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“C’è un’inversione di tendenza molto positiva: nel periodo 2001 - 2008 nel nostro Paese sono stati registrati circa 150 mila incidenti in meno, per un calo relativo, tenendo conto della crescita occupazionale, del 21,1 per cento e una mortalità ridotta del 33,3 per cento. Si tratta di un record storico che vede l’Italia scendere nettamente, per la prima volta dal 1951, sotto la soglia dei 1200 casi/anno”.
Esprime soddisfazione a Panorama.it Marco Fabio Sartori, presidente dell’Inail, nel giorno della presentazione del “Rapporto annuale 2008″. E aggiunge: “Il decremento di eventi infortunistici è stato più sostenuto nell’industria (-8,2 per cento) e in agricoltura (-6,9 per cento). Un calo significativo si è registrato in quei due settori fondamentali dell’industria rappresentati dalle costruzioni e dal metalmeccanico, con una flessione rispettivamente del 12,4 e del 10,6 per cento”.
Quali sono, secondo lei, gli altri dati sui quali focalizzare l’attenzione per il 2008?
Un aspetto che, a mio parere, merita una particolare sottolineatura è quello relativo alle aziende coinvolte dal fenomeno infortunistico. Su una platea di 3 milioni e 820 mila imprese iscritte all’Inail, quelle dove si è verificato almeno un incidente sono risultate circa 290 mila: meno del 7,6 per cento sul totale. Contrariamente a quanto si pensa, i dati non segnalano una situazione più negativa nelle piccole imprese rispetto a quelle medie e grandi. Se limitiamo il confronto dimensionale alle sole imprese di tipo industriale, vediamo che gli indici di incidenza più elevati non riguardano affatto le realtà al di sotto dei 15 dipendenti, anzi la maggiore pericolosità si registra nelle imprese con più di 30 dipendenti.
Nel rapporto si fa riferimento anche alle alle malattie professionali. Può spiegarci meglio questi numeri?
A differenza di incidenti e morti sul lavoro, le malattie professionali procedono purtroppo in controtendenza con un sensibile incremento nel corso dell’ultimo biennio: dai 26.700 casi circa nel 2006, il 2008 registra 29.700 casi circa, di cui 280 mortali. In prospettiva la “generazione completa” di morti per patologie professionali denunciate nel 2008 si aggirerà intorno alle 1.000 unità, quasi eguagliando gli infortuni “tradizionali” complessivamente considerati. Riteniamo che tale crescita sia riconducibile a una progressiva emersione del fenomeno, sia per l’impegno profuso dall’Istituto nella sensibilizzazione e informazione delle parti coinvolte, sia per i più stringenti obblighi di segnalazione delle malattie professionali da parte dei medici che ne vengano a conoscenza.
Qual è e quale sarà in futuro l’impegno dell’Inail e cosa chiedete al mondo politico per risolvere questo annoso problema?
L’Inail, di concerto col governo e le parti sociali, ha messo a punto un piano che, in vista di una diffusione davvero capillare della prevenzione e della formazione, punta a una diversa articolazione dell’Istituto, sia della sua struttura territoriale diretta, sia dei suoi rapporti con tutti gli operatori di settore che sono a contatto quotidiano con i lavoratori e con le imprese. Si tratta non solo di un approccio innovativo al problema – che viene considerato prima di tutto da un punto di vista culturale – ma anche al trattamento post infortunio per consentire a chi è stato preso in carico di ritornare a un pieno e soddisfacente reinserimento professionale. L’Inail potrà fare di più se il governo sarà disponibile a lasciarci agire con maggiore capacità di movimento. Le risorse certo non mancano. Anzi, ne potremmo destinare ancora di più alla prevenzione e agli interventi per la sicurezza. Una risposta operativa importante l’abbiamo data proponendo, nel pieno rispetto dei limiti imposti dalle norme, la costituzione di un fondo immobiliare che restituisca al paese un Istituto più virtuoso anche sotto il profilo della redditività del suo consistente patrimonio immobiliare.
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Meno infortuni e, soprattutto, meno morti sul lavoro in Italia, lo scorso anno. A dirlo è l’Inail nel rapporto 2008. Anno in cui sono giunte all’Istituto nazionale infortuni sul lavoro 874.940 denunce, circa 37.500 casi in meno rispetto al 2007. Anche per gli infortuni mortali il bilancio 2008 risulta numericamente favorevole: 1.120 morti con una riduzione del 7,2% rispetto ai 1.207 dell’anno precedente. Un trend confortante, che tuttavia non riguarda i lavoratori stranieri, tra i quali si è invece registrato un aumento (+2 per cento.)
