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Mozione che vai e Partito Democratico che trovi. Le primarie per la conquista della segreteria nazionale del maggior partito di centrosinistra italiano sono entrate ormai nel vivo, tra guerre a colpi di sondaggi e pochissimo fair play.
Tre i candidati in campo: l’ex ministro Pierluigi Bersani, Dario Franceschini e Ignazio Marino. I pezzi da novanta del Pd hanno affilato i coltelli. Ma le vere primarie, dicono i commentatori più esperti, si giocano nelle segreterie delle regioni e sulla capacità di incrementare il numero di schede degli iscritti che poi andranno a votare (almeno curiosi gli aumenti esponenziali di iscritti nelle ultime settimane in Calabria e Campania).
E accanto alla conquista dei voti (e delle poltrone che contano), c’è, o almeno ci dovrebbe essere, la battaglia delle idee. Insomma, perché votare l’uno piuttosto che l’altro?Â
Panorama.it è andato a spulciare i testi delle tre mozioni (Bersani qui - Franceschini qui - Marino qui), su alcuni dei temi più caldi della politica nazionale. Scoprendo che dietro a tutti e tre si cela uno spettro, quello della politica del “ma anche” di Veltroni che ha portato il Pd sul baratro, e che l’unico a parlare di operai è un ex democristiano.
Il Pd e la vocazione maggioritaria
Ammesso che qualcuno, che non sia un dirigente del Pd, capisca cosa significhi vocazione maggioritaria (più o meno, conservare l’impostazione di Veltroni di un unico partito di centrosinistra, nell’ottica di un sistema bipolare, contrapposto al Pdl) ecco le tre posizioni.
Bersani
“Da soli si può fare poco” recita il titolo della sezione dedicata al Pd nel testo della mozione. Per Bersani & C. “La vocazione maggioritaria non significa rifiutare le alleanze, ma, al contrario, renderle possibili, perché costruite nella chiarezza, sulla base di vincoli programmatici“. Detto altrimenti, sì all’incuicio con i nemici - amici dell’Idv, con i centristi dell’Udc e con quello che rimane (se ancora esiste) della sinistra radicale.
Franceschini
“Dobbiamo dire con chiarezza che non torneremo a quella stagione delle coalizioni frammentate e litigiose, costruite con l’unico collante del nemico“. No quindi all’antiberlusconismo come unico collante del centrosinistra. “Difenderemo i principi del bipolarismo e dell’alternanza tanto faticosamente conquistati”. E in ultimo una stoccata a Bersani & C. “Non torneremo indietro, ad un centro-sinistra col trattino. Solo ipotizzarlo significa dichiarare fallita l’esperienza del Pd e non avere capito che quello schema non esiste più da tempo nel nostro popolo”.
Marino
Posizione terzista da parte del medico: partito maggioritario, ma anche (!) aperto alle alleanze. “Un partito che abbia un forte respiro maggioritario, che costruisca le proprie alleanze a partire dal proprio profilo e da quello che vuole per il Paese, non in base alla convenienza elettorale o al mero esercizio politicista di cui abbiamo avuto fin troppi esempi in questi anni”. Un giusto mix tra Franceschini e Bersani.
Nord e Sud: il federalismo
Bersani
Le soluzioni proposte dalla Lega piacciono a i bersaniani, che aggiungono l’aggettivo “solidale”. “Il federalismo responsabile e solidale è la rotta da seguire per avvicinare le istituzioni ai cittadini. Le sfide per l’immediato futuro si chiamano attuazione del federalismo fiscale, razionalizzazione e riforma delle autonomie locali, trasformazione del Senato in Camera delle Regioni e delle Autonomie“.
Franceschini
Anche dai franceschiniani arriva il “sì” alla riforma federalista dello Stato. “Noi non ci sottrarremo alla possibilità di condividere, anche da subito, con i nostri avversari una riforma che renda più efficace l’azione di governo e il ruolo del parlamento, cominciando dal passaggio ad una sola camera legislativa, con un senato federale ed un conseguente dimezzamento dei parlamentari eletti“.
