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Guglielmo-Epifani

Ribellismo 2009 e caccia ai manager: ecco chi soffia sul fuoco

polizia

“Eat the rich!”, “Mangia il ricco!”, cantava la band londinese dei Motorhead nel 1987. Vent’anni dopo, in piena crisi economica, quel ritornello è diventato un manifesto politico capace di mettere d’accordo soggetti sino a pochi anni fa distanti, dai giovani no global agli operai sull’orlo del licenziamento. Il neonato movimento ha esordito al G20 di Londra squarciando l’aplomb della City.
Ma il nuovo corso alle barricate in stile G8 genovese preferisce altre forme di lotta. In Francia e Belgio gli operai hanno scelto la via del “bossknapping”, il sequestro dei capi, per riaprire trattative o bloccare i licenziamenti. Un modello di conflitto che preoccupa più delle violenze di piazza, scatenate da frange minoritarie. Il Sole 24 ore, quotidiano di proprietà della Confindustria, ha inquadrato il nuovo fantasma che si aggira per l’Europa: “Il ribellismo diffuso può assumere venature populistiche e tendere a saltare le stesse organizzazioni sindacali”.
Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani non esclude fenomeni di emulazione: “Io vedo problemi se venissero messi in discussione, dopo la cassa integrazione, i posti di lavoro”. Un campanello d’allarme che sulla rete ha suscitato un tam-tam di soddisfazione nei siti più radicali, dove uno dei documenti più “allegati” è “Mangiati il ricco!”, sottotitolo: “L’anticapitalismo è all’ordine del giorno”.
Questo clima non viene sottovalutato. Gli 007 dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna, l’ex Sisde) da settimane riattivano contatti o ne cercano di nuovi dentro le fabbriche per capire l’aria che tira. “In Italia i problemi potrebbero arrivare in autunno” prevede un funzionario. Alla sezione Anticrimine dei carabinieri di Roma gli investigatori seguono una pista concreta. Le intercettazioni telefoniche raccontano che qualcuno sta cercando di infettare la protesta operaia.
Il rischio più temuto è che qualche gruppo eversivo in cerca di consenso possa organizzare sequestri lampo come facevano le Brigate rosse negli anni 70. “Il comparto più in fermento è quello dell’auto. È lì che si concentra la nostra attenzione” precisa un investigatore.
Il 25 febbraio, a Piobesi, nella cintura torinese, è stato preso in ostaggio il capo del personale della Olimpia, azienda tessile del gruppo Benetton, dopo la conferma di 143 licenziamenti.

Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese, vede nero: “Nella nostra provincia a luglio la Iveco e la New Holland toccheranno le 40 settimane di cassa integrazione e dopo poco potrebbero scattare gli esuberi. Di fronte ai licenziamenti non si può escludere una drammatizzazione del conflitto”. Anche perché su 170 mila metalmeccanici in provincia di Torino 58 mila sono in cassa integrazione.
Nel resto d’Italia a marzo il ricorso a questo ammortizzatore è cresciuto del 925 per cento rispetto allo stesso periodo del 2008. Numeri che potrebbero mettere a rischio la pace sociale. “In verità, la radicalizzazione c’è già” prosegue Airaudo. “Il blocco delle merci, i picchetti davanti ai cancelli e le assemblee permanenti sono forme di lotta già attuate in numerosi stabilimenti”.
Vivono giornate tese anche i lavoratori della Lombardia. Per esempio all’Omnia, azienda leader nel settore dei call center: il 1° aprile una cinquantina di dipendenti è scesa in cortile e ha costretto l’amministratore delegato a partecipare a un’assemblea straordinaria. I giornali hanno parlato di sequestro. Nell’hinterland milanese sono molte le iniziative di lotta, dai dipendenti della Nokia a quelli della Metalli preziosi, all’Innse, praticamente in autogestione da giugno. In questo clima il 4 aprile si sono riuniti a Sesto San Giovanni un’ottantina di lavoratori “combattivi” (come si autodefiniscono) in rappresentanza di una ventina di fabbriche. Quali?
L’elenco è il termometro del disagio operaio: Fiat Sata di Melfi, Alfa e Avio di Pomigliano d’Arco, Jabil di Cassina de’ Pecchi, Cabind della Valsusa, Fiat New Holland di Modena, oltre a Falck, Italtractor, Terim, Mangiarotti Nuclear, Innse. I convenuti hanno un obiettivo: fondare un nuovo soggetto politico capace di ingrassare nella pancia della crisi. Sul web  www.asloperaicontro.org) si trova il resoconto dell’incontro: “Il Partito operaio nasce ed esiste dove nascono le resistenze operaie contro i padroni”. L’esempio è quello della “Innse di Milano, dove 50 operai stanno lottando da più di 10 mesi con una determinazione incredibile per difendere il lavoro e la loro fabbrica”.
Anche la Francia fa scuola, in particolare le tute blu della Continental: “All’annuncio di chiusura della loro fabbrica hanno reagito, hanno fatto il processo ai loro manager, condannandoli alla pena di morte per alto tradimento e impiccandoli immediatamente, per adesso soltanto simbolicamente con due fantocci”.