Le cifre italiane in dettaglio
La distinzione dell’Inail è tra gli infortuni “in occasione di lavoro”, cioé quelli avvenuti all’interno del luogo di lavoro nell’esercizio effettivo dell’attività, e gli infortuni “in itinere”. Da questo punto di vista, il nemico numero uno è sicuramente la strada, colpevole di oltre la metà delle morti bianche. Dei 1.120 infortuni mortali del 2008, infatti, 335 sono quelli determinati da circolazione stradale in occasione di lavoro (autotrasportatori, commessi viaggiatori, addetti alla circolazione stradale, ecc.) e 276 quelli in itinere, ovvero sul percorso casa lavoro e viceversa, accaduti prevalentemente su strada. Un dato particolarmente importante quest’ultimo se si tiene presente che alcuni Paesi dell’Europa a 15 (Danimarca, Irlanda, Paesi Bassi, Regno Unito e Portogallo) non rilevano gli infortuni in itinere e che tra questi, Irlanda e Regno Unito, non registrano neppure quelli stradali occorsi durante l’esercizio dell’attività lavorativa.
Nord, centro e sud
L’analisi territoriale mostra che la riduzione degli infortuni osservata tra il 2007 e il 2008 ha riguardato praticamente tutte le regioni, ad eccezione della Valle d’Aosta (+3,9 per cento), che, tuttavia, presenta una consistenza numerica molto limitata. Più sostenuti i cali in Friuli-Venezia Giulia (-7,6 per cento) e nella provincia autonoma di Trento (-7,1 per cento). Da rilevare la stabilità della Sicilia che ha registrato solo una settantina di denunce in più (+0,2 per cento) e del Lazio che ha contato 70 denunce in meno.
A livello di ripartizione la riduzione ha interessato tutte le grandi aree geografiche, con maggiore accentuazione nel Nord-Est (-5,3 per cento); il calo più modesto si rileva, invece, nelle isole (-0,6 per cento). Le morti sul lavoro sono diminuite in particolar modo nel Nord-Ovest (-14,5 per cento) con punte ancora più elevate in Piemonte (-27 per cento) e Lombardia (-16 per cento).
In valori assoluti, la regione con più elevata frequenza di accadimento è l’Umbria, per la quale si è rilevato un indice maggiore del 48 per cento rispetto alla media nazionale, sceso comunque da 45,23 a 43,70 rispetto al precedente triennio. Al secondo posto nella graduatoria troviamo l’Emilia-Romagna, segue il Friuli-Venezia Giulia. Migliora la posizione della Puglia che scende dal quarto al sesto posto. Agli ultimi posti si confermano ancora una volta Sicilia (-16 per cento rispetto alla media nazionale), Campania (-31 per cento) e soprattutto Lazio (-35 per cento), con una situazione analoga a quella riscontrata nel triennio precedente.
Meno incidenti in agricoltura
Il calo degli infortuni in ambiente lavorativo è risultato più consistente, come ormai di consuetudine, in agricoltura (-6,9 per cento) e sostenuto, comunque, anche nell’industria e servizi (-4,3 per cento), mentre per i dipendenti dello stato si è registrato un aumento del 7,6 per cento, sulla scia degli incrementi già osservati negli anni precedenti. Il calo è molto più accentuato per gli uomini (-5,6 per cento) che per le donne (-0,2 per cento). Per quanto riguarda invece gli infortuni mortali la situazione è diversa: una riduzione del 7 per cento circa, in linea con l’andamento generale, per gli uomini (dai 1.110 morti del 2007 ai 1.035 del 2008) mentre la componente femminile fa registrare una flessione superiore al 12 per cento (85 lavoratrici decedute nel 2008 rispetto alle 97 del 2007). Dal punto di vista dell’età, i lavoratori che hanno avuto maggiore beneficio del miglioramento dei livelli di rischio infortunistico nel 2008 sono i giovani (fino a 34 anni) per i quali gli infortuni sono scesi da 350.000 circa del 2007 agli oltre 320.000 del 2008, con un calo dell’8 per cento, mentre per i casi mortali le flessioni più consistenti, nell’ordine del 16 per cento, si registrano per le classi di età più anziane (50 - 64 e 65 e oltre).
Confronto Italia-Europa-Mondo
Secondo le statistiche dell’Ilo, l’Organizzazione internazionale del lavoro, ogni giorno circa 6 mila lavoratori nel mondo muoiono per incidenti e malattie professionali, un dato in continuo aumento. L’Organizzazione stima, infatti, in 268 milioni i casi di incidenti sul lavoro non mortali che mediamente si verificano ogni anno. I decessi per incidenti sul lavoro sono stimati pari a oltre 351 mila ogni anno. Tutto ciò rappresenta un costo per la società pari a circa il 4 per cento del prodotto interno lordo mondiale (1.250 miliardi di dollari americani), che è assorbito dai costi diretti e indiretti determinati da incidenti sul lavoro e dalle malattie professionali.

