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Guglielmo-Epifani

Primo maggio, i sindacati aprono alla riforma del contratto di lavoro

Un'operaia alla catena di montaggio
“Collaborazione ci potrà essere”: queste le parole rivolte al nuovo governo dal segretario della Cisl Raffaele Bonanni, a Ravenna per le manifestazioni del Primo maggio. E il leader sindacale annuncia che il testo di Cgil, Cisl e Uil sulla riforma contrattuale verrà discusso dalla prossima settimana. Aperture da parte del segretario della Cgil Guglielmo Epifani, e mano tesa da Luigi Angeletti della Uil, convinto che “il rapporto con il governo non sarà più difficile”. Dalla sede dell’Inail a Roma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorda le vittime sul lavoro: “Non può continuare così, non ci si può rassegnare come una inevitabile fatalità, dobbiamo tutti rimboccarci le maniche”. Rende omaggio alla festa del Primo maggio anche il neoeletto presidente della Camera, Gianfranco Fini, sottolineando che “il pieno esercizio del diritto di ogni persona ad un lavoro equamente retribuito è condizione indispensabile per la produzione di ricchezza e di benessere sociale”. A Torino, invece, Fausto Bertinotti è stato contestato questa mattina dai centri sociali: quando l’ex presidente della Camera si è avvicinato agli striscioni e alle bandiere di Rifondazione Comunista, un gruppo di manifestanti lo ha praticamente fatto allontanare contestandogli la politica del governo di centro sinistra e la sua partecipazione alla Fiera del Libro. Alla fine del corteo i giovani dei centri sociali hanno dato fuoco a tre bandiere, due israeliane e una americana: un atto di protesta contro la decisione di ospitare ufficialmente Israele in occasione del sessantesimo anniversario della Fiera.

Per il concerto del Primo maggio, a piazza San Giovanni a Roma, ci sarà anche Bruce Springsteen, ma solo sul maxischermo: sarà trasmesso in anteprima e in esclusiva il nuovo video della rockstar, Long Walk Home. Quest’anno l’evento sarà condotto da Claudio Santamaria e dedicato alle morti sul lavoro, alle canzoni del ‘68 e ai settanta anni di Adriano Celentano. Proprio una hit del Molleggiato, Prisencolinesinainciusol, eseguita da Enzo Avitabile e Manu Dibango, aprirà alle sedici la lunga maratona musicale. Poi salirà sul palco di Piero Pelù: il rocker fiorentino farà un omaggio ai Beatles con Revolution. I Fab Four saranno ricordati anche nel set di Santamaria e Federico Zampaglione in While my guitar gently weeps. Ma ci sarà anche Bella Ciao, nella versione di Bisca ed Enrico Capuano, sempre con Santamaria. La musica di Celentano tornerà in scena cantata da Apres la Classe con Svalutation, Tricarico, autore e interprete di La situazione non è buona (che dà il titolo all’ultimo album di Celentano) e Irene Grandi, che con i Baustelle canterà L’albero di 30 piani (oltre a Brucia la città). Poi ancora rock con Raiz, in una cover di Che colpa abbiamo noi dei Rokes.
La serata invece inizierà alle venti con la Jazz All Star guidata da Stefano Di Battista, che eseguiranno Ho visto Nina Volare di Fabrizio De André, accompagnati da un video con le immagini del cantautore. Virata rock con Elio e le Storie Tese in Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Performance inedita, quindi, con gli Afterhours cui si uniranno ai Subsonica in un brano dei Buffalo Springfield. In chiusura i Marlene Kuntz che, con Claudio Santamaria, seguiranno Impressioni di Settembre della Pfm.

Prosegue intanto il lungo ponte degli italiani. Fino a lunedì cinque maggio saranno quindici milioni le persone in movimento: il 70% si sposterà in auto, mentre un’altra cospicua fetta, il 25%, utilizzerà il treno, e un 5% l’aereo. Tra le mete preferite, località di montagna e balneari e città d’arte.

