Leggi tutte le notizie su:
Ignazio-La-Russa
- Tags: carabinieri, comune, consiglio-comunale, Difesa, fondi, Ignazio-La-Russa, infiltrazioni-mafiose, Lega, Paternò, pdl, Roberto Maroni, sindaco, Viminale
-

di Carlo Puca e Domenico Calabrò
Eccolo lì profilarsi veloce sul ring mediatico l’ennesimo cruento round del match permanente tra Roberto Maroni e Ignazio La Russa. Un pasticciaccio brutto: lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, più che possibile, del consiglio comunale di Paternò.
Cittadina catanese abitata da circa 50 mila persone, Paternò è insieme con Milano la patria politica del titolare della Difesa. Qui Ignazio La Russa è nato. Qui è nato il fratello, l’europarlamentare Romano. E qui ancora (rim)piangono il patriarca, Antonino, segretario fascista nel 1942, fondatore della prima sezione del Msi in Sicilia e senatore per un altro ventennio, quello che va dal 1972 al 1992. Lì vicino, poi, il ministro trascorre le vacanze. Per la precisione a Ragalna, sull’Etna, dove nel giugno 2003, ad amicizia ancora intatta, favorì la nomina ad assessore di Daniela Santanchè, passata alla cronaca paesana per un unico evento mondano: il “Paese delle stelle”.
Insomma, proprio nel paese dei La Russa, dove Ignazio è leader indiscusso, amato e lodato pure dagli sconosciuti, Maroni potrebbe far detonare una piccola bomba atomica. A indagare sulla presunta infiltrazione mafiosa di Paternò furono dapprima i carabinieri. I benemeriti riferiscono in un’aula di tribunale già il 3 settembre 2007, ai tempi del governo Prodi, cioè quando La Russa non era ancora alla Difesa e dunque ministro delegato all’Arma.
Secondo i carabinieri a Paternò si registra “il superamento della tradizionale figura del politico o dell’imprenditore colluso, ma allo stesso tempo estraneo”. Per loro, invece, “col chiaro scopo di superare ogni compiacente mediazione, la mafia aveva occupato direttamente una poltrona“. Il 28 novembre 2008, insieme con altre 23 persone, viene arrestato l’assessore ai Servizi sociali Carmelo Frisenna, il candidato più votato al consiglio comunale nelle elezioni del maggio 2007. Di conseguenza arriva in municipio la cosiddetta commissione d’accesso interforze, incaricata dal ministero dell’Interno di accertare (su richiesta dell’ormai ex prefetto di Catania Giovanni Finazzo) i termini della infiltrazione mafiosa. La commissione ha prodotto una relazione, letta da Panorama, che è stata trasmessa dalla prefettura a Maroni nella prima settimana di agosto, dopo quattro mesi di verifica degli atti. I commissari sono partiti dall’arresto di Frisenna, indicato nella relazione come elemento organico alla cosca Santapaola-Ercolano, per giungere alle insistenti “raccomandazioni” che per conto del clan sarebbero state rivolte ai vari uffici e allo stesso sindaco. Fino a citare ulteriori episodi: dalle famiglie mafiose che ricevono contributi dal comune all’ex vigile urbano sospeso, reintegrato e infine condannato per mafia, che per premio (si fa per dire) ottiene il trasferimento ai servizi sociali. Con ruolo di dirigente. Nell’ordinanza che conferma l’arresto di Frisenna, allegata alla relazione della commissione d’accesso, il giudice per le indagini preliminari di Catania Antonino Fallone scrive: “Non possono non rilevarsi le inquietanti ombre circa la sussistenza di una ‘intesa’ tra gli amministratori del Comune di Paternò e gli esponenti della mafia locale, che perdura tuttora”.
Sussistono, aggiunge, “condizionamenti tali da prendere in seria considerazione lo scioglimento del consiglio comunale conseguente a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso”.
Il gip registra “la totale infedeltà del Frisenna, stabilmente inserito nell’associazione mafiosa”, così da svolgere “la preminente mansione di tutelare gli interessi della “famiglia” all’interno del consiglio comunale di Paternò, gettando inevitabilmente pesanti ombre circa l’operato dell’intera amministrazione, con particolare riferimento al sindaco Giuseppe Failla“ (pronto anche a battaglie eclatatnti, la scorsa estate si fece riprendere in mutande per protestare contro l’emergenza rifiuti, qui il VIDEO) e agli assessori “Antonino Cosentino e Salvatore Torrisi, successivamente diventato assessore provinciale”. Sono tutti uomini del Pdl. E tutti si onorano, pubblicamente e a vario titolo, dell’amicizia di Ignazio La Russa. Non ricambiati, in verità, perché il ministro della Difesa vuol tenersi comprensibilmente alla larga da loro. Un’intercettazione, in particolare, appare emblematica.
