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Innse: la versione di Genta, il padrone cattivo

La fabbrica della Innse

Silvano Genta è l’ormai ex proprietario della Innse, l’azienda metalmeccanica milanese “salvata” dai quattro operai e un sindacalista che sono rimasti otto giorni sopra una gru per impedire lo smontaggio dei macchinari, la loro vendita e la conseguente chiusura della fabbrica.
Genta è il padrone “cattivo”, quello che secondo la vulgata puntava solo a fare cassa. Alla fine è stato costretto a cedere l’impresa al gruppo Camozzi di Brescia, al padrone buono che già parla di piano industriale e grandi prospettive future. Panorama incontra l’imprenditore, che ha altre aziende attive nel settore delle macchine utensili, nello studio milanese del suo legale, l’avvocato Giambattista Lomartire.

Come sta adesso, signor Genta?
Sono deluso. Solo contro il mondo. Tutti che mi attaccano, però io ho sempre cercato di fare del bene.
Ha letto i giornali? Che sensazioni prova davanti alla beatificazione degli operai?
Che non esiste lo Stato. Le istituzioni non sanno che pesci pigliare e fanno cantare vittoria a cinque signori senza scrupoli imbevuti di ideologia. Sembra di vivere nel Sessantotto.
Fa ancora il cattivo…
Sono usati dalla politica per raggiungere altri obiettivi, finanziari e speculativi.
Sia più chiaro.
Mi chiedo perché non mi abbiano mai dato a prezzo di mercato, come ho chiesto, quell’immobile che ora l’Aedes cede a Camozzi a un prezzo simbolico. Perché?
Perché?
Lo chiedo a voi, all’opinione pubblica, ai politici. Ho tenuto almeno dieci riunioni in comune e mi è sempre stato detto che non si poteva fare nulla. Ora in due giorni si stravolge il polo Rubattino, si fa la variante al piano regolatore sui terreni e si regala tutto a Camozzi.
Forse perché ha un progetto di impresa. Lei, dicono, puntava a chiudere e intascare.
Un piano industriale in soli due giorni? Camozzi non ha ancora visto nulla dal di dentro. Mi viene il dubbio che della situazione aziendale non gliene importi niente. Ha altri scopi. Certamente se gli regalano tutta l’area di Rubattino qualcosa si inventerà. Poi ha detto che farà lavorare subito dieci persone e metterà gli altri in cassa integrazione per due anni.
Perché non ci ha provato lei a trovare una soluzione diversa dallo smantellamento? Non era certo un’azienda decotta.
Ma cosa sta dicendo? L’Innse ha sempre e solo prodotto perdite in presenza di oneri gestionali pesantissimi. Quando l’ho comprata, nel 2006, era in amministrazione controllata. Nell’accordo di programma sottoscritto con le istituzioni era previsto che io assumessi tutti e 53 i lavoratori rimasti in organico e delocalizzassi la produzione nell’arco di tre anni.
Invece che cosa è successo?
La provincia si sarebbe dovuta fare carico della riqualificazione del personale. Di questo quasi la metà sono impiegati. Da scrivania. Li ho pagati anche se non mi servivano e non li potevo far lavorare.
Difficile pensare che qualcuno l’abbia costretta.

Alla Innse i delegati sindacali sono abituati a dettare legge. Non si può mettere una macchina nuova al posto della vecchia. Non si può assumere personale più specializzato e ricollocare chi non è adatto. Mettono il veto su tutto. Anche sul trasloco, che pure era fondamentale, tanto da essere previsto negli accordi iniziali.
Lei in pratica sta dicendo che non era padrone in casa sua.
Ero con le mani legate. Ci ho rimesso un mucchio di soldi. Quando hanno occupato la fabbrica in autogestione, hanno prodotto commesse per 50 mila euro. Io però mi sono trovato addebitate spese per energia, gas e altro per circa 600 mila euro. Ho tirato la carretta per due anni e mezzo rispettando gli impegni.

Silvano Genta

Poi ha deciso di chiudere.
Cessare l’attività è un diritto garantito dalla Costituzione. Soprattutto quando non sta in piedi. Chiudono aziende con migliaia di persone e non se ne parla.
Anche chi ha un lavoro difende un diritto sancito dalla Carta.
Dei 49 operai rimasti, 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità. A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Mi hanno detto: noi siamo pagati per stare qui a fare casino. Gli altri nove sarebbero stati ricollocati dalla provincia. Sono quelli che trovate in tutte le grosse proteste di questi ultimi anni, a partire dall’Alfa Romeo fino alla Lancia Desio. Sempre loro. Sempre stabilimenti chiusi.
Forse il trasferimento comporta dei costi, economici e non solo.
No, la verità è che sono accecati dall’ideologia. Seguono il capo carismatico e fanno quello che dice lui.
E chi sarebbe il capo?
Vincenzo Acerenza (uno dei cinque che hanno passato otto giorni sulla piattaforma, ndr).
Prossimo alla pensione, fra l’altro. Quali obiettivi può avere?
Quello che non piace a lui non si fa e basta. Sempre no, sempre contro il padrone. Sembra di vivere in un’altra epoca. Intanto lui e gli altri forse prendono l’Ambrogino d’oro.
E lei, che le piaccia o no, in questa vicenda ha il ruolo del cattivo.
Non sono cattivo. Accetto le condizioni, auguro il meglio a questi signori. Fra due anni ci ritroviamo.
Perché fra due anni?

