Leggi tutte le notizie su:


Inps

Torino, anche i morti riscuotevano la pensione

Dal figlio che “premurosamente” ritirava le pensioni dei genitori, entrambi deceduti, alla nipote che per otto anni inventava scuse sempre diverse per giustificare l’assenza (forzata) della zia morta.
Sono solo gli esempi più eclatanti, insieme a quelli di due pensionati morti nel ’72 e nell’83 ma ancora “attivi” per il ritiro della pensione, dell’inchiesta “Pantalone” della Guardia di finanza di Torino che ha scoperto 257 posizioni pensionistiche indebitamente erogate, identificando al momento 53 persone che sono state denunciate per reati che vanno dalla truffa aggravata al falso all’utilizzo indebito di carte di credito, quelle dei famigliari deceduti e che loro utilizzavano per le spese.

L’inchiesta è iniziata alla fine del 2007 con accertamenti su pensioni sospette i cui beneficiari erano ultracentenari. Dai controlli incrociati di varie banche dati le Fiamme gialle del nucleo di polizia tributaria, che hanno condotto le indagini coordinate della Procura, sono riuscite a risalire ad un notevole numero di ’furbetti della pensionè che riscuotevano il vitalizio di parenti e amici deceduti e che, per il ritiro, presentavano moduli con firme false.

Gli investigatori hanno anche deciso di estendere i controlli a livello internazionale attraverso l’attivazione di organismi, aderenti all’Interpol, di diversi paesi come Brasile, Argentina, Australia, Canada e Uruguay, dove è presente una vasta comunità di italiani emigrati. L’obiettivo è di accertare se anche in quei paesi ci siano persone che percepiscano indebitamente la pensione e finora sono stati scoperti 37 emigrati deceduti nei cui confronti continuava ed essere regolarmente erogato il trattamento pensionistico. Alcuni dei «furbetti della pensione» hanno incominciato a restituire il denaro.

In Italia più della metà dei cantieri edili è fuori legge. E in 5 mila lavorano in nero

Ispezione dei carabinieri in un cantiere edile
Dodici mesi di ispezioni, trentamila cantieri passati al setaccio, cinquemila lavoratori irregolari scoperti. A un anno dall’applicazione del “pacchetto sicurezza” sul lavoro, lanciato alla fine dell’agosto scorso dal ministro Cesare Damiano, ecco il bilancio. Un bilancio che ha portato non solamente a scoprire numerose irregolarità nella gestione del personale e delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro, ma che ha anche fatto entrare nelle casse dello Stato circa cento milioni di euro: una parte sotto forma di sanzioni, un’altra di contributi previdenziali pagati a Inail e Inps e mai versati prima.
Dal 31 agosto 2006 a oggi, dunque, i cantieri edili ispezionati in tutta Italia, in cui lavoravano complessivamente 43.076 aziende e oltre centomila dipendenti, sono stati 27.571. Un numero enorme rispetto a quelli degli anni scorsi, come enorme è stato il numero delle irregolarità riscontrate: oltre il 57 per cento delle imprese (che tradotto in valori assoluti significa 24.517) che avevano avuto i lavori in appalto è risultato fuori dalla legge. Tanto che in 2.224 casi gli ispettori del ministero del Lavoro hanno anche provveduto a chiudere i cantieri, perché oltre il 20 per cento dei lavoratori impiegati è risultato essere senza un contratto. Irregolarità che hanno fatto scattare le sanzioni previste dalla legge. Così nei dodici mesi presi in esame, quelle amministrative sono state 37.006, per un importo complessivo che supera i quaranta milioni di euro, mentre quelle penali si sono fermate a quota 26.854 con ammende pari a poco più di sedici milioni di euro.
Ma non di sole ispezioni e sanzioni è stata fatta la campagna di sicurezza lanciata dal ministero: importanti risultati sono arrivati anche dal punto di vista dei livelli occupazionali e da quelli contributivi. Dall’agosto 2006 i nuovi assunti nel settore edile sono stati 71.822, che hanno portato anche a un incremento di 43 milioni di euro di contributi previdenziali riscossi. “È stato un anno di lavoro proficuo” ha detto il ministro Damiano “che ha permesso di dimostrare che è positivo investire nel settore della lotta al lavoro nero perché permette di recuperare risorse e aumentare la legalità e la trasparenza”.

