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Innse

Lo sciopero non basta più, la lotta operaia si fa in cima alle gru. Così la Innse ha fatto scuola

Photostream - Operai sul tetto della fabbrica a Melfi
Tutto è cominciato alla Innse, fabbrica metalmeccanica milanese che sfornava anni fa la mitica Lambretta. Il 4 agosto cinque operai stavano partecipando alla protesta contro la chiusura dello stabilimento. Poi a uno di loro è venuta un’idea: salire sul carroponte a 17 metri d’altezza. E lo hanno fatto sul serio. Con viveri e bottiglie d’acqua sono stati lì per ben otto giorni. Sono scesi pochi giorni prima di Ferragosto, quando l’azienda è stata venduta da Silvano Genta al gruppo Camozzi che ha assicurato la continuazione dell’attività (e dei posti di lavoro). Insomma, un braccio di ferro vinto dagli operai con una protesta dura e, soprattutto, ”mediatica” (con tanto di gruppo di sostegno su Facebook). Il caso ha fatto scuola. Ovviamente. E così nel mese di agosto le proteste in stile Innse si sono moltiplicate in tutt’Italia. E quasi sempre con la vittoria degli operai, che minacciano di buttarsi giù.

Da Roma a Potenza, tutti sulle gru
Il 10 agosto è la volta di sette operai della Cim, una ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che sono saliti su una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Protestavano contro la possibile chiusura dell’azienda, che avrebbe dovuto cambiare sede perchè sorge su un terreno comunale in vendita. Anche loro, però, hanno vinto: sono scesi tre giorni dopo, quando il Comune ha sospeso l’ordinanza di sgombero del terreno pubblico. E ancora.

Quattro giorni dopo, sempre nella capitale,  sette vigilantes dell’istituto Urbe, durante una manifestazione contro la privatizzazione dell’azienda che avrebbe provocato il licenziamento di circa 300 guardie giurate, hanno raggiunto il terzo anello del Colosseo. Sono scesi due giorni dopo, quando hanno ottenuto l’apertura di un tavolo di trattativa con il governo. Non è finita. Passato Ferragosto sono cominciate le proteste di “classe” in tutt’Italia. Una dietro l’altra.

Il 24 agosto gli operai della cartiera ex Cdm di Saluzzo (Cuneo) hanno organizzato un presidio all’ingresso dello stabilimento: sono preoccupati per l’acquisizione o l’affitto della ditta da parte della società Ital Tissue, che potrebbe mettere a rischio molti posti di lavoro. Non salgono però sul tetto della fabbrica.
Il giorno dopo, invece, ancora episodi “estremi” in stile Innse. Stavolta nelle Marche e in Basilicata. Una decina di operai di una cooperativa che lavora ai cantieri navali di Pesaro sono saliti su due gru al porto per protestare: da due mesi non prendono lo stipendio. Lo stesso giorno sette operai della Lasme, azienda di Melfi (Potenza) che produce per la Fiat e che nelle settimane scorse ha deciso di chiudere collocando in mobilità 174 persone, sono saliti da una scala esterna sul tetto della fabbrica dove hanno passato la notte all’addiaccio, mentre gli altri lavoratori hanno “occupato” il piazzale dello stabilimento. “Rimarremo qui fino a quando non riavremo il lavoro”, hanno dichiarato i lavoratori.

