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Silvio Berlusconi, davanti all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite
Da “Meno male che Silvio c’è” a “Siamo qui per te, coro unanime, un’unica voce, Silvio Silvio grande è“. E Silvio, manco a dirlo, è Berlusconi, il premier. Continua

di Paola Sacchi
Dal generale agosto di democristiana memoria si è passati al guerriero agosto in camicia verde. Se nella Prima repubblica le vacanze del Palazzo venivano usate per sopire e troncare ogni polemica, la Lega nord ha deciso di indossare ad agosto l’armatura del guerriero Alberto da Giussano. Dal ritiro delle truppe in Afghanistan al dialetto a scuola, dalla proposta di affiancare al tricolore i vessilli locali alle gabbie salariali, o meglio salari territoriali.
Solo uscite agostane, le hanno bollate anche alcuni alleati come il ministro della Difesa Ignazio La Russa. Invece no. Il guerriero agosto serve per gettare le basi di quello che sarà un autunno verde shocking. Sarà inaugurato il 13 settembre a Venezia alla festa dei popoli padani, dove è previsto quasi il doppio delle presenze.
La Lega sta scaldando i motori perché vede tante insidie sulla sua road map: ci sono innanzitutto il federalismo fiscale, madre di tutte le battaglie del Carroccio, da attuare con decreti, e il federalismo istituzionale da incanalare in Parlamento istituendo il Senato delle regioni. Tutte cose che, come la Lega non smette di ricordare, fanno parte del programma di governo, ma che ora sono asediate da una miriade di richieste dal Meridione. Fino a vagheggiare un partito del Sud. I mal di pancia di Raffaele Lombardo e Gianfranco Miccichè (Pdl) sono bastati a far drizzare le antenne delle vedette lombarde.
E così si prepara un autunno all’insegna di una accentuata dialettica. Di sicuro c’è un’altra ragione che ha scatenato il guerriero leghista: la battaglia per l’egemonia del Nord che avrà l’epicentro alle elezioni regionali del 2010. Silvio Berlusconi aveva detto che Roberto Formigoni sarà presidente della Lombardia a vita e, in quell’occasione, Bossi aveva fatto buon viso a cattivo gioco. Ma pochi giorni dopo a un comizio serale, nel corso di una delle tante feste leghiste, ha rilanciato: “Vogliamo Lombardia e Veneto”. C’è chi dice che pur di prendere il Pirellone, e quindi la sua Lombardia, il ministro delle Riforme per il federalismo sarebbe persino disposto a cedere il Veneto. Per farlo sarebbe disposto anche a giocarsi pedine come il ministro dell’Interno Roberto Maroni o il viceministro delle Infrastrutture Roberto Castelli.
Ma, visto che entrambi occupano ruoli chiave, c’è chi non esclude che possa toccare a Giancarlo Giorgetti, leader della Lega lombarda e potente presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, quarantenne, bocconiano, di casa a Gemonio e fedelissimo del capo.
Ma il Sud cosa c’entra con il movimentismo leghista? La lady di ferro vicentina Manuela Dal Lago, vicecapogruppo alla Camera, è esplicita: “Credo che ci sia la volontà di ricordare i patti di governo sottoscritti perché con le uscite di alcuni esponenti del Pdl del Sud c’è il rischio che non vadano avanti le cose concordate “. Insomma, non è più la Lega che aveva puntato sulla secessione, semmai è un Carroccio che si pone l’obiettivo di “leghistizzare ” l’Italia.
Non a caso Giorgetti confidò a Panorama a giugno subito dopo il successo elettorale che il problema del partito nazionale se lo sarebbero posti subito dopo essersi rafforzati al Nord. La partita non è tra la vecchia Lega identitaria e un Sud da sganciare.
Almeno stando a quello che il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli dice a Panorama in una conversazione al telefono, dalla sua casa di Bergamo, interrotta dagli ululati dei suoi adorati e giganteschi pastori del Caucaso. Calderoli nega di aver voluto sparigliare per evitare che le richieste del Sud mettessero in discussione la road map leghista che parte con il federalismo. “Il punto vero è un altro: o si fa il federalismo e vengono attuate le nostre riforme, alle quali poi tutti gli altri vengono dietro, o implode il sistema paese. Quindi i secessionisti non siamo noi, ma chi bolla le nostre come uscite agostane. Insomma, a creare l’unità del Paese riconoscendo e valorizzando le diversità siamo proprio noi della Lega”.
