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Ignazio-Marino

Pd: Bersani in testa esulta su Twitter. Mannheimer lo gela: “Presto per dire chi vincerà”

Pierluigi Bersani, parlamentare del Pd

“Peppone” Bersani stacca il “segreDario”. Ed esulta.
La volata per la conquista delle primarie del 25 ottobre, che decideranno il numero uno del Partito Democratico, vede ormai solo due protagonisti: l’ex ministro del governo Prodi da una parte, spalleggiato da D’Alema & C., l’attuale segretario del Pd dall’altra, che gode dell’appoggio di Veltroni. Continua

D’Alema vs Veltroni: tutte le mosse alle primarie dei due (veri) leader del Pd

Walter Veltroni e Massimo D'Alema

Sono tornati gli strateghi. Schierati su campi opposti da giugno, ora a circa un mese dal congresso i due “veri” leader del Pd piazzano le prime stoccate. Colpi mediatici, ovviamente, in un weekend (quello del 6 settembre) rovente per il centrosinistra.

Continua

Iscritti, tessere e correnti: sorprese e misteri in casa Pd

Iscrizioni al Pd

Il congresso del Partito democratico non finisce di stupire.
Sembrava che la palma del (presunto) tesseramento gonfiato (almeno questo era il timore di Ignazio Marino, uno dei cinque runners in corsa per la poltrona di segretario) dovesse andare ai campani, invece, calcolando la percentuale degli iscritti rispetto ai voti andati al Pd alle elezioni del 2009, la Campania (dove il Pd ha preso il 19 per cento dei voti) è al terzo posto, con un rapporto di 12,3 tessere ogni 100 votanti.

Vince la Calabria, invece, dove sono state registrate 17 tessere ogni 100 elettori, mentre la rossa Emilia-Romagna arriva solo a 11 su 100. Più indietro ancora la Toscana, con un rapporto di 7 a 100. Seconda è la Basilicata, con una percentuale di 13,4 iscritti ogni 100 elettori. Proprio qui si sta verificando un caso unico.
Per l’area di Pier Luigi Bersani i candidati alla segreteria regionale sono due: Salvatore Adduce, ex parlamentare, e Roberto Speranza, dirigente locale ed ex presidente nazionale della Sinistra giovanile. Insomma, misteriosamente, ora si dividono pure le correnti.

MULTIMEDIA: Candidati, pedine e alleanze. Con chi stanno i big del Pd - LEGGI ANCHE: Finocchiaro & C: i non allineati del Pd in campo per salvare il partito (da se stesso)

Il fegato di Marino: Per il Pd malato ci vuole il mio bisturi

Ignazio Marino

di Laura Maragnani

Ma chi gliel’ha fatto fare? Glielo chiede sempre anche sua moglie. “È un pazzo” dice infatti la signora, con un sorriso, mentre carica la lavastoviglie. E lui: “Anche mia figlia è contrarissima. Per non parlare di mia madre”. “Ma quando Ignazio si mette in testa un’idea…” sospira la moglie.
Ignazio Marino è senza dubbi uno che ha fegato. Dopo averne trapiantati 650 ha deciso che il suo, di fegato, serve per rompere gli schemi del Partito democratico. Così il 3 luglio ha sfidato Dario Franceschini e Pier Luigi Bersani, più il giovane Mario Adinolfi, per la segreteria del Pd. Battuta scontata: serve proprio un chirurgo per salvare il partito? Lui, serissimo: “Sarcasmo inutile. Qui c’è solo da rimboccarsi le maniche e dire: siamo qua, questi sono gli obiettivi, questa è la nostra tabella di marcia. Un partito a cosa serve, se non a organizzare in modo più moderno la vita di un paese?”. Marino, la carta a sorpresa delle primarie (qui Guarda la GALLERY: protagonisti e sponsor della corsa a leader del Pd), è sposato dal 1990 con Rossana, ex infermiera al Policlinico Gemelli, e padre della liceale Stefania, adottata in Colombia. È nella capitale da tre anni, ma fa ancora il marziano a Roma. Niente salotto dunque, l’intervista si fa in cucina. Piatti, forchette, tovaglioli, fogli e appunti dappertutto. C’è pure un gatto che si chiama Napoleone.