Sul web torna di moda la lotta di classe e la ribellione coinvolge anche l’esercito di riserva dei precari, la fascia di lavoratori più debole e indecifrabile, meno sindacalizzata e controllabile. “Non si possono escludere azioni estreme dettate dalla disperazione, soprattutto in mancanza di risposte da parte di governi e amministrazioni locali” avverte Carmela Bonvino, responsabile del settore precariato delle Rappresentanze sindacali di base. “Noi proviamo a organizzare il dissenso in forme legali, però l’attenzione dei mass media per episodi come i sequestri potrebbe far scegliere ai lavoratori scorciatoie controproducenti”.
Per capire l’umore basta consultare i siti marxisti Il pane e le rose o Autprol.org, che per esempio ospita il comunicato di protesta dei giornalisti della free-press confindustriale 24 minuti. Gli investigatori monitorano anche battaglie e documenti dei precari più qualificati, nel campo della ricerca scientifica e della protezione ambientale.
“Questa è una rivolta popolare non coordinata, spontanea. E molto pericolosa” ha avvertito nei giorni scorsi il sociologo francese Jean-Paul Fitoussi, rispolverando il termine conflitto di classe. In questo clima gli investigatori, dai carabinieri del Ros agli 007, temono una saldatura fra la protesta genuina e qualche cattivo maestro che aspira a cavalcarla.
Nel Torinese gli investigatori tengono sotto osservazione l’area anarco-insurrezionalista. Due settimane fa, dalle frequenze di Radio blackout, uno dei portavoce degli squatter piemontesi ha inneggiato al sequestro dei manager.

Per gli inquirenti i nuovi aspiranti ideologi non ragionano più per compartimenti stagni e fanno proselitismo in realtà anche diversissime. Lo confermano inchieste recenti. Per esempio due anni fa è stato “disarticolato” dagli inquirenti milanesi il Partito comunista politico-militare, presunta formazione terroristica che aveva infiltrato con i suoi esponenti sia il sindacato (Vincenzo Sisi, delegato della Cgil, aveva un kalashnikov in giardino) sia i centri sociali. Qualche fiancheggiatore e molti simpatizzanti sono liberi e continuano il lavoro di propaganda in tutti i settori, dal pubblico impiego al precariato. A febbraio, sette presunti neobrigatisti hanno espresso “vicinanza e solidarietà”, dopo gli scontri con la polizia, “agli operai Fiat di Pomigliano, così come a tutte quelle situazioni che lottando non intendono subire passive gli effetti della crisi del capitalismo”.
Ma i cattivi maestri secondo gli investigatori non sono solo in cella. Qualcuno fa il giornalista. Come Paolo Persichetti, ex brigatista condannato a 22 anni e sei mesi di carcere per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri: in Francia, dove è fuggito nel 1991, ha insegnato sociologia politica, oggi scrive sul quotidiano comunista Liberazione e ironizza sul passato. Il “bossknapping”? “La Fiat non ne serba un buon ricordo” annota. “Le azioni non “ortodosse” di francesi e belgi, seppur concepite all’interno di una strategia ancora difensiva, riscontrano consensi e successi. Una lezione utile”.
Interpellato da Panorama, Persichetti dice: “In Francia queste pratiche non vengono considerate eversive e sono accettate dall’opinione pubblica”. In Italia spaventano… “Da noi la lotta armata ha raggiunto livelli sconosciuti in Francia, lasciando in eredità la cultura dell’emergenza e la demonizzazione del conflitto. Lo Stato deve capire che quella stagione è chiusa”. Tuttavia, chi legge i suoi articoli non ha questa sensazione. Una “lezione” di cui forse non c’era bisogno.

Cgil in piazza. Epifani: “Il governo apra un tavolo vero contro la crisi”

Guglielmo Epifani e Dario Franceschini

Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, e il leader del Pd Dario Franceschini

Il corteo inizia al mattino con una stretta di mano tra Dario Franceschini, leader del Pd, e il segretario della Cgil Gugliemlmo Epifani. Poi la manifestazione contro gli effetti della crisi economica si dirige verso il Circo Massimo: sfilano il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, il presidente della regione Puglia Nichi Vendola e Piero Fassino. Subito alle loro spalle lo striscione della Cgil nazionale con lo slogan della giornata di mobilitazione: “Futuro sì, indietro no”. La manifestazione della Cgil è anche l’occasione per tornare in piazza di Walter Veltroni: l’ex segretario del Pd, all’insaputa di tutti, ha fatto capolino a Piazza Esedra. Durante il corteo Epifani critica Palazzo Chigi: “Vorrei che il governo riflettesse sulla gravità della crisi, vorrei che il governo provasse a fare di più” dice il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. “Non chiedo cose impossibili. Ma cose che si possono e si debbono fare”. Sottolinea Franceschini: “Credo che il segretario del Partito democratico abbia il dovere di stare a fianco dei lavoratori che chiedono il rispetto dei loro diritti, che hanno paura di perdere il posto di lavoro, di persone che pacificamente denunciano che con le loro pensioni non ce la fanno più a vivere”.

Un tavolo vero contro la crisi. Al Circo Massimo la folla aspetta davanti al palco. Deve prendere la parola Epifani. “Sono soddisfatto di aver riempito nuovamente questa piazza” ha detto il segretario della Cgil ricordando la manifestazione contro l’articolo 18 del 2002 in cui la Cgil aveva portato in piazza oltre 3 milioni di persone “non era scontato”. Poi ricorda il capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Vogliamo ringraziare il nostro presidente dela Repubblica per l’equilibrio e la fermezza con cui svolge il suo alto compito, per l’attenzione e l’affetto con cui partecipa alle condizioni del lavoro, per l’impegno che continua a mettere sui temi delle morti sul lavoro e sulla sicurezza”. Al governo chiede “un tavolo vero di confronto per affrontare in modo serio, ordinato, coerente, la crisi” e propone alcuni punti: politiche industriali, investimenti e Mezzogiorno, la possibilità di chiedere il blocco effettivo dei licenziamenti per tutta la durata della crisi, le condizioni e il reddito di pensionati, lavoratori e precari. Questioni a cui si aggiungono il tema della lotta all’evasione fiscale e della restituzione del Fiscal drag.