Il programma autunnale in Parlamento prevede “una commissione bicamerale per i decreti attuativi del federalismo fiscale; è già uscito poi dal Consiglio dei ministri il codice delle autonomie”. Questo codice secondo la Lega è fondamentale per l’attuazione del federalismo: “Dovrà stabilire chi deve fare le cose, rimettere ordine insomma a quelle competenze già modificate con la riforma del titolo quinto della Costituzione”.
Dopo la “riforma territoriale anche lo Stato dovrà fare il suo passo con l’abolizione del bicameralismo perfetto. Ci saranno una Camera dello Stato e un Senato delle regioni“.
Altro punto nodale: il riequilibrio dei poteri dell’esecutivo e del legislativo. Spiega Calderoli: “È sacrosanto che un premier possa scegliere e revocare i ministri”. E subito si arriva all’eccesso di voti di fiducia e alla decretazione d’urgenza. “Oggi anche nella maggioranza c’è chi si trova un po’ spiazzato rispetto all’attività di governo che deve ricorrere a strumenti eccezionali. Quindi serve un riequilibrio dei poteri in cui nessuno prevarichi l’altro”.
Quanto ai salari territoriali, secondo Calderoli diminuendo il costo del lavoro al Sud si creerebbe un volano di sviluppo con la nascita di nuove imprese: “La commissione europea ha già invitato a tenere conto delle differenze del costo della vita nelle varie aree confermate dalla Banca d’Italia“. Insomma, altro che uscite agostane, si accalora il ministro. Non lo sono neppure quelle sul dialetto e sulle bandiere regionali: “Intanto nessuno negli atti parlamentari ha usato la parola dialetto ma radici regionali. Si tratta di attingere per gli insegnanti da albi regionali.
E poi vi sembra giusto che anche quest’anno la maggior parte delle lodi dei diplomati venga dal Sud? Da noi sono tutte bestie?”. Quanto al tricolore affiancato da inni e vessilli locali, “vorrei ricordare che l’articolo 114 del titolo quinto della Costituzione modificato stabilisce che la Repubblica è costituita da comuni, province, città metropolitane, regioni e Stato. Avevamo già presentato questa proposta nel luglio del 2008 ma nessuno se ne è accorto. In ogni caso io onorerò di più il tricolore nel momento in cui il cittadino tornerà a essere un soggetto e non più un suddito”.
Il Sud, intanto, non dà tregua: “Io non parlo con i Miccichè, ma con Raffaele Lombardo che richieste di bottega e di potere non me ne fa” dice Calderoli. “E poi ho favorito proprio io l’incontro tra Lombardo e il ministro dell’Economia Tremonti che ha un po’ sbloccato la situazione. Anche se a Giulio ho detto che la parola Cassa del Mezzogiorno non mi è piaciuta”. Quanto ai Fas, sui finanziamenti per il Sud la Lega vigilerà perché vadano a progetti precisi, “non più a ospedali con 18 posti e 160 dipendenti. Con clientelismo e assistenzialismo non si fa fallire il federalismo, ma il Paese”.

Ma un’uscita leghista al giorno non rischia di togliere il governo di torno? “È una cavolata. Questo governo in 14 mesi ha fatto più di qualunque altro in una legislatura intera. Chi pensa di insinuare dubbi sulla sua tenuta è meglio che si ricreda. Perché questo governo sarà di legislatura e costituente: cambierà il Paese”. Una linea, questa, condivisa da tutti. “Questo governo durerà 5 anni” rincara il presidente dei deputati Roberto Cota. “Sarebbe ora di smetterla di pensare che quando la Lega esprime le proprie idee lo fa perché vuole creare tensioni”. E sul partito del Sud Cota è sicuro: “Non nascerà perché sarebbe una spaccatuta nel Pdl e Berlusconi è già riuscito a risolvere il problema “. E comunque ci sarà sempre la Lega a ricordarglielo.
Visualizza La calda estate della Lega. Le esternazioni del 2009 di Bossi &C. in una mappa di dimensioni maggiori

“Quando cantiamo il nostro inno, il Va’ pensiero (qui il VIDEO del celebre coro del Nabucco di Verdi, ndr), tutti lo cantano perché tutti conoscono le parole, non come quello italiano che nessuno conosce“.