Ma una sede non ce l’ha?
In via della Lega Lombarda, a due passi dalla Stazione Tiburtina.
Un po’ fuori mano.
Franceschini infatti ha la sede in via del Tritone. Bersani in piazza Santi Apostoli. Certo non una zona delle più popolari di Roma, in quanto ad affitti. (Risata). Noi potesse arrivare in autobus, in treno, in macchina. In centro come ci arrivi, se non hai l’auto blu?
L’apparato del partito da una parte, l’outsider dall’altra. È questo lo scenario?
Guardi che io sono uno dei fondatori del Pd, non un outsider ignoto.
Tessera numero?
Nessun numero.
Bizzarro…
Le tessere dell’autobus hanno un numero, quelle del Pd no. Ma come si fa a contare delle tessere che non sono numerate?
Sospetta?
In alcuni posti, come a Napoli, ci sono più tessere che elettori.
La sua campagna per il tesseramento?
So che centinaia, migliaia di persone stanno chiedendo la tessera per sostenere la mia mozione. Ma i circoli spesso sono chiusi. Oppure non hanno le tessere. Oppure… Posso farle vedere centinaia di email. A Roma una signora ha girato inutilmente tre circoli. Da Milano mi hanno scritto che per l’iscrizione gli hanno chiesto 100 euro. Ma il partito non aveva stabilito 15? Mi viene il dubbio che si voglia scoraggiare le persone a iscriversi.
E a sostenere lei.
Se riusciamo a raggiungere il 5 per cento dei voti al congresso, le primarie le vinceremo noi. Sicuro. E cambietestaremo questo Paese.
Biografia del possibile segretario?
Genova, 10 marzo 1955. Pesci ascendente Sagittario. Primogenito, due sorelle.
Famiglia?
Siciliana e contadina. Papà voleva fare l’ingegnere navale e il nonno disse: “Ti pago l’università per un anno. Se non ci riesci, torni e fai il fabbro”.
Ce l’ha fatta. È stato assunto all’Ansaldo. Scuole?
A Genova fino alle medie. Poi Roma, liceo classico: shock culturale. Un’altra cosa rispetto a Genova, dove la sera alle 10 non c’era un’anima in giro perché alle 6 del mattino tutti andavano a lavorare.
E Roma?
Il ‘68, la politica. Andavo alle manifestazioni, come tutti, e avevo il poster del Che in camera. Ma ero negli scout. E mi interessava studiare.
Università?
Cattolica, Policlinico Gemelli. Al secondo anno ho chiesto di entrare a chirurgia. Volevo fare i trapianti.
Perché?
La mia è la generazione dello sbarco sulla Luna, 1969, e del primo trapianto di cuore di Christian Barnard, 1967. Mi affascinava, e mi affascina, l’idea della tecnologia applicata alla cura degli umani.
L’ultimo trapianto?
Agosto 2006, subito dopo l’elezione a senatore. Il trapianto richiede disponibilità e presenza continue, io non potevo più garantirle.
L’ultimo intervento?
Il 3 luglio, a Verona: lesione al fegato. Quello stesso giorno ho deciso di candidarmi alla segreteria del Pd. Adesso, per la prima volta in vita mia, sospendo di operare. Dopo il 25 ottobre si vedrà.
Pensa di smettere?
No. Uscire dalla sala operatoria e ricevere l’abbraccio di un figlio o di una moglie è una gratificazione per me insostituibile. E poi serve a tenere un aggancio con la realtà. In chirurgia non ti puoi raccontare storie. Ti poni degli obiettivi e sai presto se li hai raggiunti.
Lei li ha raggiunti?
A 37 anni dirigevo l’unico centro trapianti del governo americano. Ero un extracomunitario, oltretutto. Ma in America i meriti sono valutati con lealtà e trasparenza, mentre qui la cultura del merito non esiste. Ed è gravissimo: se noi ai giovani togliamo il merito, uccidiamo la loro speranza. Uccidiamo il Paese. Ma oggi in Italia conta più chi conosci di quello che sai fare.
Anche lei non sapeva niente di politica, quando nel 2006 Massimo D’Alema le propose di candidarsi.
D’Alema e Giuliano Amato: hanno molto insistito entrambi. Mia moglie e mia figlia erano contrarie. Ma io già collaboravo con Italianieuropei e sentivo che in Italia c’era bisogno di smuovere qualcosa.
E cosa ha smosso?
Nel luglio 2006, da presidente della commissione Sanità, ho presentato il primo disegno di legge sul testamento biologico.
Gli italiani infatti la conoscono per le battaglie sul caso Englaro e sulla bioetica. Bastano?
Nel 2006 sono riuscito anche a far passare in Finanziaria il principio che il 10 per cento dei fondi per la ricerca venga assegnato da una commissione internazionale di scienziati sotto i 40 anni. Nel 2008 la presidente era una biologa molecolare della North West University di Chicago. E quella commissione ha valutato 1.720 progetti di ricerca, assegnando 16 milioni ai migliori 26. Questo per l’Italia è una rivoluzione, o no?
