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indagine

Sventato un sequestro di persona in Sicilia. In manette mafiosi della “Stidda” e un ex Br

Carabinieri in azione
Un gruppo di mafiosi legati alla ‘Stidda’ stavano preparando il sequestro del banchiere Giovanni Cartia, presidente della Banca Agricola Popolare di Ragusa.
Il piano, sventato dai magistrati della procura della Repubblica di Caltanissetta e dai carabinieri della compagnia di Gela e del comando provinciale nisseno, ha portato stamani all’esecuzione di otto ordini di custodia cautelare in carcere. I provvedimenti sono stati eseguiti in Sicilia, Puglia e Lombardia.
L’inchiesta è riservata. Si apprende soltanto che grazie all’uso di intercettazioni ambientali effettuate per indagini che non riguardavano la mafia, si è arrivati a scoprire il piano dell’organizzazione criminale che era già pronto per essere eseguito prima di Pasqua. Già alcuni anni fa collaboratori di giustizia come La Barbera e Camarda avevano rivelato che i corleonesi, dopo aver a lungo vietato in Sicilia i sequestri di persona, volevano iniziare una “nuova stagione” criminale effettuando rapimenti di facoltosi industriali.

Il piano per sequestrare l’imprenditore ragusano sarebbe stato organizzato da un ex militante delle Brigate Rosse, in collaborazione con alcuni componenti dell’organizzazione criminale della Stidda. Secondo quanto riportato dall’Ansa, gli investigatori hanno così individuato e arrestato Calogero La Mantia, 59 anni, originario di Sommatino (Caltanissetta), ma residente a Gela, indicato come un ex brigatista.
L’organizzazione sarebbe stata capeggiata da Vincenzo Pistritto, 41 anni, pregiudicato di Gela, il quale avrebbe avuto in programma un altro sequestro di persona che riguardava un familiare di un imprenditore. Anche lui è stato arrestato stamani. Tutto il piano emerge da intercettazioni ambientali disposte dalla procura di Caltanissetta.
L’ex Br Calogero La Mantia era stato arrestato negli anni Settanta per terrorismo perché accusato di far parte della colonna milanese delle Brigate Rosse. Dopo aver scontato la pena in carcere, era ritornato a Gela. Secondo l’accusa, il progetto era quello di sequestrare, prima di Pasqua, un noto banchiere siciliano. Delle otto ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Caltanissetta, Giuseppina Bonavenura, i carabinieri hanno fino adesso notificato il provvedimento solo a sette persone. Un indagato è ancora irreperibile.

L’operazione è stata denominata ‘Caiman’. L’indagine ha permesso di ricostruire l’organigramma di una presunta associazione mafiosa che stava progettando a Modugno (Bari), Cremona, Gela e nel Ragusano, rapine e di sequestri di persona. Tutta l’indagine ruota intorno a Pistritto, il cui spessore criminale è descritto da diversi collaboratori di giustizia. L’indagato, insieme ai suoi presunti complici, aveva ideato e materialmente pianificato, con vari sopralluoghi, diversi progetti criminosi, principalmente rapine, per le quali è emersa la disponibilità di armi ed esplosivo al plastico.

Csm duro sul ddl intercettazioni: “Distrugge le indagini”