Vedremo i risultati.
Intanto lei aveva comprato la fabbrica per 700 mila euro e dalla cessione incassa oltre 3 milioni.
Abbiamo investito circa 7 milioni, lasciati sul campo. Adesso ci chiedono macchinari a prezzi in perdita.
Uno se l’è tenuto stretto. Perché?
Un mio cliente ha preso impegni e non può più rinunciarvi.
C’è qualcosa che si rimprovera in tutta questa vicenda?
Col senno di poi avrei dovuto stare dentro fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti. Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
Sta dicendo che lei è una vittima?
Di più. Su quella piattaforma ci sarei dovuto salire io. Spodestato di tutti i diritti. Ho subito danni morali incalcolabili.
In effetti non ne esce bene.
Io sono sereno, ho fatto tutto in buona fede. Non ho mai usato violenza, l’ho sempre evitata, solo subita. Tanta.
Anche là dentro?
Psicologica, fisica… di tutti i colori.
Che uomo è Silvano Genta?
Vengo dalla campagna piemontese. Sono un operaio della Olivetti che ha fatto un percorso senza danneggiare nessuno.
Che fa nel suo tempo libero?
Sto in campagna tra gli animali, con la mia famiglia. Ho una moglie da 40 anni e due figli. Hanno una loro aziendina e mi danno una mano.
Che cosa insegna loro?
Sincerità, trasparenza e lealtà. Senza questi valori non sarebbero miei figli.

“Venivano a casa a chiedermi il 3%”. Parla l’imprenditore taglieggiato dal pizzo

Valigetta

A Milano come a Gela: se vuoi lavorare devi pagare il pizzo a Cosa nostra.
I boss Maurizio La Rosa e Maurizio Trupia, legati al clan Emanuello, arrestati venerdì scorso dalla Squadra mobile di Caltanissetta, imponevano il pagamento del pizzo agli imprenditori siciliani che si aggiudicavano appalti pubblici nelle città del Nord Italia. Ed in particolare nel capoluogo lombardo.
“A niente serviva lasciare la terra d’origine e cercare lavoro altrove perché a Cosa Nostra le ditte siciliane erano costrette a pagare comunque il 2 o il 3 per cento di ogni appalto pubblico vinto’fuori’ dall’isola”, puntualizza il questore di Caltanissetta, Guido Marino.
Cesare (nome di fantasia), originario di Gela, due anni fa si è aggiudicato un appalto da 3 milioni e 300 mila euro per la manutenzione dell’acquedotto di Milano e di alcuni comuni confinanti. Lui come altre decine di imprenditori, per mesi, ha dovuto subire i ricatti e le intimidazioni dei boss gelesi La Rosa e Trupia. Ma ha avuto il coraggio di reagire, di denunciare i suoi estorsori e di collaborare con gli investigatori.