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Meglio di Spagna, Francia e Germania
L’Italia, infine, evidenzia l’Inail sulla base dell’ultima rilevazione Eurostat, (del 2006, ultimo anno disponibile) non risulta affatto maglia nera in Europa. L’Italia ha infatti registrato un indice infortunistico pari a 2.812 infortuni per 100mila occupati, inferiore alla media delle due aree Ue (3.469 per l’Area-Euro e 3.013 per l’Europa a 15), collocandosi al di sotto di importanti Paesi come Spagna, Francia e Germania. Stesso trend per gli infortuni mortali: con 2,9 decessi per 100mila occupati nel 2006, l’Italia, pur con un indice leggermente superiore alla media Ue, si pone al di sotto di grandi Paesi come Portogallo, Austria, Grecia, Spagna e Francia.
Ogni giorno, in Italia, si verificano 2.500 incidenti sul lavoro, muoiono tre persone e 27 rimangono permanentemente invalide. Nel 2007 le morti bianche, secondo i dati Inail, sono state circa 1.200. Oggi sono oltre 800 mila gli invalidi del lavoro e quasi 130 mila i superstiti di caduti sul lavoro. Sono i dati forniti dall’Anmil, l’Associazione nazionale fra i mutilati e invalidi del lavoro, in occasione della 58esima Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, che si celebra oggi. Cifre, viene sottolineato, che testimoniano la persistente gravità del fenomeno infortunistico, una delle principali cause di morte, e con “quasi il doppio dei decessi rispetto agli omicidi”.
Una giornata, sottolinea l’Anmil, per richiamare l’attenzione delle istituzioni, delle forze sociali e dei mezzi di informazione sulla questione. Ma anche occasione “per denunciare le drammatiche condizioni di vita” degli invalidi e dei superstiti delle vittime “per i quali è necessario arrestare il progressivo deterioramento dei livelli di tutela indennitaria, interrompendo la deriva assistenzialistica verso cui il sistema si sta spingendo negli ultimi anni. Basti pensare che una vedova percepisce in media una rendita di appena 700 euro al mese”. Per l’Anmil, allo stesso tempo, deve però “essere un impegno condiviso da tutti quello di arginare il fenomeno degli infortuni sul lavoro, con una vera e responsabile applicazione delle norme per la prevenzione, sia da parte delle aziende che dei lavoratori”.
“È doveroso tenere viva l’attenzione al fenomeno, non demordere nell’allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative. È questo, un obiettivo di civiltà che dobbiamo al sacrificio dei tanti caduti, mutilati ed invalidi sul lavoro”. Lo afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato all’Anmil, il occasione della 58esima Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro. Il capo dello Stato ricorda infatti che la realtà quotidiana propone “casi drammatici, persino ripetitivi nella loro dinamica, storie personali e familiari di dolore e sofferenze”.
Ecco il testo integrale del messaggio inviato dal presidente della Repubblica al presidente dell’associazione, Pietro Mercandelli: “Desidero rivolgere il vivo apprezzamento per il costante impegno associativo a favore della prevenzione nei luoghi di lavoro, della tutela dei lavoratori infortunati, dell’assistenza delle famiglie delle vittime e della sensibilizzazione dell’opinione pubblica. I preoccupanti dati diffusi dall’Anmil e le stesse tragiche cronache di questi giorni confermano quanto cruciale sia la questione della prevenzione sul lavoro. Si è levato naturalmente un indignato ‘basta’, sinceramente condiviso, di fronte a tragedie che, per la loro dimensione, suscitano il clamore dei media e il coinvolgimento dell’opinione pubblica. Ma la realtà quotidiana ci ripropone casi drammatici (persino ripetitivi nella loro dinamica), storie personali e familiari di dolore e sofferenze che la vostra Associazione, insieme a tante altre espressioni del volontariato e delle istituzioni, aiuta ad affrontare con un impegno concreto di solidarietà che è giusto riconoscere e valorizzare. C’è indubbiamente, anche un problema di risorse: è decisivo qualificare quelle disponibili perché si investa in formazione ed informazione, si persegua con determinazione l’obbiettivo dell’abbattimento degli incidenti sul lavoro, si rafforzino le tutele dei lavoratori e si sostengano le famiglie delle vittime sul lavoro. Particolare significato assumono le numerose iniziative promosse in ambito scolastico per una più diretta presa di coscienza da parte dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro. È doveroso tenere viva l’attenzione al fenomeno, non demordere nell’allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative. È, questo, un obbiettivo di civiltà che dobbiamo al sacrificio dei tanti caduti, mutilati ed invalidi sul lavoro”.