Cosa nostra punta al controllo dello smaltimento dei rifiuti e Francesco Amantea, interlocutore dei clan di Paternò, spiega a un imprenditore considerato colluso, Rosario Sinatra, ciò che ha intenzione di dire agli amministratori locali: “Carmelino Frisullo deve essere il nostro portavoce, il mio orecchio e i miei occhi. Voi siete padroni a casa vostra. Ma tutto quello che fate a livello politico e di cui discutete deve passare da me. Perché a Paternò non vi faccio camminare più. Vi potete candidare centomila volte!”.
L’assoluta estraneità personale di La Russa è scontata. Ma la vicenda resta fastidiosa. A cominciare dal fatto che il nullaosta definitivo allo scioglimento del comune dovrebbe arrivare dal Consiglio dei ministri, in cui La Russa ha peso personale, oltre che per la rilevanza del suo ministero. D’altra parte il Viminale sembra deciso.
Negli uffici del ministero dell’Interno sottolineano che la lotta alla mafia si fa anche con severe misure sulle amministrazioni locali. Di destra come di sinistra. In teoria Paternò non potrebbe essere salvata nemmeno dalla nuova legge sulla sicurezza pubblica, datata 15 luglio 2009, che riduce i parametri della “mafiosità” ravvisabile. La stessa legge cui ha fatto seguito il “lodo Fondi”, il comune laziale al quale è stato per ora risparmiato lo scioglimento poiché, secondo la spiegazione di Silvio Berlusconi, “diversi ministri hanno fatto notare come nessun componente della giunta o del consiglio comunale sia stato toccato da un avviso di garanzia“.
Invece a Paternò v’è l’indagato, anzi l’arrestato. E pure tutto il resto.
- Tags: Afghanistan, Franco-Fratini, governo, Ignazio-La-Russa, Lega, Libano, militari, missione, Nato, pdl, rientro, ritiro
-

“La presenza dei nostri militari in Afghanistan è imprescindibile. Lasceremo il Paese solo quando saranno garantite le condizioni di sicurezza”. Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, stronca sul nascere ogni speculazione. Il governo non pensa, né può pensare al ritiro della missione. E le parole di un ministro di peso come Umberto Bossi (“Io li porterei a casa tutti”, aveva detto sabato) sono state dettate da uno slancio affettivo, “un sentimento paterno”.
Si affretta a chiudere la vicenda, il ministro della Difesa.
Ma le affermazioni del laeder della Lega mettono in agitazione il governo. Sia perché per la prima volta mostrano possibilità di spaccature sulle missioni militari all’estero. Sia perchè scoprono il fianco all’opposizione. Con il Partito democratico che invoca sicurezza per i militari e l’Italia dei Valori che chiede di “ridiscutere in Parlamento il senso della missione”.
“Torneremo indietro” assicura La Russa “quando avremo concluso l’obiettivo della missione, che è dare all’Afghanistan la possibilità di gestire autonomamente il territorio”. Bossi, invece, commentando il ferimento di alcuni militari, sosteneva che, per i costi e i rischi che comporta, di Afghanistan si dovrebbe tornare a parlare in Consiglio dei ministri. (Nel Paese, a meno di un mese dalle elezioni, una nuova ondata di violenze nelle ultime ore ha fatto almeno 22 morti. Tra le vittime: 16 ribelli, due soldati afghani e un militare dell’Isaf di cui non èstata precisata la nazionalità) . Una questione di rapporto benefici-costi, quella che ha posto il ministro delle Riforme, dunque.
Ma dal governo il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta si affretta a bocciarla e il titolare della Difesa la derubrica a reazione sentimentale: “pensieri da papa”‘.
Del resto niente sul fronte governativo lascia intravedere una riduzione dell’impegno in Afghanistan. Anzi, di fronte a quella che “è visibilmente un’escalation”, il ministro degli Esteri Franco Frattini in un’intervista al Corriere della Sera assicura che i militari italiani saranno messi in condizione di fronteggiare i pericoli: “aumenteremo i Predator e la copertura dei Tornado”.
Parole che non sembrano convincere il Carroccio. Che con il ministro della Semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, rincara la dose intervistato da Repubblica: “Il Libano e i Balcani intanto lasciamoli. E sull’Afghanistan ragioniamo. È sbagliato lasciare prima delle elezioni. Ma la testa alla gente non la cambi con il voto. E poi è la strada giusta? È una riflessione di pancia che il Paese fa”.
Immediata, quindi, la reazione del titolare della Farnesina: “Lavoriamo in Afghanistan per la sicurezza anche dell’Italia, quindi anche di Calderoli”. “Sono tutte opinioni rispettabili ma sono opinioni personali; il governo ha una visione che è già stata approfondita, le missioni internazionali sono un biglietto da visita dell’Italia nel mondo”, ha concluso Frattini sottolineando che in Afghanistan “vogliamo elezioni credibili, e quindi con una reale partecipazione del popolo afghano”.
Ma intanto l’opposizione mette in evidenza le divisioni nel governo. Il segretario dell’Udc, Lorenzo Cesa, sottolinea che sulla vita degli italiani “non si può giocare” e non si può avere “la lingua biforcuta”. Mentre l’Italia dei Valori chiede di “ridiscutere il senso della missione” (missione di pace o partecipazione a una guerra?), dopo il 20 agosto, data delle elezioni afghane.
