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All’indomani del fallito attentato kamikaze alla caserma Santa Barbara di Milano, a metà ottobre, la Lega nord è tornata a chiedere uno stop alla costruzione di nuove moschee. Ed è appena tornata all’attacco contro l’ipotesi che ne venga edificata una proprio a Milano.
Oggi, secondo una ricerca appena pubblicata da Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova ed esperto di Islam, le sale, gli scantinati e i capannoni dove si prega Allah in Italia sono 661, su un totale di oltre 9 mila luoghi di culto islamici in tutta Europa: quasi quante sono le chiese cristiane dei paesi europei o le moschee nel mondo islamico.
“E il numero aumenterà, anche se in misura minore rispetto al passato” calcola Allievi. “Insomma, non siamo di fronte a un problema di libertà religiosa, però nei paesi di nuova immigrazione la carenza di spazi per la preghiera resta forte”.
Il punto nevralgico è, piuttosto, la difficoltà di rapporto con gli oltre 16 milioni di musulmani che vivono nelle città europee. Per questo le moschee sono diventate il simbolo del conflitto, perfino nei più tolleranti paesi nordici; oppure al contrario, come dimostrano alcuni esempi in Francia e Germania, una possibile strada verso il dialogo.
In estate il consiglio comunale di Copenaghen ha dato via libera alla costruzione di due grandi moschee, una sciita e una sunnita. La decisione è stata lunga e sofferta e ha incassato il fragoroso no del Partito popolare danese.
La formazione di destra, alleata dei Conservatori al potere in Danimarca, ha lanciato una dura campagna mediatica per sottolineare che i due centri di culto saranno realizzati con i fondi del “regime terrorista iraniano” e con quelli dei “dittatori sauditi”. Una mossa che, cavalcando la difficile convivenza tra danesi e immigrati, il 17 novembre ha regalato ai popolari un aumento di quasi il 2 per cento dei voti alle elezioni municipali di Copenaghen.
Il paese conta 250 mila musulmani su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti e l’integrazione non è semplice, come ha mostrato la vicenda delle vignette su Maometto, pubblicate nel 2005. Del resto, nota Allievi, “la Danimarca ha il doppio dei luoghi di preghiera islamici rispetto alla vicina Svezia, ma la metà dei fedeli musulmani”.
Anche in Svizzera c’è chi ha dichiarato guerra ai minareti, “simbolo della conquista e del potere dell’Islam”. Lo Schweizerische Volkspartei ha raccolto 150 mila firme per un referendum che il 29 novembre chiederà ai cittadini se vogliono inserire nella costituzione il divieto di erigere le torri con la mezzaluna.
La maggioranza dei partiti si è schierata contro l’iniziativa. Ma Oskar Freysiger, un dirigente dello Svp, obietta: “I musulmani desiderosi d’integrarsi di sicuro non vogliono i nuovi minareti pagati dai wahabiti”. A dispetto delle tesi di Freysiger, la maggior parte delle moschee in Europa e realizzata con collette tra i musulmani locali: “Quella dei finanziamenti stranieri è una suggestione” afferma Allievi, che pero riconosce: “Ogni anno, in vista del Ramadan, ci sono delegazioni che vanno nei ricchi paesi mediorientali a caccia di contributi”.
In Francia, dove la comunita musulmana è la piu numerosa d’Europa, il 30 per cento dei fondi per la costruzione delle nuove moschee arriva, invece, dalle casse statali. A sorpresa, perché una legge vieta il finanziamento pubblico dei luoghi di culto. Nei prossimi anni piu di 200 centri di preghiera islamici sorgeranno nelle citta francesi con la benedizione dello stato. Uno degli esempi piu recenti e quello di Creteil, un centro alle porte di Parigi. Nel dicembre 2008 è stata inaugurata una moschea che può accogliere 2 mila persone.