Nicola Mancino
“Distruttivo”. “Eccessivo”. Il Csm boccia il ddl sulle intercettazioni: il progetto della maggioranza “distrugge” questo strumento investigativo. Non usa mezzi termini il vicepresidente Nicola Mancino. Nel dibattito sul parare del Consiglio Superiore della Magistratura vota come la maggioranza dei componenti. Contrari solo i membri laici designati dal Pdl. Due gli astenuti. Il parere finale è fortemente negativo.
“L’autorizzazione delle intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza” spiega Mancino, “distrugge o limita fortemente la possibilità di intercettazioni”. Il vicepresidente di Palazzo dei Marescialli ha esplicitamente parlato di un contrasto con l’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa, a proposito della sanzione penale prevista per i giornalisti che pubblichino atti di procedimenti. “Il venir meno del segreto - ha aggiunto - è opera unilaterale del giornalista o c’è qualcuno che ha concorso nella consumazione del reato con lui?”.
E su questa parte del provvedimento si annuncia battaglia. La Giunta della Federazione della Stampa esaminerà domani in via di urgenza, con l’Ordine dei giornalisti e d’intesa con l’Unione Cronisti Italiani, ”le nuove iniziative comuni e unitarie di tutta la categoria dei giornalisti per contrastare le interferenze e le gravi minacce al diritto di cronaca che, con le novità che stanno emergendo nella Commissione Giustizia alla Camera, porterebbero addirittura alla cancellazione della cronaca giudiziaria”: lo si legge in una nota della Fnsi.
”L’assalto ai giornali e ai giornalisti che vogliano rispondere al diritto dei cittadini a conoscere come vanno le cose che riguardano la propria vita, a sapere se e come procedono le inchieste giudiziarie su vicende di rilevanza pubblica - continua la nota - sta assumendo dimensioni intollerabili e incivili. L’emendamento che introduce, nel ddl intercettazioni, il carcere fino a 3 anni per chi pubblica notizie, non solo di conversazioni poste agli atti, ma anche di riassunti della documentazione sulle indagini è profondamente illiberale. Non è in gioco un privilegio di una categoria, quella dei giornalisti, o il preteso potere di un’impresa, quella editoriale. Si vuol trattare da criminali queste due categorie e da poveri di diritti i cittadini, privati di un bene costituzionalmente garantito: l’informazione. I giornalisti, per deontologia professionale e per le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, hanno sempre l’obbligo di non tacere sui fatti di pubblico interesse e di darne conto ai cittadini, anche qualora le notizie dovessero provenire da fonti riservate che altri avevano l’obbligo di custodire assicurandone la segretezza”.
E in un comunicato congiunto anche la federazione degli editori (Fieg) si appella al presidente della Repubblica e al Parlamento affinché ”vengano evitate nel nostro ordinamento norme che costituiscono un’evidente e palese compressione dei valori della libertà di stampa riconducibili all’articolo 21 della Costituzione”.
A introdurre l’emendamento contestato è stata la parlamentare del Pdl Deborah Bergamini, che nel novembre 2007 finì nella bufera per intercettazioni legate al suo lavoro come responsabile di marketing strategico in Rai. ”Sono assolutamente convinta di quello che ho fatto - spiega - perché secondo me i diritti dei cittadini vengono prima di ogni altra cosa. E il diritto alla privacy è un diritto sacrosanto già tutelato, proprio nel codice della privacy, con il carcere da uno a tre anni”.
Il parere è ”antigovernativo e corporativo” e il Csm ‘’si atteggia a Terza Camera”, hanno sostenuto Gianfranco Anedda (An) e Michele Saponara (Fi). Il Consiglio superiore, hanno accusato, ”vuole coprire l’incapacità dei Pm, consentire abusi nelle intercettazioni e attuare un regime in cui un cittadino qualunque possa essere intercettato alla cieca”.
Il Csm ha esposto il proprio parere con una critica punto per punto sul ddl: in particolare secondo l’organo di governo della magistratura, la necessità dei “gravi indizi di colpevolezza”: ”Le intercettazioni non si dovrebbero più effettuare - avverte il Csm - per scoprire gli autori di omicidi, violenze sessuali, rapine o altri reati gravissimi, per i quali il fatto sia immediatamente noto, mentre assolutamente ignoto ne sia l’autore. Il ritrovamento di un cadavere e l’evidenza che si tratta di una persona uccisa non sarebbero più sufficienti per autorizzare le intercettazioni, essendo necessario anche aver già individuato il possibile autore”. Nel mirino anche i limiti alla durata (la massima è di 30 giorni prorogabili di altri 30):”La fissazione di termini cosi’ limitati non corrisponde alla realtà e pone gli uffici di procura e le forze di polizia nella evidente difficoltà di svolgere seriamente il loro lavoro”.