A Panorama.it ha parlato delle richieste dei boss e ha spiegato come è riuscito a farli arrestare “lavorando” fianco a fianco con la Polizia di Stato.
Quando sono iniziate le prime richieste di pizzo?
Dopo pochi mesi che avevo vinto l’appalto. Mi sono aggiudicato la gara a fine luglio 2007 e a gennaio del 2008 per la prima volta è venuto a trovarmi Trupia. Mi ha chiesto un “regalo”. Non ha parlato di cifre ma era chiaro che voleva un anticipo sulla percentuale che Cosa nostra pretende dagli imprenditori come me. Ha saputo del mio nuovo lavoro a Milano e voleva il tre per cento dei tre milioni e 300 mila euro, il valore dell’intero appalto.
Lo ha denunciato subito?
No, ho aspettato alcuni mesi. Poi, ho parlato con i miei familiari e abbiamo deciso che dovevamo mettere la parola fine a questi ricatti. Ogni volta che io tornavo a casa, a Gela, lui o l’altro (Trupia, ndr) suonavano alla porta di casa. Sono venuti circa cinque o sei volte e in ogni occasione mi ripetevano che mi avrebbero aiutato nel mio lavoro, mi avrebbero agevolato con le ditte per i subappalti e mi avrebbero ‘protetto’ i mezzi . Sono vent’anni che faccio questo lavoro e per vent’anni sono stato costretto a pagare percentuali a questo o quel clan se volevo lavorare tranquillo.
Quando si è rivolto alla polizia?
A marzo 2008. Adesso è più di un anno che collaboro con le Forze dell’ordine. Mi sono presentato in Questura a Caltanissetta e al dirigente della Squadra mobile ho raccontato tutto: nomi, fatti, luoghi.
È stato minacciato con una pistola?
No, mai. Loro non vengono mai con le pistole. Tutti gli imprenditori siciliani lo sanno che i boss, quelli veri, non vengono mai armati. Se tu non paghi con i soldi, paghi con la casa, con le proprietà, con gli affetti o con la vita.
Quando sono venuti l’ultima volta a chiederle i soldi?
A Pasqua. Questa volta è venuto Trupia. “Vedi di metterti a posto per le festività pasquali” mi ha detto, visto che per Natale non ero venuto a Gela e lui non aveva avuto modo di chiedermi la tangente. Ero rimasto volutamente a Milano.
Quanti soldi le ha chiesto?
Mi ha chiesto quindici mila euro. Io ho preso tempo. Riesco a far trascorrere alcuni giorni. Intanto parlo con la polizia e il magistrato. Poi lui ritorna all’attacco: alle 4 di un venerdì pomeriggio, ci incontriamo con La Rosa e mi dice di portare i soldi, in contanti, in un bar del centro di Gela per le ore 20.
E lei?
Ho detto che non potevo trovare tutti quei soldi a quell’ora del pomeriggio: le banche sono chiuse. La Rosa, di risposta, mi ha anticipato l’orario alle 19. E poi è scattata l’operazione della polizia. Ho registrato tutti gli incontri che ho avuto con La Rosa e Trupia, e poi li ho consegnati agli investigatori.
Lei ha appalti milionari anche a Torino e Gorizia. Adesso non ha paura?
Tranquillo non sono ma ho piena fiducia negli investigatori e nello Stato. Mi seguono in ogni mio spostamento e mi proteggono. Certo, non escludo, che qualcun altro suoni alla mia porta a chiedermi nuovamente il pizzo.

Delitto Ambrosio, fermati i tre presunti assassini

Uno dei tre immigrati romeni fermati in relazione all'omicidio dei coniugi Ambrosio

La polizia ha eseguito alcuni fermi per l’omicidio dei coniugi Ambrosio avvenuto ieri nella loro villa di Posillipo. I fermati sarebbero di nazionalità romena. Il procuratore della Repubblica di Napoli Giovandomenico Lepore ha prima firmato un decreto di fermo nei confronti di un immigrato romeno individuato per l’uso di uno dei cellulari rubati nella villa dell’imprenditore. Poi gli inquirenti hanno vagliato le responsabilità di altre persone.

Dopo qualche ora i fermi sono diventati in tutto tre, a carico di altrettanti immigrati romeni. Hanno tutti circa vent’anni. Addosso al primo fermato, che ha 22 anni, nell’ambito delle indagini coordinate dal pm Antonio D’Alessio, la polizia ha trovato oltre uno dei cellulari sottratti, intercettato dagli inquirenti, anche alcuni oggetti pure appartenenti ai coniugi uccisi. Diversi indizi graverebbero sugli altri due uomini.

Uno dei romeni sarebbe stato trovato in possesso di quasi tutta la refurtiva portata via nella rapina. Secondo indiscrezioni i due romeni avrebbero fatto agli investigatori le prime ammissioni sulla partecipazione al delitto. Il romeni di 22 anni ha consentito l’individuazione dei due presunti complici. Insulti e urla, davanti alla Questura di Napoli, all’uscita dei tre fermati.

L’autopsia sui cadaveri dell’imprenditore e della moglie Giovanna Sacco sarà eseguita domani. Dai risultati dell’esame autoptico gli investigatori si attendono risposte ad alcuni interrogativi: la morte di Ambrosio - secondo una valutazione basata sulla temperatura dei corpi - risalirebbe ad almeno 30 minuti prima della morte della moglie.

Da accertare anche se l’ex ”re del grano” abbia tentato di reagire quando ha visto i ladri. Il corpo contundente con cui i due sono stati colpiti alla testa non è stato individuato e, dal numero dei colpi inferti, si potrà anche comprendere se la banda che ha aggredito i coniugi abbia infierito con l’intenzione di uccidere vibrando numerosi colpi.

Il lavoro della sezione Scientifica della Questura di Napoli è concentrato sul gran numero di impronte lasciate dagli assassini. I banditi hanno aggredito e ucciso le vittime massacrandole a colpi di bastone dopo essere stati sorpresi a rubare in casa. La grande quantità di impronte lasciate sia nei momenti precedenti all’efferato duplice delitto - quando i rapinatori assassini hanno bivaccato e bevuto in un bosco vicino alla residenza - sono state esaminate. Circa 50 mila euro in valori il bottino portato via mentre i banditi non sono riusciti a scassinare una cassaforte ed hanno lasciato pellicce di ingente valore. Anche l’argento è rimasto al suo posto: secondo una leggenda, in alcune popolazioni dell’Est sarebbe radicata la convinzione che porti male.