Marino
Federalismo più soft da parte del medico e aperto alle istanze meridionaliste. “Riprendere e portare a termine il processo di decentramento, per motivi di efficienza economica e di trasparenza politica: maggiore capacità di rappresentanza degli interessi locali, maggiore responsabilizzazione dei politici locali, maggiore possibilità di scelta per gli operatori, maggiore crescita economica (…) Distribuire equamente le risorse tra Sud e Nord. Investire nelle infrastrutture per il Mezzogiorno”.
Immigrati
Bersani
Integrare quelli già presenti, ma regolare i flussi in base all’occupazione. “La stragrande maggioranza degli stranieri è in regola, vive in Italia da anni, spesso svolge un lavoro che noi non vogliamo più fare. A queste persone vanno riconosciuti i diritti civili e politici (…) Sull’immigrazione, abbiamo bisogno di regole chiare che dicano come si fa ad entrare in Italia e a stare in regola, come si incontrano domanda e offerta di lavoro, come si può avere in tempi certi il permesso di soggiorno. I flussi di ingresso devono corrispondere al fabbisogno occupazionale e rendere sostenibile l’inclusione dei nuovi cittadini”.
Franceschini
Il binomio, un po’ stridente, fermezza e accoglienza, caratterizza anche la soluzione di Franceschini & C. “Le risposte sono credibili se sanno coniugare fermezza nel contrasto all’illegalità , da chiunque provenga, con politiche di integrazione sociale e di accoglienza. Nel caso degli immigrati il rispetto della legge va imposto senza discriminazioni ma senza pietismi (…) Cominciando con il contrasto degli ingressi clandestini. Con un dimensionamento più realistico dei flussi. E rafforzando gli accordi bilaterali con i paesi di più forte immigrazione, e con un’azione congiunta dell’intera Unione europea”.
Marino
Integrare chi c’è già e chiudere le porte ai clandestini. “Cittadinanza ai ragazzi stranieri nati in Italia, agli immigrati di seconda generazione, in applicazione del jus soli, per favorire il senso di appartenenza alla loro nuova patria. Combattere e scoraggiare la clandestinità : accordi di riammissione con i paesi d’origine, sistema premiale per chi collabora a farsi identificare, sanzioni credibili e certe, lotta a scafisti e trafficanti, contrasto al caporalato (…) Destinare i Centri d’identificazione e di espulsione esclusivamente agli immigrati non identificati o che resistono all’identificazione, in attesa delle procedure utili ai fini dell’espulsione e per un periodo massimo di 35 giorni“.
Imprese o operai?
Bersani
Il termine “operaio” non viene mai citata nel testo della mozione (un caso?), mentre compare più volte quello di lavoratore e quello di imprese. Al di là della nota di colore, la soluzione Bersani tende alla riforma del welfare con l’introduzione del salario minimo e la ripresa delle liberalizzazioni. “Riformare il welfare vuol dire superare il dualismo del mercato del lavoro aprendo dei processi univoci di inserimento e di stabilità del lavoro; sostenere le famiglie e i loro redditi; introdurre un reddito minimo di inserimento (…) Ma l’obiettivo principale della riforma del welfare consiste nell’innalzare la qualità dei servizi”.
Franceschini
Chi l’avrebbe mai detto che l’ultimo a parlare degli operai fosse un ex democristiano? Il termine compare due volte. Quanto basta. Ma le soluzioni appaiono tutt’altro che di sinistra. “Vogliamo correggere un assetto produttivo e distributivo che ha svalutato in particolare il lavoro operaio e manuale. Per questo serve una politica che da una parte riprenda la lotta all’evasione e all’elusione, dall’altra alleggerisca la pressione fiscale sui redditi da lavoro e sulle pensioni (…) Ma la tendenza alla disuguaglianza va invertita con proposte attive: pensiamo allo sviluppo della rete, della banda larga, come all’investimento infrastrutturale più importante di questo decennio. Come vettore di crescita e di riduzione delle disuguaglianze territoriali”.