I vincitori voteranno per lei?
Non ci scherzi. Alla nostra mozione sta lavorando gente in tutto il mondo. I piombini come Pippo Civati e Ivan Scalfarotto, i ricercatori della Bocconi e della London school of economics, insieme a magistrati come Felice Casson e a decine di circoli, elettori, consiglieri comunali.
Ancora non ha risposto. Chi gliel’ha fatto fare?
Il senso del dovere un po’ genovese? La nascita del Pd è stata straordinaria. L’entusiasmo, la voglia di cambiare. L’Italia ha un bisogno disperato di cambiamento.
E il Pd l’ha tradita?
Franceschini e Bersani sono preparatissimi, ma ostaggio di correnti e capocorrenti che conosce anche il mio ortolano. E ogni capocorrente lavora per difendere la propria fetta di potere.
Anche la mozione Marino ha le sue correnti: i piombini al Nord, Goffredo Bettini e l’apparato a Roma…
Ma ci si siede tutti a un tavolo e si discute; da lì in poi si procede compatti. Se l’immagina una sala operatoria dove, quando si apre la pancia del paziente, i vari chirurghi (magari uno si chiama Franceschini, uno Francesco Rutelli, uno Bersani, uno Paola Binetti, e chi più ne ha ne metta) ficcano le mani dove gli pare?
Torniamo all’allegoria del Pd moribondo?
Oggi il Pd è paralizzato dai contrasti fra i leader. E nessuno ascolta i milioni di cittadini che lo hanno fondato.
Per questo perde voti?
Se lei è azionista di una società i cui amministratori pensano solo a migliorare la propria posizione, e non a darle dividendi, non venderebbe le sue azioni? In Italia abbiamo 860 mila richieste per una casa popolare. Le risulta che il Pd ne abbia fatto una priorità? Sa che ogni anno 1 milione di italiani emigra al Nord per sottoporsi a cure che paga di tasca propria, alla faccia del diritto alla salute uguale per tutti?
Un altro esempio.
Il ritorno al nucleare. C’è il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, che dice: “Non esistono sistemi sicuri di stoccaggio delle scorie”. È un problema che lasceremo ai nostri figli e nipoti e bisnipoti. Sono contrario. Oltretutto il governo ha deciso i siti senza ascoltare i cittadini. Il Pd avrebbe dovuto fare un’opposizione molto più rigorosa e severa.
Basta con l’antiberlusconismo?
In Italia vedo una maggioranza che non si riconosce nei principi di vita di Silvio Berlusconi. Ma a questa maggioranza va spiegato, e bene, che cosa pensa il Pd. Senza contraddizioni, senza balbettamenti. Ci vuole un metodo assolutamente nuovo.
Chirurgico?
Ci vuole la riunione della segreteria alle 7 del mattino, per fare il punto con i responsabili delle aree strategiche. Ci vuole gente competente, non scelta solo perché appartiene alla tale corrente. Anche nel Pd c’è bisogno di merito.
E di alleanze?
Non sono così ingenuo da pensare che il Pd, anche con Marino segretario, domani raggiunga il 51 per cento dei voti. Avrà bisogno di alleati. Ma anche qui vorrei un approccio chirurgico: c’è un programma e in base a quello chiedi chi ci sta e chi no. Vorrei poter presentare la squadra di governo prima del voto.
Ma il Pd si sta consumando in ben altri calcoli: con Pier Ferdinando Casini o con Rifondazione? Coi radicali o con Sinistra e libertà?
Non mi interessa. Noi non abbiamo fatto campagna acquisti.
Non vorrebbe neppure Antonio Di Pietro?
Di Pietro ha ragione da vendere quando dice no ai condannati in Parlamento. Anch’io voglio ridurre i parlamentari e i costi della politica. Ma non condivido i suoi attacchi a Giorgio Napolitano: il presidente della Repubblica non può essere messo in discussione.
Se non arriva al 51 per cento alle primarie, a chi darà il sostegno?
So che ci sono delle voci, messe in giro con molta cattiveria.
Che dietro a Marino in realtà ci sia D’Alema, per indebolire Franceschini e rafforzare Bersani?
Non mi sono candidato per tattica. Né sono qui a lavorare, da giorni, per scrivere una mozione che faccia da merce di scambio.
Smentisce?
La nostra non è un’operazione di così corto respiro. Se non arriviamo al 51 per cento, sintetizzeremo il programma in una decina di punti irrinunciabili: chi li sposa avrà il nostro appoggio. Ma non accadrà.
Vincerà le primarie?
Dipende da quante tessere fanno a Napoli e in Calabria.