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Fino a 3 anni di carcere a chi pubblica intercettazioni da distruggere

intercettazioni

Primo via libera al ddl sulle intercettazioni. La commissione Giustizia della Camera ha completato l’esame di tutti gli articoli e gli emendamenti del provvedimento calendarizzato per l’Aula per la prossima settimana. Martedì ci sarà il parere delle altre commissioni competenti, tra l’altro la Cultura e la Bilancio, per poi passare al voto del mandato al relatore, l’azzurro Enrico Costa.
Tra le novità approvate oggi, l’introduzione del carcere da 1 a 3 anni per i giornalisti che pubblicano intercettazioni per le quali è stata ordinata la distruzione e quelle “espunte” perchè riguardanti persone estranee ai fatti.
Un giro di vite che ha l’obiettivo, si spiega dal centrodestra, anche di bloccare la pubblicazione di conversazioni ‘gossip’ che nulla hanno a che vedere con il processo. Vengono previste multe salate per gli editori, che rischiano di dover pagare fino a 370mila euro se i loro giornali pubblicano intercettazioni riguardanti la fase preliminare delle indagini e quindi secretate e un ‘tettò alle spese di ogni singola procura per le intercettazioni che verrà stabilito annualmente con un decreto del ministro della Giustizia.
Pd e Idv vanno all’attacco di un provvedimento che hanno più volte definito “ammazza-indagini”.

“Si va verso l’oscurantismo totale”, dice la capogruppo del partito di Veltroni in commissione Giustizia, Donatella Ferranti, che parla anche di “grave ingerenza della politica sul sistema giudiziario” commentando il ‘budget’ per le intercettazioni alle procure. Uno “strappo al diritto di cronaca oltre che allo strumento delle indagini”, attacca il ministro ombra del Pd Lanfranco Tenaglia.
Un provvedimento “criminale” e “voluto dall’imperatore Berlusconi” anche per il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. Il centrodestra, dall’altro lato difende il provvedimento. Si tratta di un testo “equilibrato” per il relatore Costa, che non chiude all’ipotesi di limature in Aula. “Il Parlamento è sovrano”, sottolinea, per cui “non mi sento di escludere modifiche”.
Cambiementi che potrebbero arrivare anche su alcuni punti rinviati dalla commissione proprio al dibattito in Assemblea, come quello della decisione sulle proroghe alle intercettazioni che, secondo l’azzurro Giancarlo Pittelli, potrebbero andare in capo al Gip e non più a un organismo collegiale come previsto dal ddl.

Soru Vs Cappellacci: voto a Cagliari, tsunami a Roma

 Renato Soru

di Romana Liuzzo

Sfida finale all’ultimo voto. Un milione 400 mila elettori sardi decidono il futuro governo regionale dell’isola fra due contendenti molto determinati: Ugo Cappellacci, ex assessore e commercialista dal sorriso aperto, e Renato Soru, ombroso editore dell’Unità, ribattezzato l’”Obama di Sanluri”.
Con il voto di domenica 15 e lunedì 16 febbraio in palio non c’è solo il governo dell’isola, ma anche, probabilmente, la leadership del Pd. Se Soru vince, prende tutto: la Sardegna e, con ogni probabilità, la poltrona di Walter Veltroni. Se Soru perde, perde tutto: la sua regione e il Pd.
La necessità di mettere alla prova la capacità del Partito democratico di raccogliere consensi e la curiosità di verificare il gradimento di Soru, in vista di una sua investitura nazionale, hanno così trasformato le elezioni regionali sarde in un test nazionale.
Ma non è solo questo: da tempo la segreteria di Veltroni è in discussione e la poltrona dell’ex sindaco di Roma fa gola a molti. Come anticipato da Panorama, il ministro ombra dell’economia, Pier Luigi Bersani, portabandiera dell’anima più riformista della sinistra, se nell’ottobre 2007 pressato dalla ragion di partito rinunciò alla sfida, oggi non pare più disposto a fermarsi. “C’è il problema di organizzare il partito, metterlo nella sua fisiologia. Bisogna arrivare a un meccanismo di corresponsabilità. E su questo il segretario per primo deve dare una mano. Anche nel suo interesse” ha detto Bersani.