Quanto al Pd (smarcatosi nettamene dagli ex alleati della sinistra estrema che tornano a invocare il ritiro), i democratici rispondono compatti che non è in discussione la presenza in Afghanistan. “Il primo nostro dovere è proteggere i nostri soldati” sottolinea il segretario Dario Franceschini, il quale chiede al governo di “ridefinire i termini della missione” a livello internazionale, dopo l’escalation.
- Tags: accoglienza, barconi, coste, Ignazio-La-Russa, Laura-Boldrini, migranti, Onu, respingimenti, rifugiati, rimpratrio, sbarchi, Ue
-

Nessuna lacerazione, nessuna polemica con il ministro Frattini. Anzi, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa tiene le posizioni, chiede scusa e non cede: il Governo “è compatto nel dire che l’Alto Commissariato Onu sbaglia nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia e dei marinai italiani nei riaccompagnamenti verso il porto libico” degli immigrati clandestini. Anche “Frattini, che è l’uomo più moderato del governo, dice che ha sbagliato”. Il ministro della Difesa Ignazio La Russa, a Faccia a Faccia su Radio Tre Rai, torna sulle polemiche scatenate dalle sue dichiarazioni su agenzie Onu e flussi migratori.
“Nessun ordine da parte del ministero dell’Interno e tantomeno mio di usare la forza è stato impartito al capo di stato maggiore della Marina o al comandante di nave Spica. Non è stata usata alcuna azione coercitiva ma anzi” ha rilevato La Russa “è stata applicata la ‘legge del mare’ che prevede di accompagnare nel porto più vicino” le imbarcazioni in difficoltà.
Il ministro della Difesa ha poi “chiesto ammenda” per le espressioni da “tono comiziale” usate nei riguardi di Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr. “Mi spiace che ci siano stati problemi di tipo personale” ma, ha aggiunto: “Sto ancora aspettando dalla Boldrini la spiegazione del perché considera più umano accompagnare i migranti in Italia, rinchiuderli nei Cie e poi espellerli”.
Il ministro La Russa, non sembra comunque cedere: il governo è compatto nel dire che l’Unhcr sbaglia nel criticare l’Italia sui riaccompagnamenti: “Comunque” ha aggiunto nel corso dell’intervista radiofonica “concordo con il ministro degli Esteri nel dire che dobbiamo sempre rispettare gli organismi internazionali, anche quando sbagliano. In cosa sbaglia l’Unhcr? Nel ritenere non adeguato il comportamento dell’Italia in generale e, dico io, dei marinai italiani nel riaccompagnare in Libia i clandestini che vengono intercettati sui barconi”.
Ma le polemiche non si stemperano, anzi L’Alto commissariato Onu per Rifugiati, Antonio Guterres, risponde da Ginevra ai commenti “negativi e infondati” che sono stati rivolti all’Alto commissariato (Unhcr) e “a singoli funzionari da un esponente del governo italiano”. “Gli attacchi immotivati e personali sono inaccettabili” e, scrive Guterres, “non mutano e non muteranno l’impegno dell’Unhcr nel perseguire il suo mandato e la sua missione umanitaria”. E spiega: l’agenzia Onu “ha una responsabilità globale nella protezione dei diritti dei rifugiati” e per questo “continueremo a esercitare questo mandato in Europa così come lo facciamo in altre parti del mondo. Il mio Ufficio è ben consapevole delle sfide che l’immigrazione irregolare pone all’Italia e ad altri Paesi europei. Continueremo a lavorare con i governi e con tutti gli altri partner per affrontare queste sfide in modo da garantire il pieno rispetto dei diritti dei rifugiati e di quanti hanno bisogno di protezione internazionale”. E conclude: “Il mio rappresentante in Italia, Laurens Jolles, e la mia portavoce in Italia, Laura Boldrini, godono della mia piena fiducia nel portare avanti questo importante compito”.
Immediate le reazioni del mondo politico. Il presidente della Camera Gianfranco Fini, incontrando i giornalisti a Monopoli, a margine di un incontro con gli studenti sul tema della Costituzione italiana precisa: “Dovremmo sforzarci tutti di affrontare una questione così impegnativa e complessa per la società italiana senza cadere nella tentazione di dare vita a un confronto tutto finalizzato unicamente al voto per il Parlamento europeo che viene rinnovato tra qualche settimana”. Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione e dell’integrazione è un problema “di rapporto fra Unione europea e Paesi di provenienza degli immigrati, tocca il futuro della nostra società e andrà oltre il 7 di giugno”.
Sulla questione dei respingimenti dei clandestini, il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha detto che “la polemica è incomprensibile”. Maroni non ha fatto riferimento al botta e risposta fra l’alto commissariato per i rifugiati e il ministro della Difesa La Russa. Ha detto però che dal suo “punto di vista vorrei la polemica terminasse. Innalzare i toni potrebbe pregiudicare il buon lavoro che abbiamo fatto in questi dieci mesi”. Secondo il ministro, infatti, l’Unhcr potrebbe svolgere un ruolo importante in Libia, anzi “fondamentale”. “Rispetto le opinioni di tutti” ha aggiunto “ma non penso sia utile tenere i toni della polemica”.
