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Politica e giustizia: le inchieste sul Pd


Politica & giustizia: le inchieste sul Pd

Amano le donne, anche quelle «a gettone». Hanno fiuto per gli affari, dalla finanza alla sanità, dai trasporti alle energie rinnovabili. Guidano contromano e veleggiano in barca. Cercano soldi per il partito e le sue fondazioni. Sono soprattutto liguri, umbri e pugliesi. E tutti hanno dovuto fare i conti con la giustizia. Sono l’eletta schiera dei dalemiani doc, i fedelissimi di Massimo D’Alema. Un cerchio che assomiglia sempre di più a un cappio. Continua

Tritacarne De Magistris: chi risarcirà le sue vittime?


Luigi De Magistris

Luigi De Magistris

Ristorante La Buvette di Catanzaro: è il cuore politico della città all’ora di pranzo. Il peperoncino abbonda, si parla a bassa voce, ma in un angolo la discussione sale fino a quando un anziano signore si alza, batte i pugni sul tavolo e grida: «Io non devo dire niente. Io sono Mariano Lombardi e lui non è nulla. La verità verrà a galla». Così il magistrato dell’accusa al processo per la strage di piazza Fontana, capo della Procura di Catanzaro per 40 anni, nel 2007 gridava a chi gli chiedeva di rispondere a Luigi De Magistris che lo accusava di avergli sottratto le inchieste Poseidone e Why not per tutelare i poteri occulti. Lombardi immaginava sarebbe stato rinviato a giudizio dai giudici di Salerno, come poi è avvenuto il 18 dicembre 2010. Lombardi voleva difendersi in aula, ma il 1° marzo è morto a 76 anni. Se n’è andato così uno dei protagonisti delle indagini dell’ex pm De Magistris, oggi eurodeputato dell’Idv e candidato sindaco al Comune di Napoli.  Inchieste oggetto di dure polemiche e di guerre tra procure, finite nel nulla ma costate cifre colossali ai contribuenti. Dieci milioni il costo dell’inchiesta Why not, alcuni milioni quella di Toghe lucane, che il 19 marzo scorso è finita al macero con il marchio del gip Maria Rosaria di Girolamo: mancavano le prove e non c’era neanche la notizia di reato. «Gigineddu Flop» avevano ribattezzato De Magistris. Ecco che cosa dicono di lui sette dei suoi indagati.
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Rubygate: la rossa , il Bruti e il cattivo


Caso Ruby. Il ritorno della procura di Milano: la rossa , il "bruti" e il cattivo

La Rossa, il Bruti e il Cattivo. Come nei migliori western all’italiana, la procura di Milano ha caricato (metaforicamente) le sue lunghe Smith & Wesson e si prepara all’ultimo duello con Silvio Berlusconi. Il Paese osserva lo scontro nascosto dietro le imposte, in un silenzio rotto dal sinistro rumore degli speroni, mentre una sottile polvere rossa si solleva in piccoli turbini. Davanti al presidente del Consiglio sono schierati in tre, abilissimi a maneggiare i codici: Ilda Boccassini, «la Rossa»; Edmondo Bruti Liberati, «il Bruti»; Armando Spataro, «il Cattivo», Continua

Malasanità e l’effetto Panorama negli ospedali del Sud

Alcune immagini che corredavano l'inchiesta apparsa sul numero scorso

Alcune immagini che corredavano l’inchiesta apparsa sul numero scorso

Dopo la denuncia di Panorama sulla malasanità in molti ospedali del Sud è tempo di polemiche e commissioni d’inchiesta. Continua

Vergogna in corsia: l’inchiesta e il video shock sulla malasanità

In sala operatoria senza mascherine né guanti

In sala operatoria senza mascherine né guanti

Ho indossato un camice bianco, un paio di zoccoli verdi e sono entrato negli ospedali. Mi sono attaccato al petto un cartellino con un nome fasullo: dottor Valerio Trimarchi, dell’inesistente associazione Orchidea bianca onlus. Ho assunto le vesti di un volontario, laureato in medicina in procinto di fare la specializzazione. È bastato per spalancarmi le porte di reparti, pronto soccorso, sale operatorie. Continua

Le verità di Genchi: “Nessun archivio. Berlusconi non c’entra”