Le divisioni tra sindacati. Epifani si rivolge anche agli altri due leader delle principali organizzazioni sindacali nazionali: “La divisione che c’è stata fino ad oggi con Cisl e Uil non può proseguire perché la crisi è un problema di tutti. Davanti alla situazione attuale abbiamo bisogno di riaffermare il peso del sindacato confederale”. E lancia una proposta: un referendum unitario sulla riforma del modello contrattuale, ricordando che alle votazioni interne della Cgil hanno preso parte 3,6 milioni di iscritti, dei quali 3,4 milioni “hanno detto no all’accordo separato firmato senza la Cgil”.

Cgil in piazza: lo sciopero di Epifani (con Bersani) imbarazza Veltroni

Sciopero generale Cgil

Rifondazione: presente. I verdi: ci saranno. Sinistra democratica: in piazza. L’Idv: aderisce pure. Manca solo la diretta Rai, ma gli organizzatori hanno chiesto al neo presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che venga garantita adeguata copertura.
Scenderanno in piazza venerdì 13 febbraio i metalmeccanici e gli statali della Cgil (Fiom e della FP-Cgil: cosa che non è successa spesso. Tre i cortei: da piazza della Repubblica, dalla stazione Tiburtina e da piazzale dei Partigiani), ma sono entrati nel dibattito interno del Pd, creando l’ennesima divisione.
Sono infatti già oltre cento i parlamentari democratici (tra cui nomi di un certo rilievo: da Anna Finocchiaro a Gianni Cuperlo, da Livia Turco a Vincenzo Vita e Maria Pia Garavaglia, da Walter Vitali a Ignazio Marino, dagli ex ministri Rosy Bindi, Cesare Damiano, Barbara Pollastrini, agli ex sindacalisti Paolo Nerozzi, Achille Passoni, alla portavoce di Romano Prodi Sandra Zampa) che hanno dato la loro adesione allo sciopero, in contrasto con la decisione presa dalla segreteria (nonostante sul tema il leader Veltroni non abbia lasciato “libertà di coscienza”, come sul caso Englaro). Indeciso Massimo D’Alema: i partiti, ha detto mercoledì a Otto e mezzo, meglio che non sovrappongano la loro bandiera a quella del sindacato. Ma poi si è messo in fila al corteo: “Importante essere vicini ai lavoratori che oggi qui esprimono il loro disagio e la loro protesta. Veltroni? Ha altre responsabilità”.
Della pattuglia pro manifestazione anche Pierluigi Bersani, ministro dell’Economia del governo ombra del Pd, che ha annunciato la sua adesione alla mobilitazione con queste parole: “Il Pd deve far sentire la sua presenza nei luoghi dove si muovono i protagonisti della crisi economica: lavoratori, sindacati e piccoli imprenditori”.
Più o meno gli stessi concetti espressi dalla sinistra radicale: “La Cgil sostiene giustamente” dice Claudio Fava, leader Sd “la battaglia per difendere la dignità del lavoro, per il sostegno al reddito dei lavoratori che sta diventando ogni giorno di più una vera e propria emergenza”. Per questo, contro chi cerca di “isolare politicamente la Cgil, mostrando la faccia feroce a tanti lavoratori che stanno perdendo il proprio posto di lavoro, lo sciopero di venerdì non sarà una manifestazione sindacale come ne abbiamo già viste nel passato, ma sarà un atto di civiltà politica”.

Ma da Veltroni e il suo entourage nessuna presa di posizione: il partito ha preferito andare in piazza a difesa della Costituzione, giovedì 12. Sarebbe stato “troppo” chiedere di riempire una seconda piazza: meglio lasciare l’iniziativa ai singoli deputati sì. Il segretario si è limitato a scrivere una lunga lettera alla Cgil invitando tutte le forze sociali a unirsi, a partire dalle diverse sigle sindacali, come avvenne nel 1992 e spiegando che il Pd ”è vicino” a chi scenderà in piazza.
E invece: “Dobbiamo essere presenti”, ha spiegato Bersani “perché la piattaforma che viene presentata per lo sciopero del 13 febbraio mi sembra ragionevole, non mi pare affatto estremistica”. Bersani ha poi snocciolato i temi “sui quali anche il Pd è impegnato e sui quali mi sembra giusto portare la nostra presenza: riduzioni fiscali per salari, pensioni e stipendi, misure possibili e ragionevoli sul sistema degli ammortizzatori sociali, il tema di investimenti nelle infrastrutture locali e così via”.
Forte della sponda dell’anti-Veltroni, il segretario Epifani ha così deciso di aumentare l’intensità del pressing sui democratici invitandoli ad avere sui grandi temi “una voce chiara”. La crisi economica, che avrà il picco “più devastante” tra marzo e giugno, secondo il segretario della Cgil durante un’intervista a Radio 3, impone a tutti di tenere i “nervi saldi”, perché il malessere è tanto e “può anche esplodere”. E ancora: “Chiedo al Pd che abbia proprie radici nel mondo del lavoro, recuperi una sua capacità di lettura dei processi che riguardano la condizione dei giovani, dei precari e degli anzini ed elabori delle proprie proposte perchè solo così si potrà avere una capacità di confronto” incalza Epifani. Che con Walter ha in sospeso il conto sulla riforma del modello contrattuale, sottoscritta da Cisl e Uil: allora il segretario del Pd aveva invitato la Cgil a non essere “un sodalizio settario”, ad “accettare l’innovazione riformista” e in sostanza a non rimanere isolata dalle altre forze sindacali. “Di fronte ad uno strappo di queste dimensioni, un grande partito deve dire, con forza, quello che ha detto l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi: che non si possono fare accordi senza la Cgil”. E l’autonomia tra il sindacato e il Pd”, rincara Epifani “non può essere indifferenza, perchè le ragioni del lavoro non possono stare a cuore solo al sindacato”.
E infatti stanno a cuore anche a Bersani, che venerdì sfilerà accanto a Epifani e nel prossimo congresso d’autunno sfiderà proprio Veltroni per la segreteria dei democratici…