Alle dichiarazioni del ministro La Russa, ha risposto anche con una nota Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. “La posizione del governo” sostiene Anna Finocchiaro “sta rasentando l’ottusità costringendo il nostro Paese in una situazione di isolamento internazionale sempre più preoccupante. Siamo a una sorta di delirio di onnipotenza che dovrebbe preoccupare tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’Italia: su crisi e immigrazione, in nome della propaganda elettorale, questo governo” conclude “ci sta spingendo in un tunnel davvero pericoloso”.

E alla fine ne rimase solo una: Barbara Matera. Sarà lei l’unica candidata del Pdl, proveniente dal mondo dello spettacolo. Delle altre paventate veline, neanche l’ombra. E i vertici del Pdl negano con forza che nella scelta dei nomi abbia pesato lo sfogo di Veronica Lario che ha attaccato senza mezzi termini le indiscrezioni di questi giorni definendo alcune candidature “ciarpame senza pudore”.
L’ex annunciatrice Rai è candidata alle elezioni del 6 e 7 giugno al Sud (è all’ottavo posto della lista). Nella stessa circoscrizione ci sarà anche il leader dell’Udeur Clemente Mastella (che sta proprio davanti a lei, alla settima posizione). Subito dopo il capolista Silvio Berlusconi c’è anche l’eurodeputato Salvatore Tatarella (in quota An). Seguiti da Raffaele Baldassarre, Giuseppe Gargani e Franco Malvano.
Nella circoscrizione elettorale nord-occidentale, dopo il Cavaliere capolista è Ignazio La Russa l’unico ministro del Pdl in corsa per le europee. In tutto sono 19 nomi. Subito dopo il coordinatore del Pdl, al terzo posto c’è l’attuale vicepresidente del Parlamento Ue Mario Walter Mauro.
In testa di lista anche Cristiana Muscardini (quota An) e l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini. Seguono Valentina Aprea, Fabrizio Bertot, Vito Bonsignore, Elena Centemero. Al decimo posto c’è Maristella Cipriani, poi la giovanissima Lara Comi classe ‘83 (stimatissima dal Cavaliere, ex bocconiana e per un soffio non eletta alla Camera lo corso aprile), Roberta Della Vecchia, Isabella De Martini, Carlo Fidanza (An), Giuseppe Menardi, Nicola Orsi. Al 17esimo posto figura Laura Ravetto, responsabile del settore nazionale del Pdl propaganda-immagine-comunicazione, Licia Ronzulli e Iva Zanicchi (euroeputata uscente).
“La Matera ha fatto la presentatrice in Rai, non mi pare un titolo per l’esclusione dalle liste elettorali. Certo, non è bella come Sassoli, non è un velino come lui”, dice Ignazio La Russa, presentando le liste e non risparmiando una “stoccata” al Pd, che ha candidato per le europee il celebre mezzobusto del Tg1, a proposito della polemica sulle candidate del Pdl.
E poi via alla lettura dei curricula delle donne in corsa per l’europarlamento, con il coordinatore del Pdl che si sofferman anche sui nomi finiti al centro delle cronache: “Laura Comi si è diplomata con il massimo dei voti ed ha una laurea con lode. E qualcuno si è azzardato a dire che è una velina”, ha spiegato La Russa. “Mi scuso se non abbiamo potuto dare materiale per il gossip, lo dico ai giornali scandalistici” ha detto La Russa “Ai giornali che si occupano di politica chiedo di mettere la parola fine sul gossip di questi giorni”.
Nel presentare alla stampa i candidati, anche gli altri due coordinatori del Pdl hanno decisamente negato che fosse necessario depennare qualche nome, sulla scia delle parole della signora Berlusconi: “C’è stata una campagna di disinformazione, farcita di falsità palesi” e “si sono fatte polemiche sull’inserimento delle cosiddette veline: è tutto falso”, ha attaccato Sandro Bondi. In qualche modo, però, La Russa riconosce che alcuni dei nomi usciti nei giorni passati non erano del tutto inventati: “Quando si preparano le liste si raccoglie tutto e il contrario di tutto”, ha detto, bollando come “spocchioso razzismo” l’idea di scartare chiunque a priori in ragione del lavoro che fa. In ogni caso, ha aggiunto il ministro della Difesa, “i curricula delle candidate” dimostrano che nulla di quanto scritto alla fine sia arrivato: per questo, ha aggiunto, “chiedo alla stampa di mettere fine a questo gossip”. E così, in conclusione, l’unica del mondo dello spettacolo a trovare posto nelle liste (ottava nella circoscrizione ’sud’) è stata proprio la Matera. Nata a Lucera (Foggia), classe ‘81, la bionda ex annunciatrice della Rai ha avuto anche dei ruoli in alcuni film, ma è comunque laureata in scienze della formazione primaria. Tutt’altra formazione per altre due giovani candidate: Lara Comi e Licia Ronzulli. La prima, nonostante la giovane età, ha già una discreta esperienza. Nata nell’83 a Garbagnate, è laureata in economia delle imprese alla Cattolica di Milano, con una specializzazione alla Bocconi ed è stata assistente di Mariastella Gelmini e coordinatrice di Forza Italia giovani in Lombardia. Altrettanto corposo il corriculum di Licia Ronzulli, classe 1975, caposala e assistente di sala operatoria all’istituto ortopedico Galeazzi di Milano. Del resto, la presenza femminile e di nuovi volti, che il Pdl vuole dare è evidente: “Nelle nostre liste è rappresentato il 40% di donne. Su 72 candidati, 33 hanno tra i 25 e i 50 anni. Abbiamo dovuto dire tantissimi no ma abbiamo lavorato bene”, ha sottolineato il terzo coordinatore, Denis Verdini .”Abbiamo esaminato oltre 400 richieste di candidatura” spiega Verdini “perciò non riusciamo a capire lo svilimento di queste ore che ci fa soffrire. Abbiamo lavorato con attenzione”.