Pare infine che uno dei fermati avesse lavorato come giardiniere alle dipendenze degli stessi coniugi Ambrosio.

Il VIDEO servizio:

Parla Luciano Gaucci: “Son tornato…”

Luciano Gaucci e Saadi Al Gheddafi

di Stefano Palladini

“Andreotti è uno dei miei migliori amici. Forse il migliore. Mi chiama e mi dice: ‘Luciano, dovresti comprarti la Lazio. Domani va’ da Geronzi e chiudiamo l’affare. Se non lo fai tu, quelli spariscono e a noi romanisti la Lazio ci serve’. Io gli dico: Giulio, mi puoi chiedere tutto ma non di fare il presidente della Lazio, io so’ giallorosso come te. E così non se ne fece niente, ma commisi un errore, l’avrei comprata con quattro soldi e ci avrei fatto un buon profitto, però c’è un limite a tutto”.
Il Mascalzone latino Luciano Gaucci è tornato da qualche giorno in Italia dopo un esilio (o una latitanza) durato 3 anni a Santo Domingo, durante i quali è successo di tutto. Hanno messo in galera suo fratello Antonio, cieco e cardiopatico (poi è morto), e i suoi figli Alessandro e Riccardo per la bancarotta del Perugia calcio e per associazione a delinquere. Dopo la prima difesa, che come sempre per lui corrisponde con l’attacco, ha patteggiato la pena: 3 anni e non ne parliamo più. L’indulto ha fatto il resto. Ora è a Roma.
Non ha casa (”Me la sto ristrutturando, all’Esquilino”) e vive in un albergo vicino a Ponte Milvio, il River chateau che lo ospita perché il direttore è amico di Alessandro. Occupa una suite al terzo piano che divide con l’ultima moglie, la dominicana Jaaira (28 anni contro i 70 suoi), e Christopher, un ragazzo di 8 anni figlio del primo matrimonio della donna.
Che mestiere fa ora?
L’occupazione principale è ricomporre i cocci. Ma presto ricomincerò a macinare affari.
Mentre lei scappava a Santo Domingo arrestavano i suoi figli e suo fratello. Che effetto le faceva?
Un grande dolore, ma ero impotente. Loro non c’entravano, dovevano colpire solo Luciano, però se fossi tornato avrebbero tritato anche me e non avrebbero lasciato liberi loro. Così almeno mi sono potuto preparare la difesa.
Ha sempre tanti nemici?
La notizia è che Luciano Gaucci non ha più nemici, mi sono calmato, ora voglio vivere felice e sereno.
Nemmeno Cesare Geronzi?
Con lui ci sono state forti incomprensioni ma ora è giusto andare avanti. Abbiamo fatto la pace. Non conviene a nessuno litigare per tutta la vita.
Nemmeno Franco Carraro?
Beh, non esageriamo con la bontà.
Figlio di Augusto ed Edvige, tre fratelli, Luciano volle subito far vedere quanto era produttivo: “A 18 anni chiesi a papà di gestire una trattoria a Cinecittà di nostra proprietà. Dopo il diploma sentivo che era arrivato il momento di lavorare. Poi sono partito militare”.
A Reggio Emilia in caserma con Adriano Celentano?
Era già famoso e ogni tanto cantava in camerata qualche rock’n’roll.
Poi autista dell’Atac, linea 8.
Sì, a differenza dei miei fratelli che vivevano sugli allori, io volevo fare di tutto. Era bello guidare il bus.
E l’inizio da imprenditore?
Mio suocero aveva una ditta di pulizie e dopo l’Atac andai lì. Lui a un certo punto si ritirò in campagna e presi la gestione dell’azienda, che si chiamava La Candida.
E poi?
Poi feci il salto e fondai La Milanese.
Perché La Milanese?
Ai romani dava un’idea di efficienza e a quelli del Nord sembrava una roba di lassù. E vinsi decine, centinaia di appalti. Dopo 7 anni avevo 3.500 dipendenti.
Cuore buono, dicono di lei, ma coi sindacati erano dolori.
Avevo 12 imprese di pulizie e assumevo tutti: le mogli, i figli, i fratelli, le amanti, i nipoti. Oltre al milione al mese gli facevo fare gli straordinari e potevano arrivare anche a 2 milioni. Ma se mi rompevano le scatole… Io rispettavo i patti, ho sempre pagato tutti ma il capo ero io, quindi i sindacati non mi dovevano creare problemi.
Il sindacato cosa è stato secondo lei?
La rovina dell’Italia sì, ma a Gaucci non sono riusciti a creare problemi.
Le tre C di Gaucci: ciclismo, calcio, cavalli.
Il ciclismo l’ho praticato ma si faticava troppo. Poi il calcio: ero un discreto attaccante, però sono stato meglio come dirigente. Per 10 anni vicepresidente della Roma e poi ho comprato Perugia, Viterbese, Sambenedettese, Catania. In seguito il grande amore: i cavalli. Quello che ho ottenuto con i cavalli non ha paragoni.
Con Tony Bin vinse nell’88 l’Arco di trionfo a Parigi.
Giorno indimenticabile. Lo montava John Reed. Arrivo a Parigi e vedo Franco Carraro con l’Aga Khan che aveva tre cavalli favoriti. Erano sicuri di stravincere e mi guardavano come un poveretto. Gli allibratori davano Tony Bin a 25 e io dico: non è possibile, l’anno scorso è arrivato secondo. Così tiro fuori dalla tasca 50 milioni in contanti e me li gioco su Tony Bin. Doveva vedere la faccia di Carraro quando il mio cavallo vinse.
Quanto le fruttò quella vittoria?