Altro appuntamento cruciale sarà quello con l’election day. Si dovrà votare in moltissime città, ma si terranno anche le elezioni europee. Per questo in Italia le votazioni si svolgeranno in un’unica tornata: il 6 e il 7 giugno 2009. L’ipotesi più realistica, legata a un risultato deludente del Pd alle europee, è che al congresso di ottobre vengano presentate tre candidature: Veltroni, Bersani ed Enrico Letta.
E poi c’è l’incognita Soru. Su di lui puntano alcuni intellettuali, fra i quali spiccano i nomi di Oliviero Toscani, Massimiliano Fuksas, Achille Bonito Oliva. Nell’appello congiunto dicono: “Noi crediamo che il modello di governo che Renato Soru ha proposto per la Sardegna negli ultimi cinque anni, con risultati precisi e inconfutabili, e che ripropone per la prossima legislatura, possa diventare un modello di crescita per l’Italia”.

Proprio per l’importanza delle elezioni sarde a livello nazionale entrambi i contendenti, appaiati secondo i sondaggi, hanno partecipato alla campagna elettorale senza risparmiarsi. Piazze, paesini, teatri, discorsi, dibattiti e strette di mano: fin qui tutto nella norma. Ma si va oltre: Mr Tiscali è arrivato a sporgere denuncia contro il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il governatore dimissionario, indagato per un grosso contratto che avrebbe favorito alcuni suoi amici, non ha gradito alcune dichiarazioni del premier. Così, fedele all’annuncio, il 26 gennaio scorso ha varcato il portone del palazzo di giustizia a Cagliari.
L’offensiva di Cappellacci è partita con la presentazione di un dossier nel quale sono elencate “tutte le malefatte” dei quattro anni di presidenza di Soru. Gli viene rimproverato di avere spedito alle famiglie dell’isola un opuscolo intitolato Bilancio del governo della regione 2004-2008 dove elenca a uno a uno i propri meriti. “Un pamphlet pagato dai contribuenti farcito di cifre prive di riscontro. Non c’è un dato di fonte statistica. È un’autocertificazione” accusa Cappellacci.
Il candidato del Pdl ha terminato il tour de force nel palazzetto dello sport di Cagliari, di fronte a 4 mila persone, con una promessa: “Mi dispiace che la campagna elettorale sia stata così corta, perché desidero veramente parlare con ciascun sardo e ascoltarlo, guardandolo negli occhi. Cosa che continuerò a fare anche dopo il voto, comunque vadano le cose”. A sostenerlo sono il Partito sardo d’azione con il suo presidente, Giacomo Sanna, che dice a Panorama: “Soru è il più bugiardo del mondo. A partire dalla dichiarazione dei redditi: 180 mila euro di imponibile, con 97 mila euro di detrazioni. Mi sembra paradossale che uno degli uomini più ricchi d’Italia paghi tasse solo su 80 mila euro. In pratica, se non avesse più lo stipendio da consigliere regionale, risulterebbe nullatenente. Stiamo pensando a una raccolta di fondi, se dovesse andargli male”.

Nelle regionali del 2004 Soru, oggi anche editore dell’Unità, vinse con il 50,13 per cento, mentre il candidato del centrodestra Mauro Pili ottenne il 40,5. Ma il presidente del Consiglio non era sceso in campagna elettorale, come ha fatto in queste settimane al fianco di Ugo Cappellacci.
“E poi se lo conosci lo eviti” racconta a Panorama il guru della comunicazione Gavino Sanna, parafrasando uno slogan pubblicitario. Chi meglio di lui può giudicare i due avversari? Sanna è stato l’ideatore della campagna pubblicitaria per “Dr Jekyll e Mr Hyde (così il creativo definisce Soru, ndr), uno che prima ti usa e poi ti liquida con un sms nemmeno tanto garbato”. Aggiunge: “Soru è un padrone vestito da servo, è una vigliaccata verso la povera gente”. Ora, come uno scherzo del destino, Sanna si sta occupando dell’immagine di Cappellacci. Insomma, Sanna contro Sanna. Che effetto fa combattere contro se stesso? “Semplice, al mattino mi guardo allo specchio e mi dico: oggi sono più bravo di te”.
Ugo Cappellacci