Per il resto le liste non presentano grandi novità, a parte la decisione di far correre Ignazio La Russa, unico membro del governo (Berlusconi a parte) a candidarsi: lo farò senza togliere spazio al lavoro di ministro ma congelando semmai il lavoro di coordinatore del partito, ha assicurato.
È confermata poi l’esclusione di Paolo Cirino Pomicino e conseguente arrabbiatura dei piccoli partiti del Pdl che lo avevano sponsorizzato (Gianfranco Rotondi ha parlato di fatto “gravissimo”). Fra le curiosità: la presenza di Giacomo Mancini, classe ‘72 e nipote dell’ex ministro socialista, e di Nino Strano, il senatore di An non ricandidato dopo aver sfoderato champagne e mortadella in aula il giorno della caduta del governo Prodi.
Moltissimi gli eurodeputati riconfermati, mentre si è snellita la pattuglia delle deputate nazionali che dovranno scegliere se volare o meno in Europa. Con questa squadra: “Il Popolo della libertà punta a ottenere 35 eurodeputati”, sottolinea ancora La Russa spiegato anche che non ci sono liste bloccate visto che “su 72 candidati, quelli incompatibili sono 16. Ci sarà competizione”.

Dalla tv a uno scranno a Strasburgo? Da destra s’ode un secco alt.
Eccolo: “Il fenomeno del ‘velinismo’ in politica, ancorché circoscritto, non aiuta certo a modernizzare una cultura ancora in parte diffidente verso il ruolo delle donne in politica e a promuovere la pari dignità dei sessi in ogni ambito della vita pubblica, piuttosto rilancia uno stereotipo femminile mortificante, accuratamente coltivato dalla nostra televisione (che è, a questo proposito, un unicum nel contesto europeo-occidentale) e drammaticamente diseducativo per le nuove generazioni”.
Questa la reprimenda vergata da Sofia Ventura sul periodico on line della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini. An sembra dunque non gradire l’ipotesi delle eurocandidate che provengono dal mondo dello spettacolo di cui si è parlato nei giorni scorsi nel Pdl. Poi la critica si dirige contro il rinnovamento chiesto in persona da Berlusconi: “Assistiamo” si legge nell’articolo di Farefuturo, “ad una dirigenza di partito che fa uso dei bei volti e dei bei corpi di persone che con la politica non hanno molto a che fare, allo scopo di proiettare una (falsa) immagine di freschezza e rinnovamento. Questo uso strumentale del corpo femminile, al quale naturalmente le protagoniste si prestano con estrema disinvoltura, denota uno scarso rispetto da un lato per quanti, uomini e donne, hanno conquistato uno spazio con le proprie capacità e il proprio lavoro, dall’altro per le istituzioni e per la sovranità popolare che le legittima”.
Dura anche la critica contro l’uso delle donne che per la fondazione di Fini “non sono gingilli da utilizzare come specchietti per le allodole, non sono nemmeno fragili esserini bisognosi di protezione e promozione da parte di generosi e paterni signori maschi; le donne sono, banalmente, persone. Vorremmo che chi ha importanti responsabilità politiche qualche volta lo ricordasse”.
Probabile che i media derubrichino questo editoriale come un nuovo caso degli scontri tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. Che negli ultimi mesi si sono punzecchiati non poco. E forse, anche per questo motivo, il presidente della Camera è intervenuto con una sua dichiarazione in cui ha precisato: “Il Web Magazine della Fondazione FareFuturo non ha certo necessità di concordare con me ogni suo quotidiano intervento”.
Insomma una bacchettata, quella di Fini, che però nel concludere il suo comunicato non scomunica del tutto l’editoriale della sua fondazione parlando di “valutazioni comprensibili, ma eccessive”. “È una condizione di libertà e di fiducia che può però portare, come nel caso odierno sulle candidature femminili per le prossime elezioni Europee, a valutazioni comprensibili ma eccessive, e pertanto non totalmente condivisibili”.