Casinò Pd: grandi manovre alla ricerca di un leader

Assemblea del Partito Democratico

Guarda la GALLERY: Chi sta con chi al congresso del Pd

Sarebbe materia per un altro romanzo di Ermanno Rea, un secondo tempo di Mistero napoletano, il blocco di partenza per una corsa nella politica nazionale e locale, un’indagine letteraria e saggistica sui destini privati e pubblici di un partito, di una classe dirigente, di una città. Fiction e analisi politica servono per raccontare le eruzioni vesuviane e descrivere le parabole dei lapilli che spiovono fino a Roma. In un solo pomeriggio a Napoli si sono iscritti in 6 mila al Partito democratico; e 60 mila tesserati su circa 300 mila sarebbero all’ombra del Vesuvio.
Ignazio Marino, candidato alle primarie, ha detto quel che in molti nel partito pensano e cioè che presto a Napoli ci saranno più iscritti che elettori (il Pd alle ultime elezioni ha preso il 19 per cento dei voti). Grande è l’imbarazzo, piccola l’indignazione, solitaria la vibrante protesta. Perché a Fuorigrotta le tessere sono passate da 600 a oltre 2 mila, a Bagnoli da 400 a più di 1.000, a Ponticelli da 500 a quasi 1.400, a Soccavo da 500 a 1.700, a Barra da circa 500 a più di 1.500. Stesso boom in provincia: a Castellammare di Stabia vi sarebbero già 3 mila tesserati, quasi 2.500 a San Giorgio a Cremano, quasi 1.000 a Candito, più di 500 a Sant’Anastasia, quasi 500 a Casandrino.
Mistero napoletano? Non solo. A Pastena, in provincia di Salerno, la bolla speculativa delle tessere è esplosa durante il congresso bis (il primo vinto dai sostenitori del sindaco Vincenzo De Luca è stato invalidato) dei giovani democratici. Deluchiani contro bassoliniani, dialettica ai materassi, polo nautico trasformato in ring, sberle, schiaffi, calci. Time out, tutti a casa. “Stavolta Bassolino in Campania è più vittima che carnefice, sono più le componenti veltroniane a giocare con le tessere”, dice a Panorama Claudio Velardi, ieri assessore nella giunta regionale campana di Antonio Bassolino, oggi uomo di sinistra in cerca di un partito che non c’è. Sono gli effetti collaterali della grande corsa alla segreteria del Pd e mai come ora le tessere rischiano di essere decisive.
Marino ha capito che senza tessere ha poco fiato per correre e cerca la bombola d’ossigeno lanciando la proposta di “allungare il tesseramento fino al 31 luglio” (E invece la richiesta del cardiochirurgo è stata respinta. Lo stop alle tessere scatta martedì 21, come previsto da tempo dalla Direzione del partito. Ma qualcuno parla già di “allarme” per il forte calo degli iscritti. Anche se i dirigenti minimizzano la matematica continua a non essere un’opinione: il calo di iscritti è pari a un terzo di quelli dei Ds e della Margherita messi insieme. Quando si svolsero le primarie nel 2007, tre milioni e mezzo di persone andarono ai gazebo del Pd per esprimere la propria preferenza. Oggi, anche se l’iscrizione a un partito non è esattamente la stessa cosa della partecipazione alle primarie, si registra un sensibile calo in termini di “gradimento”: siamo molto al di sotto della fatidica quota un milione di iscritti. Secondo alcune indiscrezioni il Pd dovrebbe arrivare a quota 600-700 mila iscritti. Ben al di sotto di quota un milione, considerata “alla portata” visto l’exploit delle primarie).

Sembra di leggere una sceneggiatura rétro dove s’agitano gli uomini della Corrente del Golfo, la pancia piena della Dc che iscriveva pure i defunti, e non invece quella semivuota di un Pd in cerca d’autore. Cosa sta succedendo al tavolo del Pd? Chi fa il cartaro e con quale mazzo si sta giocando il piatto finale della segreteria? Chi ha gli assi e chi invece bluffa? Siamo solo alla prima mano della partita, quella che dovrebbe chiudersi il 21 luglio con il tesseramento nel partito, ma i fatti curiosi registrati sul taccuino del cronista sono parecchi. Cominciamo subito a dire che le regole del gioco sono meno chiare di quelle di un poker classico o del Texas Hold’em che oggi va di moda.