Intercettazioni

Il dibattito sulle intercettazioni in primissimo piano nell’attualità politica. Hanno fatto molto discutere, nei giorni scorsi, le rivelazioni sul cosiddetto “archivio Genchi”, contenente, secondo indiscrezioni, migliaia e migliaia di tabulati telefonici, riguardanti politici, magistrati e personaggi pubblici, raccolte dall’ex consulente di Luigi De Magistris.
Ospite di SkyTg24, Gioacchino Genchi racconta la sua verità: il mega archivio non esiste ed è una mistificazione creata ad arte per spostare l’attenzione sul nodo intercettazioni e per bloccare le inchieste della procura di Catanzaro: “Mai fatto intercettazioni in vita mia, compreso il periodo di attività che ho svolto nella polizia di Stato”, assicura il consulente informatico che su incarico della Procura della repubblica di Catanzaro collaborava le inchieste “Why not” e “Poseidone”, allora dirette da Luigi De Magistris. “C’è stata una fuga di notizie, con nomi inseriti ad arte”. “Non ho mai effettuato neppure una intercettazione: né legale, né tanto meno illegale, che tra l’altro è punita dalla legge con l’aggravante per chi è pubblico ufficiale, per il quale è previsto l’arresto. Sfido chiunque a dimostrare il contrario”, afferma. “Se qualcuno sostiene che io abbia svolto intercettazioni, lo dica pure: cosi’ mi arrestano. Ma non esiste nessun archivio” ribadisce “è in atto una grande mistificazione”.
E allora i nomi di Berlusconi, Prodi, De Gennaro, Spataro nell’archivio? “Questa fuga di notizie, in cui sono stati inseriti ad arte quei nomi, è l’aspetto più evidente della mistificazione, in cui poi a catena sono caduti i politici”, replica Genchi, nel corso dell’intervista : “Perché quei nomi?” si chiede Genchi. “I tabulati, di cui De Magistris ha disposto l’acquisizione, risultano agli atti, che saranno esaminati anche dal Copasir; e dunque si saprà quali sono le utenze telefoniche e i soggetti interessati” premette. “La cosa più grave è che sono stati inseriti, ripeto ‘ad arte’, una serie di nomi che non c’entravano nulla con l’indagine”.
Poi durante una conversazione telefonica con l’Ansa, il consulente di De Magistris ribadisce: “Berlusconi con la vicenda Why not non c’entra nulla. Potrebbe entrarci lui, come Bin Laden o il Papa. Tirare dentro lui in questa vicenda facendogli credere che è stato intercettato è un modo come un altro per far sollecitare a Berlusconi iniziative che se deve adottarle le adotti pure, ma non c’entra niente”.
Ad esempio, spiega Genchi, “inserire in quell’elenco il nome del procuratore Armando Spataro significava schierare contro De Magistris i tre quarti della magistratura italiana, per la levatura e il peso carismatico che ha Spataro e la sua corrente, presso tutti gli altri magistrati, per il ruolo che ha avuto nel Csm e per quello attuale di magistrato di punta. Ma Spataro non c’azzecca nulla: il suo nome è stato inserito nell’elenco appositamente per tagliare i ponti a De Magistris. Questo, forse, l’Anm ancora non l’ha capito: cominciamo a spiegarglielo bene, così anziché gli anticorpi cominceranno a utilizzare gli antibiotici…”.
Quanto a De Gennaro, “forse pensavano che inserendo il suo nome, De Gennaro avrebbe poi fatto fuori Genchi. Ma siccome De Gennaro è una persona molto intelligente, che è stato capo della Polizia, ha capito che è una ‘bufala’ e che lui non c’entra assolutamente niente in questa indagine, né a titolo attivo, né a titolo passivo, né a titolo omissivo. Si sta parlando della acquisizione dei tabulati, della radiografia che si stava facendo sull’indagine, senza parlare di quello che c’è dentro i tabulati che sono stati acquisiti: come fare un processo alla tac del malato, senza considerare cosa ha il malato, che sta morendo”.

Intercettazioni: monta il caso Genchi e Berlusconi chiede una stretta

intercettazioni

Il presidente del Consiglio stringe i tempi sul varo di una legge che regolamenti le intercettazioni e invita la maggioranza a trovare un accordo.
Berlusconi, che ieri durante il suo tour elettorale in Sardegna, aveva lanciato l’allarme sul “più grande scandalo della Repubblica” legato ad un imminente probabile diffusione delle intercettazioni contenute nell’archivio Genchi, batte il ferro finché è caldo.
Intanto il Pdl con Gasparri e Quagliariello chiedono che della vicenda Genchi se ne occupi il Parlamento e non solo il Copasir, il Comitato parlamentare per i servizi segreti presieduto dal democratico Francesco Rutelli.

“Si sta ancora parlando” riferisce Berlusconi “con gli alleati che hanno posizioni distinte, e per la Lega Bossi mi ha già detto che seguirà le nostre posizioni. “Si parla” rivela il premier riferendosi all’ archivio in questione “di centinaia di migliaia di persone controllate e questo dovrebbe convincere chi ha ancora qualche dubbio sul fatto che questo strumento di indagine dovrebbe esser solo eccezionale”.
Il via libera sembra confermato dal Carroccio. Il ministro “taglia leggi” Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata a In mezz’ora conferma che le posizioni distinte lamentate dal Cavaliere non riguardano i leghisti. “Siamo tutti sulle stesse posizioni” sostiene Calderoli “visto che sono di nuovo compresi i reati contro la pubblica amministrazione come concussione e corruzione”. Il ministro leghista ci tiene a sottolineare che “non ci sono contrapposizioni” dopo le precisazioni del premier sui tipi di reati da includere nell’ uso delle intercettazioni.
Se un problema Lega sembra non esserci, An non commenta il pressing berlusconiano sul varo della legge ma fa proprie le sue preoccupazioni sull’ archivio Genchi e con Maurizio Gasparri chiede che della vicenda se ne occupi il Parlamento. Domani, annuncia Gasparri, come capogruppo del Pdl al Senato nè parlerà con il presidente del Copasir Francesco Rutelli. Sulla stessa linea interventista Quagliariello: “le informazioni raccolte dal Copasir sull’ archivio, per la loro ampiezza e rilevanza vanno oltre i compiti istituzionali del Comitato”.
Dal canto suo, Rutelli assicura che il Copasir esaminerà in settimana la vicenda con “grande equilibrio e severita”‘ e invita a “tenere i nervi saldi” e per ora a “non correre troppo” sul rischio di una emergenza democratica.
Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, rilancia, però, l’allarme e in attesa che il ministro della Giustizia incontri, a breve, i gruppi parlamentari della maggioranza per discutere del ddl sostiene che “è avvenuto qualcosa di molto inquietante” e si è davanti ad una “possibile manipolazione politica” che investe tutti.