Il VIDEO servizio da Piazza San Giovanni:

Il VIDEO servizio dei cortei dei sindacati:

Welfare della discordia: vince il sì, la Fiom protesta, Prodi respira

Nella foto il seggio elettorale dove gli operai e gli impiegati hanno votato per il referendum sulle pensioni e sul welfare
L’accordo tra governo e sindacati sul welfare, alla fine, passa. Ma non tra gli operai, dai quali becca una sonora bocciatura.
Quelli delle grandi fabbriche del Nord, a partire da Mirafiori (821 no, 162 sì e 9 tra i voti bianchi e nulli), dalla Iveco (su 2.790 aventi diritto, hanno votato in 2.164: i no sarebbero 1.427, i sì 708 e 29 le schede tra bianche e nulle), dalla Zanussi di Pordenone lo hanno infatti cassato. Stesso risultato anche tra gli stabilimenti del Sud (su 1.116 votanti alla Fiat di Termini Imerese, 882 hanno detto no , i sì sono stati 217; come a Cassino, dove vince il no all’84%).
Eppure la grande maggioranza dei lavoratori, chiamati alla consultazione sull’accordo del 23 luglio scorso (qui il documento), ha votato sì. Secondo i dati diffusi dai sindacati, la prevalenza del sì alla consultazione sarebbe netta: tra il 70 e l’80% (il 73% tra i pensionati, 75 tra i dipendenti pubblici). I sindacati sottolineano l’alta affluenza alle urne con il voto di oltre cinque milioni di lavoratori, pensionati, precari e disoccupati. In una dichiarazione congiunta i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil esprimono soddisfazione: “I primi dati sono già molto significativi” ha dichiarato il leader della Cgil, Guglielmo Epifani “e confermano che si profila una netta vittoria dei sì, al di là delle aspettative. I sì vincono in particolare tra i lavoratori attivi, tra gli operai e i precari”.
Un responso apertamente contestato da uno dei segretari nazionali della Fiom, Giorgio Cremaschi, leader di una delle “correnti” del sindacato dei metalmeccanici, la Rete 28 aprile. Cremaschi ha parlato di “dato privo di qualsiasi credibilità reale”, a causa di irregolarità nel voto. Per fare un esempio, ha detto Cremaschi, il dato sull’esito della consultazione è stato ottenuto “sommando i voti unicamente di aziende dove ha vinto il sì. Mancano tutte le aziende dove già si sa che ha vinto il no”. Per questo, ha concluso, “inviterei la politica e i commentatori ad aspettare prima di dare giudizi e di non correre dietro all’eccesso di solerzia di alcuni funzionari”.
I dati diffusi sulla consultazione hanno invece fatto felice il presidente del Consiglio, che alle sorti del referendum tra i lavoratori vedeva legate anche quelle del suo esecutivo, messo alle strette su pensioni e lavoro precario dalla sinistra radicale: “Se i dati vengono confermati, sono dati molto, molto buoni che incoraggiano fortemente la decisione presa a luglio. Ed è un appoggio forte alla politica del governo”, ha detto Romano Prodi. “È un protocollo che abbiamo voluto, su cui le previsioni erano prevalentemente pessimistiche”. Invece, ha aggiunto Prodi, non solo si è raggiunto un accordo, ma a quanto sembra è anche stato approvato da un larghissimo numero di interessati”.
Franco Giordano, segretario del Prc
Una boccata d’aria per il Prof. Anche se breve, visto che il risultato delle urne comunicato dai sindacati non è comunque sufficiente a vincere le resistenze di Rifondazione comunista, che ha già annunciato, sulla base del “malessere” emerso tra i metalmeccanici, che si asterrà nel Consiglio dei ministri di venerdì dalla votazione sul welfare. E premerà comunque per modificare il protocollo in Parlamento. Una decisione che Prodi ha così commentato: “Io la chiedo e la cerco sempre, ma non è necessario che il Consiglio dei ministri approvi sempre all’unanimità. Ci possono essere, in alcuni casi, opinioni divergenti”.
Il braccio di ferro tra il premier e la sinistra radicale continua…

