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E dalla crisi del Pd spunta un direttorio per Walter

veltroni e dipietro

Ce lo teniamo o lo facciamo cadere? La domanda circola tra le stanze del Pd in largo del Nazareno a Roma, ultima tappa di un tam tam che sale per i rami delle città d’Italia e arriva fino alla chioma umida e arruffata della capitale. Ma la politica se non bara è certamente cinica e in queste ore di burrasca tutti corrono sotto coperta. Ha scelto lui la rotta e ora che infuria la bufera tanto vale lasciare il capitano Walter Veltroni al timone del bastimento democratico. Sarà lui a prendersi i fulmini sul ponte? O la crisi esplosa dopo il voto in Abruzzo impone uno shock, l’archiviazione prima delle europee di giugno 2009 della sfortunata esperienza veltroniana e il varo di un “direttorio” per traghettare il partito fuori dalla crisi?

Toga! Toga! Toga!
Mentre Veltroni sciorinava la dottrina Tonino (”Dobbiamo fare di più sulla moralizzazione della vita pubblica”) e rovesciava su Silvio Berlusconi un anatema (”Lui non può parlare di questione morale”), i magistrati arrestavano il sindaco di Pescara e coordinatore regionale del Pd. Ironia della sorte: proprio da Pescara partiva il 17 febbraio scorso il pullman elettorale di Veltroni. Una doccia fredda seguita dal no del Pdl alla proposta veltroniana di istituire una commissione per la riforma della giustizia e 24 ore dopo dalla richiesta di arresto per il deputato del Pd Salvatore Margiotta, nel mirino dei magistrati che indagano sugli affari petroliferi nella regione.

Le toghe per il segretario del Pd saranno soltanto croce e niente delizia. Nessuna riedizione di Mani pulite. Minacciato dalla ghigliottina dipietrista sul piano politico, assediato dalle inchieste che tirano in ballo suoi amministratori di primo piano in Campania, Toscana, Abruzzo e Basilicata (e si addensano nuvoloni anche sulle Marche), indeciso al bivio tra l’antico sentiero del partito dei giudici e la strada del riequilibrio tra i poteri, per il Pd oggi è impossibile urlare “Toga! Toga! Toga!”. Nello stesso tempo Veltroni sopravvive grazie a quello che è stato definito “equilibrio del terrore”, un accerchiamento giudiziario che impedisce a Franco Marini e Massimo D’Alema di lanciare l’affondo finale.

L’isola di Arturo
La sconfitta in Abruzzo è un gong da penultimo round per Veltroni, che secondo Arturo Parisi “spera che prima o poi gli capiti una carta vincente”. Parisi spiega a Panorama: “Ormai è evidente che niente della linea di Veltroni ha retto alla prova dei fatti. Non la pretesa di vincere da soli, visto che tutte le prove elettorali hanno dimostrato che il partito da solo va addirittura indietro. Non la tesi delle maggioranze omogenee come condizione della vittoria e del governo, visto che in Abruzzo si è rimpianta un’alleanza da Rifondazione all’Udc. Non la ridefinizione del rapporto con Berlusconi, che è tornato a essere il nemico di sempre: quasi che il problema fosse lui e non invece il più grave fenomeno del berlusconismo che va trasferendosi dal centro alla periferia e dal centrodestra al centrosinistra”. Parisi però non si arrende e rilancia: “Non riesco ad arrendermi all’idea che il voto europeo sia il nostro vero congresso, come pensano i suoi “anonimi” oppositori”. Per Parisi bisogna fare qualcosa subito, servono immaginazione e coraggio, cose che nel Pd ora latitano.