Ponte di legno, parole di fuoco
Il fortino è quello storico, quello delle esternazioni agostane del leader del Carroccio: Ponte di Legno. Negli ultimi tre lustri, nei suoi comizi di mezza estate dalla località turistica della Val Camonica, Umberto Bossi ha messo nel mirino tutto e tutti. Le cannonate estive sono una tradizione a cui il Senatùr non ha mai voluto rinunciare. E che hanno spesso puntato a obiettivi eccellenti, fin dal lontano 1994.
Anche stavolta le parole sono le solite, cioè appartenenti alla sfera delle affermazioni di fuoco. Neanche quest’anno il ministro delle Riforme rinuncia a far rumore, a sparare alto, a spingere per le riforme care al popolo leghista: l’autonomia delle regioni. In una sorta di competizione con i suoi colleghi (di partito e di maggioranza) a chi riesce a tenere più alta l’attenzione dei media con le rispettive uscite, dopo che, nei giorni scorsi, il Carroccio aveva presentato in Parlamento una proposta di legge per inserire nella Costituzione gli inni e le bandiere regionali.
Secondo il Senatùr, infatti, “il nuovo potere e il Barbarossa oggi abitano a Roma. Vogliamo lanciare un messaggio a Roma ladrona: non esagerare”.
Storiografia padana
Il messaggio, storico, è arrivato dopo la proiezione di un trailer sul film Barbarossa che verrà proiettato in anteprima il 2 ottobre al Castello Sforzesco di Milano. Bossi, che non ha nascosto la commozione per le scene delle battaglie, dal palco della festa della Lega ha invitato a partecipare alla prima del film: “Vi regaleranno un libro che metterete nel posto più bello della vostra casa e quella serata non la dimenticherete. Ci saranno ambasciatori, consoli e tanti personaggi che di solito vedete solo sui giornali. Resterete a bocca aperta”. “Vedrete” ha proseguito dopo un lungo racconto storico sulla Lega Lombarda” la storia del grande popolo padano che è sempre stato schiacciato dal dominio del centralismo romano”.
E dopo la parentesi di storiografia padana ecco il ritorno d’impeto dell’attualità . Stavolta Bossi lancia la sfida sull’inno nazionale e sui dialetti, con accenti che inducono diversi esponenti della maggioranza a prendere le distanze e a parlare di “dichiarazioni propagandistiche che indeboliscono il programma di governo”.
L’inno di Mameli? “Non lo conosce nessuno”. Secondo Bossi, il fatto che più gente conosca le parole del Va pensiero significa un maggiore attaccamento alla Lega “perché la gente ne ha piene le scatole”. E ancora: come Presidente della Repubblica: “Meglio Napolitano di Ciampi”. E infine: “La Lega non è nata solo per vincere le elezioni ma per liberare la nostra gente dal centralismo romano. Non andrò in pensione fino a quando non avremo liberato la nostra gente da Roma ladrona”.
Quella dell’inno è di sicuro una questione cara alla Lega e al suo leader (il 20 luglio di un anno fa, il Senatùr aveva maramaldeggiato contro il “Fratelli d’Italia” che chiede a tutt’Italia di essere “schiava di Roma” ). Ma Bossi approfitta anche di un’intervista a Sky Tg24 per lanciare la sua proposta su giovani e lavoro. Lo Stato, dice il numero uno del Carroccio, regali terreni ai giovani per renderli produttivi e dare un lavoro alle giovani generazioni. Una proposta, spiega Bossi, che è già stata illustrata al ministro dell’Economia Giulio Tremonti, ma non è ancora una bozza concreta. “In agricoltura mancano i giovani, sono tutti vecchi. I giovani qualche lavoro dovranno trovarlo. Se ci sono terreni agricoli che costano allo Stato ma non rendono” ha detto il Senatùr “allora è meglio darli ai giovani, che non li facciano costare li facciano rendere”.
Fin qui, il generale Bossi. Ma a Ponte di Legno è intervenuto anche un colonnello leghista, un altro ministro, Roberto Calderoli, che ha annunciato: “L’anno scorso a Ferragosto ho portato la bozza del federalismo fiscale che, in meno di un anno, è diventata legge. Oggi Bossi ha in mano la bozza di legge sui dialetti e vi garantisco che non durerà tanto di più per diventare legge”.