Come stanno le scuole italiane? Non bene, lamentano da anni studenti e insegnanti. Pareti scrostate, bagni fatiscenti e cortili trasformati in palestre in molti edifici, che risalgono al dopoguerra e sono messi assai male. Talvolta cadono pezzi: l’ultimo incidente è avvenuto a Milano, il 2 aprile sono caduti calcinacci sui bambini di una seconda classe della scuola Martin Luther King. Uno scolaro di 7 anni ha sentito il soffitto scricchiolare e d’istinto si è alzato evitando per poco pezzi di gesso.
Ogni giorno nelle scuole pubbliche italiane, secondo i dati Inail, circa 240 studenti sono vittime di infortuni, 89 mila ogni anno. Parte degli incidenti è da attribuire a strutture vecchie. L’età media dell’edilizia scolastica italiana si aggira intorno ai 70 anni. E la vetustà porta crepe e danni: molte scuole non hanno l’agibilità statica (in Abruzzo, considerata zona ad alto rischio sismico, solo l’8,5 per cento del totale è a norma), altre hanno impianti elettrici non in regola (il 14 per cento in tutta Italia), per altre mancano i certificati igienico-sanitari (il 28).
Una fotografia delle scuole italiane viene dal rapporto Ecosistema scuola 2008 di Legambiente, che ha raccolto dati forniti dalle amministrazioni locali. Dallo studio emerge una situazione poco tranquillizzante. Gli edifici che hanno bisogno di interventi urgenti di manutenzione sono 9.920 su un totale di 42 mila. Questi ammodernamenti costerebbero centinaia di milioni di euro e i fondi scarseggiano. Dal 2002 al 2005, ricorda il rapporto, non ci sono state risorse specificamente stanziate per l’edilizia scolastica. Nel 2006 è stata iscritta in bilancio una spesa di 250 milioni di euro. Ma i soldi sembrano non bastare mai, specialmente in Campania, dove si stima che il 95 per cento delle scuole avrebbe bisogno di interventi urgenti.
Nella regione dal 2003 a oggi sono arrivati poco meno di 10 milioni 600 mila euro, tra fondi erogati dal governo e dalla Regione Campania. Il Comune di Napoli, in particolare, ha ricevuto 5,5 milioni di euro in 5 anni. Le risorse sono state impiegate per mettere a norma scuole inagibili, ma secondo Giuseppe Gambale, ex assessore all’Edilizia scolastica, sono insufficienti. «Per rimettere a posto le scuole napoletane servirebbero milioni di euro» afferma Gambale «invece ultimamente i soldi sono sempre meno».
C’è da provvedere anche alla costruzione di nuovi edifici scolastici. Il fiore all’occhiello dei nuovi progetti campani si trova a Chiaiano, periferia napoletana individuata per la discarica. Nell’area il comune sta costruendo una scuola, ironia della sorte, «ecocompatibile». «Lì andranno scuole che oggi sono in edifici in affitto» fanno sapere dal Comune.
Mentre si costruiscono nuove strutture il degrado delle vecchie aumenta. Secondo l’Unione degli studenti, a Napoli sono almeno cinque gli istituti in cui la situazione è grave, decine in tutta la Campania: muri sbrecciati, strutture fragili e lastre di amianto, problema diffuso in tutta Italia.
In Liguria è stata certificata la presenza di amianto nel 77,02 per cento delle scuole. «Un dato così elevato» avverte però Vanessa Pallucchi, responsabile di Legambiente scuola, «mostra in compenso una presa di coscienza da parte dei comuni che finalmente effettuano monitoraggi su questo tipo di inquinamento».
A maggio il Comune di Genova è stato citato in giudizio per pagare i danni dovuti all’amianto in un liceo. La famiglia di una bidella morta di tumore al polmone ha chiesto un risarcimento sostenendo che la donna avrebbe lavorato per 26 anni in stanze infestate dalle polveri di amianto. Secondo i parenti, la scuola sarebbe colpevole di non averle fornito una mascherina e di non aver predisposto nei locali sistemi di depurazione dell’aria.
Mentre quel liceo è stato bonificato anni fa, altri no, tanto che Genova è una delle città italiane con il maggior numero di scuole inquinate dall’ amianto, accanto a Torino, Milano e Pesaro.
Il rapporto di Legambiente analizza anche la situazione delle palestre nelle scuole. Uno dei bollini neri italiani per lo sport a scuola tocca alla Sicilia, dove il 53,21 per cento degli istituti è sprovvisto di palestre.
