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indagini

Tangenti rosse: i panni sporchi del Pd


Tangenti rosse: i panni sporchi del Pd

La lettura dell’estate sotto l’ombrellone per i vertici del Partito democratico rischia di diventare il codice etico approvato nel 2008 e in particolare l’articolo 5, quello sulle «condizioni ostative alla candidatura e obbligo di dimissioni». Infatti l’elenco di uomini del Pd coinvolti in inchieste della magistratura sembra un bollettino di guerra da aggiornare giorno per giorno. Continua

Yara: ma l’inchiesta si blocca nel cantiere fantasma


Yara: ma l’inchiesta si blocca nel cantiere fantasma

L’ultimo a finire sotto torchio è stato un piccolo imprenditore di Brembate di Sopra. La sua sfortuna è stata quella di avere la sede dell’impresa proprio nel tratto di strada che porta dalla palestra di Brembate al cantiere di Mapello. Ma contro quest’uomo di età compresa tra i 40 e i 50 anni si è abbattuta pure la scure dei tabulati telefonici. Continua

Giustizia: Bertolaso processato sui giornali, Bassolino imputato dimenticato (su facebook)

Una foto di repertorio di Guido Bertolaso e Antonio Bassolino (Ansa)

Una foto di repertorio di Guido Bertolaso e Antonio Bassolino (Ansa)

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, che ha risolto il problema dei rifiuti in strada a Napoli, e Antonio Bassolino (Pd), governatore della Campania quando è esploso appunto lo scandalo della “monnezza” in strada. Entrambi finiti sui giornali per vicende giudiziarie, ma con un destino diverso. Due vicende esemplari, per approfondire il dibattito sul rapporto tra media e giustizia, a pochi giorni dalla scadenza (3 marzo) della presentazione degli emendamenti al Ddl sulle intercettazioni alla commissione Giustizia di Palazzo Madama. Continua

Fango anche contro Bertolaso. A quando indagini silenziose e riservate?

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (Ansa)

Il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso (Ansa)

C’è anche il nome di Guido Bertolaso nel registro degli indagati della procura di Firenze, con l’accusa di corruzione, per gli appalti del G8 alla Maddalena, nell’ambito di un’indagine che ha portato all’arresto di quattro persone e sessanta perquisizioni (quaranta avvisi di garanzia). Bertolaso ha dichiarato di voler rimettere il proprio mandato, ma il premier Berlusconi ha respinto le dimissioni. Continua

Berlusconi aggredito: la Procura chiede una perizia sui cerotti del Cavaliere

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

Il premier Berlusconi ferito in piazza Duomo

La visita (fiscale) avverrà nei prossimi giorni. Secondo il Giornale è fissata per il 25 gennaio. Dove? All’ospedale San Raffaele di Milano. Su cosa? Sul viso di Silvio Berlusconi. E servirà alla Procura di Milano per accertare la prognosi e l’eventuale esistenza di danni permanenti al volto del Cavaliere in seguito all’aggressore di Massimo Tartaglia in piazza Duomo, il 13 dicembre scorso. Continua

Parla Lady Mastella: “Nulla sarà più come prima”

Sandra Lonardo Mastella, presidente del consiglio regionale della Campania

Sandra Lonardo Mastella, presidente del consiglio regionale della Campania

Bufera giudiziaria all’ombra del Vesuvio: a quanto si apprende, 25 ordinanze di custodia cautelare, 63 indagati, 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive costituiscono i provvedimenti emessi dal gip del Tribunale di Napoli eseguiti oggi dai carabinieri di Caserta e dalla Guardia di Finanza di Napoli. Nell’inchiesta su appalti e assunzioni all’Arpac (l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania) - come riportano siti (qui, qui, qui e qui) e agenzie di stampa - figura indagata anche Sandra Lonardo, presidente del Consiglio regionale della Campania e moglie dell’ex Guardasigili e leader dell’Udeur Clemente Mastella, destinataria di un provvedimento di divieto di dimora in Campania, dove svolge la sua attività istituzionale. Leggi l’intervista Sandra Mastella