Le reazioni
“Una protesta modernissima”, il commento di Fausto Bertinotti, l’ex leader di Rifondazione comunista, che non si faceva sentire da tempo.
Ma sono in tanti, e soprattutto a sinistra, a leggere positivamente il gesto “estremo” degli operai sulla gru. “Il punto critico non è se i lavoratori della Innse abbiano esagerato o no nel salire su una gru per impedire lo smantellamento dei macchinari da parte del nuovo proprietario, ovvero se non avrebbero potuto trovare forme di protesta o di contrattazione meno trasgressive. Il punto è se il nostro paese possa ancora permettersi a lungo l’ assenza di una politica della sicurezza socio-economica”, ha scritto su Repubblica il sociologo Luciano Gallino.
E il segretario nazionale della Cgil, Guglielmo Epifani, intervistato dal Corriere della sera, è entusiasta. “È una vittoria di questi lavoratori perché hanno creduto nella propria lotta e hanno avuto argomenti forti da spendere”. La vicenda Innse? “È stata una bella pagina di lotta operaia”.
“Il caso della Innse ci offre molti spunti di riflessione”, ha affermato il responsabile Lavoro del Pd, Cesare Damiano. “Si tratta di una vicenda che si conclude positivamente. In un autunno che si preannuncia estremamente caldo si tratta di un caso che farà, per molti versi, scuola, anche sotto il punto di vista del positivo uso dei media con cui è stato rotto il silenzio che di solito avvolge le lotte degli operai”.
E infatti, riflette Marco Ferrando, leader del Partito comunista dei lavoratori “la prima considerazione politica”da fare è questa: “la lotta radicale paga. La dove falliscono i tradizionali scioperi simbolici o i vecchi minuetti delle relazioni istituzionali, la lotta radicale strappa il risultato. Ora si tratta di far tesoro di questa lezione e di generalizzarla”.
Per Gianni Baratta, segretario confederale Cisl, intervistato da il Giornale, la morale è invece un’altra. “Qui i lavoratori credevano nelle capacità della propria azienda, avevano un progetto in testa, e invece di provocare disagio ai cittadini hanno attivato l’interesse dei media, delle istituzioni e degli imprenditori. Se invece l’obiettivo è la mera protesta, allora non mi pare una buona strategia per uscire da questa crisi (…) Capiamoci, non è che i 49 dell’Innse hanno vinto perché cinque di loro sono saliti su una gru. Ma perché sono riusciti a spiegare, in modo intelligente, che la loro azienda aveva un futuro. Se però non ci fosse stato un contenuto a riempire la loro protesta, non avrebbero trovato nessuno disposto a investire per salvare l’azienda”.


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Innse: la versione di Genta, il padrone cattivo

La fabbrica della Innse

Silvano Genta è l’ormai ex proprietario della Innse, l’azienda metalmeccanica milanese “salvata” dai quattro operai e un sindacalista che sono rimasti otto giorni sopra una gru per impedire lo smontaggio dei macchinari, la loro vendita e la conseguente chiusura della fabbrica.
Genta è il padrone “cattivo”, quello che secondo la vulgata puntava solo a fare cassa. Alla fine è stato costretto a cedere l’impresa al gruppo Camozzi di Brescia, al padrone buono che già parla di piano industriale e grandi prospettive future. Panorama incontra l’imprenditore, che ha altre aziende attive nel settore delle macchine utensili, nello studio milanese del suo legale, l’avvocato Giambattista Lomartire.

Come sta adesso, signor Genta?
Sono deluso. Solo contro il mondo. Tutti che mi attaccano, però io ho sempre cercato di fare del bene.
Ha letto i giornali? Che sensazioni prova davanti alla beatificazione degli operai?
Che non esiste lo Stato. Le istituzioni non sanno che pesci pigliare e fanno cantare vittoria a cinque signori senza scrupoli imbevuti di ideologia. Sembra di vivere nel Sessantotto.
Fa ancora il cattivo…
Sono usati dalla politica per raggiungere altri obiettivi, finanziari e speculativi.
Sia più chiaro.
Mi chiedo perché non mi abbiano mai dato a prezzo di mercato, come ho chiesto, quell’immobile che ora l’Aedes cede a Camozzi a un prezzo simbolico. Perché?
Perché?
Lo chiedo a voi, all’opinione pubblica, ai politici. Ho tenuto almeno dieci riunioni in comune e mi è sempre stato detto che non si poteva fare nulla. Ora in due giorni si stravolge il polo Rubattino, si fa la variante al piano regolatore sui terreni e si regala tutto a Camozzi.
Forse perché ha un progetto di impresa. Lei, dicono, puntava a chiudere e intascare.
Un piano industriale in soli due giorni? Camozzi non ha ancora visto nulla dal di dentro. Mi viene il dubbio che della situazione aziendale non gliene importi niente. Ha altri scopi. Certamente se gli regalano tutta l’area di Rubattino qualcosa si inventerà. Poi ha detto che farà lavorare subito dieci persone e metterà gli altri in cassa integrazione per due anni.
Perché non ci ha provato lei a trovare una soluzione diversa dallo smantellamento? Non era certo un’azienda decotta.
Ma cosa sta dicendo? L’Innse ha sempre e solo prodotto perdite in presenza di oneri gestionali pesantissimi. Quando l’ho comprata, nel 2006, era in amministrazione controllata. Nell’accordo di programma sottoscritto con le istituzioni era previsto che io assumessi tutti e 53 i lavoratori rimasti in organico e delocalizzassi la produzione nell’arco di tre anni.
Invece che cosa è successo?
La provincia si sarebbe dovuta fare carico della riqualificazione del personale. Di questo quasi la metà sono impiegati. Da scrivania. Li ho pagati anche se non mi servivano e non li potevo far lavorare.
Difficile pensare che qualcuno l’abbia costretta.