Uno di questi si trova a Balestrate, in provincia di Palermo. Gli studenti della scuola media Evola fino all’anno scorso andavano nel piazzale di un istituto vicino a fare ginnastica. Adesso c’è una struttura polisportiva. Unico disagio: dista 800 metri dalla scuola. Per non rubare troppo tempo alle altre materie, le ore di ginnastica sono state organizzate in modo che i ragazzi abbiano lezione all’inizio o alla fine della giornata.
«Per i viaggi dalla scuola nessun problema» spiega il preside «ci sono genitori volontari che a turno fanno la spola in auto. Oppure se c’è il sole fanno una passeggiata a piedi». Dopotutto è sempre una lezione di educazione fisica. l
di Klaus Davi
Siamo a Larino, in provincia di Campobasso. Il racconto di questo scandalo italiano inizia a soli 50 chilometri da San Giuliano di Puglia. Era il 31 ottobre 2002 quando, in quel paese sino allora felicemente normale, una scossa di terremoto buttò giù la scuola, la Francesco Jovine. Morirono in 27, bambini tra 6 e 10 anni e la loro insegnante. Fu una tragedia nazionale. L’Italia di colpo s’interrogò sulla reale sicurezza delle scuole in cui i suoi figli dovevano imparare e non certo morire. A distanza di anni, nonostante i provvedimenti annunciati e il tempo passato, il tema è ancora d’attualità.
Liceo D’Ovidio di Larino (CB)
Ci vuole fegato e attaccamento alla cultura da parte dell’insegnante per portare a lezione gli studenti del liceo scientifico e classico D’Ovidio di Larino. Sì, perché le versioni di Terenzio non vengono tradotte su classici banchi: la sede dell’istituto è ospitata al secondo piano della asl locale. Capita dunque che l’ora di latino si tenga nella stanza adiacente a una camera iperbarica, tra contenitori d’ossigeno facilmente infiammabili. O che, scendendo al piano inferiore, si possano incontrare non solo gli anziani ospitati dal reparto geriatrico, ma anche imbattersi negli animali curati nella sezione veterinaria della struttura. «È una convivenza forzata» spiega Pietro, uno studente del liceo, «siamo costretti a condividere tutti gli spazi con persone malate e bisognose di cure. Per quanto sia umanamente comprensibile, è davvero avvilente per noi studenti».
In genere quando si parla del disinteresse dei giovani italiani per l’istruzione non si può che provare rabbia, è vero, ma per tutti i ragazzi intervistati e specialmente per quelli dello scientifico Mario Pagano di Riccia questo sentimento si trasforma in ammirazione. Giada racconta che «in seguito al terremoto del Molise le lezioni si tengono in un ex carcere dove, accanto ad ambienti spaziosi ricavati da una biblioteca, ci sono anche aule allestite nelle ex cucine e negli ex bagni del penitenziario. La palestra è stata poi un casus belli: all’inizio facevamo attività fisica nei corridoi della scuola, poi, dopo molte proteste, ci siamo spostati in un palazzetto dello sport raggiungibile solo con il pulmino».
Il calvario continua a Campobasso, al liceo artistico Manzù. Qui le lezioni si tengono nei tre piani di un condominio, di cui uno addirittura è un seminterrato con evidenti problemi di illuminazione e aerazione. Aule e laboratori sono a fianco a fianco degli appartamenti e, si sa, la vita da separati in casa ha ogni giorno la sua croce. «Purtroppo» spiega Valentina, con la rappresentante d’istituto «è una lite continua. Noi studenti dobbiamo convivere con i condomini e con le loro lamentele. Spesso ci scontriamo per l’acquaragia che usiamo per pulire le tavolozze durante la lezione di pittura: loro ci rinfacciano il cattivo odore e il fatto che danneggiamo le tubature di scarico».
I problemi non finiscono qui: nell’edificio mancano scale antincendio e porte d’emergenza. A completare il desolante affresco c’è il caso degli studenti disabili, che tutti i giorni sono esposti a profonde umiliazioni. «Un nostro compagno è costretto su una sedia a rotelle. La rampa per disabili è rotta e, se non c’è qualcuno che lo solleva di peso, lui non può entrare, pensate a come si può sentire».
Da Campobasso a Bari, all’istituto d’arte Pino Pascali. Parla Simona, una combattiva studentessa che ha fatto della sicurezza in classe una sua personale battaglia: «Si è scoperto che alcuni locali in cui si tenevano le lezioni avevano il tetto in amianto. Per fortuna sono stati sostituiti, ma c’è un fatto che mi lascia perplessa: i lavori avvenivano mentre noi eravamo in aula, e penso che polveri e detriti di un tetto in amianto certo non facciano bene alla salute».