Marino
Anche al medico il termine “operaio” non piace più di tanto. Però si parla tanto di lavoro e di flessibilità . “Flessibilità bilanciata, quindi, è il nostro valore per regolare il mercato del lavoro: contratti a tempo indeterminato che consentano un rapporto continuativo e tendenzialmente stabile con il datore di lavoro“.

Fino a mezzo milione di posti di lavoro a rischio nel 2009 per effetto della crisi. È questa la prospettiva contenuta nel Rapporto sul mercato del lavoro (qui il .pdf) del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, presieduto da Antonio Marzano) riferita all’ipotesi peggiore per i prossimi mesi, quando “la disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo”.
Disoccupazione: a fine anno poco al di sotto del 9%
In particolare, il rapporto messo a punto dalla commissione dell’informazione, indica la stima che nell’anno possa esserci una perdita di posti di lavoro tra le 350mila e le 540mila unità se misurati in forze di lavoro e tra le 620mila e le 820mila in termini di Ula (Unità lavorative annue). Quanto ai disoccupati, potrebbero aumentare in una forchetta che oscilla tra le 270mila e 460mila unità .
La disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo. Il ricorso alla cassa integrazione nell’ultimo bimestre ha registrato un rallentamento ma resta su livelli assoluti molto elevati a testimoniare della profondità della crisi.
Del resto, evidenzia il rapporto, tutti i maggiori istituti di previsione internazionali concordano nel ritenere che il 2010, pure in presenza di una ripresa del Pil, sarà un anno difficile sul fronte dell’occupazione, con disoccupazione in aumento. Il mercato del lavoro italiano, ragiona il Cnel, sta attraversando una fase difficile. La caduta dell’occupazione registratasi negli Stati Uniti e in molti paesi europei è stata in Italia, fino ad oggi, meno drammatica.
Il 2008 si è concluso ancora con un bilancio positivo: sono stati creati poco meno di 200mila posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano ha continuato, dunque, a produrre opportunità di lavoro. Restiamo, tuttavia, avverte il Cnel, lontani dagli obiettivi di Lisbona 2010, che non saremo in grado di raggiungere soprattutto per gli insufficienti progressi in campo di occupazione femminile e popolazione over-55 nonché per il divario territoriale ancora pesante tra nord e sud.
Flessioni più consistenti nel Mezzogiorno. Più disoccupati tra le donne
Citando i dati dell’Istat, il rapporto sul mercato del lavoro dipinge un quadro a tinte fosche per quanto concerne l’occupazione in Italia: “il mercato del lavoro italiano nel primo trimestre 2009 inizia a mostrare i primi importanti effetti della crisi economica. L’Istat registra infatti una riduzione complessiva dell’occupazione (pari a 204 mila lavoratori in meno su base annua) e un aumento del tasso di disoccupazione, che in questo primo trimestre dell’anno raggiunge il 7,9 per cento.
Per la prima volta dopo 14 anni l’occupazione in Italia ha dunque cessato di crescere, con flessioni più consistenti nel Mezzogiorno (dove si sono concentrate oltre il 50 per cento delle perdite), ma senza risparmiare anche le altre aree del Paese”.
L’aumento della disoccupazione potrebbe interessare principalmente le donne, già fortemente penalizzate nel mercato del lavoro in Italia. Il rapporto del Cnel ipotizza un 10% di disoccupazione femminile per il 2009 a fronte del già alto 8,5% dello scorso anno. Meno marcato l’incremento del numero di disoccupati sul fronte maschile: il tasso dovrebbe infatti passare dai 5,5 punti percentuali del 2008 al 7,1% previsto per la fine dell’anno in corso.

Segnali di ripresa dal mondo
Oltre ai dati negativi, nel rapporto del Cnel, si apre comunque anche qualche spiraglio positivo: “Siamo in una fase di forte difficoltà e di grande incertezza” ma, tuttavia, la crisi internazionale “sembra mostrare alcuni segnali di attenuazione. Vi sono, a livello mondiale, indicatori che appaiono rivelare una ripresa, sia pure lieve, dell’attività economica. È probabile, dunque, che il punto più basso della recessione sia stato superato”.