I freni della maggioranza
Due correnti di pensiero hanno accolto le uscite leghiste. Da una parte chi tende a derubricare le parole su inno e dialetti a classica “boutade estiva”. Dall’altra chi invita a prenderle sul serio. Ma sono queste seconde a prevalere nella maggioranza.
E se, appena tre giorni fa, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tornava a ribadire un pensiero già in altre occasioni espresso: “nessuna preoccupazione” per certe uscite di Bossi, dal momento che sono “messaggi politici” per i suoi elettori, oggi dal braccio destro, il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Pdl Sandro Bondi, trapela che qualche preoccupazione nel partito del premier esiste, e parte qualche avvertimento all’alleato: “Derubricare le dichiarazioni di Umberto Bossi a chiacchiere estive, amplificate da mezzi di informazione avidi di notizie clamorose, non sarebbe rispettoso dell’intelligenza politica e dell’umanità personale del leader della Lega”. “Mi chiedo piuttosto e desidererei chiedere agli amici della Lega” aggiunge Bondi “che rapporto vi sia tra i programmi di modernizzazione del Paese, che la Lega giustamente pone al centro della propria azione politica, e che costituiscono il nucleo fondamentale del programma di governo, e le ripetute dichiarazioni propagandistiche, ad uso dei militanti della Lega ma non solo, che indeboliscono e offuscano” sottolinea il ministro “un serio programma di cambiamento economico, sociale e istituzionale che tutte le forze politiche dell’attuale maggioranza sono impegnate a sostenere”.
Si spinge oltre Farefuturo, la fondazione presieduta da Gianfranco Fini: l’offensiva padana “necessita di una risposta alta ed innanzitutto sul piano culturale“, dice il segretario generale Adolfo Urso.
Sulla bozza per l’introduzione delle lingue locali nei programmi scolastici, il vicepresidente dei deputati del Pdl, Italo Bocchino, taglia corto: “Non fa parte del programma di governo” e “non ci sarà la nostra disponibilità a votarlo”. “Per i nostri giovani le ore di inglese” aggiunge il portavoce del Pdl Daniele Capezzone “sono molto piu’ utili di improbabili ore di bergamasco, viterbese, o avellinese”.
E il presidente de senatori del Pdl Maurizio Gasparri liquida la vicenda: “Non sopravvaluto le attività di tradizionale propaganda estiva di Bossi e della Lega. Nessuno cambierà l’inno nazionale“. Anche se il ‘Fratelli d’Italia’ di Goffredo Mameli non è previsto come inno ufficiale dello Stato da nessuna legge, Bocchino sottolinea che “è una cosa seria e non si sceglie con la hit parade”, da cui, aggiunge, uscirebbero “vincitrici piuttosto che il Va’ pensiero, le canzoni O sole mio e Volare“.
Umberto Bossi ha riacceso la polemica su Mameli. Sollevando un polverone all’interno della maggioranza, ha detto che dà più emozioni il “Va’ pensiero”. Gli ha risposto, per il Pdl, Italo Bocchino: l’inno “è una cosa seria e non si sceglie con la hit parade”. Per ipotesi, se poteste cambiare l’inno d’Italia, voi scegliereste:
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Walter Veltroni ha scelto Mi fido di te di Jovanotti (almeno per la “sigla” d’apertura della campagna elettorale, quella di chiusura era l’inno nazionale): e non gli ha portato molta fortuna. A non fidarsi di lui sono stati gli italiani.
Silvio Berlusconi ha invece sbancato alle urne, potendo contare su almeno tre brani “fatti in casa”: il tradizionale inno di Forza Italia Azzurra libertà , A Silvio, a Silvio (anche in versione gospel) e Meno male che Silvio c’è. Beppe Grillo, l’anti politico per eccellenza, si affida al Piotta. La sigla del secondo V-Day, che si svolgerà il 25 aprile in molte piazze italiane e dedicato alla libertà d’informazione (traduzione del grillo pensiero: contro la casta dei giornali, a cui
aderirà anche Antonio Di Pietro
), è tutta “made in Rome”. D’altronde proprio all’ombra del Campidoglio la lista Amici di Beppe Grillo è riuscita a eleggere un rappresentante nel consiglio comunale (Serenetta Monti). A realizzare la canzone, insieme al rapper romano Piotta (al secolo Tommaso Zanello), anche la reggae band Radici nel Cemento e il cantuatore Leo Pari (già autore della precedente sigla).
