteo. “A me sembrano solo bravi ragazzi che reagiscono alle provocazioni. Ora quest’altra intollerabile trovata del G8 dei rettori. La tensione sociale cresce pericolosamente. Io piuttosto sono stupito dalla mansuetudine di questi studenti”. Poco distante un dirigente della polizia compendia: “Fra di loro ci sono i dialoganti e i facinorosi. Ma vanno di certo tenuti d’occhio”.
Alla fine del corteo, soddisfatta e dialogante sembra Dana Lauriola, del Cua, 27 anni, che fa un po’ da portavoce dell’Onda anomala torinese, capelli rossi e piercing al labbro. Lamenta il taglio di fondi e l’ingresso dei privati nell’università , la crisi globale, la precarietà e la violenza delle istituzioni: “Abbiamo lanciato il segnale che il movimento non è morto. Oggi migliaia di persone lo hanno dimostrato. Torneremo a farci sentire. Sarà un autunno di lotta in tutti gli atenei italiani”.
Appagato dagli esiti di questo controsummit è pure Simone Rubino, anch’egli del Cua, studente di scienze a Torino: “Abbiamo fatto tutto quello che ci eravamo prefissi, i blocchi stradali, i cortei, la contestazione ai rettori per impedire loro di entrare nella Mole Antonelliana. E anche con le forze dell’ordine abbiamo manifestato il nostro dissenso”. Cioè? “La polizia doveva capire che non abbiamo paura di loro. Del resto il concetto di violenza in senso stretto è superato: la vera violenza è del capitalismo, che ha prodotto devastazione e illibertà ”. Sintetizza dunque il manifesto: “Siamo un movimento studentesco, non studentista. Abbiamo interessi vasti”.
Rubino fa parte di Askatasuna. Il centro sociale occupa una bella palazzina di tre piani color mattone a qualche centinaio di metri dall’università . Molto attivi, raccolgono un certo consenso tra studenti e gente del quartiere. Organizzano affollati concerti, qualche cena popolare e corsi di pugilato nella palestra Antifa boxe, nata per contrastare i picchiatori fascisti.
Qualche logo Antifa boxe si vede anche durante il corteo. Un ragazzo, che indossa una felpa della palestra, ha un fazzoletto bianco davanti alla bocca. Con occhi torvi dice che parlare di università non gli interessa affatto.
(ha collaborato Francesca Bacinotti)
LEGGI ANCHE: G8 Università , la battaglia online: l’esultanza dell’Onda, la preoccupazione della Polizia. Le IMMAGINI degli scontri
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Associazione per delinquere, devastazione, lesioni, porto di oggetti atti ad offendere. Per questi e altri reati contestati venti ultrà di estrema destra, in prevalenza laziali, sono stati arrestati stamani. Il gruppo di persone è accusato di diversi episodi di violenza politica avvenuti nella capitale.
A cominciare dagli scontri dell’11 novembre scorso dopo l’uccisione del tifoso laziale Gabriele Sandri, per cui è scattata anche l’aggravante del terrorismo; alla rissa provocata a Villa Ada, nel corso di un concerto del gruppo di sinistra della “Banda Bassotti”, quando una ventina di persone a volto coperto ed armati di bastone fecero irruzione durante l’esibizione ferendo due persone.
Spedizioni punitive contro tifoserie ostili, aggressioni di extracomunitari, l’attacco ad un centro rom, la progettata partecipazione agli incidenti campani per l’emergenza rifiuti, le irruzioni nei centri sociali frequentati da giovani di sinistra. È contemplato anche nell’ordinanza di custodia cautelare. L’ideazione dell’assalto ad un accampamento rom da parte di alcuni degli indagati risalirebbe ai giorni successivi all’omicidio di Giovanna Reggiani. Fu la morte di Gabriele Sandri a “dirottare” le attenzioni del gruppo criminale.
La maggior parte dei destinatari delle misure restrittive sono pregiudicati. Molti di loro sono stati raggiunti da Daspo, il provvedimento amministrativo che vieta l’ingresso negli stadi. Alle 11.30 è prevista una conferenza stampa in procura, a piazzale Clodio.
L’ideazione dell’assalto ad un accampamento rom da parte di alcuni degli indagati risalirebbe ai giorni successivi all’omicidio di Giovanna Reggiani. Poi la morte di Gabriele Sandri “dirottò” le attenzioni del gruppo criminale. La maggior parte dei destinatari delle misure restrittive sono pregiudicati. Molti di loro sono stati raggiunti da Daspo, il provvedimento amministrativo che vieta l’ingresso negli stadi.