Cruciali, secondo il Cnel, “nel determinare le caratteristiche e l’intensità della ripresa saranno gli ultimi mesi del 2009 e i primi del 2010″. Per questo motivo “è importante che vi sia piena consapevolezza del fatto che nei prossimi mesi potrebbero rendersi necessari ulteriori interventi per estendere e rendere ancora più flessibili i sostegni al reddito”.
“I risultati ottenuti dall’attuale sistema di ammortizzatori sociali (così come è stato rafforzato per il biennio) non eliminano la necessità di una riforma del sistema -di cui si parla dal 1997- ma ne possono consentire una discussione più equilibrata e più completa”. Cominciando, sostiene il Cnel, da alcuni elementi determinanti:
a) le condizioni di accesso ai sostegni al reddito e le compatibilità di un livello di carattere universale con i costi in termini di sostenibilità finanziaria;
b) il rafforzamento delle azioni di formazione e di orientamento, ancora oggi troppo slegate dai bisogni reali del mercato del lavoro, se si vuole riorientare il sentiero di sviluppo dell’economia italiana sui cosiddetti green jobs o su i white jobs (lavori legati ai servizi socio-sanitario-assistenziali alla persona o alle famiglie);
c) quale sistema di tutele e sostegni al reddito può essere possibile per il lavoro indipendente, la vittima più significativa di questa crisi. E questo è per il sistema produttivo italiano una perdita di grande rilevanza, che deve essere quantomeno attenuata.
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“Siamo alla fine di un incontro molto approfondito sul tema del lavoro, un lavoro che comincia a venir meno con numeri preoccupanti. Venti milioni di posti di lavoro in meno per il 2010 sono una grande preoccupazione per tutti i governi”. Così il premier Silvio Berlusconi, durante la conferenza di chiusura del G8 sul lavoro di Roma, allargato ai ministri del Welfare dei Paesi emergenti.
Ma, ha aggiunto il premier: “Il Governo non lascerà nessuno da solo. Lo stato sarà vicino ai lavoratori”. Il Cavaliere ha poi invitato “i governi a far sì che sia mantenuta la coesione sociale. È questo il fattore più importante”. Cioè, il presidente del Consiglio è pronto a proporre un “social pact” ai governi che parteciperanno al G20. Un “patto globale che possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”. “Garantiremo a tutti” spiega ancora una volta il premier “che usciremo dalla crisi senza lasciare nessuno indietro e” aggiunge “lavoreremo insieme per uscirne”.
Il Cavaliere ha tenuto anche a sottolineare come non vi sia alcuna contraddizione tra quello che egli stesso e il suo governo considerano un “imperativo categorico”, vale a dire l’economia sociale di mercato, e la dottrina sociale della Chiesa. È proprio in base a questo imperativo che, ha spiegato il capo del governo, “gli Stati devono impegnarsi a sostenere i lavoratori che perdono il posto di lavoro fintanto che durerà la crisi”.
Quanto al suo di impegno, Berlusconi assicura che in tempo di crisi “gli italiani si troveranno di fronte a uno Stato che li sosterrà ”. “Non sono spaventato di aumentare il deficit” dice “se dovessimo affrontare una spesa di primaria importanza. Garantiremo che lo Stato sarà vicino ai lavoratori”. E comunque “i fondi previsti sono abbondanti rispetto ai costi che l’Italia sta sostenendo. Tremonti mi ha detto che quanto è previsto è sufficiente ma io voglio sottolineare che nel caso in cui sia necessario non possiamo privilegiare il bilancio pubblico lasciando le persone da sole nella fame”.
Poi Berlusconi entra nel dettaglio delle misure prese dal suo esecutivo: Palazzo Chigi ha già stanziato 12 miliardi di euro e nell’ultimo Cipe ne abbiamo stanziati altri 8. In tutto sono 36 miliardi, che però possono arrivare a 40 perché gli italiani hanno di fronte uno Stato che li sosterrà . “Nessuno” ha aggiunto il Cavaliere “può dire e dice di avere la ricetta giusta, ma il governo italiano ha agito con saggezza, tempestività e rigore usando il buon senso”. Oltre a una cassa integrazione allargata ai precari, Palazzo Chigi ha infatti previsto aiuti per chi vuole diventare imprenditore fondare un’impresa. “Come ho già detto se io stessi in cassa integrazione non starei in casa a guardare la televisione e girarmi i pollici” ha spiegato il premier “ci saranno, quindi, incentivi nei confronti di nuove forme di imprenditoria”.