Se 5 anni fa l’algherese guru della pubblicità tirava fuori dal cilindro lo slogan “Meglio Soru”, stavolta ha seguito l’uomo del Pdl, Cappellacci, con manifesti e gli slogan “Meglio di Soru”, “La Sardegna torna a sorridere”, “Sardegna fatti furba”.
E mentre il sindaco di Cagliari, Emilio Floris, consiglia il suo ex braccio destro al Bilancio in tutte le sue mosse (”Ugo è stato un ottimo assessore”), non potevano mancare le polemiche delle ultime ore. Riguardano le schede elettorali, curate dalla regione. Piene di errori, confuse, sbagliate graficamente. A poche ore dalle elezioni è successo il parapiglia. Tutto risolto, così dicono, con scuse pubbliche ai cittadini da parte dell’amministrazione regionale.

Intercettazioni, intesa Pdl-Lega: limiti sui tempi, ma non sui reati

Intercettazioni telefoniche

Si potranno intercettare tutti i reati con pene superiori ai cinque anni, come prevede la legge attuale, ma la durata dell”ascoltò non potrà superare i 45 giorni, prorogabili per altri 15. Per i magistrati responsabili di aver violato il segreto istruttorio, inoltre, scatterà la responsabilità disciplinare e potranno essere trasferiti.
La maggioranza, dopo giorni di confronti e riunioni fiume, trova la famosa “quadra” sulle intercettazioni, così come annunciato dal ministro della Giustizia Angelino Alfano la settimana scorsa. E si prepara a ritirare molti degli emendamenti presentati in commissione al disegno di legge del governo. Il vertice convocato a Palazzo Grazioli tra i “tecnici” della giustizia del centrodestra alla fine si dimostra risolutivo: non ci sarà nessuna “lista” per quanto riguarda i reati che si potranno intercettare, ma si introdurrà un principio che potrebbe cambiare volto all’intero sistema. I magistrati, per chiedere di poter fare delle intercettazioni, non dovranno più avere tra le mani solo “gravi indizi di reato”, come prevedeva il testo Alfano, ma dovranno basarsi su “gravi indizi di colpevolezza”.
Su questo punto, spiega il responsabile Giustizia della Lega Matteo Brigandì, uno dei protagonisti della trattativa, l’accordo “è stato praticamente unanime”. “Se la legge attuale sulle intercettazioni infatti fosse stata rispettata e applicata alla lettera” sottolinea il deputato leghista “non ci sarebbe stato alcun bisogno di modificare la normativa. E invece siccome non siamo in una situazione fisiologica, ma patologica, la riforma si è dovuta fare. Perché vogliamo fare del tutto per evitare che continuino gli abusi”. Nel corso della riunione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il deputato del Pdl e legale del premier Niccolò Ghedini, il presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno, il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il capogruppo del Pdl in commissione Enrico Costa, si è deciso anche di accogliere il principio contenuto nell’emendamento presentato da Francesco Paolo Sisto (Pdl) secondo il quale non si potrà in alcun modo pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine.
Poi si è stabilito di fissare un tetto al budget di spesa visto che, anche oggi, il Guardasigilli, nella sua relazione sulla Giustizia alla Camera, ha ricordato che i costi delle intercettazioni sono ormai fuori controllo. E su questo fronte è stato accolto un emendamento dell’Udc che prevede la possibilità per ogni Procura di avere un suo budget: finito quello, finita ogni possibilità di “ascoltare” gli accusati. “Volevamo evitare in questo modo” commenta il deputato centrista Roberto Rao “la cosiddetta ‘pesca a strascico’ e cioè ho tutti i soldi che voglio intercetto tutto. In questo modo, invece, si sarà costretti a fare le cose in modo più razionale e mirato”. Se poi verrà aperto un procedimento a carico di ignoti per una fuga di notizie, questo, come competenza, passerà al distretto di Corte d’Appello più vicino. “Presenterò” ha annunciato Alfano “un emendamento per togliere dal ddl la previsione del carcere per i giornalisti”. Anche se, ha avvertito, “si affermerà comunque il principio di responsabilità del giornale, cioé dell’editore”.