È costata 4,5 milioni, e uno l’ha pagato il comune aggirando la legge con uno stratagemma ormai consolidato: i soldi pubblici non coprono le spese della sala di preghiera, ma contribuiscono a quelle dei locali annessi: il centro culturale, il ristorante o il parcheggio. Il primo cittadino socialista di Creteil, Laurent Cathala, è convinto che così si favoriscano la coesione sociale e un maggiore controllo sul finanziamento dei lavori: “Spesso chi esige la trasparenza dei fondi e si oppone al denaro degli stati stranieri contesta anche l’aiuto finanziario delle municipalita. È un po’ contraddittorio” rileva. Cathala non lo vuole ammettere, ma a dettare la sua scelta (e quella di molti altri sindaci francesi) è stato il peso elettorale della comunita musulmana.
Del resto anche in Gran Bretagna, dove la presenza islamica e diffusa e radicata, ci sono sette musulmani alla Camera dei lord, e sei alla Camera dei comuni. Decine sono quelli selezionati per le prossime elezioni politiche, centinaia quelli con un posto nelle amministrazioni locali.
Dopo gli attentati del 2005, Londra ha avviato un esteso reclutamento di imam inglesi o anglofoni per arginare l’influenza di quelli più radicali e non in linea con i valori occidentali.
“Scontato che i luoghi di culto possano essere punto di riferimento per gli estremisti” osserva Allievi. “Tuttavia nei casi più noti di terrorismo in Francia, Gran Bretagna e Italia gli arrestati frequentavano soprattutto associazioni legate a network radicali. Un motivo in più per sostituire i luoghi di preghiera nascosti con moschee visibili e con imam in contatto con le autorità”.
È quanto e accaduto a Duisburg, in Germania, dove il quartiere e le comunita religiose sono stati coinvolti nella realizzazione della grande moschea Merkez. L’edifico, in stile bizantino, ha un’enorme cupola, due minareti alti 34 metri e ampie vetrate panoramiche, inusuali nell’architettura islamica, a suggerire l’impegno per la trasparenza. A Colonia, invece, il progetto della moschea con minareti da 55 metri è finito nella bufera per la sfida estetica e ideologica che lanciava al duomo.
La strada più ardita per sanare i possibili conflitti l’ha imboccata comunque il governo della Catalogna.
A Barcellona attualmente sono registrati 169 luoghi di culto, alcuni dei quali frequentati in passato anche da estremisti. Il problema più impellente, però, e l’opposizione di moltissimi quartieri della citta contro l’edificazione di nuove moschee: per questo nel 2007 la giunta di sinistra ha approvato una legge, unica in Europa, che introduce l’obbligo per i comuni di riservare entro dieci anni una porzione di suolo pubblico per edilizia a uso religioso: Islam compreso.

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto
(hanno collaborato: Fausto Biloslavo, Emanuela Mastropietro, Gian Antonio Orighi, Walter Rauhe e William Ward)
“Hamas a Montecitorio! La conquista di Eurabia! La sharia nella Costituzione!” L’annuncio, nei giorni scorsi, della nascita di un partito islamico, il Prune (Partido de renacimiento y uniòn nacional espanol) in Spagna ha scatenato una serie di ipotesi al limite del paranoico insieme ad analisi più serie e preoccupate in Italia. Leggi l’intervista

Sara cattolica ed Abdellah imama marocchino uniti in matrimonio
In comune hanno tante cose: l’età (trent’anni), le idee sulla pace, sulla non-violenza e anche sull’amore: quello autentico, che non ha né limiti, né confini. Quello indispensabile per costruire una famiglia e una piccola comunità multietnica. In Comune, quello di Villarbasse in provincia di Torino, il 24 ottobre Sara ed Abdellah si sposeranno. Continua

A Treviso il termometro spacca lo zero. Per Lino Pizzolato, trevigiano di Villorba, è la prima volta. Si fa coraggio ed entra, lasciandosi alle spalle una scia di fiocchi di neve. Gli occhi azzurri infossati in un viso grinzoso si guardano intorno imbarazzati, forse perché non è più uno sbarbato. Eppure, è la prima volta che bussa a un centro per l’impiego, il vecchio ufficio di collocamento. Ogni mese, da quando è scoppiata la crisi, qui si registrano 300-400 nuovi nomi. Lino ha 61 anni e 48 li ha passati in tipografia.