Ottocento milioni in contanti più 1 miliardo e 100 milioni per il premio. Mi danno un valigione pieno di banconote e alla dogana francese la guardia mi ferma e mi dice: ‘Che ha là dentro?’. Ah bello, gli faccio, ho vinto l’Arco di trionfo, famme passa’. E così fu. Tony Bin l’avevo pagato all’asta 10 milioni di lire e l’ho rivenduto ai giapponesi per 7 miliardi. Altri 10 miliardi li ha vinti in premi nelle corse. Un bel business, che ne dice?
Erano anni fortunati, vinse anche al Superenalotto.
Feci il 5+1: 2 miliardi 800 milioni.
Momenti difficili?
Quando ho cominciato a fare la guerra al potere del calcio. Ho combattuto ma ho perso. Ora il peggio è passato e si ricomincia.
Adesso si sente ricco?
No, ma non mi manca nulla.
La vittoria più bella?
Il mio lavoro: ho iniziato da niente e ho avuto l’azienda di pulizia prima in Italia, la scuderia prima in Italia, ho preso il Perugia in serie C e l’ho portato in coppa Uefa.
La sconfitta più bruciante?
Quando mi sono messo contro il potere.
Intende quello calcistico?
Quello assoluto.
I guai giudiziari a che punto stanno?
In estinzione e in soluzione.
I suoi amici chi sono?
Monsignor Fiorenzo Angelini e Giulio Andreotti su tutti. Poi Gianni Letta, che credo sia la mente più lucida d’Italia. Mi ha sempre aiutato ma giustamente dalla mia vicenda ha preso le distanze. Come poteva fare altrimenti? Io al suo posto avrei fatto lo stesso. Poi Franco Sensi. Con Dino Viola non avevo un gran rapporto, era geloso di me, lasciò detto ai figli che mai avrei potuto prendere la Roma e invece…
Invece cosa?
Ci arrivai a 1 metro.
Racconti…
Vado da Geronzi ed era tutto fatto. A un certo punto mi chiede: “E che ne vuoi fare di Giannini (Giuseppe Giannini era il capitano della Roma del 1991, ndr)?”. A me non piaceva, pensavo che era arrivato a fine carriera e poi non mi sono mai piaciuti i capi e i capetti. Se compro la Roma, il capo sono io, no? E allora dico a Geronzi che di Giannini posso fare a meno e quello mi guarda male e dice: “Allora, non se ne fa niente”.
Giannini era protetto da Geronzi?
Era amico delle figlie. Vabbe’, è andata così.
Nemici? Il primo è sempre Carraro?
Non ci siamo mai presi, conoscevo tutto l’andazzo malefico del calcio e lui… beh, c’era la mafietta, no? E più io mi ribellavo più mi affondavano.
E i vari Moggi, Bergamo, Pairetto, la Gea?
Quando ti metti contro il potere forte, ti stritolano. Sei come un cane che abbaia e nessuno ti sente.
Luciano Moggi?
Era un membro della cupola.
Ma lei gli ha regalato un De Chirico.
Veramente se lo prese. Lo pretese e io non potevo dire di no.
Però poi regalare un De Chirico non servì.
No, visto come sono finiti Gaucci e il Perugia. Dovrebbero risarcire le squadre che hanno fatto fallire e invece a me hanno sequestrato tutto e a loro niente. Non è giusto.
Però da Aldo Biscardi ci andava sempre.
Quella trasmissione era parte del circo, ma siccome era un appuntamento popolare, andavo a denunciare le schifezze del calcio e mi davano del matto. Eppure avevo ragione.
I migliori affari nel calcio?
Grosso, Materazzi e Gattuso: tutti e tre presi per meno di 50 milioni. E poi Nakata.
Lei tentò anche di far allenare la Viterbese da una donna, Carolina Morace.
Era una bella idea, ma Carolina portò come preparatore atletico uno che faceva il maestro di ginnastica. La chiamo e le dico: Caroli’, questo non può fare il preparatore, non è all’altezza. Però io lo tengo, gli do lo stesso lo stipendio e gli facciamo fare altro. Lei mi dice: “Ma il responsabile tecnico sono io e per me è bravo”. Comandi te? No bella, qui comando io, e così è finita con Carolina, anche se le voglio sempre molto bene.
Come le venne in mente di prendere al Perugia il figlio di Muammar Gheddafi?
Con Gheddafi ero amico personale. Per far togliere l’embargo alla Libia il colonnello voleva incontrare un membro della famiglia Bush. Attraverso Frank Stella riuscimmo a combinare un incontro col fratello di Bush padre e la cosa andò benissimo. Sono andato nella sua tenda varie volte e una di queste il figlio mi chiede di venire a giocare nel Perugia. Costava niente, era un bell’investimento di immagine e quindi, perché no? Era simpatico.
Come calciatore, però?
Un bravo ragazzo, ha anche giocato un quarto d’ora in serie A.
Dica la verità sulla famosa partita Perugia-Juventus del 2000 che consegnò lo scudetto alla Lazio.
La verità? L’anno prima il Milan vinse 2 a 1 all’ultima giornata contro di noi e tolse lo scudetto alla Lazio di Sergio Cragnotti che arrivò seconda. Ero in macchina con la mia fidanzata Elisabetta e un gruppo di tifosi laziali mi circondano e tentano di aggredirmi accusandomi di aver favorito il Milan. Non era vero nulla ma mi spaventai. Così l’anno dopo, di nuovo all’ultima giornata, c’era lo scontro decisivo: se avessimo battuto la Juve, la Lazio avrebbe vinto il titolo. Il giovedì andai negli spogliatoi, chiamai tutti i giocatori e dissi loro: ragazzi, io vivo e lavoro a Roma e non posso rischiare la pelle per colpa vostra. Quindi dovete battere la Juve. Se non ci riuscite, vi porto a tutti per due mesi in tournée in Cina durante l’estate. Avevo già fatto fare i biglietti per la Cina. I giocatori erano atterriti.