Secco no, invece, alle ipotesi di politiche protezionistiche che fanno “male” all’economia. In particolare a paesi come il nostro che sono grandi esportatori. “Non dimentico quanto successo in Inghilterra ai nostri lavoratori che avevano partecipato ad una gara d’appalto” conclude il premier rifendosi alla rivolta dei lavoratori inglesi contro l’arrivo di nostri connazionali. Quello che serve, invece, è un patto tra tutti i paesi del G8: “Faremo di tutto per arrivare al G20 e a La Maddalena per firmare un patto globale per cercare di sconfiggere la crisi”. Un social pact che “possa sostituire al pessimismo l’ottimismo, alla sfiducia la fiducia e trasformare la paura in speranza”.
Infine un applauso alla Fiat. L’ncoraggiamento del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, alla sigla dell’accordo tra Fiat e Chrysler è stata salutata da Berlusconi come “una soddisfazione per tutti gli italiani”. È il riconoscimento dell’eccellenza di una nostra grande impresa”, ha detto il presidente del Consiglio augurandosi che “l’accordo si concluda con il finanziamento da parte dello Stato americano”.
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Scordatevi i vù cumprà . Oggi in Italia l’imprenditore straniero ha cambiato pelle. Anzi, lo ha fatto da un bel po’. Salvo che ad accorgersene sono ancora troppo pochi. La Fondazione Ethnoland ne ha preso atto ed ecco la decisione del suo presidente, il camerunense Otto Bitjoka (qui la copertina che Panorama Economy gli ha dedicato qualche mese fa), di pubblicare il primo rapporto organico sulle circa 165.000 aziende degli immigrati disseminate nel territorio italiano. Grazie alla collaborazione dei redattori del“Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes” e al contributo di strutture e organizzazioni che si occupano del fenomeno migratorio secondo l’ottica imprenditoriale, “ImmigratImprenditori in Italia” è un volume stracolmo di dati, storie, analisi e prospettive che aprono un mondo diverso da quello veicolato nei mass-media. Quello presentato oggi a Milano presso il Circolo della stampa si può riassumere in tre cifre: i 165.114 immigrati titolari d’impresa recensiti nel giugno 2008 (il triplo rispetto al 2003) offrono uno sbocco occupazionale ad almeno 500.000 persone e un contributo al sistema Italia pari all’11% del Pil.
“In tempi così difficili, bisogna lottare contro la crisi e non contro la capacità progettuale degli immigrati” sostiene Bitjoka riferendosi alla proposta della Lega Nord di imporre una fideiussione di 10.000 euro sulle partite Iva aperte dagli extracomunitari. “I dati statistici raccolti nella ricerca di Ethnoland adducono ragioni a sostegno di una società plurale”. E la società plurale, eccola qua: con 27.952 imprese, la comunità marrocchina risulta quella più attiva fra gli immigrati; seguono a breve distanza i rumeni (23.554), mentre più distaccati sono cinesi e albanesi (entrambi con 17.913 imprese), e soprattutto senegalesi (8.138), tunisini (7.293), egiziani (7.169) e bengali (5.296).
Con oltre 83.578 aziende (50,6%), l’industria risulta essere il settore maggiormente privilegiato dagli imprenditori immigrati, con una netta prevalenza del comparto edile (oltre 64.000 imprese), quello tessile, abbigliamento e calzature (10.470 imprese). L’altra fetta di mercato viene risucchiata dai servizi (46,9%), in particolar modo dalle aziende commerciali che, insieme a quelle edili totalizzano otto ogni dieci imprese gestite dai migranti.