VIDEO servizio sui risultati del referendum:

VIDEO servizio sui contenuti del protocollo:

Non solo Mirafiori: è allarme rosso per i sindacati. Il video

La rivoluzione di internet conquista anche i metalmeccanici. E gli operai scoprono la rete. Dopo i fischi e le contestazioni alla Fiat di Mirafiori, ecco le immagini (in fondo all’articolo) del leader della Cgil Guglielmo Epifani mentre partecipa all’assemblea dei lavoratori della Thyssenkrupp Ast di Terni e parla dell’accordo sul welfare con il governo del 23 luglio e illustra le ragioni del sì al referendum che si terrà tra i lavoratori dall’8 al 10 ottobre. In sottofondo si sentono i dissensi, ma anche gli applausi, al termine dell’intervento che il leader Cigl è andato a fare nella tana del lupo, essendo molto forte nei cantieri Thyssenkrupp Ast la presenza della Fiom di Rinaldini e Cremaschi che, caso unico dal 1946, si sono distinti dalla casa madre, dicendosi decisamente contrari all’accordo estivo.

I mugugni di Terni o i fischi di Mirafiori dicono che neanche per il sindacato (non solo per la politica) questi non sono i tempi migliori: nei luoghi di lavoro monta la stessa (se non la stessa, una simile) insoddisfazione del popolo del V-Day grilliano. Tanto che anche i vertici confederali vengono considerati “casta”. Sentimento rafforzato dall’idea che le decisioni che contano sono già state prese sulla testa dei lavoratori. Tanto che alla Fiom è stato impedito di fare campagna elettorale: i direttivi unitari hanno stabilito che nelle assemblee sindacali possa essere illustrata soltanto la posizione di Cgil, Cisl e Uil: quella del sì all’accordo estivo. Senza contare che al referendum hanno diritto al voto anche i pensionati, che ormai hanno salvi i diritti acquisiti e c’entrano nulla con il protocollo. Quelli che aderiscono al sindacato sono circa 5 milioni, valgono quasi la metà degli iscritti e sono i più diligenti nel seguire le indicazioni dei leader.

Forse basandosi su questi numeri, i due colleghi di Epifani, Raffaele Bonanni (Cisl) e Luigi Angeletti (Uil) prevedono un trionfo del sì il 12 ottobre prossimo (giorno in cui verranno resi pubblici i risultati della consultazione) e si augurano almeno cinquantamila assemblee e cinque milioni di votanti. Sotto questa soglia sarebbe un vero flop per la Triplice. Ma alla base operaia del Paese sono legate anche le sorti del governo Prodi. Lo dice Epifani e lo sa bene il Prof. che, nel caso in cui i sì fossero inferiori al 70%, non riuscirebbe ad arginare le richieste di modifica al pacchetto della sinistra radicale: il 20 ottobre Prc e Pdci scenderanno in piazza per indurre il governo a una “svolta di sinistra”. Svolta molto però pericolosa, perché farebbe infuriare Mastella e gli altri liberal del Centrosinistra, (Dini, Bordon e i radicali in testa).

Anche Cgil Cisl e Uil sono contrari alla piazza comunista. E non a caso: Prc e Pdci si oppongono al protocollo e intendono cambiarlo in Parlamento. Dove potrebbe materializzarsi l’ultima beffa, ovvero la modifica dell’accordo nelle parti sul precariato. Insomma, fatto il referendum confermativo, il Palazzo potrebbe subito disfarlo, lasciando di fatto i sindacati nudi di fronte ai lavoratori. Che forse fischiano anche per questo…

Ecco il VIDEO da YouTube di Epifani a Terni:

Referendum nelle fabbriche: e se avessero ragione gli operai?

Alcuni lavoratori davanti allo stabilimento Fiat
E se avessero ragione loro? Se gli operai di Mirafiori e di Taranto avessero ottimi motivi non solo per fischiare i leader confederali, ma soprattutto per diffidare profondamente del governo e di questa Finanziaria? Se proprio per questi motivi l’allarme di Guglielmo Epifani “votate sì al referendum nelle fabbriche oppure cade il governo” meritasse di essere rispedito al mittente? Vediamo.