Decisive per inchiodare gli ultrà sono state le intercettazioni telefoniche. In una di queste, una delle persone arrestate afferma: “Andiamo a menare qualche Rom. E questa volta non si tratta di assaltare un centro sociale o prendere qualche pullman di tifosi napoletani sull’autostrada, dobbiamo fare sul serio”.
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“Raccomando a tutti i tifosi di vivere il loro dolore in maniera corretta, in maniera cristiana, se sono credenti, in memoria di Gabriele, per affetto per Gabriele che vive in Dio, di non fare nessun gesto, di non approfittare di una situazione celebrativa per aggiungere problemi a problemi. Non si ottiene giustizia con la violenza, questo è sicuro”.
Sono parole accorate quelle usate da don Paolo, il parroco che a mezzogiorno di mercoledì celebra i funerali di Gabriele Sandri, nella Chiesa San Pio X alla Balduina (zona nord di Roma).
La raccomandazione del prete pare non sia scontata: a dare l’ultimo saluto a Gabbodj, ucciso domenica da un colpo di pistola sparato da un poliziotto in un autogrill sulla A1, ci saranno infatti molte delegazioni di ultrà , provenienti da diverse città d’Italia. Molte tifoserie organizzate di serie A, B e C hanno infatti dato la loro adesione e saranno presenti. E la preoccupazione delle forze dell’ordine, dopo la guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco una buona fetta della capitale, è comprensibilmente alta. La polizia, nel pomeriggio di martedì ha compiuto più di un controllo nel quartiere e nelle strade vicine a via Attilio Friggeri, dove si trova la chiesa dei funerali.
Da lunedì è infatti partito, soprattutto via internet, un intenso e veloce tam tam tra le curve più calde del nord, che stanno radunando le proprie delegazioni. 
I funerali saranno un momento di raccoglimento, ma la presenza degli ultrà assume anche un significato politico e di testimonianza, ancor più della presenza alle esequie dei vertici del calcio italiano, di tutta i giocatori e i dirigenti della Lazio, dei politici cittadini e nazionali (molti dei quali - da Fini a Veltroni alla Melandri - hanno fatto visita anche alla camera ardente del giovane laziale, mischiandosi tra le migliaia di cittadini comuni). Intanto in segno di lutto il sito tifonet, il portale che raccoglie informazioni sulle tifoserie di tutta Italia, ha deciso di continuare ad auto-oscurarsi.
Un segnale simile anche dalla giunta comunale di Roma, che ha proclamato per oggi, dalle 12 alle 14 il lutto cittadino. Per l’occasione gli edifici del Comune di Roma, delle società , delle aziende, delle istituzioni e delle fondazioni comunali esporranno a mezz’asta la bandiera con i colori cittadini.
Il VIDEO servizio:
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Se in Italia la responsabilità fosse pari alla retorica non avremmo giornate come quella di ieri. E non solo nel calcio e nel mondo degli ultrà , ma in generale nella cosa pubblica, nel governo, nell’economia.
Si preferisce invece affidarsi alla retorica, ai messaggi di cordoglio fine a se stessi, ai gesti simbolici (il lutto al braccio, i dieci minuti di ritardo): tutto tranne che dire la verità e prendere decisioni conseguenti. È noto che l’unico fattore unificante degli ultrà è l’odio contro le forze dell’ordine; è altrettanto noto che dai tempi dell’uccisione di Filippo Raciti a Catania le tifoserie violente non aspettano che un pretesto per scatenarsi in tutta Italia.
Ieri uno sventurato agente della Polizia stradale ha servito questo pretesto mettendosi a sparare, senza motivo, lungo un’autostrada per una rissa tra tifosi che, a quanto pare, non meritava che da parte delle forze dell’ordine si ricorresse alla pistola. Ma più che questo poliziotto - che si spera verrà perseguito come è giusto che sia - a offrire quel pretesto su un piatto d’argento è stata tutta la catena dei suoi superiori, dal questore di Arezzo fino al vertice della Polizia, al ministro dell’Interno, ai politici ed anche ai dirigenti del calcio.