Il brano - ritmico, molto parlato e, naturalmente, irriverente: ricco di contaminazioni in perfetto stile no-global - è già disponibile su internet. Il link della pagina myspace dove sentire il pezzo (che è scaricabile gratuitamente e legalmente) è www.myspace.com/piotta.
Piotta, Radici nel cemento e Leo Pari eseguiranno il brano in diretta dal palco di Torino, piazza principe di questo secondo V-day, dove ci sarà anche il Beppe nazionale. “Abbiamo scritto questo brano tutti insieme” spiega Tommaso Zanello”. È un po’ rap, un po’ reggae e un po’ rock. Spacca davvero”.
Il brano non poteva che iniziare con uno strepitoso vaffa. Il resto è tutto da sentire.
Questo il ritornello:
Al V-Day ci sei o non ci sei,
questa è la nuova evoluzione della rivoluzione.
Al V-Day ci sei o non ci sei,tivo -
serve una nuova soluzione c’è troppa corruzione.
Qui invece il VIDEO, tratto da YouTube:

Tu chiamale, se vuoi: elezioni. Parafrasando la canzone di Lucio Battisti, si può sostenere che da qualche anno in qua, musica e voto è un binomio più che possibile. Anzi, parecchio sfruttato. Da destra a sinistra, passando per il centro. E anche questa tornata elettorale non è immune dalle note. Solo che se si dovesse scegliere una colonna sonora, oggi sarebbe Ymca dei Village People. Dopo che il Pdl ha utilizzato il noto brano adottato da tempo dal mondo gay quasi come inno, alla kermesse elettorale delle scorse settimane, ora sul web impazza la versione dei democratici.
Già , perché un gruppo di giovani milanesi del Partito Democratico (gli 02Pd) hanno infatti reinterpretato uno spot dal titolo “Si può fare con Walter-I’m Pd” che si trova anche nella prima pagina del sito ufficiale del Pd.
Sulle note dei Village People, una serie di persone, giovani e anziani, un ragazzo in macchina, un edicolante, una operatrice di call center, una famiglia, cantano, tra il serio e il faceto I’m Pd , o ancora “Walter” (al posto di “Young man”). Il video (cliccatissimo anche su YouTube), è costato 65 euro con un copione scritto, cantato e girato nelle pause pranzo, di notte e nei week end tra volantinaggi e iniziative elettorali. Per tre minuti e mezzo vengono inquadrate persone che canticchiano frasi che richiamano gli slogan dei democratici come “corriamo da soli” (dove a cantare è, ovviamente, una ragazza che fa jogging) o “una nuova stagione” (qui il protagonista è un giovane davanti al computer), compreso un accenno a chi nella scorsa legislatura ha fatto traballare e cadere il governo Prodi. Tanto per dirne uno, una strofa suona così: “Se Mastella non c’è/Tanto meglio perché/Noi vogliamo cambiare con teeeee”.
Ma andare a caccia di voti sulle ali di una canzone, è insomma da qualche anno un classico che tutti i partiti inseguono. La Rosa per l’Italia del trio Baccini-Pezzotta-Tabacci ha tirato in ballo un gigante della musica italiana, che purtroppo non c’è più: Lucio Battisti con la sua Non sarà un’avventura. Oltre al classico dei Village People, Walter Veltroni ha scelto un successo di Jovanotti, Mi fido di te, per accompagnare manifestazioni e incontri pubblici. Anche se il vero sottofondo musicale del tour elettorale dell’ex sindaco di Roma è: “La più bella canzone che ci sia nel nostro Paese, l’inno nazionale”.
Silvio Berlusconi può contare su almeno tre brani “fatti in casa”: il tradizionale inno di Forza Italia Azzurra libertà , A Silvio, a Silvio (anche in versione gospel) e l’ultima creazione in ordine di tempo, Meno male che Silvio c’è del trentottenne veronese Andrea Vantini, “ispirato” niente di meno che da Michele Santoro: “Stavo guardando una puntata del suo programma in cui” racconta Vantini “come al solito si sparava a zero su Berlusconi e ho pensato: ma è possibile che tutti se la prendano con lui? E così, d’impulso, è arrivata l’ispirazione per scrivere il brano”.