Alla Innse i delegati sindacali sono abituati a dettare legge. Non si può mettere una macchina nuova al posto della vecchia. Non si può assumere personale più specializzato e ricollocare chi non è adatto. Mettono il veto su tutto. Anche sul trasloco, che pure era fondamentale, tanto da essere previsto negli accordi iniziali.
Lei in pratica sta dicendo che non era padrone in casa sua.
Ero con le mani legate. Ci ho rimesso un mucchio di soldi. Quando hanno occupato la fabbrica in autogestione, hanno prodotto commesse per 50 mila euro. Io però mi sono trovato addebitate spese per energia, gas e altro per circa 600 mila euro. Ho tirato la carretta per due anni e mezzo rispettando gli impegni.

Silvano Genta

Poi ha deciso di chiudere.
Cessare l’attività è un diritto garantito dalla Costituzione. Soprattutto quando non sta in piedi. Chiudono aziende con migliaia di persone e non se ne parla.
Anche chi ha un lavoro difende un diritto sancito dalla Carta.
Dei 49 operai rimasti, 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità. A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Mi hanno detto: noi siamo pagati per stare qui a fare casino. Gli altri nove sarebbero stati ricollocati dalla provincia. Sono quelli che trovate in tutte le grosse proteste di questi ultimi anni, a partire dall’Alfa Romeo fino alla Lancia Desio. Sempre loro. Sempre stabilimenti chiusi.
Forse il trasferimento comporta dei costi, economici e non solo.
No, la verità è che sono accecati dall’ideologia. Seguono il capo carismatico e fanno quello che dice lui.
E chi sarebbe il capo?
Vincenzo Acerenza (uno dei cinque che hanno passato otto giorni sulla piattaforma, ndr).
Prossimo alla pensione, fra l’altro. Quali obiettivi può avere?
Quello che non piace a lui non si fa e basta. Sempre no, sempre contro il padrone. Sembra di vivere in un’altra epoca. Intanto lui e gli altri forse prendono l’Ambrogino d’oro.
E lei, che le piaccia o no, in questa vicenda ha il ruolo del cattivo.
Non sono cattivo. Accetto le condizioni, auguro il meglio a questi signori. Fra due anni ci ritroviamo.
Perché fra due anni?

Vedremo i risultati.
Intanto lei aveva comprato la fabbrica per 700 mila euro e dalla cessione incassa oltre 3 milioni.
Abbiamo investito circa 7 milioni, lasciati sul campo. Adesso ci chiedono macchinari a prezzi in perdita.
Uno se l’è tenuto stretto. Perché?
Un mio cliente ha preso impegni e non può più rinunciarvi.
C’è qualcosa che si rimprovera in tutta questa vicenda?
Col senno di poi avrei dovuto stare dentro fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti. Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
Sta dicendo che lei è una vittima?
Di più. Su quella piattaforma ci sarei dovuto salire io. Spodestato di tutti i diritti. Ho subito danni morali incalcolabili.
In effetti non ne esce bene.
Io sono sereno, ho fatto tutto in buona fede. Non ho mai usato violenza, l’ho sempre evitata, solo subita. Tanta.
Anche là dentro?
Psicologica, fisica… di tutti i colori.
Che uomo è Silvano Genta?
Vengo dalla campagna piemontese. Sono un operaio della Olivetti che ha fatto un percorso senza danneggiare nessuno.
Che fa nel suo tempo libero?
Sto in campagna tra gli animali, con la mia famiglia. Ho una moglie da 40 anni e due figli. Hanno una loro aziendina e mi danno una mano.
Che cosa insegna loro?
Sincerità, trasparenza e lealtà. Senza questi valori non sarebbero miei figli.

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