Ma quali sono i settori privilegiati dalla comunità immigrate? Per il 67,5% degli imprenditori marocchini recensiti non ci sono dubbi: è il commercio. La stessa scelta operata dai cinesi (attratti anche dall’industria manifatturiera), mentre albanesi e rumeni sono molto più orientati verso l’edilizia.
Sul piano regionale, la Lombardia è la realtà territoriale che accoglie il maggior numero di aziende extracomunitarie (circa 30.000), seguita dall’Emilia Romagna (20.000), Lazio, Piemonte, Toscana e Veneto (15.000). A chiudere la classifica sono Basilicata, Molise, Umbria e Valle d’Aosta con meno di 1.000 imprese gestite da stranieri. Entrando nel merito, il rapporto sottolinea che “si riscontrano casi di eccellenza, per giunta nel Meridione: in Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani e anche in diverse Regioni del Nord e del Centro (Piemonte, Emilia Romagna e Toscana) la situazione è più soddisfacente rispetto alla media nazionale”. Questo conduce a una riflessione più amplia sulla crescita spropositata di aziende in mano a stranieri rispetto a quelle dirette dagli italiani. “Gli immigrati stanno facendo rivivere in diverse Regioni del Nord quanto si verificò tra gli anni ‘60 e ‘70 con il boom delle piccole imprese create dai meridionali prima impiegati nelle fabbriche: questa volta, però, la diffusione dell’imprenditoria riguarda tutta l’Italia e l’inserimento come lavoratori dipendenti è avvenuto in prevalenza nelle aziende piccole e medie”.
Da questa smania imprenditoriale, l’Italia trae parecchi benefici (e non ha tutti i torti, da questo punto di vista, don Gianromano Gnesotto, responsabile migranti e profughi della Fondazione Migrantes della Cei quando afferma che il Belpaese “di immigrati ha e avrà bisogno). Intanto perché assorbe una massa salariale pari a 500.000 lavoratori. A livello economico poi, “la presenza lavorativa degli immigrati contribuisce alla formazione di circa un decimo del prodotto interno lordo. In molti Regioni” prosegue il rapporto di Ethnoland allargando il tiro all’insieme dei lavoratori migranti, “la ricchezza prodotta dagli immigrati supera i dieci miliardi di euro” (è il caso in Lombardia, Lazio, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte). Sul piano finanziario, “Caritas/Migrantes” stima il gettito fiscale assicurato dagli immigrati (e non soltanto delgi imprenditori) nel 2006 a circa quattro miliardi di euro, per salire a 5,5 miliardi nel 2007. E cinque miliardi sono gli euro che i migranti garantiscono ogni anno al paese a titolo di contributi previdenziali, mentre come ricorda il volume essi sono “minimali percettori di prestazioni pensionistiche in considerazione della loro giovane età ”.
Tornando agli imprenditori, la ricerca pubblicata da Ethnoland si chiude con l’invito a facilitare l’avvio di un’attività autonoma (indipendentemente dal colore della pelle dell’imprenditore, ndr), un maggior sostegno finanziario all’imprenditoria sociale, una più alta attenzione da parte delle strutture creditizie e degli Enti Locali rispetto alle esigenze espresse dagli immigrati in termine di informazione, assistenza e sostegno durante la fase di gestione quotidiana delle loro imprese e, infine, più risorse per l’economia della conoscenza e dell’innovazione. “Gli imprentori immigrati sono pronti a fare la loro parte per il benessere del paese” conclude Bitjoka.
di Marco Cobianchi e Nadia Francalacci
Andare a San Marino conviene. Ci sono molti motivi per varcare il confine di Stato: shopping, paesaggio, gastronomia, filatelia e numismatica, musei e luoghi d’arte. Peccato che a questo elenco, che compare sul portale ufficiale Sanmarinosite.com, manchi la voce affari. Questo sì che è un buon motivo per varcare il confine. Oltre alle bellezze del Monte Titano e a tutte le attività culturali a esso legate, si può godere delle agevolazioni per aprire nuove aziende e depositi bancari.