Bari, ormai con la Basilicata ultimo avamposto della sinistra nel Sud, si segnala per le particolari condizioni del liceo classico Flacco. Carolina spiega che «la struttura adibita a palestra ospita da tempo gli alunni di un altro istituto, una scuola media». Un’altra convivenza forzata che qui si somma a un problema ricorrente: l’assenza d’igiene, con «un cortile ricoperto dagli escrementi dei piccioni» e «un’umidità tale da produrre residui perenni di acqua nelle aule».
È l’allarme sicurezza il dramma dello scientifico Marconi, sempre a Bari. Giovanni e i suoi compagni raccontano che l’istituto è dotato di scale antincendio inutilizzabili perché gli accessi sono sbarrati con lucchetto. «Facciamo le esercitazioni antincendio, ma usiamo sempre le scale interne all’edificio. Non so se sia normale» aggiunge ironicamente lo studente.
Istituto Tecnico Industriale Guglielmo Marconi di Bari
Risalendo la penisola, tappa a Pescara, al liceo scientifico Luca da Penne. Qui impalcature e strutture di edifici fantasma fanno parte integrante del paesaggio urbano. «È dal 2000 che sono iniziati i lavori di costruzione della succursale e della palestra» ricorda Massimo, rappresentante d’istituto «Un’attesa infinita, che ci porta periodicamente a protestare contro l’amministrazione provinciale che finanzia i lavori. Intanto noi, per mancanza di aule, ci arrangiamo in un appartamento preso in affitto in via Leopardi. Inutile parlare dell’umidità, della muffa, delle uscite di sicurezza che non ci sono. Qui si vive, letteralmente, alla giornata».
Spostandosi a Napoli colpisce la particolare epidemia che ha visto recenti protagonisti alcuni alunni del liceo scientifico Elio Vittorini. La diagnosi è di Irene, la quale spiega che «l’anno scorso le lezioni della mia classe si svolgevano in un’aula in cui cadeva intonaco dal soffitto a causa della muffa perenne. Molti di noi avevano continui arrossamenti e allergie agli occhi, una forma di congiuntivite costante. Solo dopo le nostre proteste siamo riusciti a far applicare un isolante antinfiltrazioni. Ma l’acqua la fa da padrona: per esempio, nel laboratorio di disegno scende costantemente dalle finestre. È una doppia beffa perché noi, invece, nei laboratori non abbiamo accesso. Si dice, ma è quasi una leggenda metropolitana, che questa scuola abbia un’aula di linguistica e un’aula multimediale. La prima è chiusa da tempo e la seconda è stata soppressa per carenza di spazi».
Nella drammatica competizione senza vincitori delle scuole italiane non manca Roma. Anche nella capitale vige l’abitudine nazionale delle scuole in trasferta. Molti gli istituti collocati in ex uffici, ex negozi o ex appartamenti. Uno studente del liceo scientifico Pacinotti a Prati Fiscali, Raffaello, conferma: «Non abbiamo mai avuto quella che si può definire una vera scuola. Siamo in un palazzo fatiscente che ha ospitato prima abitazioni civili e poi uffici. E forse un istituto normale non lo vedremo mai».
Il bollettino sull’ordinario degrado delle scuole è desolatamente uniforme e trova conferme sia in Sicilia allo Sciascia di Canicattì sia in Calabria, a Cosenza, al classico Telesio. Viste le rivelazioni precedenti, è proprio il caso di dire che la scuola italiana fa acqua da tutte le parti. A Cosenza Davide racconta: «Qui da noi ci sono continui allagamenti, dovuti a diverse infiltrazioni nelle pareti e nel soffitto. Inoltre, come del resto accade nella maggior parte delle scuole calabresi, non abbiamo una vera e propria infermeria attrezzata. Per fortuna non è mai successo nulla, non ci resta che continuare a incrociare le dita, almeno finché le abbiamo».
E se si pensa che il Nord sia un’isola felice ci si sbaglia di grosso. In Padania la situazione non cambia. Nella Milano industriale e creativa, futura vetrina mondiale dell’Expo 2015, muffa, pioggia, soffitti pericolanti, crolli, carenza cronica di aule e di strutture sono la quotidianità per gli alunni di molte scuole meneghine.
Nell’aula di Giuliana, al liceo artistico Boccioni, l’intonaco del soffitto si è «sgretolato sulla testa di una studentessa intenta a seguire una lezione». Al linguistico Manzoni di via Rubattino, Vittorio descrive una situazione dickensiana, poco in linea con l’immagine stereotipata di una Milano efficiente: «Nei sottoscala abitano colonie di scarafaggi, il riscaldamento salta periodicamente e noi facciamo spesso lezione con le giacche a vento. Una volta in classe è anche caduta una lastra di compensato e sono crollate due finestre. Tanto per non farci mancare nulla, nella biblioteca c’è un buco nel soffitto, in corrispondenza dei bagni. Non ci resta che sperare che non si allaghino».