Il regolamento del Pd per l’elezione del segretario sembra una creatura abominevole uscita dalle pagine de L’Isola del Dottor Moreau. “Una cosa totalmente folle” dice Velardi “prodotta dal tentativo di autoconservazione di un gruppo dirigente che, entrato nella logica mediatica delle primarie, ha provato a salvaguardarsi con un mostro giuridico”. Quella del regolamento è una lettura sospesa tra orrore ed errore, dove apprendiamo che per sedersi al tavolo il giocatore candidato deve avere le firme e dunque l’appoggio di almeno “il 10 per cento dei componenti l’assemblea nazionale uscente, oppure di un numero di iscritti compreso tra 1.500 e 2 mila, distribuiti in non meno di cinque regioni, appartenenti ad almeno tre delle cinque circoscrizioni elettorali per il Parlamento europeo”.
Mal di testa? Ecco la pillola-traduzione: o controlli un pezzo di partito o vai sul mercato della politica per comprare le tessere e le firme. Alle ore 20 del 23 luglio Dario Franceschini, Pier Luigi Bersani, Ignazio Marino e Mario Adinolfi dovranno presentarsi con il bottino di firme. E qui comincia il bello: Franceschini e Bersani non hanno problemi, il primo ha con sé il sistema veltroniano, il secondo il famigerato apparato dalemiano. Marino è un outsider e, come vedremo, le firme e le tessere se le dovrà sudare, strada ancora più impervia per il blogger Adinolfi. Le tessere sono fondamentali perché la prima mano del poker democratico prevede il voto nelle riunioni di circolo. Si svolgerà entro il 30 settembre e potranno scegliere un candidato solo gli iscritti al partito. In questa fase, come nella Balena bianca, vince chi ha più iscritti dalla sua parte e cioè chi controlla più tessere: non è ancora il momento di eleggere il segretario, però si scremano solo le candidature per le primarie.
Come? Ecco in soccorso l’adamantino articolo 8 comma 2 del regolamento: “Risultano ammessi all’elezione del segretario nazionale i tre candidati che abbiano ottenuto il consenso del maggior numero di iscritti purché abbiano ottenuto almeno il 5 per cento dei voti validamente espressi e, in ogni caso, quelli che abbiano ottenuto almeno il 15 per cento dei voti validamente espressi e la medesima percentuale in almeno cinque regioni o province autonome”. Vertigine e traduzione: chi controlla il 5 per cento delle tessere ha la speranza di entrare nel mazzo delle primarie, chi becca il 15 per cento è invece sicuro di essere catapultato nel grande gioco. Domanda delle cento pistole: e se sei candidati prendono il 15 per cento dei consensi a testa, cioè il 90 per cento dei voti espressi? Si balla la rumba, tutti vanno alle primarie.
Prendiamo un’aspirina, pigiamo il tasto avanti sul telecomando e passiamo alla scena clou: file ai gazebo, contorno di banchieri democratici, festa grande, piazze piene, “un grande giorno per la democrazia”. Votano tutti, iscritti al partito e registrati d’occasione per scegliere il segretario e i membri dell’assemblea nazionale.
Chi vince? Il candidato che ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi. In queste condizioni, con due sfidanti simil-forti (Franceschini e Bersani) e un outsider insidioso (Marino), può succedere di tutto e soprattutto che nessuno superi l’asticella del 50 più uno. Labirintite? State seduti, pigiate il tasto del telecomando indietro, i gazebo spariscono, si torna nelle stanze del partito perché, “qualora nessun candidato abbia riportato tale maggioranza assoluta, il presidente dell’assemblea nazionale indice, in quella stessa seduta, il ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’assemblea e proclama eletto segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi”. Tasto reset sulle primarie, la partita a poker la vince chi ha più carte da giocare, cioè più tessere. A quel punto ogni legione avrà deciso il suo imperatore in tre passaggi diversi e altrettante fonti di legittimazione: gli iscritti con il voto dei circoli, i registrati con le primarie, gli eletti con l’assemblea nazionale.
Balcanizzazione del partito ed esito finale “dell’accordicchio” dice Velardi “tra gruppi di potere nella logica di un finto vogliamoci bene, quando invece servirebbe un leader con il coraggio di aprire una vera guerra interna per il comando, lasciando sul campo morti e feriti”. Sembra la parabola dell’Alberto Sordi commerciante di pompe idrauliche che passa al commercio d’armi, viene scoperto da moglie e figli, ma in famiglia nessuno rinuncia ai soldi e agli agi. Nel Pd finché c’è guerra c’è speranza.

Franceschini e il programma su Twitter: da 281 pagine a 160 caratteri, la sostanza non cambia

Il segretario del Partito democratico, Dario Franceschini

“I tempi corrono, le mode cambiano, sarà meglio adeguarsi”. Avrà pensato così Dario Franceschini, agguerrito candidato alla segreteria del Partito Democratico, nel presentare il proprio programma politico su Twitter (social network fra i più in voga).

Solo 160 caratteri per presentare idee, progetti, posizioni. Un modo per distanziarsi forse dalle 281 pagine di programma dell’Unione, tristemente famose anche e soprattutto nel popolo della Rete. Ci aveva già provato Walter Veltroni, riducendo il suo programma a 30 pagine. Perché non fare di più, anzi di meno? Almeno in questo sono coerenti, in casa democratica: in tre anni si sono ridotti gli alleati (lasciati a casa Prc, Pdci, Udeur, Verdi, Sd, i socialisti) e si sono persi per strada milioni di elettori. Quindi meglio ridurre anche i temi dei progammi, presentandoli per parole chiave (cinque quelle di “Segredario”: Fiducia, Regole, Uguaglianza, Merito, Qualità).