E come non dimenticare, infine, che uno dei tre coordinatori Pdl, l’ex reggente di An, Ignazio La Russa, venerdì scorso, parlando delle liste per le europee che sono in dirittura d’arrivo, aveva detto: “Le nostre liste non saranno uno specchietto per le allodole. Non ci saranno calciatori e cantanti e neanche giornalisti televisivi, come invece avviene a sinistra”. Ma nella sua dichiarazione non una parola sui personaggi femminili provenienti dal mondo dello spettacolo, che ovviamente in lista ci saranno.
Sessantuno minuti di discorso, interrotti da sessantuno appassionati applausi della platea dei seimila delegati a cui si aggiungevano circa altri tremila ospiti del primo congresso nazionale del Popolo della Libertà. Questo il tributo a Silvio Berlusconi, che in mattinata era stato acclamato all’unanimità primo presidente del Pdl. E proprio i delegati sono stati investiti direttamente dal leader ‘missionari delle libertà’. Nel lungo intervento il Cavaliere ha toccato tutti gli aspetti della politica nazionale e internazionale, ma ha anche voluto dare una spiegazione sulla nascita del Pdl. In apertura subito l’omaggio all’unico big non presente (ma Berlusconi ne era al corrente) al padiglione 8 della Nuova Fiera di Roma, il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che dice Berlusconi “mi ha riconosciuto una lucida follia. Un po’ matto lo sono stato davvero” ma senza questa lucida follia che viene da quella descritta da Erasmo da Rotterdam “non sarebbe mai nato il Pdl. Non vi deluderò”.
Subito la prima stoccata alla sinistra “è arretrata e faziosa, fa opposizione non al governo ma al Paese”. Grande lo spazio che il premier ha riservato alla crisi economica internazionale in atto “diffusa nel mondo – ha detto – ad opera di un virus venuto dagli Stati Uniti. Nessuno al mondo può avere una ricetta sicura per debellare questo virus”, e ha rivendicato i meriti dell’esecutivo “abbiamo agito tempestivamente e con saggezza facendo in modo che non venisse modificata la certezza del consumo e anche per il welfare a sostegno della parte povera della società per la quale” altra stoccata all’opposizione “i governi di sinistra non avevano fatto nulla”. Ecco per il premier questa è la strada su cui proseguire. Compito del Pdl sarà quello di “guidare la terza ricostruzione dell’Italia” perchè “la crisi non ci impedirà di andare avanti, cambiare il Paese e costruire per i nostri figli un nuovo miracolo italiano come avvenne nel ‘94”. Poi la solenne promessa “usciremo dalla crisi più forti di prima”.
Ed ecco un attacco alla sinistra “noi abbiamo introdotto nella politica la vera moralità, quella del fare”. Non basta eleggere i politici, bisogna sempre pretendere che chi è stato eletto onori il programma sul quale ha avuto la fiducia”. Perché se per “loro il programma è un pezzo di carta da stracciare, per il Pdl il programma è un patto vincolante”. Tra i temi toccati dal Cavaliere il federalismo (“quando andrà a regime, porterà a una riduzione delle spese inutili. Tutto ciò che sarà risparmiato verrà utilizzato per diminuire le tasse.”), l’università (“deve cambiare”. No alla moltiplicazione dei corsi di laurea a vantaggio di parenti e amici per dare gli incarichi da docenti e ricercatori. Sì, invece, a premi solo per le università migliori: “135mila studenti meritevoli di fasce sociali più deboli avranno vere borse di studio per andare avanti”), e sull’ambiente dice sì alla proposta del presidente americano “Barack Obama di organizzare un forum sull’energia e sui cambiamenti climatici abbiamo dato il nostro via libera affinché si tenga la riunione durante il G8 alla Maddalena”.
Quindi il decoro urbano: bisogna far rispettare il divieto di lordare le strade con mozziconi e cartacce, di imbrattare i muri. E il piano casa? Berlusconi dice che ci sarà a breve. E sarà anche per i giovani: “mettere insieme una famiglia – dice il leader del Pdl – è una decisione diventata una scelta diciamolo pure coraggiosa. Per questo una parte importante del piano casa che realizzeremo tra breve sarà dedicata proprio alle giovani coppie per cui la ricerca di un’abitazione non dovrà rappresentare più un freno all’uscita dal guscio rappresentato dalla famiglia da rinnovare”. Insomma, stop alla logica dei ‘bamboccioni’.
Ma l’intervento del Cavaliere ha tenuto a sottolineare l’importanza delle riforme istituzionali e costituzionali. “La Costituzione va rivitalizzata e arricchita. Una delle missioni della nostra maggioranza – ha aggiunto – è ammodernare l’architettura istituzionale dello Stato”. Ha dato ragione a Fini, che aveva usato la metafora del calabrone e della farfalla. “È il tempo di passare dal calabrone alla crisalide ed è tempo che la crisalide diventi finalmente farfalla. E che l’Italia, come una farfalla, possa spiccare finalmente il volo”. Le riforme dovranno dare più poteri al premier, che “al contrario delle favole scritte su di me dalla sinistra, non ho poteri, se non quelli che derivano dalla mia autorevolezza”. I poteri che la Costituzione assegna al presidente del Consiglio sono praticamente inesistenti (li ha definiti “finti”).