Scuola in piazza: dalle proteste degli studenti alle tensioni del palazzo

Sciopero della scuola tra proteste e tensioni

La legge-Gelmini segna uno spartiacque, dice Veltroni.
Proprio così. E per diverse ragioni. Quelle del segretario del Pd si riferiscono al fatto che la fase politica che si è aperta con le elezioni dello scorso aprile si va chiudendo e la protesta degli studenti e dei docenti dimostra che è “finita la luna di miele” per il Governo.
Ma, al di là delle opinioni del leader dell’opposizione, ci sono altri motivi per cui il “No Gelmini Day” può rappresentare qualcosa di politicamente nuovo da quanto visto finora.
A cominciare dal fatto che proprio Walter Veltroni (quindi il Pd) è sceso di nuovo in piazza, dopo la manifestazione di sabato 25 al Circo Massimo, e questa volta sfila accanto agli studenti nel corteo di Roma, dopo aver ieri annunciato la decisione di raccogliere le firme per un referendum abrogativo di alcune parti (non quelle economiche) della legge sulla scuola. L’ex sindaco di Roma arriva alla partenza del corteo e davanti ai fotografi stringe la mano al leader di Idv Antonio Di Pietro e al segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. “È naturale per me essere qui”, dice Veltroni.
In realtà, nei mesi scorsi il Pd era spesso stato “scavalcato a sinistra” proprio dall’Idv, e la stretta di mano di oggi rappresenta molto (forse ancor più della presenza dell’ex pm in piazza con i banchetti per a raccolta delle firme contro il Lodo Alfano). Il segretario democratico è convinto che questa rottura tra il governo e il mondo della scuola sia destinata a chiudere un ciclo e ad aprirne un altro e vuole porre il suo partito al centro della nuova fase: “Per il Governo Berlusconi sulla scuola è finita la luna di miele, come quella di Prodi con gli elettori finì sull’indulto. Con la differenza che loro l’indulto lo votarono, mentre noi sulla scuola abbiamo fatto una fortissima opposizione. La scuola è qualcosa che ha chiamato in causa milioni di famiglie, l’errore più grave del governo è stato scambiare questa protesta per un fenomeno politico eterodiretto”.
E quindi, si torna al (recente) passato tra Pd e Idv. Finiti i tempi in cui l’ex pm diceva che l’unica opposizione (quella da rugby) era fatta dal suo partito e che il Pd flirtava con il governo. Veltroni conferma la scelta di ricorrere al referendum, pur spiegando che non è uno strumento che il Pd usa “a cuor leggero. Noi non siamo gente che fa i referendum facilmente (e sul “lodo-Alfano” conferma che il Pd continua ad attendere il giudizio della Corte costituzionale, ndr), se l’abbiamo fatto sulla scuola è perchè lo riteniamo paradigmatico di due concezioni del futuro del Paese e anche di due modi di governare”.

A proposito di governo, è lo stesso Silvio Berlusconi a difendere la legge Gelmini e commenta così le manifestazioni degli studenti contro la riforma della scuola: “C’è una scandalosa sinistra che ha questa capacità assoluta di mentire su cose che sono di un buonsenso e di una logicità assoluta”. A chi gli fa notare che in piazza ci sono non solo ragazzi ma anche molti genitori e famiglie, il Cavaliere insiste: “La sinistra dice cose che non corrispondono al vero. La nostra non è nemmeno una riforma. Dicono delle cose, ma scherziamo? I nostri sono provvedimenti di buonsenso e assunti con il buonsenso del padre di famiglia. C’è una scandalosa e grandissima capacità della sinistra di diffondere il contrario del vero”.