Dal loft al direttorio
Ma cosa? La crisi è profondissima e le soluzioni a portata di mano sono poche. Veltroni tiene duro (”Voglio fare più Pd”) e i dipietristi in Parlamento si fregano pubblicamente le mani (”Bene, porterà ancora fieno alla nostra cascina”), il congresso appare un’araba fenice. Si ragiona su un pressing sul segretario per costringerlo ad accettare la soluzione di un direttorio. Un ex ds con il cervello fino, il politologo Gianfranco Pasquino, che in gennaio per Il Mulino pubblicherà una ricerca su Le primarie comunali in Italia, ha pochi dubbi: “Le soluzioni a portata di mano per un partito composto da due gruppi dirigenti, che nonostante siano giovani sono vecchi politicamente non è a portata di mano. Richiederebbe un conflitto vero, tra visioni diverse, su cosa deve essere un partito di sinistra. Un conflitto tra leadership, aperto, trasparente, pubblico, che non fosse in alcun modo diplomatizzato”. Secondo Pasquino “una parte del gruppo dirigente non lo vuole perché si è impadronito del partito e ha paura di perderlo, una seconda ha dei riflessi semplicemente comunisti, per cui fa una lotta sotterranea e non si esprime pubblicamente. Una terza parte quella più moderna, lo vorrebbe, ma non è abbastanza forte per imporlo.
Penso a Sergio Chiamparino, Massimo Cacciari, Mercedes Bresso. Buoni amministratori, ma politicamente deboli. Il congresso avrebbe già dovuto tenersi” spiega Pasquino “perché c’è un leader che è stato plebiscitato da una base, ma per il resto il partito non esiste. Dopo le elezioni europee ci sarà certamente una resa dei conti che non è la stessa cosa di un conflitto tra leadership. Nella resa dei conti si individua un capro espiatorio – che sarà Veltroni – mentre nel congresso si confrontano due, tre proposte e si vota”.

Serve una transizione e Pasquino pensa che la soluzione del direttorio sia praticabile: “I direttori ci sono nelle situazioni eccezionali e questa lo è: da un lato la crisi di un bambino nato male e dall’altro è una crisi in cui l’alternativa di governo si allontana sempre di più. Sarebbe una guida collettiva del partito, ma con l’impegno che da lì non escano poi i candidati alla segreteria. Un direttorio di persone che facciano un servizio al partito in maniera disinteressata, senza chiedere cariche per il dopo”.

Veltroni fa autocritica: “Innovare o fallire”. D’Alema: “Pd amalgama malriuscito”

 Walter Veltroni

Alla fine passa la sua relazione.  Walter Veltroni ce la fa. Ha imposto un aut aut al partito e la Direzione gli ha dato ragione, per ora: la conferenza programmatica del Partito si terrà dal 12 al 14 marzo prossimo.
A fine serata il suo discorso (e la sua linea politica) è stato approvato a maggioranza. Ma è stata davvero una faticaccia per il leader del Loft: se non è stato un processo alla sua leadership, di certo non è stata una passeggiata.
Non deve ingannare infatti la soddisfazione mostrata da Massimo D’Alema per l’esito della discussione: “Abbiamo parlato innanzitutto della grave crisi del Paese e della necessità che il Pd dia risposte forti a questa crisi” spiega il presidente di ItalianiEuropei “noi siamo l’unico partito che esiste in Italia, non un’aggregazione intorno a una persona, e questo è una risorsa per il Paese. Siamo un partito riformista, di massa, che vuole cambiare le cose, che stiamo costruendo dopo qualche incertezza”. Qualche incertezza, dice l’ex ministro degli Esteri ed è immaginabile che si sia “trattenuto”: in questo momento di “accerchiamento” del partito (da una parte le inchieste, dall’altra le sconfitte elettorali, dall’altra ancora le crisi e le fibrillazioni locali), meglio aspettare a lanciare l’affondo finale contro il segretario.

Eppure lui, Veltroni, a tratti è riuscito, durante la sua relazione, a scuotere i big democratici. Ricordando loro che “il Pd rappresenta la vera alternativa al centrodestra”, per questo è oggetto di una “offensiva politica” e tutti devono aver chiaro che tornare ai partiti di origine “sarebbe un suicidio”, sarebbe il ritorno ai propri giocherelli, vorrebbe dire: abbiamo provato a fare questa cosa qui, non ci siamo riusciti e ora torniamo alle case di partenza”. Indietro non si torna.
Si va avanti. Verso dove? “O si innova o si fallisce”: aut aut. Non c’è una terza via.
Veltroni inchioda il Pd davanti al suo bivio. Alle 10,30 del mattino il segretario sale sul palco per la direzione nazionale del Pd. Questione morale, primarie, scenari futuri, alleanze. Il partito democratico a poco più di un anno dalle primarie che lo hanno visto nascere, sotto il segno dell’ex sidaco capitolino, è ancora un rebus irrisolto. Il flop in Abruzzo, gli arresti a Napoli e Pescara, le inchieste a Firenze, in Basilicata, a Genova, hanno segnato l’immagine del Pd.