Particolarmente soddisfatto il ministro La Russa, che ha parlato di “una decisione comune che va nella direzione che abbiamo sempre sostenuto e cioè di non impedire che le intercettazioni possano essere utilizzate come strumento di indagine, ma di evitare al tempo stesso abusi sia nella loro pubblicazione che nella loro durata”. Marina Sereni, vice capogruppo del Pd a Montecitorio, esprime interesse per la posizione della maggioranza sulle intercettazioni perché il suo partito non ècontrario a una loro regolamentazione. Negativo invece il giudizio di Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, che annuncia una ferma opposizione.

Grane pubblicitarie, per Soru un rinvio a giudizio?

Renato Soru

Chiuse ormai da quattro mesi le indagini, la procura della Repubblica di Cagliari è orientata a chiedere il rinvio a giudizio per turbativa d’asta e abuso d’ufficio di Renato Soru, il presidente dimissionario della Regione Sardegna.
È quanto emerge, scrive Panorama in un articolo che comparirà sul numero in edicola da venerdì 16 gennaio, da alcuni incontri riservati tra il pubblico ministero Mario Marchetti e il procuratore capo Mauro Mura dopo l’interrogatorio del presidente dimissionario della Regione Sardegna. Gli atti supplettivi disposti faranno cadere la scelta dopo le elezioni amministrative del 15 febbraio, evitando così eventuali polemiche su sincronismi politico-giudiziari ma al tempo stesso sollevando malumori tra gli oppositori di Soru, visto che ormai da 4 mesi è stato inviato l’avviso di conclusioni indagini.
Al centro dell’indagine, tre appalti che la multinazionale Saatchi&Saatchi si è aggiudicata tra il 2006 e il 2007 dalla Regione. Il filone più corposo riguarda la pubblicità istituzionale, una gara da 56 milioni di euro. Soru in anticipo aveva preso “conoscenza delle offerte” ed “espresso indebite valutazioni al riguardo” senza averne “legittimazione”, sostiene il procuratore Mura negli atti d’inchiesta.
Sempre Soru, scrive Panorama, con Fabrizio Caparra, aministratore delegato della multinazionale, “avrebbero determinato il presidente della commissione a influire sui componenti perché il servizio fosse aggiudicato alla Saatchi&Saatchi”.