Se è colpevole fino alle estreme conseguenze che un ragazzo sia stato ucciso senza colpa ad un autogrill, è surreale che ancora nel pomeriggio inoltrato i suoi capi abbiano insistito sulla tesi dei colpi sparati in aria. Il povero Gabriele Sandri non viaggiava su un disco volante ma su una Renault. Nel merito, il tentativo di colluttazione con tifosi juventini che andavano ad assistere a un’altra partita in un’altra città non richiedeva assolutamente che un militare, dall’altra parte della carreggiata, tirasse fuori la pistola.
Ci voleva molto ad ammettere e spiegare tutto questo? A dire: abbiamo sbagliato, le colpe saranno punite, a mettersi in contatto con la famiglia di Sandri, che oltretutto non era un violento, non aveva precedenti, non viaggiava con gli ultras ma con tre amici?
Forse l’episodio sarebbe stato circoscritto, forse no. In questo caso il Viminale, se avesse saputo gestire la situazione, avrebbe dovuto chiedere alla Lega Calcio o alla Fgci di rinviare il turno di campionato. Oppure il mondo del pallone avrebbe potuto decidere autonomamente: decidere, però, non annullare due partite, far ritardare le altre dei dieci rituali minuti, soccombere alla violenza a Bergamo e Taranto. Insomma, affidarsi al caso, e diciamo che ieri è andata bene così.
Con le loro reticenze e le fughe dalla responsabilità , i capi della Polizia e del Viminale hanno (certo involontariamente) messo a repentaglio l’incolumità di centinaia di altri agenti che ieri sera, soprattutto a Roma, hanno sostenuto la rabbia prevedibile degli ultras. Non solo: interi quartieri e molti cittadini hanno rischiato di trovarsi coinvolti nella guerriglia ed è stato un miracolo che non ci siano andati di mezzo.
Con la loro pavidità i dirigenti del calcio, sempre alla ricerca di coperture politiche, governative e ministeriali, hanno esposto alle stesse conseguenze tifosi normali e calciatori. Il calcio è sempre lì a rivendicare autonomia e altro quando si tratta di soldi e diritti tv, se invece c’è da far saltare un turno di campionato è in balia degli eventi (vedi il famoso derby annullato all’Olimpico due anni fa).
Infine i politici. Walter Veltroni era a Cracovia per accompagnare una scolaresca sui luoghi dell’Olocausto. Iniziativa lodevole, che però, alle prime notizie di una capitale che rischiava di essere messa a ferro e fuoco (qui i video 1 e 2), poteva essere lasciata nelle mani di un assessore. Il sindaco, in questi casi, ha il dovere di esserci. Ancor più penose o inutili le esibizioni degli altri. Fabrizio Cicchitto non ha trovato di meglio che ricordare che il ragazzo ucciso “era un simpatizzante di Forza Italia”. Romano Prodi è apparso in tv da Bologna, come ogni domenica, all’ora dei tortelini, è si è detto “molto, molto preoccupato”. Giovanna Melandri, ministra dello sport, chiede di “fermare tutto il calcio domenica”: peccato che sia già fermo per il turno della Nazionale. Il Quirinale lancia i consueti moniti e auspici che scivolano come l’acqua.
Si sa che il vero braccio di ferro, evidentemente non risolto dai tempi di Filippo Raciti, è tra forse dell’ordine e mondo del pallone, e che la vera guerra è tra poliziotti e carabinieri da una parte, ultras dall’altra. Ieri ci ha rimesso la vita un ragazzo romano ma è stato un miracolo che non sia accaduto di peggio. Peggio, però, che è sempre dietro l’angolo: contro la violenta stupidità delle curve ci vorrebbe una classe dirigente in grado di prendere decisioni chiare e assumersi le proprie responsabilità . Purtroppo non se ne vede traccia.
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Gli ultrà di tutta Italia hanno lanciato il tam tam per riunirsi a prescindere dalla fede e scegliere la linea contro il comune nemico: la polizia. E i primi risultati si sono visti a Bergamo, Milano e Roma (messa a ferro e fuoco dalla guerriglia urbana, con assalti a caserme, commissariati, al Coni e allo stadio Olimpico).
Un clima che purtroppo non stupisce gli analisti del ministero dell’Interno: da alcuni anni (basti ricordare il clamoroso sodalizio contro natura tra tifosi romani e laziali, durante il derby dell’aprile 2005: qui il video) nel sottobosco ultrà proliferano sigle trasversali, da Acab (All cops are bastards tutti i poliziotti sono bastardi) a Bisl (Basta infami, solo lame), che hanno messo nel mirino le forze dell’ordine.