Veltroni, nella sua relazione (qui il testo) - che ha promesso sarebbe stata di rilancio, forte come quella dell’investitura al Lingotto - non si tira indietro sulla questione morale: “Siamo un partito di gente perbene, per i disonesti non c’è posto” dice il segretario, che aggiunge di non accettare “le lezioni da chi ha nelle proprie fila personaggi indagati per mafia, né dal presidente del Consiglio che ha fronteggiato la giustizia con le leggi ad personam“. Dopo l’attacco, però, Veltroni ne ha anche per i giudici: chiede “prudenza negli arresti” e denuncia “il meccanismo mediatico che può distruggere le persone”. Ma sulla riforma della giustizia mette in chiaro: “non sarà contro i magistrati” e torna a proporre il tavolo da sessanta giorni insieme ai rappresentanti del mondo giudiziario.
Una sponda all’alleato scomodo, l’Italia dei valori, che Veltroni non rinnega: “Sento dire in questi giorni che dovremmo rompere con Di Pietro, ma io ho già detto tante volte che ci sono forme diverse di opposizione. L’ho fatto ad aprile, lo abbiamo fatto non aderendo alla manifestazione di piazza Navona e l’ho detto io stesso in una dichiarazione che ha aperto tutti quanti i giornali. Questo non significa che a livello locale non si possano trovare delle convergenze programmatiche” però poi aggiunge “le alleanze devono reggere a una prova di governo”. Per quanto riguarda le primarie, che lo elessero, Veltroni le rivendica come “straordinario strumento di democrazia” ma poi aggiunge che “non devono trasformarsi in un’ideologia: sarebbe tragico” dice il leader Pd, “se l’occupazione esclusiva del partito fosse la discussione delle regole”. Discussioni che degenerano in liti interne, un altro dei grossi problemi dei democratici, alimentate, per il segretario, “dalle quotidiane differenziazioni che piacciono tanto ai giornali ma non piacciono alla nostra gente”.
Troppi dirigenti? Per Veltroni è necessario un rinnovamento:”Il ricambio deve essere frequente Bisogna creare le condizioni di un forte avvicendamento con una nuova generazione”. E sulla sua leadership rilancia e dice: “l’alternativa non può essere tra cesarismo e anarchia” e chiede quindi più poteri per sé, per procedere all’innovazione del partito ”anche attraverso commissariamenti”.
Molti gli altri temi toccati dall’ex sindaco di Roma nel suo discorso: dall’ambiente (”Uscire dalla crisi con una lotta sistematica ai cambiamenti climatici”), al sistema elettorale (”Quello che noi vogliamo è un sistema elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i candidati al parlamento e decidere la maggioranza di governo”). E per finire l’annuncio di un “acquisto” importante: Roberto Saviano ha accettato di prendere parte alla scuola di formazione nel Mezzogiorno che il Pd si accinge a organizzare. La scuola, ha spiegato Veltroni, si occuperà di formare ”una nuova leva di amministratori” e avrà al centro ”i temi della legalità”. Mai momento più appropriato.

Chiamato in causa (come il vero convitato di pietra) Di Pietro, non si è lasciato sfuggire l’occasione per rispondere: “Mi spiace per lui, ma se Veltroni parla di due opposizioni diverse si condanna così alla sconfitta eterna. Io penso a costruire un’unica alleanza che possa vincere le elezioni, non per fare l’opposizione”.
A proposito di alleanze, Marco Follini precisa che il progetto del Pd non contempla più “una alleanza politica generale con l’Idv”, mentre Massimo D’Alema sottolinea come: “alla dipietrizzazione dell’opposizione fa riscontro il consolidamento della destra nel Paese e chi lo festeggia una condanna minoritaria”.

Sempre in mattinata, l’ex vicepremier aveva parlato con ironia tagliente del presunto correntismo all’interno del Pd: “Il progetto del Pd si è appannato agli occhi di tanti, ma per ragioni più complesse rispetto al correntismo di cui ho sentito parlare perché le correnti in questo partito non ci sono. Noi siamo un’amalgama mal riuscita”. E traducendo amalgama con sintesi, si capisce cosa voglia dire l’ex diessino. Che continua, duro: “Ci vuole un partito vero, non ci vogliono primarie solo per scegliere i candidati a cariche monocratiche e magari per interrogare i cittadini su qualche tema importante, perché la primarizzazione delle cariche di un partito è la via per formare un correntismo di massa”. Ha insistito D’Alema: “Le correnti sono una forma di organizzazione discutibile, se ci fossero sarebbero almeno una forma di ordine, nel Pd non ci sono”. Riguardo alla questione morale, l’ex vice premier osserva che le inchieste “diventano questione morale se si associano a una crisi politica”. “Nella destra - sottolinea - hanno più questioni giudiziarie di noi, ma vengono colpiti meno di noi dalla questione morale”.
E di questione morale ha parlato anche Pierluigi Bersani per il quale è necessario “dare risposte forti” cacciando fuori i disonesti ed insieme dando “fiducia e orgoglio ai tanti amministratori onesti”. “Su questo” conclude il ministro ombra dell’Economia “serve un fortissimo segnale”.