La Finanziaria ha tagliato di 5 punti e mezzo, dal 33 al 27,5% l’aliquota Ires, l’imposta sul reddito d’impresa. Contemporaneamente ha ridotto l’Irap dal 4,25 al 3,9%. Si tratta di misure giuste, che vanno nella direzione di consentire alle aziende di competere sul mercato, almeno su quello europeo vista la debolezza del dollaro. Non c’è dubbio che la Confindustria porta a casa un risultato notevole: solo per l’Ires, gli imprenditori risparmieranno il 20% di tasse. Luca di Montezemolo ha fatto bene il proprio lavoro.

Tanto più se si pensa che un anno fa, la Finanziaria “lacrime e sangue” del 2007 conteneva già un taglio di 5 punti del cuneo fiscale, cioè del costo del lavoro. Taglio che doveva essere ripartito tra aziende e lavoratori, ma che per i dipendenti fu assorbito (in alcuni casi rimettendoci) dalla revisione delle aliquote Irpef. Se si aggiungono le addizionali comunali e regionali scattate nel 2007, si può tranquillamente dire che in questi 12 mesi il potere d’acquisto e le condizioni di vita dei dipendenti privati sono considerevolmente peggiorati.

Tanto più quando si parla di stipendi da 1.200-1400 euro al mese, quali quelli degli operai. E ancora di più se nel frattempo il costo della spesa e il caro mutui sono aumentati ben più dei dati ufficiali. Ora gli operai delle fabbriche sono chiamati a dire sì al protocollo sul welfare. In teoria c’entra poco con tutto ciò di cui abbiamo parlato finora: si tratta di un accordo morbido sulle pensioni e di modifiche minime alla legge Biagi. Più qualche (sempre minimo) sussidio per i disoccupati e qualche aiuto (ancora minimo) ai meno abbienti.

La rabbia e i fischi degli operai dunque hanno altri motivi, altre origini. Di tutte le categorie sociali che speravano di essere rappresentati e tutelati dalla sinistra al governo, sono quella che ha più da lamentarsi. Ai loro colleghi del settore pubblico sta andando un po’ meglio meglio: le loro retribuzioni, già più alte, dovrebbero essere migliorate da uno stanziamento aggiuntivo di 1,6 miliardi, oltre ai 2,5 previsti dalla Finanziaria per rinnovare il contratto in attesa dal 2006. Diversamente i sindacati del pubblico impiego faranno uno sciopero generale entro ottobre.
Da sinistra i leader di Cgil, Guglielmo Epifani; Cisl Raffaele Bonanni e Uil Luigi Angeletti
Ma gli operai contro chi scioperano, ammesso che possano permetterselo? Contro la Fiat, contro la Confindustria? Ecco che la rabbia prende per bersaglio il governo, che in due anni per gli operai ha fatto poco o nulla. E contro i leader confederali che invitano a votare sì, per non rischiare la crisi del governo stesso.

Prodi ha paragonato il taglio dell’Ires alla riduzione dell’imposta sulle imprese decisa in Germania da Angela Merkel. È vero, ma solo per ciò che riguarda le aziende: in Germania gli operai guadagnano il doppio che in Italia. Forse anche loro vorrebbero competere un po’.

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Fiom: no al governo. Prodi minimizza, ma è allarme rosso. In tutti i sensi