I biglietti da visita se li è stampati da solo e al posto di “Dott.” o “Ing.” ha scritto, con ironia, “Q.e.”: “Quinta elementare”. “Avevo quattro dipendenti e non ce la facevo più. Ho pagato 100 mila euro per fornitori e liquidazioni, quindi ho chiuso la baracca. Ma ho preferito rimanere senza ’sghei’ piuttosto che fallire”. E ora eccolo qui, a un mese da Natale, a cercare un lavoretto qualsiasi: “In attesa della pensione di anzianità”. Gli extracomunitari? “Gli imprenditori li hanno chiamati quando c’era lavoro, ma adesso non li possono spedire indietro come pacchi. Così non c’è posto per tutti”. È d’accordo con lui Gabriele Rubinato, 53 anni, ex vetraio, che ha in corpo un pacemaker con defibrillatore ed è in coda per provare a tornare a lavorare: “Sono pronto a fare il camionista o il magazziniere, ma non so se ci sia spazio per un italiano invalido e ultracinquantenne”.
Ketty Ermacora, elegante trentottenne friulana, separata con figlio a carico, sogna di continuare a fare il lavoro che ama: la fioraia, ma “non in nero come fanno gli extracomunitari”. “Queste tre storie rappresentano bene la razza Piave” sottolinea Elena Donazzan, assessore alla Formazione della Regione Veneto (Pdl). “Gente dignitosa, che non si arrende e non vuole lasciar debiti, ma che ora, con la crisi, è un soggetto debole”. Sebbene il Veneto sia un motore economico del Paese (è secondo per pil solo alla Lombardia), secondo l’assessore c’è il pericolo di una specie di darwinismo sociale, una fase in cui donne e over 50 italiani potrebbero essere soppiantati sul mercato del lavoro dai più vigorosi immigrati. Ma anche su questi ultimi si addensano nubi scure: “Temo sia alle porte una guerra tra poveri. Gli ultimi dati dicono che il 20 per cento dei licenziati sono extracomunitari, spesso senza tutele o rete familiare” aggiunge Donazzan.
Il segretario veneto della Uil, Gerardo Colamarco, ha paventato problemi di ordine pubblico. Altrettanto allarmato il segretario regionale dei Comunisti italiani, Nicola Atalmi: “Il Nord-Est era cattivo quando le cose andavano bene, figuriamoci che cosa può succedere ora”. È finita la pace sociale del “se ti te lavori a me va ben”. Sarà per questo che il segretario trevigiano della Cgil, Paolino Barbiero, dando voce agli umori della base, ha chiesto il blocco temporaneo degli ingressi per gli extracomunitari. È stato subito colpito da fuoco amico, scheggiato da accuse di razzismo. Ma c’è chi lo difende, anche perché una ricerca interna della Cgil locale dimostra che il 25-30 per cento degli iscritti del sindacato “rosso” ha votato Lega. “A chi serve un esercito di lavoratori disperati, ricattabili, clandestini?” domanda Atalmi. “La sinistra dei salotti deve iniziare a rendersi conto di come sia la vita reale e il Pd non può dare la colpa di questo disastro alla legge Bossi-Fini visto che quando ha governato non l’ha cambiata”. Ogni giorno, da queste parti, è un bollettino di guerra: “Asolo, Montebelluna, Castelfranco Veneto, Varago di Maserada, la crisi arriva dappertutto” sottolineano alla Cigl di Treviso. Aziende importanti come Osram, Monti, Pagnossin, Electrolux, De Longhi annunciano chiusure o licenziamenti. Persino a Spresiano, dove si costruiscono bare, c’è chi si arrende. Le difficoltà non risparmiano le 94 mila piccole imprese iscritte alla Camera di commercio (510 mila in tutto il Veneto), di cui più del 50 per cento a carattere individuale: il popolo delle partite iva. “In realtà non è giusto parlare di crisi” puntualizza Federico Tessari, presidente di Unioncamere, “visto che il saldo tra imprese aperte e chiuse è ancora positivo. È più corretto dire che c’è un rallentamento, soprattutto nel settore edilizio”. Uno di quelli in cui la mano d’opera è meno qualificata e spesso di origine straniera.