Poi si giocò sotto il temporale.
Sì, nell’intervallo arriva il finimondo, un metro d’acqua. Vado dal designatore degli arbitri e gli faccio: se vi azzardate a sospendere la partita, io non faccio giocare domani i miei giocatori e con l’ordine pubblico succede un casino. Collina era l’arbitro e andò a testare il campo: era un disastro ma trovò un pezzetto dove il pallone rimbalzò e si riprese a giocare.
Il Perugia vinse con un gol di Simone Calori, la Lazio vinse lo scudetto e Moggi non glie l’ha mai perdonata.
Sì, ma non ci fu nulla di irregolare. La prospettiva di due mesi in Cina fece diventare i miei giocatori 11 leoni contro la Juve di Zinédine Zidane.
Non ha una grande opinione dei calciatori, vero?
Non voglio generalizzare, ma sono spesso ragazzi viziati. Io sono uno dei pochi che li sa premiare quando meritano e bastonare quando fanno i furbi.
Per esempio?
Avevo scoperto che alcuni si facevano ammonire apposta per saltare la gara successiva. Aspettavano la domenica seguente per andare a letto con le mogli dei titolari in trasferta. Scoperto l’andazzo, tutti quelli della prima squadra che venivano squalificati li aggregavo alla primavera e così li fregavo. Dopo due settimane, l’impiccio delle finte squalifiche è finito.
Politica?
Democristiano da sempre. La politica per me è la Dc. Ora voto per il Popolo della libertà. Sempre con il centrodestra.
Il Vaticano?
Ottimi amici
Silvio Berlusconi?
Mi piace, è uno che ci sa fare sia come politico che come imprenditore, è un cavallo vincente. Ma lì l’amico mio è Letta.
Gianfranco Fini?
Un amico anche lui.
Ha mai sofferto per amore?
No, perché quando una cosa finisce non mi interessa più.
In generale è mai stato geloso?
Beh, a volte sì.
Rimane in buoni rapporti con le tante ex?
Sì, quasi con tutte.
Con la sinistra come va?
Sono in buoni rapporti con Massimo D’Alema e Nicola La Torre ma il mio cuore batte dall’altra parte.
Le cronache narrano di lei ricevuto a Buckingham Palace dalla regina Elisabetta II.
Dopo le corse si andava sempre a pranzo con Andreotti. Lui veniva invitato dappertutto e io con lui. Ho conosciuto la regina madre, Elisabetta II, lady Diana.
Com’era Lady D?
Simpatica e sorridente. Io le davo le dritte per scommettere sui cavalli buoni e lei vinse diversi soldini grazie a me.
Lei parla bene inglese?
Manco una parola, ma ci capivamo a gesti. Era molto divertente.
E George W. Bush?
Sotto elezioni ho fatto mettere nei miei stadi enormi striscioni, “Bush for president”. Poi mi ha ricevuto alla Casa Bianca.
Lo definirebbe un amico?
Le dico solo che, dopo le mie disavventure giudiziarie, sia lui che Gheddafi mi hanno offerto aiuto.
In che senso?
Si sono offerti di fare qualcosa per me. Io ho ringraziato ma ho detto di no.
Le piace il potere?
A chi non piace il potere? Mi piace frequentare persone importanti perché io non mi sento importante e così è tutta esperienza.
Veronica, Maira, Elisabetta, Francesca, Iris, Jaaira: cosa sono le donne per lei?
Una delle mie passioni. Mi piacciono giovani, mi fanno sentire vivo.
Quanti figli ha?
Sei: Alessandro e Riccardo da Veronica, Isabel da Maira, Rebecca da Iris, Leonardo da Francesca e Christopher che era del primo matrimonio di Jaaira ma che per me è come tutti gli altri tant’è che l’ho riconosciuto.
Suo nonno aveva 23 figli, lei arriverà alla doppia cifra?
No, dieci son troppi, però un altro potrei farlo.
Le piace mangiare?
Sono goloso e questo non va bene.
Alcol?
Vino rosso e un goccetto di whisky.
Droghe?
Mai, lo giuro su tutti e sei i ragazzi.
Cavalli?
Quelli sì, tanto.
Macchine?
Solo tedesche, robuste.
Gioielli?
Ne ho regalati tanti, tantissimi…
Arte?
Non resisto a Chagall e De Chirico, ne ho posseduti molti.
Sesso?
E a chi non piace? Sono regolare.
Aiutini farmacologici?
Mai, il mio Viagra sono le ragazze. Se ho 70 anni e lei ne ha 28, non mi serve niente. È più di una droga.
Qual è il confine tra un furbo e un delinquente?
Delinquente si nasce. Io mi ritengo metà furbo, metà intelligente.
Ha mai pagato una mazzetta?
Mazzette… si fanno regali. Se lei vuole chiamarle mazzette… A Natale mando regali a persone che mi possono essere vicine.
Ha mai fatto una cattiveria a qualcuno?
Sì, se me ne fanno le restituisco.
L’errore che non rifarebbe?
Non mi pento di niente, errori compresi.
Religioso?
Sì, certo.
Peccatore?
Sì, certo. Tutti pecchiamo.
Al saldo finale dove la mandano?
Non so. Credo in Dio, deciderà lui.
Ha paura della morte?
No, perché tanto tocca a tutti.
Cosa lascerebbe scritto nel testamento biologico?
Vorrei una morte naturale ma non farei mai staccare la spina, qualsiasi cosa succeda. A Ricca’ (il figlio Riccardo che assiste all’intervista, ndr), ricordatelo.