Giudici, la super casta

Giudici alla riunione per l'anno giudiziario

di Anna Maria Greco
Ci sono magistrati che la toga, si può dire, quasi non l’hanno indossata. Sono fuori ruolo a oltranza. E si costruiscono quelle che il primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, all’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario, ha definito “carriere parallele”. Stesso termine usato dal Csm nella circolare del marzo 2008 con la quale ha cercato di mettere un freno a “un numero eccessivo di richieste di destinazione di magistrati a funzioni extragiudiziarie, in un momento storico caratterizzato da gravi scoperture di organico e da un’intollerabile lunghezza dei tempi del processo”. Concetto che, il 26 maggio, è diventato un vero appello al ministro Angelino Alfano.
Vediamo qualche esempio. Claudio Buttarelli: nominato uditore giudiziario nel 1986, 3 anni dopo lascia il posto e rimane fuori ruolo ininterrottamente fino a oggi, è garante aggiunto europeo per la protezione dei dati personali, dopo essere stato segretario generale dell’Autorità per la privacy.
C’è anche Francesco Crisafulli, in magistratura nel 1986 e fuori ruolo dal 1992: prima alla presidenza della Repubblica poi, dal 2000, come esperto giuridico alla Rappresentanza permanente d’Italia presso il Consiglio d’Europa. Il Csm ha di recente autorizzato un prolungamento del suo status di fuori ruolo con una motivazione singolare: riconosciuto che è stato superato qualsiasi normale limite temporale, l’interessato non andrebbe più considerato un magistrato, ma “quasi” un ambasciatore.
Di limiti temporali, in effetti, ne sono stati fissati nel 2008, con una legge e una circolare del Csm: 5 anni, poi un’interruzione di altrettanti e ancora un’autorizzazione per altri 5, fino al massimo di un decennio. Ma l’Italia è il paese delle deroghe. Claudia Gualtieri, giudice di tribunale a Venezia dal 1998, lascia le funzioni giudiziarie nel 2003 per diventare esperto nazionale presso la Commissione europea (direzione generale Giustizia, libertà e sicurezza) e poi la rappresentanza italiana presso l’Unione Europea: su 9 anni, insomma, fa il magistrato solo per 5.
Casi eclatanti che sono stati raccolti in un dossier dall’Unione camere penali (Ucpi), che da anni denuncia il paradosso di un sistema giudiziario che ha vistosi buchi d’organico, accumula inefficienza e lentezze eppure è di manica larga, larghissima, quando si tratta di prestare, anche per decenni, i magistrati ad altre amministrazioni, a organismi politici e internazionali in tutto il mondo.
Oggi i fuori ruolo con altri incarichi sono 256 e arrivano a 277 con quelli in aspettativa come parlamentari, amministratori di comuni, province e regioni, membri del Csm e per altri motivi (vedere la tabella in basso). Questo mentre ci sono 1.357 posti vuoti negli uffici giudiziari sempre più in affanno. E poi si dovrebbero aggiungere i tanti magistrati che ottengono incarichi extragiudiziari part-time e non lavorano a tempo pieno.
Mentre un po’ in tutte le sedi si cercano soluzioni per ricoprire le sedi vacanti, l’Anm contrasta i trasferimenti d’ufficio prospettati dal governo in nome dell’inamovibilità delle toghe, ma accenna solo timidamente, secondo i penalisti, all’esercito dei magistrati fuori ruolo sottratti alle funzioni giudiziarie per lavorare a Palazzo Chigi, nei ministeri, alla Corte costituzionale, al Quirinale, in commissioni e autorità, organismi internazionali e ambasciate, missioni varie all’estero.
Tutte queste toghe fuori ruolo continuano a percepire il loro stipendio al quale aggiungono in alcuni casi indennità che vanno dai 50 mila euro l’anno per gli assistenti dei giudici costituzionali ai 115 mila per i più gratificati dalle varie amministrazioni, con punte che arrivano addirittura oltre i 300 mila. Queste cifre generano un notevole squilibrio retributivo, se si pensa che il primo presidente della Cassazione, cioè il magistrato italiano più alto in grado, ha uno stipendio di 278 mila euro l’anno.
L’Ucpi ha deciso di intervenire studiando una proposta di legge che presto arriverà alle Camere con la firma di parlamentari di entrambi gli schieramenti. Ha l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero dei fuori ruolo ai soli casi previsti espressamente per legge, una trentina (escluse le cariche elettive), facendo rientrare nei ranghi oltre 200 magistrati per destinarli al loro originario compito di smaltire sentenze, celebrare processi e svolgere indagini.