Già, se si pensa allo stato delle nostre scuole, non resta che sperare.
Scuola Elementare e Media di Toro (CB)

di Cristina Bassi e Daria Bianchi
“Alcuni processi si fanno, non tutti cadono in prescrizione prima di arrivare alla sentenza. Credo che sarà così per l’eventuale procedimento a carico dei dirigenti della Thyssen Krupp”. Parola di uno dei magistrati solitamente pessimista sulla giustizia italiana. Dopo l’incidente nell’acciaieria torinese in cui sono morti quattro operai e altri tre sono rimasti gravemente ustionati, la Procura ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo, disastro colposo e lesioni colpose. Tre dirigenti dell’azienda sarebbero iscritti nel registro degli indagati.
In Toghe rotte - La giustizia raccontata da chi la fa Bruno Tinti, procuratore aggiunto di Torino, prova a rispondere ad alcune delle domande più comuni sulla giustizia. E ne fa un quadro ben poco rassicurante. In cui il 95 per cento dei processi finisce con un nulla di fatto per decorrenza dei termini e le persone condannate per i reati più comuni, falso in bilancio, rapina, sequestro di persona, omicidio volontario, spesso sono liberi di compiere nuovi reati.
Finirà così anche questa volta? “Credo di no”, afferma Tinti, “alcuni processi si fanno e anche con tempi accettabili. Siamo davanti a un fatto di gravità tale che, se verranno accertate le responsabilità dei vertici aziendali, arriverà anche una condanna. La mia in questo caso più che una speranza è una certezza”. Ammesso che quei dirigenti vengano rinviati a giudizio e condannati rischiano una pena che solo sulla carta va oltre il decennio: “Al massimo 12 anni di carcere”, spiega il procuratore aggiunto.
Ma difficilmente il titolare di un’azienda responsabile della morte di un dipendente sul posto di lavoro, sconterà in carcere la pena per omicidio colposo: quelle condanne (in genere non superano i due o tre anni di reclusione) vengono azzerate dall’indulto. Altrettanto difficilmente l’azienda sborserà di tasca sua i risarcimenti per danni patrimoniali (il vitalizio alla famiglia), biologici, morali, psichici ed esistenziali ai parenti della vittima: i contratti assicurativi hanno massimali talmente elevati da garantire tutti i costi. In genere le assicurazioni, che a una piccola o media impresa costano tra i 3 e i 15 mila euro all’anno, garantiscono danni fino a un massimo di 5milioni di euro (una morte bianca “costa” 500mila euro), a patto che l’azienda non abbia implicazioni mafiose e che rispetti, almeno per sommi capi, la 626.
Lo dice Paolo Vinci, un avvocato di Milano esperto di infortuni sul lavoro, che dall’inizio della sua attività ha seguito diverse centinaia di cause in materia. “Oggi la legislazione italiana sulle morti bianche è molto meno transigente che in passato” spiega il legale. “Sto assistendo il titolare di un’azienda pugliese in regola con la 626 e il suo responsabile del Piano operativo sicurezza, in un procedimento di responsabilità penale per la morte di un dipendente che mentre guidava una gru, ha toccato con il braccio metallico i fili dell’alta tensione. Il pm ha chiesto per entrambi la condanna a un anno e mezzo di reclusione perché non erano state messe in atto dettagliate misura di prevenzione e protezione a tutela dei lavoratori. Un caso quasi analogo, capitatomi qualche anno fa si era chiuso con il proscioglimento dell’azienda di fronte al Gip”.
L’attenzione pubblica degli ultimi anni ha messo in allerta i giudici e irrigidito la normativa. Secondo Vinci, neanche un millimetro in meno nella distanza tra un ponteggio e un altro, verrebbe oggi tollerato da un giudice, se ci scappa il morto. “Dubito”, dice poi riferendosi al caso Thyssen Krupp, “che nei fatti di Torino l’azienda sia stata negligente nell’applicazione della 626. Ma di fronte a una morte bianca, il giudice tende sempre a incolpare l’azienda”. Anche se nei fatti poi l’espiazione della pena viene mangiata metà dall’indulto e metà dalle garanzie assicuratrici. Vinci è noto anche per l’assistenza ai parenti delle vittime.
In un suo caso pendente, il dipendente di una società milanese è morto in un incidente stradale, mentre veniva trasportato con un pulmino aziendale sul posto di lavoro. Qui i capi di imputazione penale vanno al conducente (che è un altro operaio dell’azienda) mentre quelli civili alla società.