Franceschini, il candidato del Web

L’ispirazione sarà venuta al suo nuovo giovane “braccio destro”, quella Debora Serracchiani (la Obama italiana, secondo El Paìs) che vede proprio nella sua popolarità in Rete le ragioni del suo successo politico. “Se avrà funzionato per lei…”.

E allora non basta più il classico blog personale, ormai svalutato. Ce l’hanno tutti. Melius abundare: ecco l’account su Facebook (“Comitato Dario Franceschini”), quello su Youtube, il già citato account su Twitter (usato però con il trucco: il discorso programmatico c’è tutto, spezzettato in decine di tweet da 160 caratteri) e pure uno spazio su Flickr, il sito di condivisione fotografica.

Peccato che non basti averceli, questi spazi, se poi non vengono usati nel modo giusto. E allora l’account su Flickr c’è, sì, però è completamente inutilizzato. Mentre quello su Facebook pubblicizza unicamente l’evento di presentazione delle linee programmatiche, e poco altro.
Mentre sarebbe stato molto più coerente con il mezzo presentare proprio in quella sede il programma politico, in un luogo che consentiva di esprimersi in maniera più articolata e chiara, e permetteva a fan e sostenitori di diffondere il programma facilmente.
Insomma, per parafrasare Adriano Celentano, la campagna pre-congressuale del Pd non è affatto “lenta”, ma decisamente “rock”. Non solo una questione legata ai toni usati, alle “pietre che piovono” (come direbbe Ken Loach, per restare in tema) o agli stracci che stanno volando tra i candidati alla segreteria in questa prima fase. È una questione legata ai mezzi scelti dai concorrenti, molto web e zero comizi. Alle modalità di comunicazione utilizzata dai protagonisti, ai contenuti e agli argomenti messi in campo.

Cinque parole chiave per esorcizzare il passato

Quelli di Franceschini, a dirla tutta, nonostante la modernità dei mezzi, guardano un po’ troppo al passato. A ciò che è stato, agli errori fatti. Richiama le colpe del centrosinistra, l’Ulivo per intenderci, niente meno quelle della stagione ‘96/2001: “Dobbiamo dirlo. Il centrosinistra ha colpe precise, non aver approvato una normativa sul conflitto d’interessi quando era maggioranza dal 1996 al 2001. Ma quella responsabilità non ci può spingere adesso a restare ancora fermi e silenti”.
E sempre indietro guarda il segretario, quasi a voler esorcizzare quello che in futuro potrebbe succedere: “Non torneremo indietro. Non torneremo a riconoscerci nelle provenienze che abbiamo scelto liberamente e consapevolmente di lasciare alle nostre spalle“. Aggiunge Franceschini: “Ci vuole sempre più coraggio quando si sceglie di andare avanti. Fermarsi o tornare indietro può essere più tranquillo o rassicurante, soprattutto in un tempo di paure e incertezze. Ma noi vogliamo un partito che ha il coraggio di rischiare”.
Ma per rischiare ci vuole fiducia. Soprattutto quella di chi ti vota. E allora: “Servono misure e comportamenti che alimentino la fiducia personale e collettiva, che tiene insieme la vita, le comunità, il mercato”, dice Franceschini. Che volgendosi ancora una volta a quello che è stato, ammette:  “Quello che dobbiamo fare è ricostruire un’identità del nostro campo. La destra italiana in questi 15 anni ha avuto stabilità negli assetti e un leader unificante. Così ha potuto costruire una identità, percepita da tutti, attorno ad alcuni messaggi chiari: sicurezza, libertà di fare ogni cosa, meno Stato. Il nostro campo nello stesso periodo ha avuto instabilità totale nei leader, nei partiti, che si sono sciolti, ricostituiti, sostituiti, nei governi fragili. E così noi siamo riusciti a trasmettere le sensazioni indistinte, non messaggi chiari e univoci. Se voti destra sai cosa voti. Se voti di qua, non sai cosa voti. E questo più di ogni altra cosa spiega la sconfitta dello scorso anno e i risultati negativi della amministrative e delle europee. Ricostruire una identità sarà un lavoro lungo e difficile ma il risultato delle europee ci mette in condizione di ripartire”.
Perché quello di domani, chiude il segretario: “Sarà un tempo di sfide dure e bellissime e noi lo vivremo“.

