
Hotel Hilton di Milano, la mattina dell’8 agosto. Alle 8.30 in punto cominciano le selezioni per diventare assistenti di volo con EasyJet, compagnia low cost inglese che continua ad espandersi in Italia.
Appena arrivata, mi appunto al petto il mio numero, il 65, e mi metto in fila. Dietro di me una piccola folla, ci sono più di 120 persone per 27 posti disponibili. Metto subito da parte il cliché della hostess con un fisico da modella, giovane e sorridente. I miei compagni sono per metà maschi, molti non hanno il physique du rôle e una ventina di loro supera i 50 anni.
Tutta la giornata si parlerà solo ed esclusivamente in inglese. Si comincia con la presentazione video della compagnia durata circa mezz’ora, segue subito la prima prova: un test di lingua e matematica (”se vendi due sandwich da tre sterline e ti pagano in euro quanto devi dare di resto?”, in inglese, of course, ma con calcolatrice e cambi ufficiali a disposizione). Almeno la metà di noi viene eliminato.
Durante la pausa caffè faccio amicizia con gli altri candidati. Provengono da ogni parte d’Italia, anche da Napoli e dalla Sicilia. Ma non solo, ci sono ragazzi stranieri che vivono a Milano: thailandesi, belgi, cechi. C’è chi è qui per caso, come Luigi, 51 anni, tarchiato col codino, che ha accompagnato sua figlia e, già che c’era, si è messo in lizza anche lui.
Qualche ragazza insegue il mito della hostess da tempo. Giulia, 26 anni, neo-laureata in lingue, sogna di volare da quando era piccola e ha già inviato il curriculum ad altre tre compagnie. Non ha ancora avuto risposta.
I più non hanno nulla da perdere. Daria, di Genova, lavora di giorno in un supermercato e di sera in un bar. Le piacerebbe provare quest’altra esperienza per un paio d’anni. Diego, 19enne di Vicenza, è ragioniere fresco di maturità , ma non vuole andare all’università né a lavorare chiuso in ufficio, preferisce viaggiare. Enrica, 24 anni, ha passato gli ultimi tre a Londra facendo la barista e vorrebbe tornarci con addosso l’uniforme arancione di EasyJet.
La più sveglia di tutti è Greta: appena mi sente fare domande, mi dice che dovrei provare col giornalismo. A 21 anni, con un diploma di perito aziendale, ha inanellato una serie di colloqui e lavori interinali (dal cambiavalute nell’aeroporto di Malpensa, alla cameriera) da fare invidia al precario più incallito. “A scuola ci dicevano sempre che nel mondo del lavoro bisogna essere flessibili” spiega.
Lino, 49 anni, pende dalle sue labbra. Le fa un sacco di domande su come girano le cose per chi cerca un impiego oggi in Italia. Lui, una moglie e un figlio in arrivo, ha passato gli ultimi 20 anni negli Stati Uniti. Tornato a casa, si è rimesso in gioco e spera di sistemarsi presto. “Da quando sono andato via” dice “le cose qui sono molto cambiate. Ma mi pare che le opportunità non manchino, proprio come in America”. Gli altri candidati suoi coetanei sono un po’ meno fiduciosi.
Una buona parte di ragazze presenti è già assistente di volo per altre compagnie, piccole o meno piccole, per lo più italiane. Cercano condizioni di lavoro e stipendi migliori. Il vettore inglese promette una paga base tra i 1.100 e i 1.300 euro e contratti a tempo indeterminato. Mentre da noi, spiegano le veterane del settore, ormai si rimediano solo contratti stagionali. “Le condizioni di volo sono peggiorate” spiega Lucia, che ha 16 anni di esperienza alle spalle e ora è in Neos. “Oggi siamo costretti a turni massacranti, a pagarci i pernottamenti tra un viaggio e l’altro, a ripulire gli aerei da cima a fondo e a far fronte a una disorganizzazione diffusa. Lo stipendio di partenza spesso non supera i 400 euro e per arrivare a una cifra accettabile si moltiplicano gli straordinari”. “Anche il livello di qualità del servizio si è abbassato drasticamente” aggiunge Lia, 33 anni, che vola con AirVallée, ha una bimba e un marito che invece lavora in Alitalia. Monica, di Blue Panorama, ha una soluzione: “Dovremmo andare a lavorare a Dubai, lì sì che gli stipendi delle hostess sono ancora appetibili”.
Io e altri 20 cadiamo sulla prova di gruppo. Siamo divisi in tavoli da cinque e dobbiamo concordare, sempre in inglese, che cosa portare su un’isola deserta in caso di naufragio. Non saprò mai perché, ma le mie scelte non sono azzeccate. Forse ho bocciato un po’ troppo severamente una aspirante collega che voleva a tutti i costi portare una bottiglia di brandy. Con questo dubbio, torno a casa e lascio gli altri esclusi a chiedersi se sarebbe stata meglio la matassa di nylon oppure la scatola di fiammiferi. L’appuntamento è fra sei mesi, alla prossima selezione. I fortunati continuano domani, con le interviste singole. 