Proprio seguendo l’odore dei soldi depositati sui conti delle 15 banche del Titano il magistrato forlivese Fabio Di Vizio ha aperto un’inchiesta (che ipotizza reati come riciclaggio, evasione fiscale, ostacolo agli organi di vigilanza, associazione a delinquere) dai risultati clamorosi, che ha messo in grave difficoltà il governo sammarinese (di centrosinistra), possibile anticamera delle elezioni anticipate.
Ma il business determinante della piccolissima repubblica è il commercio internazionale. I numeri sono sbalorditivi. Intanto, negli ultimi 3 anni l’import da paesi terzi è più che raddoppiato: da 7.605 operazioni doganali nel 2005 a 15.800 nel 2007. La maggior parte delle merci arriva dalla Cina (24,5 milioni di oggetti per un valore di 119 milioni di euro), seguita da Stati Uniti, Taiwan e Italia (che ha esportato sul Titano beni per 3,1 milioni). Stupisce il fatto che San Marino importa soprattutto abiti: giacche e pantaloni per uomo e tailleur per donna. Solo nel 2007 ne sono stati importati per un valore che supera i 18 milioni di euro. Niente comunque rispetto all’anno precedente, quando sono state acquistate camicie da uomo per un valore di 36 milioni.
Al secondo posto ci sono i giocattoli; ne sono stati importati talmente tanti che ne toccherebbero circa 197 tonnellate per ciascun sammarinese. Seguono l’alluminio grezzo, i tessuti in cotone e le borse in pelle o cuoio. Beni che poi finiscono soprattutto nei paesi dell’Est: Romania, Russia, Ucraina anzitutto.
Come mai San Marino ha bisogno di importare, nel 2007, 18,5 milioni di euro di abiti? Considerando che ne ha esportati per 4 milioni, significa che i 30 mila sammarinesi dovrebbero avere i guardaroba più forniti del mondo. “Di fronte a uno scarto così elevato tra oggetti importati ed esportati è legittimo il sospetto che tale risultato possa essere determinato da operazioni di vendita al dettaglio effettuata in nero da commercianti italiani che acquistano la merce dalle aziende sammarinesi” avverte Giuseppe Marini, docente di diritto tributario all’Università di Bergamo. “Si tratterebbe di un fenomeno evasivo che coinvolgerebbe in negativo il mercato e l’economia italiana penalizzando seriamente gli operatori onesti”.
A spiegare questo viavai di merci è la disciplina fiscale, molto meno rigida di quella italiana. “L’imposta indiretta sugli scambi adottata da San Marino è una monofase, ovvero si applica una sola volta sul valore dei beni importati” spiega Marini. “In questo modo il commerciante viene tassato solamente al momento dell’importazione con un’aliquota pari al 17 per cento”.
Nonostante i milioni di tonnellate di vestiti, alluminio e giocattoli, è sorprendente che i settori trainanti dell’economia della repubblica non siano i commerci, bensì l’industria e le banche. Secondo la Relazione economica al bilancio di previsione dello Stato 2007, nel 2006 l’industria ha contribuito al prodotto interno lordo per il 41,1 per cento (489,23 milioni di euro), mentre banche e assicurazioni hanno contribuito per il 17,4 per cento (207,3 milioni). Sul gradino più basso del podio c’è il settore pubblico, che produce ricchezza per 159 milioni di euro.
Il sistema fiscale sammarinese spiega anche il fiorire di nuove aziende e perciò di posti di lavoro. I disoccupati sono appena il 2 per cento della popolazione, un dato ancora più straordinario se si pensa che ogni giorno 6 mila italiani “scalano” il Titano per lavorare.
Le imprese sono piccole o piccolissime: alla fine del 2006 3.292 aziende su 5.600 avevano un numero di dipendenti uguale a zero (vi lavora solo il titolare). Tra queste la maggior parte sono immobiliari, aziende di informatica, imprese commerciali, di costruzioni e impianti (454 imprese di cui 204 senza dipendenti). Anche molte imprese manifatturiere risultano senza personale, eppure una parte di questo settore, quello dell’edilizia e delle costruzioni, sarà sovvenzionata con 40 milioni di euro quest’anno e 29 il prossimo. Lo stato, infatti, si accollerà parte degli interessi concordati con gli istituti di credito. Un paradiso.