Inoltre, la proposta di legge regolamenta gli incarichi extragiudiziari circoscrivendoli solo a didattica e formazione; fissa un criterio unico per il trattamento economico aggiuntivo che può andare dal 20 al 60 per cento della retribuzione in più, in base all’importanza dell’incarico: e, punto molto delicato, stabilisce che il magistrato debba dimettersi prima di presentarsi a elezioni politiche “per contrastare un uso strumentale della funzione”.
“Il fenomeno dei fuori ruolo” dice il presidente dei penalisti Oreste Dominioni “inquina gravemente i rapporti tra politica e magistratura, compromettendo l’indipendenza dell’una e dell’altra. Crea una supercasta di potere, che è quella che realmente regola i rapporti con la politica. Così si sacrificano le risorse giudiziarie sull’altare del potere. I numeri parlano chiaro e così gli “eccellenti” emolumenti economici riconosciuti a questa supercasta giudiziaria, paragonabili solo a quelli degli alti funzionari dello Stato. Si richiami subito in ruolo la stragrande maggioranza di questi magistrati, perché ritornino a esercitare le loro funzioni. Si parla tanto di sedi vacanti, ma la loro copertura è impedita da anacronistici privilegi”.
Vediamo dove sono dispersi questi magistrati fuori ruolo. Mettiamo da parte quelli cosiddetti elettivi, cioè i 12 parlamentari, i 4 che hanno mandati in regioni, province e comuni, l’unico (Luigi De Magistris) candidato alle elezioni europee e i 16 componenti del Csm. Guardiamo invece ai 132 impegnati per il governo, come capi di gabinetto, capi e addetti all’ufficio legislativo, fino a quelli con semplici funzioni amministrative: dai 12 alla presidenza del Consiglio ai 71 al ministero della Giustizia, più i 16 all’Ispettorato sempre di via Arenula e il resto disperso negli altri ministeri.
La giustizia italiana può si concede pure di avere ben 7 magistrati nella missione Eulex in Kosovo, alcuni dei quali già in passato sono stati per anni fuori ruolo per altri incarichi.
“Questi magistrati” incalza Dominioni “svolgono funzioni del tutto estranee a quella giudiziaria o assolutamente indifferenti alla loro esperienza professionale”. E cita i 28 alla Corte costituzionale, i 9 nelle istituzioni e commissioni del Parlamento e delle diverse autorità e la trentina di esperti presso ambasciate o istituzioni estere, più i 17 che svolgono funzioni amministrative al Csm.
Per legge, nel 2008, è stato fissato un tetto massimo per i fuori ruolo di 200 unità, senza calcolare quelli da destinare alla presidenza della Repubblica, al Csm, alla Corte costituzionale e gli eletti, per un totale di 82. Il tetto attuale è quindi di 282, mentre quello stabilito poco prima con una circolare del Csm era di 65, più i soliti casi speciali (ministero della Giustizia, Csm, Scuola della magistratura) fino ad arrivare a 248.
Non basta: al Csm c’è un certo allarme (infatti l’ufficio studi ha elaborato un parere in proposito) perché sono in aumento le domande di aspettativa per motivi vari da parte di magistrati che scelgono le più diverse destinazioni professionali, spesso lontane dagli interessi dell’amministrazione giudiziaria, e c’è il rischio che questo strumento sia utilizzato proprio per aggirare il limite fissato per i fuori ruolo.
Quanto al problema delle candidature dei magistrati, l’Ucpi con la sua proposta tocca un punto dolente. Anche il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, è convinto che dopo essersi candidato e quindi avere “ammesso di essere divenuto di parte, non foss’altro perché si è schierato con una forza politica”, un magistrato non possa tornare a indossare la toga. Lo ha detto a Palazzo de’ Marescialli in marzo, quando il plenum ha esaminato la richiesta di aspettativa di De Magistris per le europee. Secondo Mancino il Parlamento dovrebbe vietare il rientro in magistratura e garantire, a domanda, la mobilità nella pubblica amministrazione, nella funzione e nel ruolo corrispondenti a quello precedente. Ma i penalisti chiedono l’ineleggibilità dei magistrati che dovrebbero perciò dimettersi 6 mesi prima di accettare una candidatura.