Un’alleanza di cui anche le anime più agguerrite del tifo laziale fanno parte. Gli amici di Gabriele Sandri firmavano sul blog del dj il loro amore per la Lazio con lo slogan: “Only white shoes”, quello dell’ala più radicale della curva Nord. La loro sigla è “In basso a destra”, un gruppo formato dai reduci della temuta “Banda de noantri”: in tutto una quarantina di ultrà duri e puri sempre pronti allo scontro. Si tratta di una costola minoritaria della curva Nord, dominata dal gruppo ultrà degli Irriducibili. In comune le due frange hanno l’ideologia. Sono tutti di estrema destra e la loro simbologia è quella fascista: aquile romane, fasci littori, busti di Mussolini. Per ora gli Irriducibili mantengono il controllo della curva, anche grazie a un marchio riconosciuto, rafforzato da una radio e da una linea d’abbigliamento. Negli ultimi anni i suoi leader Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, Fabrizio Toffolo e Yuri Alviti, sono finiti al centro di diverse inchieste giudiziarie (finendo anche in carcere), compresa quella sulla scalata alla proprietà della Lazio, portata avanti dall’ex bandiera biancoceleste Giorgio Chinaglia contro il presidente Claudio Lotito (odiato dagli ultrà ).
Vicende che hanno indebolito gli Irriducibili (qui un loro video storico): i negozi sono rimasti pochissimi, il sito è praticamente inattivo. Anche se resta simbolicamente on line una canzone la polizia ed è stato aperto un blog (che oggi rende “onore a Gabriele”). Le disavventure e la vocazione affaristica di questa costola della curva laziale hanno portato alla ribalta l’altro gruppo “In basso a destra”. Sui muri cittadini i loro slogan si confondono con quelli del movimento politico di estrema destra “Base autonoma”, firmati da celtiche e svastiche.
Divisioni interne a parte, tutta la tifoseria della Curva Nord è costantemente sotto i riflettori per vicende di cronaca più o meno drammatiche. Per esempio poco più di un mese fa 66 persone (compresi tre minorenni) sono state denunciate per possesso d’armi: stavano partendo per Bergamo con coltelli cacciaviti e persino qualche machete. Non basta. La storia degli ultrà laziali è piena di scontri e feriti come si può leggere su uno dei loro siti. Si va dalle coltellate ai tifosi dell’Arsenal a quelle riservate agli ultrà bianconeri (proprio quelli con cui Sandri e i suoi amici si erano scontrati questa mattina).

Su Internet i tifosi biancocelesti ricordano con malcelato orgoglio le conseguenze di un’amichevole del 31 agosto 2002 con i bianconeri: “Danni per centinaia di migliaia di euro, decine di locali del Coni devastati, tre tifosi juventini accoltellati, due funzionari di polizia contusi e uno intossicato dal fumo sviluppatosi dalle due autovetture, una della polizia e una dei carabinieri, date alle fiamme insieme a due furgoni di gadget e panini nel piazzale sotto la Nord”.
Per far capire l’aria che tira in curva, su un altro sito, ultrasmad.com (il cui slogan è: “Ciò che viene fatto per amore avviene sempre al di là del bene e del male”) si legge: “Onore a Gabriele il dj. Guardie assassine: 10-100-1000 Raciti”. Ma i tifosi della Lazio non si segnalano solo per l’ideologica ricerca dello scontro fisico (in nome di arditismo fascisteggiante), ma anche per il contenuto dei loro striscioni, spesso razzisti e antisemiti, come quello esposto in un derby del 2001: “Squadra di negri… Curva di Ebrei”.
E sul blog di Sandri, un amico, spiega meglio il concetto: “Noi odiamo tutti… mondo di merda”.
Il VIDEO servizio:
Il VIDEO della guerriglia urbana a Roma, da YouTube:
GALLERY 1. Scontri tra ultrà e poliziotti
GALLERY 2. Serie A ancora a lutto: chi era Gabriele Sandri
LEGGI ANCHE: Muore un tifoso laziale, la polizia e il calcio nella bufera - Gabriele Sandri, la prima passione era la musica, non la Lazio - Quando la violenza si sposta fuori dagli stadi. Partecipa al FORUM

Notte di guerriglia urbana a Palermo. Una cinquantina di disoccupati ex detenuti ha tenuto sotto scacco il centro della città . Il gruppo ha tentato di occupare l’assessorato regionale alla Famiglia di Palermo. Non riuscendovi grazie all’intervento di carabinieri e polizia, i manifestanti hanno realizzato un blocco stradale con i cassonetti, incendiandone alcuni. Paura tra gli abitanti della zona. Fermate 18 persone.