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Pd alla resa dei conti. Primarie al minimo, partito al Massimo

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Un pugno di parole lanciato in un’appiccicosa serata romana è bastato a far capire che a ottobre, al congresso del Pd, non sarà in gioco solo il nome del segretario. È sul tavolo anche una posta più alta: decidere se in Italia potrà radicarsi il modello del partito all’americana, con le primarie aperte a tutti (iscritti e non), o se è più opportuno il ripiegamento sul collaudato “partito delle tessere”, legato alle stagioni d’oro della Dc e del Pci.
“Alle primarie” ha detto domenica 5 luglio alla festa romana del partito Massimo D’Alema “tocca solo agli iscritti votare; e questo non perché vogliamo difendere gli apparati, ma perché è giusto che il partito sia prima di tutto l’espressione degli iscritti”. A questo punto, dall’esito dell’antico duello tra D’Alema e Walter Veltroni, forse arrivato dopo 15 anni al verdetto finale, dipenderà anche un po’ del futuro assetto della democrazia italiana. “Oggi” ragiona una delle teste d’uovo dalemiane, il deputato Gianni Cuperlo, “è in atto una deriva di tipo plebiscitario e populistico. In tali condizioni, come è possibile garantire pari opportunità a tutti i candidati? Come si può evitare, per essere ancora più chiari, che alcuni grandi gruppi editoriali si mettano d’accordo alla vigilia del voto per supportare una candidatura o contrastarne un’altra?”.
Cuperlo si ferma qui. Ma basta parlare a taccuini chiusi con altri esponenti dello schieramento dalemian-bersaniano per comprendere che non si tratta solo di elucubrazioni accademiche. Il timore è che i giornali (a cominciare da quelli del gruppo La Repubblica- L’Espresso) e i sindacati, fra l’altro due realtà non particolarmente amate dall’ex premier, finiscano con l’acquistare un ruolo determinante sulle sorti della sinistra, pur rimanendo comodamente fuori dalla mischia. Il fiorentino Michele Ventura, pure lui dalemiano della cerchia più ristretta, rincara la dose con un’altra considerazione: “Le primarie aperte e sostanzialmente senza controlli come quelle che fa il Pd si prestano a infiltrazioni di elettori che non aderiscono al partito, e forse nemmeno al nostro schieramento. Negli Stati Uniti, che sono stati presi a modello, le cose non funzionano così, lì c’è almeno bisogno di una sorta di preiscrizione, più impegnativa rispetto alla semplice registrazione che chiediamo noi”.
E il ricordo di Ventura non può che andare alle primarie fiorentine di febbraio per il candidato sindaco, dove alla vittoria di Matteo Renzi contribuirono anche parecchi voti di elettori del Pdl; sia pure, in questo caso, assai poco lungimiranti.

Introdotte da Romano Prodi nel 2005 allo scopo di farsi plebiscitare per mettere nell’angolo le nomenklature del partito, le primarie sono da allora diventate una specie di marchio di fabbrica del Pd. Con esiti quasi sempre imprevedibili e talvolta paradossali. A Orvieto, tradizionale roccaforte rossa, il Pd ha appena regalato il municipio al centrodestra dopo che nelle primarie il sindaco uscente è stato sconfitto da una candidata d’apparato con scarso appeal per gli elettori meno ideologizzati. Alla Provincia di Ascoli il presidente uscente vendoliano e il candidato espresso dalle primarie del Pd si sono fatti la guerra, spianando la strada al Pdl. Oltre all’autolesionismo, un rischio insito nelle primarie è la sovversione dei rapporti di forza codificati al vertice. A Firenze l’outsider Renzi sconfisse sia il candidato di D’Alema sia quello di Veltroni.
In Puglia, alle primarie del 2005 per il candidato governatore, Nichi Vendola ebbe la meglio sul favorito Francesco Boccia, ancora un dalemiano. Si potrebbe dunque affermare che alla base dell’avversione dalemiana per le primarie ci sia anche una serie storica negativa, già a partire dall’antefatto, lo scontro con Veltroni nel 1994 per la successione ad Achille Occhetto.
Allora Veltroni ebbe la meglio nella prima fase, la consultazione tra il “popolo dei fax”; salvo poi subire la rivincita dell’altro nel decisivo voto in consiglio nazionale.

E potrebbe pesare anche la consapevolezza che riportare il gioco fra gli iscritti costituirebbe un vantaggio strategico, visto che le regioni dove il Pd è più radicato (triangolo rosso, Campania, Puglia) sono dalemian-bersaniane.
dalema