La scomparsa dei Maiorana: gli imprenditori di Palermo rintracciati in Spagna

Antonio Maiorana e il figlio Stefano

La scomparsa di Majorana, per ora, pare possa restare solo un classico di Leonardo Sciascia. Perché i Maiorana - l’imprenditore edile Antonio Maiorana, 48 anni, e il figlio Stefano, di 23, scomparsi da Palermo nell’agosto del 2007 - sono vivi e sono stati avvistati in Spagna. Sulla scomparsa di padre e figlio avevano avviato indagini i carabinieri coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, perché si temeva che potessero essere stati uccisi: un caso di “lupara bianca”.
Adesso invece, a distanza di 16 mesi, si sa che sono stati visti e riconosciuti a Barcellona da due turisti italiani, grazie alle immagini della trasmissione Chi l’ha visto? e da alcune foto diffuse da un settimanale. Alla testimonianza dei turisti sono seguiti i riscontri “positivi” degli investigatori italiani, che si sono recati in Spagna.
Quel 3 agosto padre e figlio avevano lasciato un cantiere edile di Isola delle Femmine, nel palermitano, dove avevano fatto la solita visita di routine; da quel momento di loro non si sono più avute notizie. L’ultima traccia fu il ritrovamento della loro Smart parcheggiata all’aeroporto Falcone-Borsellino di Punta Raisi e chiusa a chiave. Maiorana e il figlio, studente universitario, si erano allontanati dal cantiere di via del Levriere, dicendo agli operai che sarebbero tornati di lì a poco.
La Dda di Palermo, a cui è stata girata la segnalazione dei due turisti (che al loro ritorno in Italia si erano rivolti a un posto di polizia), aveva aperto un’inchiesta sulla scomparsa. I due testimoni hanno riconosciuto padre e figlio alla discoteca Pascià di Barcellona, dove si trovavano tra la fine di giugno e i primi di luglio. Gli investigatori italiani, grazie a una rogatoria internazionale, si sono recati in Spagna, dove hanno interrogato il personale della discoteca, che dalle foto ha riconosciuto i due imprenditori.
Ulteriori indagini sono state avviate in Spagna per rintracciare Stefano e Antonio Maiorana. Da quanto si apprende, anche altri tre spagnoli avrebbero riconosciuto dalle foto i due imprenditori. L’ex moglie di Antonio Maiorana, Rossella Accardo, non aveva mai creduto nella morte del marito e del figlio, anche quando sembrava certo che fossero stati inghiottiti dalla lupara bianca. La donna propendeva per l’ipotesi del sequestro, e insieme ad altri parenti, due mesi dopo la scomparsa ha organizzato una fiaccolata per le vie di Palermo, e prima dello scorso Natale ha fatto affiggere duemila manifesti per “non dimenticare” sui muri della città.
Il pentito di mafia, Gaspare Pulizzi, uomo di fiducia dei boss Lo Piccolo, secondo quanto detto ai pm Gaetano Paci e Francesco Del Bene, che coordinano le indagini, aveva fatto risalire la scomparsa dei Maiorana a contrasti sorti sul cantiere di Isola delle Femmine in cui stavano realizzando 50 villette a schiera, insieme ad altre due ditte.
Dopo l’accelerazione dell’indagine in questi giorni, i carabinieri si apprestano a nuova missione a Barcellona. Gli inquirenti intendono soprattutto verificare in quali circostanze e per quali ragioni l’imprenditore e il figlio si siano allontanati da Palermo. Facendo perdere le loro tracce.
Anche la moglie ora vuole sapere: “Sono felice perché mio figlio è vivo. Tutto avrei potuto immaginare tranne che fossero fuggiti insieme, che Stefano avesse potuto seguire il mio ex marito. Ora mi auguro che torni ad essere quel bambino che ho partorito e abbandoni quella strada maledetta che percorreva con suo padre”, ha detto Rossella Accardo.

Malasanità: sono 9 mila in Italia i camici bianchi indagati

MalasanitÃ

Dal 2005, 8.978 persone denunciate all’autorità giudiziaria: 200 gli arresti; 658 milioni di euro di danni per frodi e irregolarità al Servizio sanitario nazionale; circa 800 milioni di euro di redditi non dichiarati e individuati nelle verifiche fiscali; 40 milioni di Iva evasa. Questi alcuni dati sulla crisi della sanità in Italia pubblicati da Panorama in edicola da venerdì 20 giugno.
E dall’inizio del 2008 sono 57 gli ospedali coinvolti solo nelle inchieste dei carabinieri dei Nas. Panorama ne pubblica l’elenco, città per città: si va dall’omicidio colposo per aver inserito una sonda rettale nella vagina anziché nel retto, immettendo solfato di bario e causando la morte della paziente, a Sassari, fino all’espianto non autorizzato di cornee ad Arezzo.
Che il caso della clinica milanese Santa Rita sia eclatante, ma non isolato, è del resto opinione diffusa. Da un sondaggio esclusivo, pubblicato sempre da Panorama, emerge infatti che il 60 per cento degli italiani ritiene che i medici imputati a Milano siano solo “la punta visibile di un malcostume più diffuso”. Ma, nonostante questo, il sondaggio indica pure che il 61 per cento degli intervistati, per quanto indignato, continua a nutrire fiducia nel sistema sanitario.

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