Tutto è iniziato 20 minuti dopo la mezzanotte, quando circa trenta ex detenuti si erano assembrati nell’atrio della sede dell’assessorato, rivendicando garanzie occupazionali e minacciando di creare gravi disordini qualora non avessero avuto risposte immediate. Hanno così effettuato un blocco della circolazione stradale posizionando sette cassonetti della nettezza urbana al centro della strada, incendiandoli e ribaltandoli poco dopo. All’arrivo delle numerose pattuglie della Polizia di Stato, circa venti manifestanti hanno oltrepassato il cancello dell’assessorato che era aperto.
Mentre i vigili del fuoco spegnevano le fiamme, il funzionario di polizia preposto al servizio, ha dato ordine di sciogliere l’assembramento, ma senza alcun risultato. Si è così proceduto allo sgombero. La protesta si è conclusa con l’accompagnamento di 18 dei manifestanti presso il commissariato San Lorenzo, dove sono stati identificati e denunciati in stato di libertà per i reati di incendio doloso in concorso, riunione pubblica e assembramento non autorizzato in luogo pubblico, blocco stradale.
Ognuno di loro dovrà anche pagare una sanzione di 2.500 euro. Uno dei manifestanti è stato deferito all’autorità giudiziaria anche per porto abusivo di arma da taglio.
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Nel Far West di 200 anni fa azioni così erano chiamate “assalti alla diligenza”. Nel Far West degli ultrà del calcio di oggi, si chiamano “regolamento di conti”.
Preparato e messo in atto domenica 20 maggio: una cinquantina di ultrà dell’Atalanta che blocca il treno (di linea, quindi con altri passeggeri a bordo) su cui viaggiano gli avversari di curva dell’Inter diretti a Bergamo, per Atalanta-Inter, e lo assalta prima con una sassaiola e poi a colpi di bastone e bottiglie, terrorizzando gli altri passeggeri e scatenando il panico nella piccola stazione di Terno d’Isola, paesino tra Milano e Bergamo. I sostenitori dell’Inter, poco più di duecento, non sono certo rimasti a guardare: per un lungo quarto d’ora, si è scatenata una vera e propria battaglia: dalla banchina lancio di pietre e di fumogeni; dal treno lancio di seggiolini e oggetti vari.
Il blitz pare fosse studiato: tra le due curve, nonostante gli stessi colori di maglia, non è mai corso buon sangue. Soprattutto gli atalantini non hanno ancora dimenticato il “torto” subito subito sei anni fa, quando dal terzo anello di San Siro venne lanciato un motorino rubato a un tifoso bergamasco. Da qui la decisione della vendetta: aspettano il treno che, partito dalla Centrale di Milano, per raggiungere Bergamo deve passare da Terno alle 12.50. Ed è qui che gli atalantini lo aspettano: sanno che di quel convoglio locale quattro carrozze sono riservate agli interisti. E quando entra in stazione parte l’imboscata: volano sassi e bottiglie. Gli interisti scesi dal treno ed è cominciata la caccia all’uomo anche nelle vie intorno alla stazione di Terno. L’allarme alle forze dell’ordine è scattato subito, ma gli ultrà bergamaschi sono spariti. Messi al sicuro gli altri passeggeri, il convoglio viene fatto ripartire per la vicina stazione di Ponte San Pietro. Qui i tifosi vengono identificati e fatti risalire su un altro treno che li riporta a Milano (sono arrivati a Sesto San Giovanni alle 16,30). Ma il rientro a casa non significa impunità (e lo stesso dicasi per i bergamaschi che sono riusciti a scappare): la sassaiola non è finita in tv, (tanto meno nelle immagini della telecamera istallata dal comune all’imbocco del viale della stazione e fuori uso da mesi), ma le forze dell’ordine si stanno muovendo tra i tabulati e le chiamate via cellulare dei protagonisti di quest’ordinaria domenica di violenza ultrà . In manette è finito l’organizzatore dell’assalto, A.C., 33 anni, operaio di Palazzago, che alcuni testimoni hanno visto distribuire l’armamentario per l’attacco prima di indossare il passamontagna. Le accuse nei suoi confronti sono di attentato alla sicurezza dei trasporti, danneggiamento aggravato e rissa in concorso. Insieme a lui sono stati al momento individuati e denunciati all’autorità giudiziaria altre due persone che si trovavano con lui in occasione degli scontri.