Altra coincidenza con sabato 25? Il (solito) balletto delle cifre. Stando agli organizzatori a Roma sono scese in piazza più di un milione di persone (un milione e 700mila, per la precisione) per protestare contro l’approvazione della riforma della scuola. In città sono arrivati tanti treni e pullman, molti più del previsto.Per dire no alla Gelmini altri cortei si sono mossi in tutta Italia.
A Milano hanno incrociato le braccia 200mila lavoratori della scuola; a Torino 100mila; in tutta la Sicilia 200mila (solo a Palermo 50mila, a Catania 20mila, a Messina 10mila, a Siracusa 6mila, a Trapani 10mila, a Caltanissetta 5mila); a Bologna 30mila; a Cagliari 20mila; a Venezia 10mila; a Genova 10mila, a Bari 2mila, a Bergamo 7mila; a Belluno 4mila, a Firenze e a Padova qualche migliaio; a Belluno 4mila. In Abruzzo e in Calabria sono stati soprattutto gli studenti a manifestare: 5mila sono sfilati all’Aquila; circa 3mila a Reggio Calabria, 5mila a Cosenza, un migliaia a Vibo Valentia; 2mila a Lametia Terme, centinaia a Crotone. Secondo i dati parziali rilevati alle ore 14:30 dal Ministero dell’Istruzione, e comunicati direttamente dalle scuole, la partecipazione allo sciopero odierno indetto da Flc/Cgil, Cisl/scuola, Uil/scuola, Snals/Confsal, Gilda naz.ins., Fsi, Altrascuola Unicobas, cui hanno aderito anche Seios, Alai/Cisl, Cpo/Uil e Nidil/Cgil è stata pari al 57,1. Su 452.105 dipendenti tenuti al servizio, 258.152 hanno scioperato.
Si “appassiona” ai numeri anche il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. Lodando l’operato delle forze dell’ordine, in occasione delle manifestazioni studentesche di ieri e di oggi, il titolare del Viminale ritiene di gran lunga esagerato il numero di un milione di manifestanti che avrebbe partecipato allo sciopero della scuola per le vie della capitale: “Ho letto che a Roma ci sarebbe stato un milione di persone. Purtroppo c’è il vezzo di moltiplicare per dieci le cifre reali, anche se 100 mila persone sono comunque tante”.
E agli slogan di chi manifesta dicendo “non finisce qui” e preannuncia altre proteste e occupazioni, in serata replica il ministro avverte: “Chi occupa abusivamente le scuole impedendo ad altri di studiare sarà denunciato. Finora il fenomeno delle occupazioni rientra in manifestazioni fisiologiche di dissenso”.

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Sciopero generale, la scuola si ferma e blocca Roma: “Siamo un milione”

Sciopero per la scuola

Un lungo corteo di protesta a Roma, dove secondo i sindacati sono in strada un milione di persone per lo sciopero generale contro la “riforma” Gelmini.
Iniziative, manifestazioni, proteste e lezioni in strada in tutta Italia, da Bolzano a Palermo.
Il giorno dopo l’approvazione in legge del decreto 133 sul maestro unico non si ferma il dissenso del mondo della scuola che si è dato appuntamento a piazza del Popolo a Roma per il comizio finale - con tanto di Inno di Mameli - dello sciopero generale indetto da Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Snals e Gilda. Slogan di protesta ma anche tante rime ironiche contro il ministro alla manifestazione a Roma. La parola d’ordine più diffusa è “Giù le mani dalla scuola pubblica” e “La scuola pubblica non si tocca”: almeno tre striscioni con queste scritte sono portati dai bambini delle scuole elementari. Molti criticano la riforma che impone il maestro unico: “Maestro unico no grazie: tutti in piazza come un unico maestro”, “Un maestro uguale meno cultura”, “Maestro unico: ora dateci pennino e calamaio”, “Meno insegnanti più bambini ignoranti”.
Il corteo romano è partito in un clima sereno e sotto un cielo carico di pioggia poco dopo le 9, aperto dai bambini delle elementari con mamme e maestre, da leader sindacali di settore e nazionali come Guglielmo Epifani e Luigi Angeletti, e da quelli del centrosinistra, tra i quali Walter Veltroni, gli ex ministri Giuseppe Fioroni, Fabio Mussi, Rosy Bindi, Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero. Numerosi accanto ai docenti e al personale della scuola anche gli studenti, che si sono contati in oltre 100 mila. “Il governo dovrebbe avere il desiderio di ascoltare la protesta”, ha detto Veltroni, mentre Rosy Bindi ha sottolineato che “questa gente non rappresenta un bacino elettorale: ci sono anche molte persone del centrodestra”.
Di diverso parere la maggioranza: Maurizio Gasparri (Pdl) ha accusato le opposizioni di avere imbastito “una campagna di menzogne” invitandole “a smettere di rinfocolare la piazza”.

Il corteo romano ha avuto un epilogo movimentato quando alcune migliaia di universitari della Statale, invece di riunirsi al serpentone principale, si è diretto verso la sede del ministero dell’Istruzione, in viale Trastevere. Lì è stato organizzato un presidio, cui si sono uniti studenti delle scuole superiori e di altri atenei, e c’è stato un lancio di uova e fumogeni contro i poliziotti schierati. “Gelmini arrenditi, sei circondata” hanno gridato i manifestanti. Slogan anche contro Berlusconi e il governo. Gli studenti hanno poi srotolato un nastro bianco e rosso di fronte all’ingresso principale del ministero per chiudere simbolicamente il dicastero. Poi il corteo ha ripreso a muoversi in direzione della stazione Trastevere.

“La nostra protesta non si ferma” ha promesso il segretario generale della Cgil, Epifani, sottolineando la “giornata memorabile” e l’importanza del “momento di unita”‘. Per il leader della Uil Angeletti “lo sciopero della scuola è stato convocato per risolvere i problemi contrattuali e dei precari, bisogna quindi evitare ogni strumentalizzazione politica”.
Secondo i sindacati, lo sciopero generale ha bloccato tra il 70 e il 90% delle scuole di tutta Italia: in alcune, come quella dove insegna la sorella del ministro Gelmini, assente per “motivi di famiglia”, si è aperto solo per garantire “il servizio di custodia e sorveglianza”.