Il VIDEO servizio:

Cazzola: il muro di Berlino delle pensioni è ancora in piedi. E costa caro

In primo piano i moduli di richiesta della pensione dell'Inps
“L’Italia è l’unico Paese che investe le proprie risorse per diminuire l’età pensionabile, invece di aumentarla. Come invece succede nel resto del mondo”. Ci tiene a ribadire il concetto Giuliano Cazzola, senior advisor del centro studi Marco Biagi e uno dei massimi esperti italiani in materia previdenziale. Lui è andato in pensione nell’aprile 2006, quando ha raggiunto “quota 113″: 66 anni d’età e quasi 47 di contributi. C’è uns cosa che proprio non gli va giù: chiamare pensioni “di anzianità” quelle di chi si ritira a 57 anni. Una soglia difficile da abbattere, che lui chiama “il nostro muro di Berlino”.
Allora Cazzola il muro, anzi lo scalone, è stato abbattuto? Prodi, dopo aver gioito per l’accordo con i sindacati e il sì del Consiglio dei ministri ha detto di sì…
Beh, se l’impostazione della proposta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf) terrà, si può dire che sì: lo scalone non c’è più. Ma c’è un nuovo binomio di quote e scalini su cui il governo potrebbe ancora inciampare… Ma soprattutto, con questa proposta, a zoppicare sarà il sistema Paese.
Perché?
Perché ci vogliono un sacco di soldi per coprire questa riforma. Tanti da mettere a rischio i conti pubblici. Dicono che l’abolizione costerà 10 miliardi tra il 2008 e il 2016. In realtà, questo è il costo dell’innalzamento graduale dell’età perché l’abolizione totale costerà invece 65 miliardi.
Ma il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa sostiene che “la proposta avrà un costo netto pari a zero”.
Meglio specificare: nel documento d’intesa è chiaramente detto che i costi delle nuove misure saranno coperti interamente all’interno del sistema previdenziale. Vuol dire che per coprire questi 10 miliardi di euro il governo intende risparmiare 3,5 miliardi grazie alla razionalizzazione degli enti previdenziali e incassare circa 4.55 miliardi dall’aumento delle aliquote contributive. Ma c’è un ma.
Quale?
Secondo le mie stime, che sono simili a quelle della Ragioneria Generale dello Stato, questa è un’altra araba fenice. Finora numeri concreti non sono stati dati. I risparmi consistenti, creando il cosiddetto Super Inps, si otterrebbero solo nel lungo termine e riducendo il personale. Ma non penso che il sindacato lo consenta.
Poi, a quanto dice il ministro Damiano, altri 3,6 miliardi deriverebbero dall’aumento delle aliquote contributive dei parasubordinati, 800 milioni da quelle dei parasubordinati non esclusivi e 700 milioni dell’armonizzazione dei fondi speciali. E a me questa sembra una scelta iniqua.
In che senso?
Quest’anno alla gestione separata dell’Inps entreranno 1,2 miliardi di maggior gettito contributivo. Trovo iniquo continuare ad aumentare l’aliquota dei lavoratori atipici con la scusa che in questo modo aumenta la pensione. È un pretesto per far cassa a scapito di categorie che non possono protestare perché non hanno un sindacato alle spalle. Come invece ha quella minoranza di imminenti pensionati che litiga su scalini e scaloni .
Insomma, per quanti lavoratori ci si è accapigliati?
Stando ai dati dell’Inps, nel 2008 potrebbero usare le finestre per andare in pensione 129.500 lavoratori (86.500 dipendenti e 43mila autonomi). Ma non tutti ci andranno. Facendo una stima dovrebbero essere circa 90mila a cui si dovrebbero aggiungere - in base a stime attendibili dell’Inpdap - più o meno 20 mila dipendenti pubblici. In totale quindi poco più di 100mila persone - su una platea complessiva di oltre 16 milioni di pensionati e 23 milioni di occupati.
A proposito di platee, la riforma non si applica ai lavoratori usurati.
Giusto. E anche qui i conti non tornano. Sono 1 milione e 400 mila i lavoratori inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr), pari a circa 5.000 nuovi pensionati l’anno. Se dovessero aumentare, ci sarebbe una forte pressione sulla copertura. E poi c’è un vuoto legislativo.
Quale?
Non si capisce se è da considerarsi usurato un lavoratore che abbia fatto i turni anche solo un certo numero di anni: cioè se uno dopo 5 anni da turnista, cambia lavoro, quanto usurato è?
Insomma, chi ha vinto la partita, alla fine?
I sindacati. Anche se la Cigl avrà vita dura a far digerire l’intesa agli irriducibili della Fiom (il sindacato dei metalmeccanici, ndr). Va detto che ha vinto anche il ministro Padoa-Schioppa là dove ha attenuto di affiancare le varie soglie anagrafiche alle quote. Ma è una vittoria di Pirro.