Ma se le importazioni aumentano, cresce anche l’evasione fiscale nei confronti dello Stato italiano accertate dalla Guardia di finanza sulle aziende sammarinesi. Nel 2003 le verifiche dei finanzieri su 398 aziende accertarono un’evasione totale ai fini Irpef di 12,647 milioni di euro e dell’Iva pari a quasi 20 milioni di euro.
Non migliorò la situazione nel 2004, quando a una diminuzione dei controlli (377) corrispose un aumento dell’evasione del 130 per cento. Percentuale destinata ancora a salire nel biennio 2005-06, quando la Finanza intensificò la lotta all’evasione e con poco più di 1.000 verifiche accertò oltre 1miliardo di euro di tasse evase. Lo scorso anno le aziende sammarinesi controllate sono state 557 e l’Irpef evasa accertata pari a oltre 338 milioni; 156 milioni l’evasione dell’Iva.
A dare il colpo di grazia al governo sammarinese è stata l’inchiesta forlivese del pm Di Vizio. Il magistrato sembrava avesse toccato i nervi scoperti mettendo sotto inchiesta 47 tra italiani e sammarinesi con accuse dal riciclaggio alla costituzione di fondi neri, all’evasione fiscale. L’inchiesta, battezzata Re Nero, e alla quale lavora la squadra mobile di Forlì, è partita proprio seguendo persone normali che incappavano nella rete dei controlli della Finanza mentre trasportavano contanti nelle banche di San Marino. A volte nascondendo le banconote nelle mutande.
Un terremoto? Sì, ma ancora niente rispetto a un altro filone dell’inchiesta Re Nero che è partito da una verifica dei rapporti tra la sammarinese Asset Banca e la controllata italiana Banca di credito e risparmio di Romagna, nata nel 2006. Di Vizio scopre che uno dei conti correnti della sede forlivese della Banca di credito e risparmio è intestato a una finanziaria, la Smam, controllata sempre dalla Asset, sul quale giaceva 1 milione di euro versati con assegni di 1.000 euro ciascuno. Quel conto era però stato catalogato dai bancari italiani come appartenente a un soggetto italiano. L’Asset poteva fare qualsiasi operazione su quel conto senza che il sistema informatico segnalasse agli organi di vigilanza, cioè la Banca d’Italia, che dei soldi passavano dall’Italia a un soggetto di paese extracomunitario.
Parte il controllo su larga scala. Ben 52 banche della provincia di Forlì vengono invitate a fornire i dettagli dei conti correnti aperti in nome e per conto di soggetti sammarinesi. Si scopre che nell’80 per cento dei casi i conti erano stati iscritti come appartenenti a soggetti italiani. Suona l’allarme e si va ancora più a fondo. Ad attirare l’attenzione degli inquirenti è soprattutto un conto, quello che la Cassa di risparmio di San Marino ha aperto presso il Monte dei Paschi di Siena di Forlì.
Di Vizio accerta che in 4 anni la Cassa di risparmio di San Marino ha versato 800 milioni di euro in banconote di piccolo taglio, mentre ha prelevato 1,2 miliardi in banconote da 500 euro. Una fetta di questi soldi proveniva addirittura dalla sede forlivese della Banca d’Italia che, allarmata, ha inviato nel capoluogo romagnolo Giovanni Castaldi e Renato Righetti, i massimi responsabili nell’istituto centrale per la lotta al riciclaggio.
Il sopralluogo deve essere stato molto interessante visto che il pm Di Vizio, all’inizio di giugno, è volato a Roma in via Nazionale per riferire sullo stato delle indagini. Quello del riciclaggio è più di un sospetto. E il fango schizzato sulle grisaglie dei compassati banchieri sammarinesi potrebbe far dimettere il governo.
Importazioni ed export di San Marino nel 2007
Ingente la differenza fra le merci in entrata e in uscita: nell’abbigliamento, per esempio, solo 6,5 milioni di esportazioni a fronte di 18,6 milioni di euro di import.