Suicida il figlio minore di Maiorana, scomparso e avvistato a Barcellona

I fratelli Marco e Stefano Maiorana

Un volo dal balcone. Dal settimo piano. Quello della casa in cui aveva vissuto con il fratello Stefano, scomparso da 17 mesi. Uno stabile in via G. Arimondi, zona residenziale di Palermo. Così si è tolto la vita ieri sera Marco Maiorana, 22 anni, il figlio minore dell’imprenditore siciliano Antonio e fratello di Stefano, spariti nel nulla. Il giovane soffriva di crisi depressive ed era stato visitato da poco da uno psichiatra.
Al momento del lancio, in casa c’erano i nonni paterni. Il suo corpo è stato trovato nel cortile, che si trova all’interno di un commissariato di polizia. Sul luogo del suicidio sono arrivati i Pm Francesco del Bene e Gaetano Paci, alla ricerca anche di eventuali messaggi che potessero spiegare il gesto del giovane e, forse, fare luce su una vicenda che presenta ancora molti punti oscuri. Il 3 agosto del 2007, l’imprenditore Antonio e lo studente Stefano Maiorana lasciarono il cantiere edile di Isola delle Vergini in cui stavano lavorando a bordo della loro Smart. Per “andare a prendere un caffè” dissero. E non tornarono più. La loro auto fu trovata chiusa nel parcheggio dell’aeroporto Falcone e Borsellino di Palermo. Ma i loro nomi non erano sulle liste dei passeggeri, né vennero inquadrati dalle telecamere. Si pensò a un rapimento o a un caso di lupara bianca. Ma le perquisizioni nei dintorni non hanno dato piste agli investigatori. Un’altra ipotesi sarebbe quella della fuga volontaria, magari attraverso un finto rapimento inscenato. Dieci giorni prima di sparire Antonio Maiorana aveva intestato il 50 per cento della Calliope Immobiliare alla sua compagna argentina, Karina Andre Gabriela. Una donna di dieci anni più giovane che aveva conosciuto in vacanza nel marzo 2006 e con cui conviveva da una anno. La situazione finanziaria non era delle migliori.
Poi, circa un mese fa, il 2 dicembre 2008, il colpo di scena: secondo segnalazioni giunte alla trasmissione “Chi l’ha visto?“, che si era occupata del caso mostrando foto dei due scomparsi, l’imprenditore e il figlio erano in ottima salute e facevano i turisti a Barcellona, in Spagna. Erano stati avvistati alla discoteca Pachà, tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove avevano interrogato il personale della discoteca, che dalle foto aveva riconosciuto i due imprenditori. Le ricerche successive, però, non avevano dato ulteriori tracce. Ora l’ultimo tragico capitolo, forse semplicemente dettato dallo sconforto. Ma gli inquirenti vogliono vederci chiaro e hanno disposto il sequestro del computer del ragazzo: sperano di trovare lì la chiave per trovare suo padre e suo fratello.