Il segretario nazionale della Fiom Gianni Rinaldini

Il no della Fiom, la federazione metalmeccanici della Cgil, al patto sul welfare (pensioni e misure sociali) mette il governo di fronte a un problema serio, ma soprattutto rischia di inguaiare la maggioranza. Naturalmente il governo, a cominciare da Romano Prodi, e anche i partiti che lo sostengono, minimizzano: “Era scontato” dice Romano Prodi; “È una minoranza” aggiunge Cesare Damiano, il ministro che quell’accordo l’ha strenuamente perseguito.
Che la Fiom sia una minoranza non si discute: con 360 mila iscritti rappresenta il 6,5% dei tesserati della confederazione. Al tempo stesso la Fiom nel suo settore, benché sia l’organizzazione più numerosa, non supera il 15% degli occupati; e l’intera Cgil è ormai una minoranza in tutte le categorie del lavoro attivo. Al punto che il 53% dei suoi iscritti è costituita da pensionati. Però proprio qui sta il primo pericolo per il leader Guglielmo Epifani: non può permettersi di perdere per strada, magari dopo un referendum e una scissione, la categoria bene o male più rappresentativa delle fabbriche e del mondo industriale. Diversamente la Cgil diverrebbe anche nella forma, oltre che di fatto, il sindacato dei pensionati e in subordine degli statali.
Una simile perdita di rappresentanza avrebbe immediate ripercussioni sulla politica e in particolare sulla sinistra, già sufficientemente sotto stress per l’ondata di impopolarità nell’opinione pubblica, per il fenomeno Beppe Grillo, per le difficoltà del Partito democratico, e soprattutto per i sondaggi. L’ultimo, di Ipr-Marketing per Repubblica.it (dunque fonte non sospetta) evidenzia un calo generalizzato di tutti i partiti dell’estrema sinistra, con Rifondazione a -1,8, i Verdi a -0,1 ed il Pdci in picchiata, -1,3, più che dimezzati. Un crollo a malapena bilanciato dall’uno per cento attribuito alla nascente Sinistra democratica. Ma neppure nell’area della sinistra riformista le cose vanno meglio. Il Pd viene accreditato del 28%, nonostante l’effetto Veltroni: 3,3 punti in meno di quanto Ds e Margherita hanno preso nel 2006. La Rosa nel pugno, radicali più socialisti, scenderebbe all’uno dal 2,6.
Manifestazione Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cigl
Insomma l’Unione se la passa male, e Prodi ancora peggio se la popolarità sua e del suo governo è scesa (sondaggio Ispo per il Corriere della Sera) al 27%. Con questi chiari di luna, uno scontro duro con i metalmeccanici avrebbe conseguenze devastanti in termini di voti; ma soprattutto può fin da ora accrescere le tentazioni della sinistra dell’Unione di scendere da un treno che rischia di deragliare, magari per rifugiarsi nuovamente in un’opposizione con meno potere e responsabilità, ma con più rappresentatività e popolarità.

L’intervento del leader Fiom, Gianni Rinaldini su RaiNews24:

Il governo Prodi compie un anno: i sindacati e Bertinotti chiudono la festa

Da sinistra, Raffele Bonanni (Cisl); Luigi Angeletti (Uil); Guglielmo Epifani (Cgil)
Romano Prodi attacca il Parlamento (”Solo un provvedimento su 10 riesce a diventare legge”), Fausto Bertinotti che risponde piccato a stretto giro (”Il premier ha poca dimestichezza con le camere”), Tommaso Padoa-Schioppa convocato d’urgenza a palazzo Chigi. Per il presidente del Consiglio la festa di compleanno del governo non poteva essere più breve, poco partecipata e forse più amara. Nell’immediato il biglietto di auguri meno affettuoso gli è giunto dai sindacati: “Ci sta prendendo in giro, è peggio di Andreotti ma da noi non avrà sconti. Siamo all’irresponsabilità” tuona Raffaele Bonanni, leader della Cisl. Gli fa eco Guglielmo Epifani della Cgil: “E’ intollerabile”. Al centro c’è la vertenza degli statali che interessa 3,4 milioni di dipendenti pubblici di cui 1,5 ministeriali. Se non accade un miracolo nelle prossime ore, sarà sciopero generale il primo giugno, tra un turno e l’altro delle amministrative. Si tratta però di un anello di una lunga catena di scioperi nazionali proclamati tra fine maggio e giugno: trasporto aereo, dipendenti delle regioni, scuola (4 giugno) università (11 giugno), trasporto ferroviario (16 e 21 giugno). Senza contare il settore privato, con i metalmeccanici i prima linea.
È al momento il rischio maggiore per Prodi, prima ancora delle manovre politiche legate alla crescete voglia di smarcarsi degli alleati minori, timorosi del referendum o della riforma elettorale. Una lunga catena di scioperi, infatti, non sarebbe tollerata dalla sinistra dell’Unione, tra le cui file si stanno ingrossando con i transfughi dai ds e con gli oppositori al Partito democratico. Rifondazione non può assolutamente perdere il controllo di un’area politica e sociale alla quale guardano molti dirigenti sindacali di alto e medio livello, ma soprattutto a cui guarda la base. E dunque Bertinotti, dopo aver suggerito a Prodi di evitare la rottura sulle pensioni, rinviando il confronto a metà giugno, di fronte all’ultimatum degli statali non può che scaricare il premier. Magari parlando dei numeri in Parlamento: che rischiano di assottigliarsi sempre più.