Ma sarebbe ingeneroso ridurre tutto al tornaconto. Dietro la crociata anti-primarie lanciata dallo schieramento D’Alema- Bersani c’è soprattutto il rifiuto di una visione bipartitica della politica italiana. Nel bipartitismo vige l’idea che il partito più grande del proprio campo debba rappresentare una metà della società nazionale, e quindi pian piano a essa aprirsi, mescolarsi. In questo schema le primarie aperte sono il tributo da pagare all’obiettivo, anche perché il segretario diventa automaticamente il candidato premier. Nella visione multipolare dalemiana il Pd rinuncia invece a questa pretesa di iperrappresentatività, la conquista del potere passa per una paziente tessitura di alleanze anche con diversi, ognuno deve pensare a presidiare la propria identità, diventa comprensibile, come dice Cuperlo, che “l’elezione del segretario tocchi a chi, essendosi iscritto, acquista doveri ma anche diritti”. Poiché a partita già iniziata le regole non si toccano, le primarie del 25 ottobre saranno ancora aperte. Ma lo schieramento pro Bersani metterà mano allo statuto in caso di vittoria.
L’idea è far votare il segretario dai soli iscritti abolendo l’attuale doppia fase che prevede la preselezione tra i tesserati e il voto finale nei gazebo. Si manterranno (forse) le primarie per scegliere candidati sindaci, presidenti di provincia e di regione, solo però a condizione che l’esito sia vincolante per l’intera coalizione. Ma sarebbe difficile ottenere il via libera degli alleati minori, condannati dalla logica dei numeri a non uscire mai vincitori. Inoltre il segretario non sarebbe automaticamente il candidato a Palazzo Chigi. Inutile dire che i veltroniani sono contrarissimi. “Rinunciare alle primarie aperte” dice il senatore Giorgio Tonini “significa rassegnarsi a una riedizione dei Ds. Un soggetto chiuso su se stesso, in mano ai vecchi potentati. E pazienza se c’è il rischio di interferenze esterne: non bisogna avere paura di diventare ancora più contendibili”. Stefano Ceccanti è ancora più brutale: “D’Alema vuole ridimensionare la figura del segretario del partito perché il suo piano è offrire la futura premiership a Pier Ferdinando Casini”.

Chi dovrebbero candidare i “giovani” del Pd per ridare slancio al partito?

Bio-testamento, passa l’articolo 1. Dal Pd due linee e tre astenuti

Firma al biotestamento

Sul testamento biologico la maggioranza “apre” all’opposizione accogliendo un punto considerato dal Pd “dirimente”, ovvero l’introduzione del principio del consenso informato nell’articolo 1 della legge. Con questa formulazione l’articolo 1 è infatti stato votato ed approvato in commissione Sanità al Senato. Ma il Pd si è diviso: due linee (chiare e nette); 3 gli astenuti (cui si aggiunge un voto di astensione dell’Idv) e 6 i voti contrari.
Non si tratta di una “spaccatura”, precisano dal Pd, ma per il relatore Raffaele Calabrò il voto evidenzia “almeno due anime” nel partito democratico.

Risolto, sia pure con pareri diversi e malumori di alcuni (Ignazio Marino del Pd ha infatti parlato di “estrema rigidità del governo e del relatore”) il punto relativo al consenso informato, domani sarà la volta del nodo forse più spinoso del ddl, quello relativo alla nutrizione e idratazione artificiale. Nella prima mattinata si riunirà un comitato di confronto informale (con i capigruppo in commissione e il relatore) per preparare il terreno al dibattito; poi, i lavori in commissione.

Un confronto che si preannuncia difficile, mentre i Radicali annunciano un’iniziativa ulteriore. Quella dei “web-emendamenti” da parte dei cittadini: chiunque voglia scrivere un suo emendamento al ddl Calabrò potrà farlo su internet, all’indirizzo www.lucacoscioni/senatoreperdueore, e gli emendamenti verranno poi presentati in aula.
Passa consenso informato, Pd diviso: Nella riformulazione dell’art.1 del ddl approvata, a firma di vari senatori di entrambi gli schieramenti, si legge precisamente che la legge “garantisce che gli atti medici non possono prescindere dall’espressione del consenso informato, fermo il principio per cui la salute deve essere tutelata come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario, se non per disposizione di legge e con i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Nel voto, il Pd si è diviso: hanno votato contro l’articolo 1 sei senatori e tre si sono astenuti (Gustavino, Bosone e la capogruppo in Commissione Dorina Bianchi). Si è astenuto anche il senatore Idv, Astore.
La commissione ha dato il via libera anche all’articolo 4 del ddl, sempre relativo al consenso informato, con “qualche modifica - ha detto Calabrò - che non tocca però l’impostazione e la sostanza dell’articolo stesso”, che prevede tra l’altro come il “consenso al trattamento sanitario può essere sempre revocato, anche parzialmente”.
Bianchi, ma nessuna spaccatura nel Pd: “Non si tratta di una spaccatura del Pd, ma c’è un diverso modo di vedere”, ha affermato la capogruppo Pd in commissione Sanità Dorina Bianchi (che si è astenuta dal voto). “Dei risultati sono stati ottenuti” ha detto “ma c’è chi pensa sia stato meglio astenersi e chi, invece ritiene sia stato meglio esprimere un voto contrario aspettando che ulteriori modifiche avvengano in aula al Senato”. Secondo Bianchi, “è stato fatto un lavoro positivo. Indubbiamente ci sono ancora modifiche da fare” ha aggiunto “ma continueremo a lavorare”. Anche per Ignazio Marino, il Pd “non si è spaccato, ma ha portato avanti la linea prevalente decisa dal partito”.

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