La scomparsa dei Maiorana: gli imprenditori di Palermo rintracciati in Spagna

Antonio Maiorana e il figlio Stefano

La scomparsa di Majorana, per ora, pare possa restare solo un classico di Leonardo Sciascia. Perché i Maiorana - l’imprenditore edile Antonio Maiorana, 48 anni, e il figlio Stefano, di 23, scomparsi da Palermo nell’agosto del 2007 - sono vivi e sono stati avvistati in Spagna. Sulla scomparsa di padre e figlio avevano avviato indagini i carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, perché si temeva che potessero essere stati uccisi: un caso di “lupara bianca”.
Adesso invece, a distanza di 16 mesi, si sa che sono stati visti e riconosciuti a Barcellona da due turisti italiani, grazie alle immagini della trasmissione Chi l’ha visto? e da alcune foto diffuse da un settimanale. Alla testimonianza dei turisti sono seguiti i riscontri “positivi” degli investigatori italiani, che si sono recati in Spagna.
Quel 3 agosto padre e figlio avevano lasciato un cantiere edile di Isola delle Femmine, nel palermitano, dove avevano fatto la solita visita di routine; da quel momento di loro non si sono più avute notizie. L’ultima traccia fu il ritrovamento della loro Smart parcheggiata all’aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi e chiusa a chiave. Maiorana e il figlio, studente universitario, si erano allontanati dal cantiere di via del Levriere, dicendo agli operai che sarebbero tornati di lì a poco.
La Dda di Palermo, a cui è stata girata la segnalazione dei due turisti (che al loro ritorno in Italia si erano rivolti a un posto di polizia), aveva aperto un’inchiesta sulla scomparsa. I due testimoni hanno riconosciuto padre e figlio alla discoteca Pascià di Barcellona, dove si trovavano tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove hanno interrogato il personale della discoteca, che dalle foto ha riconosciuto i due imprenditori.
Ulteriori indagini sono state avviate in Spagna per rintracciare Stefano e Antonio Maiorana. Da quanto si apprende, anche altri tre spagnoli avrebbero riconosciuto dalle foto i due imprenditori. L’ex moglie di Antonio Maiorana, Rossella Accardo, non aveva mai creduto nella morte del marito e del figlio, anche quando sembrava certo che fossero stati inghiottiti dalla lupara bianca. La donna propendeva per l’ipotesi del sequestro, e insieme ad altri parenti, due mesi dopo la scomparsa ha organizzato una fiaccolata per le vie di Palermo, e prima dello scorso Natale ha fatto affiggere duemila manifesti per “non dimenticare” sui muri della città.
Il pentito di mafia, Gaspare Pulizzi, uomo di fiducia dei boss Lo Piccolo, secondo quanto detto ai pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, che coordinano le indagini, aveva fatto risalire la scomparsa dei Maiorana a contrasti sorti sul cantiere di Isola delle Femmine in cui stavano realizzando 50 villette a schiera, insieme ad altre due ditte.
Dopo l’accelerazione dell’indagine in questi giorni, i carabinieri si apprestano a nuova missione a Barcellona. Gli inquirenti intendono soprattutto verificare in quali circostanze e per quali ragioni l’imprenditore e il figlio si siano allontanati da Palermo. Facendo perdere le loro tracce.
Anche la moglie ora vuole sapere: “Sono felice perché mio figlio è vivo. Tutto avrei potuto immaginare tranne che fossero fuggiti insieme, che Stefano avesse potuto seguire il mio ex marito. Ora mi auguro che torni ad essere quel bambino che ho partorito e abbandoni quella strada maledetta che percorreva con suo padre”, ha detto Rossella Accardo.

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