Lo stesso che il Pd si aspetta dal suo leader. Che, per ora, tira un sospiro di sollievo. Anche se la strada da qui al congreso dell’anno prossimo è lunga, dura e irta di pericoli (elezioni locali ed europee, in primis).

Aziende e tasse: il risparmio passa dai banchi di scuola. Solo che nessuno lo sa

[i](Foto da Flickr di [url=http://www.flickr.com/photos/maebmij/123180774/]maebmij[/url])[/i]

E se parte dei soldi spesi in tasse andasse a finanziare la scuola presso cui abbiamo imparato a leggere e scrivere o l’istituto frequentato dai nostri figli? Di certo sarebbe meno doloroso aprire il portafogli. E il risultato del sacrificio sarebbe sotto i nostri occhi.
Ebbene, questa ipotesi è tutt’altro che surreale e quanto più realizzabile. E permette anche di risparmiare sulle tasse. Lo ricorda Didasca, associazione culturale non profit con sede a Sondrio, che ha come missione la formazione e l’aggiornamento delle conoscenze scolastiche, e che ora tiene alta la campagna “Risparmiare sulle Tasse e investire nella Scuola“. Come fare? Per capire basta leggere con attenzione la legge Bersani del 2 aprile 2007, n. 40, all’articolo 13 (qui in formato pdf). Secondo la recente normativa, infatti, le aziende possono versare direttamente alle scuole pubbliche che operano nel territorio dove esse risiedono, anziché al fisco, il 2% del loro reddito imponibile. La cifra deve essere destinata allo “sviluppo tecnologico e all’ampliamento dell’offerta formativa”. Se il versamento effettuato alla scuola tramite banca o posta reca la causale “Erogazione liberale effettuata ai sensi del TUIR, art.100 , comma 2, lettera o-bis)”, il suo importo potrà essere detratto dal totale delle imposte liquidate in sede di dichiarazione dei redditi, entro il limite massimo di 70 mila euro.

“Ma questa legge è poco nota - dice Silverio Carugo, rettore del Didasca - i politici sono distratti dalla realizzazione del Partito Democratico e non ne hanno fatto la minima promozione. Per questo noi ci siamo impegnati a contattare Confesercenti, Confindustria, Confartigianato, rappresentati agricoli, commercialisti e ragionieri, sollecitandoli a informare i loro assistiti. Ci si lamenta spesso che non si sa dove vadano a finire i soldi versati in tasse… dandoli alla scuola che sta sotto casa questo dubbio non ci sarebbe più”.
Finora però, proprio per la scarsa conoscenza della possibilità, solo poche migliaia di euro sono affluite nelle casse delle scuole. “Le cose semplici sono le meno credibili” commenta Carugo. E non che i nostri istituti non avrebbero bisogno di finanziamenti… “Dal punto di vista dell’innovazione tecnologica della didattica - continua il rettore di Didasca - la scuola italiana è molto indietro rispetto agli altri paesi dell’Ue e dell’Ocse, soprattutto a causa della scarsità dei mezzi finanziari disponibili”.
Il Rapporto europeo sull’innovazione riferito al 2006 evidenzia che l’Italia non solo non è fra i leader nell’innovazione, ma non è neanche tra i primi a inseguire (qui il documento in pdf), e si trova in compagnia di stati come Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca. E la classifica stilata dal World Economic Forum, “The Networked Readiness Index 2006-2007″ (qui in pdf), riferita a 122 paesi, colloca l’Italia al 38° posto, preceduta da Tunisia, Qatar, Thailandia. In entrambi i rapporti le deficienze della scuola sono indicate come fattori di criticità.
Proprio per parlare di queste problematiche e informare sulle possibilità date dalla legge Bersani, Didasca ha organizzato per il 31 ottobre, presso il Ministero dello Sviluppo Economico, il convegno “Risparmiare sulle Tasse e Investire nella Scuola: una questione di interesse nazionale“, a cui sono invitati i ministri Pierluigi Bersani, Giuseppe Fioroni, Tommaso Padoa Schioppa e Paolo Gentiloni.

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