Guarda il VIDEO servizio sulla manifestazione di Torino
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Abbandonati il relax e la calma vacanzieri, ci si deve preparare alle possibili cattive sorprese che il rientro a casa a volte riserva. Contrattempi in aeroporto, spese bancarie inaspettate, un incidente spiacevole subito in villeggiatura sono solo alcune delle eredità che spiagge, laghi e montagne concedono ai turisti. Gli strumenti per rifarsi del travaso di bile e delle ingiustizie subite ci sono.
Bagaglio smarrito. Gli assurdi disguidi che si sono verificati nelle scorse settimane all’aeroporto di Fiumicino non hanno giustificazione: l’intenso traffico negli aeroporti era del tutto prevedibile per l’esodo agostano. Altroconsumo ha sollecitato il ministro dei Trasporti e il presidente dell’Enac chiedendo che sia fatta al più presto chiarezza sulle vere cause che hanno provocato i ritardi nella consegna dei bagagli perché vengano presi provvedimenti immediati ed esemplari nei confronti dei responsabili. Abbiamo chiesto anche che ai passeggeri danneggiati siano riconosciuti rimborsi automatici da parte delle società aeroportuali coinvolte. Nel caso in cui i nostri sforzi siano stati insufficienti, vi potrà essere utile il fac-simile della raccomandata per chiedere il risarcimento del danno alla compagnia aerea.
Addebiti ingiustificati. A volte le sorprese più amare arrivano dall’estratto conto della carta di credito, di solito come addebiti per spese mai fatte o doppi addebiti. L’estratto conto può essere contestato per iscritto (di solito entro 60 giorni), allegando copia degli scontrini delle spese fatte e inviando il tutto per raccomandata all’ente che ha emesso la carta.
In caso di infortunio. Alcune compagnie hanno studiato polizze specifiche per i viaggiatori. Rimborsano le spese mediche, assicurano il bagaglio e si occupano degli imprevisti che possono capitare a chi viaggia con l’auto. La nota dolente, però, è che ci sono molte limitazioni e in generale le compagnie non sono molto generose. Per essere risarciti di solito basta una semplice telefonata alla centrale operativa della compagnia assicurativa per fornire le informazioni del caso. A volte è richiesto l’invio di una raccomandata con allegati tutti i documenti che provano l’incidente. Ricordate, quindi, di conservare tutte le prove (ricevute, documenti, fatture, prescrizioni mediche…) indispensabili per ottenere i rimborsi. È bene sapere, però, che l’acquisto delle polizze vacanza può rappresentare un inutile doppione: prima di pagare assicuratevi di non avere già altre coperture che forniscono le stesse garanzie.

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Fortunatamente a Vincenzo Campagna, muratore di San Giusto Canavese, è andata bene. Estratto dalle macerie, è stato portato con l’elisoccorso all’ospedale San Luigi di Orbassano. Le sue condizioni non sono gravi, nonostante la caduta dal solaio, a due metri e mezzo da terra, di un edificio doveva essere demolito. Tragedia solo sfiorata, quindi. Ma quanto costano ogni anno gli infortuni sul lavoro? 35 miliardi di euro: cioè quasi quanto la manovra finanziaria. Senza contare altri 6,8 miliardi di euro che se ne vanno per le malattie professionali.
Se si considera anche il lavoro sommerso, il costo complessivo annuo tocca quota 41,6 miliardi di euro.
Secondo le stime elaborate dall’Inail gran parte di questi soldi viene spesa in prestazioni previdenziali e in costi di prevenzione: rispettivamente 8,5 miliardi e 10,9 miliardi per gli infortuni, mentre le malattie professionali richiedono 2 miliardi in prestazioni e 2,3 miliardi in costi di prevenzione.
Poi ci sono i costi indiretti a carico delle aziende e delle vittime, quelli per perdita della produzione e danni all’economia in genere: rispettivamente 15,4 miliardi da un lato e 2,5 miliardi dall’altro.
Per l’Inail nel 2005 sono stati 939.460 gli infortuni denunciati (il 2,8 per cento in meno rispetto al 2004) e 1.200 i casi mortali (rispetto ai 1.328 nell’anno precedente).
Ma, secondo Diego Alhaique del dipartimento salute e sicurezza della Cgil (qui, la Guida sugli Infortuni da Lavoro del sindacato, ndr). “La realtà è molto più complessa” continua Alhaique. “Bisogna conteggiare, infatti, anche un mondo sommerso valutato dallo stesso Inail attorno ai 200 mila casi. Che, sebbene lievi o non gravissimi, non vengono denunciati e vengono derubricati a incidenti domestici o stradali o a brevi assenze per malattia, il cui onere viene quindi sostenuto indebitamente dall’Inps”.