Giornata di sciopero contro le riforme della scuola

Non si contano le proteste nel resto del Paese. A Bolzano sono scesi in piazza insieme ragazzi di lingua italiana e tedesca; presidi e cortei anche a Trento; a Venezia gli studenti hanno sfilato sul Ponte della Libertà; lezioni in stazione a Trieste; a Torino l’orchestra del Teatro Regio ha suonato per gli studenti; a Genova è stata occupata la stazione Principe; a Milano concentramento e corteo organizzato per lo sciopero generale della scuola; a Bologna alla protesta ha partecipato anche Beppe Grillo; cortei di universitari a Napoli; genitori e bambini hanno sfilato a Bari; in Calabria sono segnalati cortei in tutte le città, con il blocco dell’accesso a Catanzaro; in Sicilia, da Palermo a Caltanissetta sono scese in strada 100 mila persone; in migliaia anche a Cagliari.

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Il VIDEO servizio:

Sindacalisti in fuga e ribaltoni anche in fabbrica

Un momento della manifestazione nazionale dell'Ugl organizzata per il Primo Maggio a Roma | Ansa
Di Marco Cobianchi

Fabbrica per fabbrica, delegato per delegato, voto per voto: così la piccola Ugl sta rubando consensi, iscritti e dirigenti ai big Cgil, Cisl e Uil. Provocando smottamenti ideologici nei suoi avversari sindacali. L’ultimo ha avuto come epicentro la Pirelli Bicocca, la fabbrica che ha dato i natali sindacali a Sergio Cofferati, dove è franato lo storico monocolore della Cgil per quattro delegati che sono passati all’Ugl. Un caso isolato? I dati su quanti siano i transfughi non si hanno, ma le storie sì, e molte. E se non dicono quanto è vasto il fenomeno, raccontano perché il fenomeno c’è e perché si sta allargando. “È perché la base per gli altri (Cgil, Cisl e Uil, ndr) non conta quasi più nulla” si arrabbia Giovanni Cicchella, rappresentante di fabbrica all’Iveco di Avellino, ex rappresentante della Uilm, oggi dell’Ugl.

Cicchella, dall’alto di 25 anni passati in Cisl e 5 in Uil, dice che “ormai nel sindacato le cose vengono decise dall’alto. Punto e basta”. “Alle domande dei lavoratori non viene mai data una risposta concreta” aggiunge Giovanni Pedersini, ex Fiom-Cgil, ora rappresentante della Ugl all’azienda metalmeccanica Pama di Rovereto. “Un esempio: in fabbrica, quando è stato il momento di scegliere il fondo pensione integrativo, ci è stato presentato solo quello regionale, il Laborfond, e non quello nazionale, Cometa. Come mai? Boh”.

Un altro che la fabbrica la conosce bene è Vincenzo Miele. Lavora alla verniciatura di Mirafiori e quando ha lasciato la Uilm per passare alla Ugl lo hanno seguito sei delegati e un centinaio di operai. “Ho cambiato perché qui i problemi dei lavoratori vengono presi sul serio e si cerca di risolverli. Gli altri sindacati sono burocratici, bisogna sempre fare attenzione a cosa si dice, a cosa si fa… E poi la loro è una tessera sindacale e di partito insieme, mentre qui a me nessuno ha chiesto come voto”. Già, poi c’è la politica. Le ali estreme del sindacato continuano a chiamarla “fascista”, invece la Ugl viene percepita come una sigla non solo apolitica ma pure ideologica perfino da un sindacalista come Miele, che ha “sempre votato Rifondazione comunista, anche alle ultime elezioni “. Ciò che attira della Ugl, insomma, è che difende l’operaio consumatore e non cerca il dipendente tesserato. Così è riuscita a costruire la nuova frontiera del sindacalismo fatta di rivendicazioni concrete, soluzioni visibili. Non a caso l’Ugl è favorevole a dare più peso alla contrattazione di secondo livello (quella a livello locale) attraverso la quale può dispiegare tutto il suo potenziale rivendicativo. “Sissignore, qui dentro niente politica” spiega in napoletano stretto Giovanni Centrella, segretario nazionale dei metalmeccanici della Ugl, lui stesso transfuga dalla Cisl. “Un operaio che vede il proprio delegato sindacale fare il rappresentante di lista alle elezioni politiche… non va bene, non va proprio bene, perché si ingenera il dubbio che si usi la sua tessera per fare politica. Per questo io credo che la candidatura di Antonio Boccuzzi (l’operaio della Thyssen sfuggito al rogo del dicembre del 2007, sindacalista della Cgil, eletto con il Pd in Piemonte, ndr) abbia fatto male, molto male al sindacato, perché conferma nei lavoratori l’idea che siano usati e che dei loro problemi non importi niente a nessuno”.