Dall’ opposizione, il primo a reagire all’offensiva del Pdl è Antonio Di Pietro che parla sul suo blog di un “allarme bufala” e di “una furbata bella e buona” di chi “gioca d’anticipo per smorzare l’indignazione che potrebbe causare una legge che limita l’uso delle intercettazioni”. Secondo l’ex pm, inoltre, Gioacchino Genchi ha agito nella legalità su richiesta della magistratura e contesta le cifre su 350 mila persone controllate. Luciano Violante (che nei giorni scorsi aveva mostrato di volere dare seguito al dialogo sulla riforma della giustizia, incontrando il ministro Angelino Alfano) non attacca il centrodestra e sostiene che le intercettazioni “non vanno ridotte ma bisogna rispettare il Codice”. Per Violante, comunque, “è intollerabile che un cittadino, anche se in collegamento con un magistrato, possa accumulare un enorme archivio informativo”.

Urne e inchieste, il Pd rischia il ko. E Veltroni s’aggrappa ai commissari

Il leader dei Democratici, Walter Veltroni

Innanzitutto, Sardegna e Abruzzo. A sorpresa non c’è la Campania. Ma non si sa mai.

Dopo il ciclone giudiziario, gli “agguati politici” e le sconfitte elettorali, le contromosse di Walter Veltroni, messo sotto processo dai suoi colonnelli, partono da queste due regioni.
“Questo non è il mio Pd” avrebbe detto il segretario del partito ieri, tra un’agenzia e l’altra che recitava i nomi dei politici e dei dirigenti locali democratici coinvolti a vario titolo nelle inchieste della magistratura. Aggiungendo di volere una nuova classe dirigente capace di amministrare con onestà ed entusiasmo il territorio.

Da oggi, la parola d’ordine è dunque “percorso innovativo”. Si inizia così proprio da due regioni che, per motivi diversi, sono stati il palcoscenico di dure scosse d’assestamento in casa democratica.
In Abruzzo, dopo la pesante sconfitta elettorale e le inchieste della magistratura che hanno portato all’arresto del sindaco di Pescara (che era pure segretario regionale del partito), toccherebbe a Massimo Brutti riorganizzare le fila del partito, profittando anche dei suoi buoni rapporti con i magistrati (per molti mesi è stato responsabile della Giustizia dei Democratici di sinistra).

Strana vicenda quella a Pescara: il sindaco arrestato, Luciano D’Alfonso, dopo essere stato il più giovane presidente provinciale d’Italia (a soli 30 anni nel 1995), si era guadagnato sul campo due mandati consecutivi da primo cittadino (2003 e 2008). Non solo. In occasione delle primarie del 14 ottobre 2007, era diventato il leader regionale del Pd. Ma per capire il peso di D’Alfonso forse vale la pena ricordare la scelta di Veltroni che, proprio da Pescara, complice anche la coincidenza tra elezioni politiche e amministrative, decise di cominciare il suo tour dell’Italia. “Siccome sono scaramantico” spiegò il leader democratico in quell’occasione “ho voluto far ripartire la mia sfida da Pescara: perché ogni volta che siamo partiti da qui abbiamo sempre vinto le elezioni”. Ma davanti alle calamità anche la scaramanzia non basta. Meglio affidarsi a un uomo navigato come Brutti.

In Sardegna, dove a fine novembre i dissidi interni al partito hanno costretto alle dimissioni il governatore isolano Renato Soru, si farebbero invece i nomi di Michele Meta oppure del portavoce del Pd Andrea Orlando, entrambi vicinissimi al leader democratico.

Situazione niente affatto semplice neppure a Firenze: ieri gli alleati del Pd hanno detto il loro “no” alla corsa alle primarie per la carica di primo cittadino da parte di Graziano Cioni, l’assessore comunale alla Sicurezza indagato nella vicenda Castello.
Quanto alle altre regioni, Campania in testa (dove parte dell giunta è coinvolta nell’inchiesta sulla delibera “Global service”) si resta a guardare. E se il braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, rassicura sulla solidità della posizione del segretario, molti dirigenti aspettano la direzione di dopodomani. Solo allora si potrà capire quanto sia robusta la leadership in casa del Pd.

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