Se questo è un terrorista: il Rivera che ha incendiato il 1 maggio

Claudia Gerini e Andrea Rivera al concerto del Primo Maggio in Piazza San Giovanni a Roma
Lui è Andrea Rivera un cantastorie che gira spesso per le vie di Trastevere, suonando e cantando per l’annoiato popolo della notte. “Dopo tre anni passati a fare l’artista di strada, denunciando tutto quello che non leggiamo sui giornali perché scritto in trafiletti laterali troppo piccoli… Andrea Rivera ha ricevuto quest’anno, il prestigioso riconoscimento del Festival dedicato a Giorgio Gaber e ha scritto e interpretato la sigla finale di Parla con me di Serena Dandini”. Così dice il suo sito.
Da martedì primo maggio, da quando è salito sul palco del Concertone dei sindacati, questo artista dal cognome assai più riconosciuto dei suoi meriti artistici, è diventato un eroe per il popolo della sinistra alternativa che procede per slogan e pensa che Gino Strada sia la reincarnazione di Gesù; per l’Osservatore Romano è colui che, con la sua arringa anti-papista, ha portato niente meno che un attacco terroristico contro Benedetto XVI e la Chiesa. Parole che pesano come piombo quelle usate dal quotidiano del Vaticano: la superficialità, scrive l’Osservatore è infatti da attribuire a chi lancia accuse al Santo Padre in diretta televisiva ignorando, volutamente o no, “il momento che stiamo vivendo”.
Le battutacce incriminate sono queste: “Il Papa ha detto che non crede nell’evoluzionismo. Sono d’accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta” ha detto prima. “Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. È giusto così. Assieme a Gesù Cristo non c’erano due malati di Sla, ma due ladroni”, ha aggiunto poi.
Nei suoi tre minuti di celebrità, preso il microfono davanti alla platea di piazza San Giovanni, il nostro si è sentito al centro del mondo e ne ha approfittato per esporre in modo sferzante la sua opinione anche su altro: “Si è concluso il processo ad Anna Maria Franzoni. Stop al televoto!”. E ancora: “siamo un Paese di eroi, ma molti eroi cadono dai tralicci, mentre noi ci ricordiamo solo di Quattrocchi”.
Più che pericolose, certe battute sembrano grossolane: sui funerali negati a Pier Giorgio Welby tanti, anche fra i cattolici, hanno avuto delle perplessità.
Invece si sono arrabbiati (quasi) tutti: dagli organizzatori del Concertone (”Sono dichiarazioni molto stupide che non condivido” ha bacchettato Luigi Angeletti della Uil; “Frasi del tutto inopportune, tanto più il Primo maggio” per Guglielmo Epifani della Cgil) al premier Romano Prodi (”Ci sono sempre persone che usano linguaggi al di sopra delle righe. Chi ha più buonsenso lo usi”); dal Guardasigilli, Clemente Mastella (”Le cose dette sono di un’indecenza incredibile… chiedo di rafforzare la protezione per il Family day del 12 maggio”), al presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione (che dice basta ai “fomentatori d’odio verso la Chiesa”).
A difesa di Rivera si sono espressi solo la Rosa nel pugno e la sinistra radicale (Rifondazione, Verdi, Comunisti italiani). Anche Marco Godano, uno degli autori dell’appuntamento del 1 maggio, ha preso le distanze dal riccioluto e solitario chitarrista romano: “È facile fare ironia a San Giovanni, ma è un’ironia un po’ banale e quasi inutile, sinceramente non la condivido. Diciamo che Benigni l’avrebbe fatto in un modo più elegante”.
Già, se certe sparate le avessero fatte il Piccolo Diavolo, un premio Nobel come Dario Fo, un peperino guastafeste come Luciana Littizzetto… sarebbe scoppiato questo inferno?
Questo un video con le performance di Rivera per le strade di Roma