“Tenace”, è il caso di dire, la colonna sonora della campagna elettorale de La Destra di Francesco Storace e Daniela Santanchè: “Non c’è alcun dubbio” dice l’ex governatore del Lazio “che la canzone che ci rappresenta di più e che personalmente mi emoziona è Non mollare mai“. No, nessun riferimento all’inno interista ancora in voga. Il titolo è quello “della canzone di Gigi D’Alessio“. In campagna elettorale è entrato, suo malgrado, anche Antonello Venditti. Ma ne è subito uscito, con una coda di polemiche. Il cantautore romano, infatti, ha diffidato il deputato dell’Udc Giuseppe Carmelo Drago per aver aperto la sua campagna elettorale, il 18 marzo scorso a Ragusa, con il brano Che fantastica storia è la vita (qui il VIDEO). “Mi dispiace per Drago e per gli altri, ma bisogna chiedere il permesso per utilizzare una canzone. Capisco che è bella, ma mi devi chiedere il permesso, anche perché tu così associ a me un’idea di politica, oppure trai vantaggio da quello che posso rappresentare io”. Altri tempi quando Paolo Pietrangeli celebrava la falce e il martello nei versi della canzone Contessa…
Il VIDEO di YouTube degli 02Pd:
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Pierluigi Bersani? Ama i canti degli alpini. Sergio Cofferati? Un melomane. E Fabio Mussi, forse senza saperlo, dà l’addio ai suoi compagni parafrasando i Dik Dik, anni ‘70: “Io mi fermo qui…”
Politica e musica, si sa, sono un binomio vincente. Anche l’appuntamento livornese della fondazione del Pci fu caratterizzato da questi due elementi: i congressisti a discutere intorno al “sole dell’avvenire” e le bande fuori a intonare “Bandiera rossa” e L’internazionale, da allora colonna obbligata di tutti i congressi della sinistra. Almeno fino a oggi. Senza parlare di come, negli ultimi 15 anni, le forze politiche si siano appropriate di note e testi scritti da altri (un esempio, tra tanti: La canzone popolare di Ivano Fossati per la campagna elettorale dell’Ulivo nel 1996) o attrezzate in proprio, come ha fatto Forza Italia (il cui inno è stato recentemente recitato anche da Fausto Bertinotti su sollecitazione di Fiorello a Viva Radio Due)
Tornando al Congresso di Firenze (la diretta video), il quarto e ultimo dei Ds, quello della “liquidazione”: far risuonare le musiche de L’internazionale sarà sembrato scortese nei confronti degli amici della Margherita che di socialismo non vogliono, per ora, sentire parlare. D’altronde, al Mandela Forum si sta facendo un’altra storia, il vento non fischia più e l’aria è cambiata. Quindi, vai col restyling anche delle musiche: i Ds hanno incaricato Luca Sofri (giornalista, conduttore radiofonico e blogger) di scegliere un centinaio di canzoni per allietare i delegati prima e dopo lo svolgimento dei lavori. E l’autore di Playlist. La musica è cambiata ha messo insieme un centinaio di testi che avessero a che fare col tema della strada. L’apertura dei lavori è stata segnata da Over the rainbow, la colonna sonora del Mago di Oz nella versione del cantautore hawaiano Israel Kamakawiwo (qui il video). Poi molto Bruce Springsteen e Buffalo Springfield, Equipe 84 e Francesco Guccini, Francesco De Gregori e Mina, i Blue Nile e i Csi, i Jam e i Divine Comedy.
Poco da svecchiare invece per la Margherita nel proprio juke box. Piuttosto, molto da inventare: e allora via con un classico: l’inno di Mameli per aprire l’assise di Cinecittà (qui lo streaming). Poi, a corredo delle parole del premier Romano Prodi (che ha ringraziato Rutelli e gli esponenti dei Dl per la scelta difficile che il partito si appresta a fare: “Siamo gente testarda, andremo avanti così”), ecco la canzone di punta: la mitica One (qui il video di YouTube) degli U2 che parla della difficoltà ma anche alla ineluttabilità dello stare insieme. Di nuovo, la musica come metafora perfetta per il rapporto di amore-odio che tormenta la galassia cattocomunista, visto che nel Pse - come ha ribadito il leader Francesco Rutelli - i margheritini non “potranno andarci mai”. Da notare che tra gli ospiti dei Dl, è stato annunciato anche Zucchero.
E la sorpresa è grande, considerando che il cantautore reggiano è autore, tra le altre, di Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’azione cattolica: chissà cosa ne pensano la Binetti e gli altri Teodem. Magari, come Mussi, sceglieranno, di “ballare da soli”.