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Sisma in Abruzzo: “Avevamo visto giusto, è servito a poco”

Il palazzo della Prefettura all'Aquila

di Karen Rubin
Che cosa sia stato fatto in Abruzzo dal 1999, anno in cui fu preparato il dossier Barberi, a oggi non è un mistero. Per ripercorrere le tappe che dovevano portare alla messa in sicurezza degli edifici che sono miseramente crollati con il terremoto che ha scosso la regione la notte del 6 aprile basta parlare con l’ingegner Pierluigi Caputi. Sotto la sua direzione ai Lavori pubblici e alla Protezione civile si è svolta gran parte dell’indagine che ha censito gli edifici pubblici abruzzesi.
Il dossier regionale che seguì quello di Barberi aveva la stessa finalità ma interessò un numero di stabili maggiore del precedente. In tutti e due i casi si trattò di una schedatura in cui vennero riportate soltanto le lesioni osservabili a occhio nudo. Nessuna analisi approfondita sulla efficienza statica degli edifici a partire dalle fondazioni.
Il censimento non fu condotto dai tecnici della Protezione civile regionale bensì da una società privata, la Collabora, nel cui capitale entrarono prima la provincia e successivamente la regione. “Effettuammo i rilevamenti grazie all’opera di 50 squadre di tecnici formate da due uomini ciascuna. La nostra però era una società di servizi. Non potevamo fare alcuna verifica di agibilità perché i nostri tecnici non erano ingegneri. Riportarono la presenza di lesioni nelle schede senza fare alcuna valutazione di resistenza al rischio sismico” racconta Vittorio Ricciardi, che all’epoca dell’indagine era direttore generale e amministratore delegato della Collabora. “Il nostro era un lavoro di ricognizione e censimento degli edifici sul territorio al solo scopo di creare un’anagrafe dell’immobile”.

L’indagine iniziò nel 2002 e terminò nel 2005, furono individuati 1.400 edifici scolastici e 1.100 edifici strategici. Soltanto a quel punto sarebbe stato possibile procedere a verifiche che interessassero finalmente gli edifici pubblici in termini di stabilità e sicurezza.
“Alla regione spettava il compito di effettuare il censimento, che oltretutto fu inviato su supporto informatico a tutti i proprietari degli immobili. Spettava la programmazione delle risorse messe a disposizione dal dipartimento della Protezione civile nazionale e dalla stessa regione per le verifiche statiche successive. Delle verifiche e delle attività di messa in sicurezza la legge ha stabilito che a occuparsene siano i proprietari in prima persona” spiega Caputi.
Nel caso degli edifici scolastici, si tratta delle province per quanto riguarda gli istituti superiori e dei comuni per le scuole elementari e secondarie. “I primi fondi si resero disponibili a metà del 2005. Furono reperiti 5326 milioni di euro, una briciola rispetto alle esigenze” precisa l’ingegnere. Finanziamento, che a partire dal 2006, fu utilizzato per le verifiche di 180 edifici e 100 ponti. A oggi sembra che ne siano state svolte soltanto 70.
“Il cambiamento della normativa antisismica del 2003 ci creò il problema di formare ingegneri che fossero in grado di sottoporre gli edifici ad analisi sismica con le nuove norme vigenti” ricorda Caputi.

Pochi mesi dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia venivano fornite nuove indicazioni tecnico-normative per la costruzione o la verifica in zona sismica. Altri criteri, stavolta europei, definivano le azioni da utilizzare nei progetti, precisando da ultimo anche le caratteristiche dei materiali da mettere in opera. Una normativa che è stata prorogata a più riprese e che ancora non è entrata in vigore.
“L’intera attività di messa in sicurezza degli edifici e delle infrastrutture coinvolge una filiera che va dallo Stato alle amministrazioni regionali e provinciali. Manca la capacità delle amministrazioni di garantire, a questo fine, un flusso continuo di risorse nei bilanci dello Stato e degli enti locali. Manca la consapevolezza di quanto prevenire sia meglio che curare. Da queste mancanze si è generato il dramma di casa nostra” lamenta Caputi.
Fra gli edifici già verificati in base alle nuove norme c’è quello occupato dalla prefettura dell’Aquila. La scheda indicava una previsione di sicurezza pari al 30 per cento, dunque una soglia di rischio molto alta. Sarà la procura a indagare e decidere se il mancato consolidamento dell’edificio sia responsabilità dell’amministratore provinciale. “Non è un mistero per nessuno che i fondi a disposizione della regione non sono commisurabili alle esigenze. Agiamo privilegiando le urgenze. È ipocrita invocare gli interventi se non ci sono le risorse per attuarli” conclude amaro Caputi.

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