Qui il servizio del Tg5 sul “caso” Rivera:

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Le battute di un artista contro la Chiesa e il Papa, dal palco del Concertone del primo maggio, sono da considerare terrorismo?

Morti bianche: “Più controlli sul lavoro”, la ricetta. Ma chi li fa?

Il montacarichi dal quale è caduto rimanendo ucciso un operaio di 55 anni, Santo Cacciola, a Messina.<br>  [i](Credits: Ansa)[/i]
Sette morti sul lavoro in pochi giorni. Milano, Latina, Brescia, Genova, Messina, Cagliari, Reggio Emilia: questi i punti recenti sulla mappa degli incidenti. Democratica, senza distinzione tra nord e sud. Per 304 morti bianche da inizio anno. “Serve una maggiore sorveglianza e un maggiore uso degli ispettori” ha commentato ieri il premier Romano Prodi da Tokyo. “Gli ispettori del lavoro devono essere messi in condizione di lavorare, mentre oggi mancano anche i soldi per la benzina” ha chiosato Gugliemo Epifani, segretario della Cgil.

Ma quanti sono i “controllori” del lavoro? E quante ispezioni effettuano?
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro è alle dipendenze del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, proprio per accertare violazioni in materia giuslavoristica e legislazione sociale, con poteri ispettivi e di vigilanza. Accanto al comando centrale di Roma, è presente un Nucleo operativo per ogni provincia, Trentino Alto Adige escluso. “Con l’ultima Finanziaria, il ministro del Lavoro Damiano ha chiesto e ottenuto l’aggiunta di 60 unità e ora siamo circa 502 uomini” dice il colonnello Luciano Annicchiarico, comandante del reparto. 502 unità per 107 province, neanche una media di 5 a provincia. Accanto a loro sono preposti a controlli anche i funzionari e gli ispettori civili del Ministero del Lavoro, circa 3000 unità, e gli ispettori Asl.
Il corpo di un operaio portuale di 35 anni, morto a Genova.<br>  [i](Credits: Ansa)[/i]

“Nel 2006 abbiamo controllato 23.746 aziende, di cui 14.218 irregolari, e 285 erano attività in nero” riferisce il colonnello Annicchiarico. “Da quando, ad agosto, è entrata in vigore la normativa più stringente in materia di sicurezza sul lavoro (articolo 36 bis della legge 248/2006), sono stati sospesi 171 cantieri, sorpresi 2.410 lavoratori in nero, per una maxi-sanzione (tra edilizia, agricoltura e industria) di 14 milioni di euro”. E ponendo una lente sui controlli specifici sulla sicurezza, le ispezioni sono state 2.866, le prescrizioni impartite 5.074, i cantieri sottoposti a sequestro 135. Ma sono ben 4.277.875 le imprese in Italia, secondo il Registro statistico Istat delle unità locali delle imprese (dati riferiti al 2004). Per dare un’idea: se tutti i controlli nazionali fossero stati svolti nel solo distretto industriale di Seregno, nell’hinterland milanese, si sarebbe controllata poco più della metà delle aziende della zona che sono 40.660 (dati dell’8° Censimento dell’industria e del servizio). Serve più sorveglianza sul lavoro o, ancor prima, c’è bisogno di più ispettori?

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