Il sindacato politico, insomma, non tira più. Nella rossa Ferrara, per fare un esempio, alle ultime elezioni politiche la Lega è passata dal 2,3 del 2006 al 6,4% e il centrosinistra ha perso 14 punti. Contemporaneamente in una delle principali industrie della città, la Berco (gruppo Thyssen, 2.500 dipendenti), l’Ugl è salita al 33% e alla Vm Motori (1.250 dipendenti) è al 25 per cento. Alle Carrozzerie di Mirafiori, alle elezioni del 2005 ha raggiunto il 15%. “Noi siamo giudicati diversi, una vera alternativa alla triplice. E lo si vede da piccole cose, per esempio dal fatto che tutti i dirigenti della Ugl continuano a lavorare” proclama la leader nazionale Renata Polverini “sia perché non abbiamo i distacchi sindacali che hanno gli altri, sia perché voglio che ascoltino dal vivo i problemi delle persone”. “Ma quale alternativa?” taglia corto Giorgio Cremaschi, componente dell’ala di minoranza della segreteria nazionale e grillo rompiscatole della Cgil. “Polverini ha firmato tutti gli accordi nazionali, compreso quello sul welfare proposto dal governo Prodi. Certo, l’ha firmato anche la Cgil, e ha sbagliato, perché adesso ci ritroviamo con gli operai del Nord che votano Lega e sono iscritti all’Ugl”.

Ovviamente non è proprio automatico che le motivazioni che portano l’operaio del Nord a votare Lega (meno tasse e soluzione ai problemi concreti) siano esattamente le stesse che portano i delegati sindacali a mollare le altre sigle e iscriversi alla Ugl. Un esempio? Silvino Perrotti, ex Cisl, lavora alla Telecom Italia ed è leader della Ugl telecomunicazioni dell’Abruzzo. “Ho un figlio disabile e per anni non sono riuscito a farmi riconoscere i congedi ai quali ho diritto. Alla Ugl ho detto: se mi risolvete questo problema, mi iscrivo con voi. In un solo anno qualcosa ho finalmente ottenuto”. Piano piano la Ugl ha cominciato anche a entrare nelle stanze dei bottoni. Il 12 aprile ci sono state le elezioni per i rappresentanti sindacali nel comitato di gestione del fondo pensione dei telefonici. La Ugl è passata da zero a tre delegati, che siederanno accanto ai 12 della Cisl, agli 8 della Cgil e ai 7 della Uil.
Manifestazione Fiom | Ansa
“Nessuno qua crede più al sindacato” dice Maria Francesca Formica (ex Cgil, ora Ugl), che lavora all’Almaviva di Catania, la più grossa azienda di servizi telefonici d’Italia, detti call center. “Quando si è trattato il passaggio di livello, come previsto dal contratto, gli altri hanno firmato un accordo che prevede benefici solo per i più anziani, che tuttavia devono rinunciare a fare causa e non possono più chiedere altri passaggi di livello. Ma le sembra un sindacato questo?”. All’Almaviva il 15 maggio ci saranno le elezioni per la rsu. Dubbi su come andranno?

Primo Maggio tra musica e cortei, patto Cgil, Cisl e Uil su contratti

Il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil, e Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, oggi alla manifestazione nazionale del primo maggio a Ravenna
È stato un Primo Maggio all’insegna dell’unità sindacale, della fermezza nella difesa delle tutele sulla sicurezza e dei redditi, ma anche della proposta e dell’apertura al dialogo per avviare anche la riforma della contrattazione, quello festeggiato ieri a Ravenna dai sindacati. I leader di Cgil, Cisl e Uil hanno scelto quella città che, con la tragedia della MecNavi, è stata teatro di uno dei più terribili incidenti sul lavoro dal dopoguerra, per segnalare l’emergenza che le morti bianche continuano a costituire per il Paese.
“Oggi siamo qui a testimoniare la vicinanza a tutti quei lavoratori che ogni mattina rischiano di morire per vivere”, ha urlato dal palco il leader della Cisl Raffaele Bonanni, dopo che il segretario della Uil, Luigi Angeletti, aveva già avvertito del pericolo di modifiche della nuova normativa sulla sicurezza: “dal nuovo governo ci aspettiamo che non cambi la legge sulla sicurezza”. “Le imprese dicono che le sanzioni sono troppo forti, ma le sanzioni forti ci sono solo in caso di violazioni gravi e in questi casi l’inasprimento delle sanzioni è sacrosanto e doveroso”, ha detto anche il leader della Cgil Guglielmo Epifani, che invita invece Confindustria ad espellere, dopo quelle che pagano il ‘pizzo’, anche quelle imprese che non rispettano la sicurezza. Allo stesso modo Bonanni, Epifani e Angeletti tornano a lanciare l’allarme redditi. “La prima cosa che il governo deve fare è tagliare le tasse sui salari” ha detto dal palco Angeletti. “Al governo chiederemo delle cose precise: innanzi tutto la detassazione dei redditi da lavoro e delle pensioni”, ha detto anche Epifani, ricordando che “il Primo Maggio rappresenta una scelta unitaria importante nel momento in cui c’è un’economia che rallenta, redditi e condizioni di lavoro sempre più difficili e un nuovo governo e una nuova Confindustria con cui confrontarci. Chiederemo” ha continuato Bonanni “tagli sul secondo livello in modo tale che si possa restituire ricchezza in modo più equo. Siamo stufi di pagare le tasse anche per conto di altri”. Ma la proposta forte con la quale i sindacati si presentano ai lavoratori e con la quale rispondono a quelle lobbies, a quei “provocatori” che “non perdono occasione per attaccare il sindacato, causa di tutti i mali d’Italia” è quella sulla riforma della contrattazione. Epifani, Bonanni e Angeletti hanno raggiunto un’intesa, “di alto profilo” dice il leader della Cgil.
L’accordo verrà sottoposto dalla prossima settimana al vaglio delle segreterie, poi dei direttivi, per poi essere discusso nelle assemblee dei lavoratori a partire da metà maggio.” Con la proposta sui contratti rispondiamo a chi ha accusato il sindacato di essere conservatore”, ha detto Angeletti ed anche Bonanni la pensa cosi: è “la risposta a tutti quei provocatori che negano la responsabilità di alcuni per scaricarla sui sindacati”. Con questa proposta, insomma, il sindacato fa un passo in avanti nell’assunzione di responsabilità, ma chiede al governo di fare altrettanto. “Se il nuovo governo avrà intenzione, così come l’ha il sindacato, di confrontarsi ognuno con le proprie responsabilità, a quel punto la collaborazione ci potrà essere. Noi dobbiamo sperare che questo avvenga”, ha detto Bonanni mentre anche Angeletti si é detto convinto che “il rapporto con il governo non sarà più difficile”, ma che questo “dipenderà da quanto saprà dare risposte positive per gli impegni che ha assunto”. Non si illude troppo Epifani: “Naturalmente non andiamo in discesa: dopo di che i governi vanno sempre rispettati e giudicati per le cose che fanno”, ha detto ricordando che ci sono tanti problemi da risolvere, dalla sicurezza alla precarietà, dai rinnovi dei contratti alla riduzione fiscale per lavoratori e pensionati. “Da questo partiremo e valuteremo”.