Gli ammortizzatori sociali. Manovali che rischiano di trovarsi sulla strada senza protezione. Infatti gli ammortizzatori sociali, mobilità e disoccupazione, soccorrono solo chi lavora regolarmente da almeno due anni e anche chi è tutelato non naviga nell’oro. “L’assegno più staccato è quello da 808 euro lordi al mese e può durare al massimo sino a tre anni per i lavoratori con più di 50 anni” calcola Roger De Pieri, responsabile del patronato Inca della Cgil trevigiana. La crisi è una livella: “In comune cominciano ad arrivare coppie in cui hanno perso il lavoro entrambi. La settimana scorsa sono venuti a chiedere un’occupazione sia due italiani sia due extracomunitari” nota l’assessore trevigiano alle Politiche sociali Mauro Michelon, figlio di emigrati. E la competizione tra autoctoni e “foresti” tocca pure le altre zone del Veneto.
Nei sei centri per l’impiego della provincia di Vicenza a ottobre ci sono state 1.600 iscrizioni (300, in media, nei mesi scorsi) e il messaggio è chiaro: “Gli italiani sono di nuovo disponibili a fare lavori umili” sottolinea Morena Martini, assessore provinciale al Lavoro. Esempi? Molti accettano di trattare e scarnificare le pelli nelle concerie. “Le donne italiane tornano nelle imprese di pulizie” aggiunge Martini. Mansioni che in passato erano appannaggio delle maestranze straniere. Sui banchi del mercato di Mestre i clienti si confessano: una signora ha visto licenziare figlia e genero, mentre il marito, camionista, da gennaio finirà in cassa integrazione. Luca M., 29 anni, ex magazziniere, un figlio e qualche problema d’alcol alle spalle, chiede ai passanti una moneta: “Anche perché il lavoro lo danno prima agli immigrati” protesta. Luca Padoan, 42 anni, vende scarpe: “Da me un paio di stivali costa 10 euro, ma per la prima volta in vent’anni la gente mi chiede di pagarli a rate, 5 euro oggi e 5 la settimana successiva, al momento del ritiro”.
Una guerra tra poveri. Chi richiede questa formula? “Gli extracomunitari: hanno la faccia più tosta”. Una tesi confermata da una ricerca realizzata tra gli operatori dei servizi sociali dall’Università Ca’ Foscari. Ferruccio Bresolin, docente di politica economica, sintetizza: “Abbiamo verificato che i nostri lavoratori anziani, abituati a tutele che non esistono più, quando perdono l’occupazione non osano chiedere una mano, mentre gli stranieri, quando sono in difficoltà, ricorrono agli aiuti più volte. Quindi esiste una sorta di competizione tra chi è più sfacciato e chi lo è meno”.
Per esempio, in Veneto il 50 per cento dei fondi per gli affitti è andato agli immigrati, che sono circa il 10 per cento della popolazione. Ma nella gara tra furbi a volte vincono i nostri connazionali. Come sottolinea, un po’ a sorpresa, Leonardo Muraro, presidente leghista della Provincia di Treviso, ideatore del tavolo anticrisi: “Alcuni italiani prendono il sussidio di disoccupazione, ma quando gli viene offerto un lavoro lo rifiutano: nel frattempo hanno trovato un impiego in nero”. Di questa presunta guerra tra poveri che cosa pensano gli stranieri? All’ufficio immigrazione della questura di Treviso, sabato 22 novembre, molte decine di persone attendono il permesso di soggiorno. Nella Marca trevigiana gli immigrati regolari sono 93 mila su 870 mila abitanti, circa il 12 per cento. Quasi 10 mila lavorano in proprio. La comunità più numerosa è quella marocchina, seguita da romeni e albanesi. Sotto la copertura di plexiglas fa un freddo cane e i bambini in braccio ai genitori strillano. Un poliziotto ogni 10 minuti fa “la chiama”. Quando vengono urlati i nomi, non vola una mosca. Mani e facce fanno capire che questa è gente che sgobba. Quasi tutti quelli che Panorama ha intervistato (una ventina di cittadini stranieri) sono d’accordo con il blocco dei flussi.