E Prodi?
Prodi ha vinto nella misura in cui, accordandosi col sindacato, ha messo all’angolo la sinistra radicale. Ma ora la sua proposta dovrà passare il vaglio del Parlamento e non è detto che lo passi indenne. Soprattutto al Senato.
E allora chi ha perso?
Secondo me ha perso l’Italia: quest’accordo, che fa respirare il governo, in realtà dà una mazzata ai conti pubblici. Con lo scalone di Maroni, sia pur brusco, l’Italia da qui al 2016 avrebbe risparmiato 19 miliardi di euro. La proposta Prodi, da qui al 2013 ce ne fa spendere 10 miliardi.

Pensioni: tra Prodi e i sindacati fu vero accordo?

Il presidente del Consiglio, Romano Prodi, parla con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, prima dell'incontro tra il Governo e le parti sociali sul Dpef e la riforma del sistema previdenziale
Pensioni: ma siamo così sicuri che nella notte tra governo e sindacati sia scoppiato l’accordo?
Quello che è successo nel vertice di Palazzo Chigi è che, dopo una discussione durata otto ore (dalle 22,30 di ieri fino alle 6.30 del mattino), i sindacati hanno preso conoscenza della proprosta di Romano Prodi (qui il documento in .pdf). In sostanza, le parti sindacali rimandano la firma definitiva solo a dopo che si saranno espressi i lavoratori attraverso le consultazioni nelle aziende. A dirlo, più esplicitamente di tutti, è il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani: “La Cgil ha firmato per presa d’atto il documento del governo riservandosi di fare tutti gli approfondimenti lunedì sul testo finale e completo”. Mentre il leader della Uil, Luigi Angeletti si è limitato a dire “Abbiamo dimostrato, contrariamente a come ci volevano dipingere, di non essere conservatori”. Decisamente soddisfatto Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: “Il nostro è un giudizio molto, molto positivo sulla riforma del governo”.
Netto il no invece da parte del leader della Fiom, Giorgio Cremaschi: “Una sconfitta sindacale secca, la Cgil deve dire no: ci sarà un referendum tra i tesserati e il sindacato deve votare contro. io voterò contro”. Perché? “Semplice: la situazione è peggiorata rispetto allo scalone Maroni. Ora si andrà in pensione a 62 anni”.
Cosa prevede la riforma Prodi? Stabilisce che dal primo gennaio 2008 sarà possibile andare in pensione con 58 anni di età e 35 anni di contributi: dunque si sale di un anno rispetto agli attuali 57 anni e 35 di contributi necessari per accedere alla pensione di anzianità, ma si evita il brusco salto dello “scalone” previsto dalla riforma Maroni che avrebbe portato direttamente ai 60 anni a partire dal prossimo gennaio.
Quote e scalini
Dal luglio 2009 si passerà al sistema delle quote. In sostanza, dal primo luglio 2009 per lasciare il lavoro si dovrà raggiungere quota 95 (sommando età anagrafica e contributi versati), ma con 59 anni di età. Dal gennaio 2011 sarà necessario arrivare a quota 96 con 60 anni di età mentre dal primo gennaio 2013 si passerà a quota 97, con età minima a 61 anni. L’ultima quota, però, non scatterà qualora l’andamento dei conti pubblici sarà positivo e i risparmi fossero sufficienti a mantenere il sistema in vigore dal 2011.
Gli autonomi
Per i lavoratori autonomi lo schema è aumentato di un anno. Quindi andranno in pensione nel 2008 con 59 anni e nel 2013 con almeno 62 anni.
Lavori usuranti
Dalla riforma è esclusa una platea di circa 1,4 milioni di lavoratori impiegati in mansioni usuranti inseriti nella “tabella ‘99″ (fatta dall’allora ministro del Lavoro, Cesare Salvi, ndr) (miniere, cave e catene di montaggio).
Le donne
L’età di vecchiaia delle donne resta a 60 anni, nonostante le pressioni del ministro Radicale Emma Bonino di portarla a 62.
Le “finestre”
Chi avrà maturato 40 anni di contributi potrà lasciare il lavoro con quattro finestre annuali, invece delle due previste dalla Maroni.
I coefficienti
L’altro scoglio di questi mesi, il taglio dei coefficienti, è stato invece rinviato al 2010 e sarà triennale e automatico ma verrà fissato sulla base di nuovi parametri attraverso il lavoro di una specifica commissione che deciderà entro il 2008.