Il punto di partenza deve essere la riforma dei regolamenti parlamentari, che per il Presidente del Consiglio sono “immutati dai tempi della prima Repubblica. Non è più rinviabile e non mortificherà il Parlamento ma gli restituirà il giusto ruolo e la piena dignità”. Una riforma necessaria che il Cavaliere ritiene necessaria “per evitare che i regolamenti siano lo strumento e il pretesto per l’ostruzionismo da parte dell’opposizione. Il Parlamento potrà così valutare i provvedimenti secondo tempi che non sono posti dal governo ma dall’urgenza delle circostanze”. Poi, confermando la sua discesa in campo alle europee, sferra un altro attacco diretto a Dario Franceschini: “Non ho esitazioni ad impegnarmi concretamente alle prossime europee. Un leader – ha sottolineato – deve avere il coraggio di farlo. Dicono che è una candidatura di bandiera? Ma è una bandiera dietro la quale ogni vero leader chiama a raccolta il proprio popolo”. E lo sfida: “Se è un vero leader faccia lo stesso”. Conferma che “le prossime elezioni europee sono molto importanti. Puntiamo – dice Berlusconi – a diventera il primo gruppo nel Ppe”. E rivela che “in Italia ora siamo al 44%, ma un grande partito non si accontenta e si candida a ottenere il 51 per cento dei consensi”.
Rivolgendosi alla platea chiede “Cos’è dunque il Popolo delle Libertà?” Il Cavaliere non ha dubbi e spiega: “Siamo il Popolo della libertà e alla libertà, alla dignità dell’uomo, ai pari diritti tra uomo e donna, alla sacralità della vita e alla difesa della famiglia naturale, noi non rinunciamo. Gli altri – attacca – chiamo tutto questo ‘berlusconismo’ ma i nostri riferimenti sono gli stessi del Partito dei popoli europei”. Il Premier si dice convinto che “Il Pdl sarà fucina di idee e programmi e durerà nel tempo. Sopravviverà ai suoi fondatori”. Finale con tutti sul palco. Inno alla gioia e di Mameli. Prima della chiusura di Berlusconi, il congresso aveva approvato lo Statuto con 4 voti contrari e 5 astenuti. E oltre ai 34 membri dell’ufficio di presidenza a governare il nuovo partito, insieme al Cavaliere, ci sono i tre nuovi coordinatori: Ignazio La Russa, Denis Verdini, e Sandro Bondi.
I triumviri avevano parlato nella mattinata. L’ex reggente di An aveva sottolineato che “non è una colpa avere tanti leader. E poi tra la coppia Fini-Berlusconi e quella Franceschini- Veltroni passa la stessa differenza che c’è tra il giorno e la notte”. Quindi un avviso all’Udc: “Casini non accetta il bipolarismo, ma noi non torniamo indietro”. Il ministro della Cultura, Sandro Bondi – che ha promesso che sarà “coordinatore con tenerezza” - ha aperto sul testamento biologico dicendo “un fermo no all’eutanasia, ma un altrettanto cristiano no all’accanimento terapeutico che deve lasciare il posto ad un atto di libera volontà della famiglia in accordo con i medici”. Infine l’ex coordinatore azzurro, Denis Verdini, ha parlato di “fusione riuscita tra An e Fi”, e ha rivendicato l’importanza e la grande innovazione dello statuto che “ci permetterà di consultare i nostri elettori in maniera costante anche grazie al web”.
Il VIDEO servizio:
LEGGI ANCHE: Pdl, Schifani risponde a Fini: “Laicità non è omissione di responsabilità” - Pdl, il giorno di Fini che chiede più laicità - Berlusconi: “Siamo il partito degli italiani di buon senso
Un nuovo appello al capo dello Stato a far sentire la sua voce quando sul tavolo del Quirinale arriverà la legge sulle intercettazioni per la firma. Antonio Di Pietro, per nulla pentito delle critiche rivolte a Giorgio Napolitano, torna ad ammonire il presidente della Repubblica: “Adesso che arriva il momento della firma della legge sulle intercettazioni, visto che in Parlamento la voteranno tutti con la mano alzata come soldatini - affonda il leader dell’Idv - il presidente si chieda se questa legge sia davvero costituzionale o se umilia la funzione della giustizia costituzionalmente garantita uguale per tutti”.
“E’ a dir poco sgradevole il fatto che ancora una volta il signor Di Pietro stia cercando di intimidire il Capo dello Stato, o comunque di trascinarlo impropriamente nell’arena politica” ha detto Daniele Capezzone, Pdl, portavoce di Forza Italia, commentando l’invito alla riflessione rivolto dal leader dell’Idv al Capo dello stato.