La stessa opinione dell’imam locale. Solo un paio dissentono: una trentaduenne kosovara, con tre figli e un salario di 400 euro mensili, e un operaio nigeriano, con cappotto e valigetta griffati. “Nel mio paese si rischia la vita tutti i giorni” è la spiegazione. Gli altri, per dirla con Francesco Guccini, pensano al magro giorno della loro gente attorno. Mohammed, 28 anni, occhi verdi e passaporto marocchino, lavora per una cooperativa di servizi di Ponzano Veneto: “Siamo soci, ma ad alcuni di noi hanno chiesto di andare via. Fanno firmare delle carte a chi non capisce l’italiano”. Kamal, 32 anni, connazionale, laurea breve in economia, protesta: “Non abbiamo alcun diritto. E a fine del mese bisogna chiederci non quanto abbiamo guadagnato, ma quanto abbiamo perso”. Un gruppo fa i conti: 500 euro in media di affitto, 200 per mangiare, 150 per luce, gas, senza contare vestiti, benzina e assicurazione per l’auto: gli stipendi dei manovali, tra i 1.000 e i 1.200 euro, non bastano neppure a sopravvivere. Kalid, 34 anni, fa lo scaricatore e mostra il permesso di soggiorno: l’ha preso oggi e gli scade il 14 febbraio 2009. Un ventenne del Burkina Faso lavorava in nero: un muletto gli ha spaccato un piede e lo hanno messo alla porta. Merah, 39 anni: “I padroni ci spremono come limoni, ci vogliono pagare fuori busta e i lavori più duri li facciamo sempre noi”.
Gli effetti della crisi. “Sicuramente le imprese del Nord-Est” dice Giampaolo Pedron, vicedirettore degli industriali veneti, “in passato hanno fatto largo uso di operai non qualificati, spesso stranieri. Però le cose stanno cambiando, ora puntiamo su manodopera specializzata e siamo contrari a nuovi ingressi di immigrati. Eventuali nuove assunzioni vanno fatte tra chi è in cassa integrazione o in mobilità”. E nel vicino Friuli è appena stata approvata una legge, anche con il voto del centrosinistra, per cui bisogna essere residenti in Italia da almeno 10 anni (e da almeno 5 in Regione) per fare domanda per un alloggio pubblico: gli immigrati sono di fatto tagliati fuori. Alla fine del viaggio non è chiaro quale sia la fascia più debole tra quelle colpite dalla crisi. Per trovare una risposta può essere utile bussare alla Caritas di Venezia. Il direttore, monsignor Dino Pistolato, evidenzia: “I cinquantenni italiani sono probabilmente i più svantaggiati, visto che conoscono poco le reti di aiuto. Per esempio oggi è venuto da me un operaio appena licenziato da una ditta del porto di Marghera. Aveva un bigliettino in mano e mi ha detto sottovoce: ‘Mi hanno suggerito di venire da lei, ma non so bene che cosa chiederle’. Doveva pagare la bolletta del gas”. Nei tre dormitori gli italiani dal 40 per cento sono passati al 60. Alcuni domandano aiuto per pagare microdebiti, magari la spesa del supermercato. Una condizione di disagio che molti in Veneto vivono con vergogna: “Un mio parrocchiano ha perso il posto da impiegato, ma non ha avuto il coraggio di confessarlo in famiglia. La mattina fingeva di andare al lavoro, in realtà usciva di casa per cercarne un altro. Alla fine la moglie l’ha trovato in garage che piangeva nell’auto. E ha capito. Purtroppo la nostra gente non è pronta per questa guerra”.