Primo maggio, i sindacati aprono alla riforma del contratto di lavoro

Un'operaia alla catena di montaggio
“Collaborazione ci potrà essere”: queste le parole rivolte al nuovo governo dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, a Ravenna per le manifestazioni del Primo maggio. E il leader sindacale annuncia che il testo di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma contrattuale verrà discusso dalla prossima settimana. Aperture da parte del segretario della Cgil Guglielmo Epifani, e mano tesa da Luigi Angeletti della Uil, convinto che “il rapporto con il governo non sarà più difficile”. Dalla sede dell’Inail a Roma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda le vittime sul lavoro: “Non può continuare così, non ci si può rassegnare come una inevitabile fatalità, dobbiamo tutti rimboccarci le maniche”. Rende omaggio alla festa del Primo maggio anche il neoeletto presidente della Camera, Gianfranco Fini, sottolineando che “il pieno esercizio del diritto di ogni persona ad un lavoro equamente retribuito è condizione indispensabile per la produzione di ricchezza e di benessere sociale”. A Torino, invece, Fausto Bertinotti è stato contestato questa mattina dai centri sociali: quando l’ex presidente della Camera si è avvicinato agli striscioni e alle bandiere di Rifondazione Comunista, un gruppo di manifestanti lo ha praticamente fatto allontanare contestandogli la politica del governo di centro sinistra e la sua partecipazione alla Fiera del Libro. Alla fine del corteo i giovani dei centri sociali hanno dato fuoco a tre bandiere, due israeliane e una americana: un atto di protesta contro la decisione di ospitare ufficialmente Israele in occasione del sessantesimo anniversario della Fiera.

Per il concerto del Primo maggio, a piazza San Giovanni a Roma, ci sarà anche Bruce Springsteen, ma solo sul maxischermo: sarà trasmesso in anteprima e in esclusiva il nuovo video della rockstar, Long Walk Home. Quest’anno l’evento sarà condotto da Claudio Santamaria e dedicato alle morti sul lavoro, alle canzoni del ‘68 e ai settanta anni di Adriano Celentano. Proprio una hit del Molleggiato, Prisencolinesinainciusol, eseguita da Enzo Avitabile e Manu Dibango, aprirà alle sedici la lunga maratona musicale. Poi salirà sul palco di Piero Pelù: il rocker fiorentino farà un omaggio ai Beatles con Revolution. I Fab Four saranno ricordati anche nel set di Santamaria e Federico Zampaglione in While my guitar gently weeps. Ma ci sarà anche Bella Ciao, nella versione di Bisca ed Enrico Capuano, sempre con Santamaria. La musica di Celentano tornerà in scena cantata da Apres la Classe con Svalutation, Tricarico, autore e interprete di La situazione non è buona (che dà il titolo all’ultimo album di Celentano) e Irene Grandi, che con i Baustelle canterà L’albero di 30 piani (oltre a Brucia la città). Poi ancora rock con Raiz, in una cover di Che colpa abbiamo noi dei Rokes.
La serata invece inizierà alle venti con la Jazz All Star guidata da Stefano Di Battista, che eseguiranno Ho visto Nina Volare di Fabrizio De André, accompagnati da un video con le immagini del cantautore. Virata rock con Elio e le Storie Tese in Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Performance inedita, quindi, con gli Afterhours cui si uniranno ai Subsonica in un brano dei Buffalo Springfield. In chiusura i Marlene Kuntz che, con Claudio Santamaria, seguiranno Impressioni di Settembre della Pfm.

Prosegue intanto il lungo ponte degli italiani. Fino a lunedì cinque maggio saranno quindici milioni le persone in movimento: il 70% si sposterà in auto, mentre un’altra cospicua fetta, il 25%, utilizzerà il treno, e un 5% l’aereo. Tra le mete preferite, località di montagna e balneari e città d’arte.

Il VIDEO servizio da Piazza San Giovanni:

Il VIDEO servizio dei cortei dei sindacati:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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