Sullo stesso tema è intervenuto stamattina il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, nel corso di un’intervista a Youdem, la tv del Partito Democratico, sostenendo che “è giusto impedire ai giudici la cosiddetta ‘pesca a strascico’ e limitare il ricorso a questo strumento”. ‘Ad un magistrato - ha spiegato La Russa - è ora consentito di fare pesca a strascico, cioédi dire ‘io ho l’impressione che lì ci sia un reato ed allora mettiamo sotto intercettazione tutti i telefoni di tutte le persone che hanno contatti con questo ambiente e lasciamoli lì un anno per vedere cosa viene fuori’. Noi invece pensiamo che sia giusto dire ‘io ho indizi che lì’ ci sia la possibilità di un reato, quelle persone sono indiziate, per un breve periodo di tempo intercettiamole”.
Il ministro ha poi sottolineato che ”la posizione di An, secondo cui, a fronte di un abuso delle intercettazioni, non fosse necessario toglierle come strumento di indagine, alla fine è stata ascoltata”.
LEGGI ANCHE: Intercettazioni, Berlusconi chiede una stretta - Caso Genchi, nella rete di Interceptor e partecipa al FORUM
- Tags: accordi, barconi, clandestini, coste, Difesa, Ignazio-La-Russa, immigrazione, Lampedusa, libia, rimpatrio, Roberto Maroni, sbarchi, Viminale
-

Da oggi partiranno i primi rimpatri di migranti direttamente da Lampedusa e a gennaio i pattugliamenti congiunti nelle acque libiche. Ad annunciarlo è stato ieri il ministro dell’Interno, Roberto Maroni. All’emergenza clandestini si risponde con misure d’emergenza ha spiegato ieri il titolare del Viminale ma l’atteggiamento da tenere con la Libia diventa la scintilla dell’ennesima polemica con il ministro della Difesa, Ignazio La Russa che in un’intervista al Corriere della Sera dichiara: fare i duri con i libici non serve a niente. Secca la replica del titolare del Viminale. “Lui” dice Maroni “è più fortunato di me. Io non sono in qualche spiaggia nei mari tropicali, ma sono in Padania. Ho voluto rimanere qui proprio per affrontare le eventuali emergenze e quella di Lampedusa è una emergenza”. Non si fa attendere la controreplica del ministro della Difesa. “Alzare la voce senza prima avere ratificato in Parlamento l’accordo firmato con Gheddafi può servire a livello interno, ma se si vuole veramente affrontare il problema degli sbarchi non serve a nulla”.
Eppure il ministro dell’interno promette: “Chi sbarca a Lampedusa sarà rimpatriato entro pochi giorni direttamente da Lampedusa, senza essere trasferito in altri centri italiani. Ho dato disposizioni per attivare un centro idoneo al riconoscimento e all’espulsione. Domani o al massimo dopodomani ci saranno i primi voli di rimpatrio”.
In questi giorni l’isola è meta di un flusso ininterrotto di carrette del mare che scaricano migranti ed il centro di accoglienza dell’isola scoppia. Oggi 280 clandestini sono stati trasferiti in altre strutture. A Lampedusa ne restano circa 1.300 (la capienza è di 800). Ma la vera soluzione finale per l’emergenza sbarchi il ministro dell’Interno la individua nei pattugliamenti congiunti delle coste libiche, che dovrebbero partire a gennaio con sei motovedette messe a disposizione dall’Italia, ad oltre un anno dall’accordo in merito siglato siglato dall’allora ministro dell’Interno, Giuliano Amato, con il suo collega libico. Con l’avvio dei pattugliamenti, secondo Maroni, “potremo dire addio una volta per tutte al problema degli sbarchi a Lampedusa”.
La linea dura annunciata dal ministro non piace al Pd ed alle associazioni. “Falliti gli accordi con la Libia per mancata ratifica da parte del Parlamento” attacca Jean-Leonard Touadi, deputato del Pd “ora Maroni annuncia i rimpatri di massa da Lampedusa. Anche questo è un annuncio che resterà senza effetto perchè i rimpatri sono contrari alle norme internazionali e alla dignità delle persone, oltre che incredibilmente onerosi per le casse dello Stato”.
Analoga la posizione di Filippo Miraglia, dell’Arci, che ricorda come “l’Italia sia stata già condannata dalla Corte europea di Strasburgo per un’analoga iniziativa varata dell’ottobre 2005 dell’allora ministro Pisanu”. Mentre la portavoce in Italia dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), Laura Boldrini, mette in guardia dal rischio di “espulsioni generalizzate” e ricorda che “devono essere tutelati i diritti dei richiedenti asilo”.
Intanto è trascorsa la prima notte senza sbarchi di immigrati clandestini sull’isola di Lampedusa dopo l’arrivo dei circa duemila extracomunitari durante le feste di Natale. Alla sala operativa della Capitaneria di porto di Palermo, che coordina le operazioni di soccorso, non sono arrivate notizie di imbarcazioni nel Canale di Sicilia. Sull’isola sono stati istituiti dei ponti aerei per portare i migranti nei Centri di permanenza temporanea della Puglia e della Calabria e alleggerire il Centro d’accoglienza di Lampedusa ormai al collasso.