“Con grande dolore accetto la sfida”. Così Abdelmajid Zergout ha deciso di essere riportato in Marocco: una scelta che l’uomo ha preso davanti ai giudici della Corte d’Appello di Milano che lo hanno interrogato nella mattinata di mercoledì 20 agosto. L’ex imam di Varese, pur assolto a Milano dall’accusa di terrorismo, era stato raggiunto da un ordine di custodia cautelare della magistratura marocchina per accuse analoghe. Per la precisione Zergout fu assolto una prima volta nel 1999 a Bologna per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, in un epoca in cui non esisteva il reato di terrorismo internazionale (270 bis del Codice penale). Il pm non impugnò la sentenza in appello e l’assoluzione divenne definitiva. L’ex imam fu poi assolto il 25 maggio del 2007 dall’accusa di aver creato una cellula legata al Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm) e con motivazioni di questo tenore: le prove raccolte nel processo erano “scarne, equivoche, incerte e incomplete, assolutamente inidonee a fondare una condanna”.
L’ex imam, secondo il suo legale, Luca Bauccio, ha scelto di accettare l’estradizione in Marocco, dove avrò sorte incerta e rischia la tortura. Il colpo di scena è arrivato in mattinata, dopo che, nei giorni scorsi, Zergout, sposato e padre di tre figli, era stato raggiunto da un ordine di arresto del procuratore del re di Rabat (Marocco) per vari reati a sfondo terroristico.
Poteva opporsi all’estradizione, ma ”con grande dignità e dolore” ha deciso di non farlo e di accettare il giudizio della magistratura del suo Paese, anche se non è chiaro di che cosa sia accusato, forse di legami con i gruppi che misero a segno gli attentati di Casablanca e Madrid, anche se nei due processi su quegli eccidi, gia’ conclusi, il suo nome non comparve mai. ”Il pericolo della tortura fisica che potrebbe subire in Marocco” ha argomentato Bauccio “è diventato secondario rispetto a quella psicologica subita in questi dieci anni in Italia”.
Assolto due volte, l’ex imam ”era stanco di dover recitare la parte del colpevole” e ha deciso di ”porre fine al suo Calvario”. Zergout fu assolto una prima volta nel 1999 a Bologna per associazione a delinquere con finalità di terrorismo, in un epoca in cui non esisteva il reato di terrorismo internazionale (270 bis del Codice penale). Il pm non impugnò la sentenza in appello e l’assoluzione divenne definitiva. L’ex imam fu poi assolto il 25 maggio del 2007 dall’accusa di aver creato una cellula legata al Gruppo islamico combattente marocchino (Gicm) e con motivazioni di questo tenore: le prove raccolte nel processo erano ‘’scarne, equivoche, incerte e incomplete, assolutamente inidonee a fondare una condanna”.
È stato il pm Elio Ramondini a presentare impugnazione in appello: nel processo mancarono due rogatorie, una in Francia, l’altra in Marocco per sentire due persone. I giudici attesero una risposta per oltre un anno e decisero di annullare le rogatorie, a fronte anche di due anni di carcerazione preventiva degli imputati. Ora Bauccio commenta: “L’autorità giudiziaria marocchina non rispose mai al quella richiesta rogatoriale. Perché, se poteva servire ad accertare i reati?”.
Zergout, probabilmente in tempi brevi, sarà estradato in Marocco e, qualora nel processo di secondo grado fosse condannato, dovrebbe tornare in Italia per scontare la pena. Su questo, però, Bauccio non nutre speranze: “Una volta là non tornerà più indietro”.
Abdelmajid Zergout, imam marocchino della moschea di Varese, è finito in manette. A suo carico, come ha reso noto oggi la Questura, pendeva un mandato di arresto ai fini di estradizione verso il Marocco, emesso il 31 luglio scorso dalla Procura del Re presso la Corte di Appello di Rabat per i reati di terrorismo.
Zergout, 43 anni, sposato e con figli piccoli, era stato arrestato 3 anni fa dal Ros dei carabinieri in quanto accusato di terrorismo internazionale. L’anno scorso venne però assolto dal Tribunale di Milano e scarcerato. L’arresto - avvenuto sabato 16 agosto - ai fini estradizionali di Zergout è provvisorio ha spiegato dal procuratore di Varese, Maurizio Grigo.
Durante la perquisizione della sua abitazione, la Digos ha sequestrato un computer portatile e materiale in arabo, che la Procura di Varese farà presto tradurre per chiarire se si tratti di materiale compromettente.
Il provvedimento restrittivo dovrà essere ora vagliato dalla Corte d’Appello di Milano, competente per territorio, che entro 40 giorni è chiamata a decidere se convalidare o meno l’arresto. Solo a quel punto si saprà se l’imam di Varese sarà estradato nel paese d’origine, come richiesto dalle autorità di Rabat. Zergout, come è stato riferito in questura a Varese, è accusato dalle autorità del Marocco di associazione per delinquere finalizzata a preparazione e commissione di attentati terroristici; banda armata finalizzata alla sovversione dell’ordine pubblico; finanziamento del terrorismo. Ora l’uomo si trova nel carcere della città lombarda.
“È l’ennesima dimostrazione di come si possano fabbricare accuse ad hoc per motivi politici”. Questo il commento dell’avocato Luca Bauccio, difensore in Italia dell’imam. “Zergout” ha ricordato Bauccio “non è mai stato condannato in Italia. Era stato assolto e a un anno dall’assoluzione (del 3 agosto 2007, ndr) puntuale arriva la richiesta di estradizione alla quale ci opporremo”.
L’imam si trova rinchiuso nel carcere di Varese e, a quanto riferisce il suo difensore, ha accolto con “sorpresa, ma anche rassegnazione” l’arresto che, secondo Bauccio, rientra nel modo di agire di un Paese, il Marocco, che “opera fuori dalle regole proprie di uno stato di diritto”.
Genova, il Porto Antico - Immagine tratta da Flickr
Nel 1500 le navi dei genovesi, sotto il controllo dell’Ammiraglio Andrea Doria, dominavano il Mediterraneo. Il porto della Superba era un crocevia di merci e culture. Schiavi (e mercanti), turchi e arabi si trovavano spesso nelle zone del porto e avevano la loro moschea.
Mezzo millennio dopo, le navi sono poche, i musulmani sono tanti ma la moschea potrebbe tornare. Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi (Pd) e l’imam portavoce della comunità islamica, Salah Hussein, hanno firmato un patto d’intesa che dà ufficialmente il via libera alla realizzazione di un luogo di culto islamico. “Non un luogo di preghiera generico. Ma una moschea che per noi è fondamentale. Vorrei che fosse visibile, quindi con un minareto, conosciuta, rispettata, vorrei che nessuno si sentisse cittadino di serie B. La vogliamo in posizione centrale, con dimensioni adeguate” ha detto il rappresentante degli islamici.
E la vecchia Darsena del porto, scrive il Secolo XIX, potrebbe essere il luogo scelto. Adesso l’area è occupata solo dalla facoltà di Economia dell’Università degli studi di Genova, ma lo spazio non manca. Il soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici della Liguria Giorgio Rossini ha dato un primo via libera: “La moschea c’è stata fino al ‘700 nell’antico arsenale”. Ma il tutto è ancora in stato embrionale.
C’è da fare i conti, infatti, con la contrarietà dell’opposizione comunale e anche di molti cittadini: il 75 per cento dei votanti al sondaggio del giornale della città ha risposto che “non c’è spazio a Genova” per la moschea. Nelle discussioni online però l’opposizione non è netta, c’è chi dice “sì, ma senza minareto nè preghiera mattutina” o “meglio nell’entroterra”. Intanto, la Lega annuncia battaglia, mentre il segretario locale di An Gianfranco Gadolla chiede che “L’Ucoii sia tenuta fuori dalla gestione e le donne non portino il velo”.
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