Il VIDEO servizio:

Cooperativa ‘ndrangheta

Nell'Ortomercato di Milano ci sono 337 punti vendita. Solo tre cooperative hanno la concessione per lo scarico merci
Il sostituto procuratore milanese Laura Barbaini è impegnata da dieci anni nella lotta alla cosca calabrese dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti e ai suoi affari nella zona dell’Ortomercato cittadino. Nei giorni scorsi ha ottenuto l’arresto del presunto boss Salvatore Morabito e di altre 19 persone. L’accusa è associazione per delinquere finalizzata al traffico di cocaina. Ora il pm sta studiando un complicato intreccio di cooperative, collegate in particolare a Mariano Veneruso, 48 anni, napoletano, indagato, e a uno degli arrestati, Antonio Paolo, 52 anni, di Melicucco (Reggio Calabria). Il sospetto è che dietro quelle società si nascondano affari illegali.
Di certo Paolo, ex sindacalista ed ex socio della storica Cooperativa lavoratori ortomercato (Clo), conosce bene quel mondo. Sulla sua visura camerale molte cariche, anche quella di procuratore di una cooperativa sociale, oltre che responsabile di società con indirizzi inesistenti. Nel suo curriculum imprenditoriale un caleidoscopio di aperture e chiusure di società.
Per capire qualcosa in più, è necessario visitare la sede del consorzio Europa 2004 (con cui aveva un contratto di lavoro Morabito), in via Lombroso 54, a Milano, di cui Veneruso è amministratore unico e Paolo uno dei “responsabili”. Nonostante gli arresti, il lavoro continua.
Nel tazebao all’ingresso si legge che tre cooperative del gruppo sono state appena messe in liquidazione. I dipendenti preferiscono tacere. Parla per loro l’avvocato di Paolo, Franco Rossi Galante: “Si tratta di cooperative autentiche con clienti importanti”. Tra questi, a Panorama risultano due gruppi internazionali di spedizioni. “Bilanci, fatture e processi per incidenti sul lavoro dimostrano che la loro attività è reale” aggiunge il legale.
Qualche dubbio sulle cooperative di facchinaggio lo solleva Emiliano Bonomi, presidente della Clo: “Nel nostro settore, per costituirne una, bastano nove soci che versano 25 euro a testa. Negli ultimi 10-15 anni sono aumentate a dismisura quelle che chiudono dopo pochi mesi di attività e riaprono con un altro nome”.
Così le società non pagano i contributi ai lavoratori e l’Inps non ha neppure il tempo di accorgersi della loro esistenza. “È una prassi incredibilmente diffusa” insiste Bonomi, che svela alcuni possibili trucchi contabili. “Queste cooperative vengono utilizzate anche come lavanderie per soldi di dubbia provenienza. In due modi: il primo è stabilire un prezzo orario per lo scarico molto basso, 8-10 euro. Il resto viene pagato in nero ai lavoratori che così mettono in circolazione denaro sporco”. In procura hanno verificato che le paghe “ufficiali” sono ancora più basse: intorno a 6 euro l’ora.
“L’altro sistema è inquadrare part-time i soci lavoratori. Che incassano fuori busta il resto dello stipendio” continua Bonomi. E i consorzi? “Spesso celano con sigle presentabili cooperative di dubbia origine”.
Alla Sogemi, la società per l’impianto e l’esercizio dei mercati annonari all’ingrosso del Comune di Milano, negano che le cooperative di Veneruso e Paolo abbiano mai lavorato nell’Ortomercato. Anche se la Sogemi, in passato, ha rilasciato un pass d’ingresso a Morabito e ha affittato locali a due società di Veneruso e Paolo.
Il presidente Roberto Predolin non si nasconde e mostra le autorizzazioni per il badge (”Un anno di durata e mai utilizzato”) e i contratti di locazione con i due indagati, “all’epoca incensurati”. Contengono una clausola che oggi suona beffarda: l’obbligo della certificazione antimafia. Per gli uffici del consorzio (285 metri quadrati) venivano pagati 34 mila euro l’anno, iva esclusa, 41.500 per il night-club aperto a fine aprile (nel contratto “bar ristorante con attività di intrattenimento e spettacolo”, 311 metri quadrati).
Qui, prima della chiusura causata dall’inchiesta, le ragazze ai clienti offrivano tartine con salame piccante. Rigorosamente “calabrese”.

Lavoro: un milione di infortuni, 35 miliardi di costi

Vigili del fuoco al lavoro per estrarre un operaio rimasto sepolto dopo il crollo di una palazzina, questa mattina a Montanaro (Torino)
Fortunatamente a Vincenzo Campagna, muratore di San Giusto Canavese, è andata bene. Estratto dalle macerie, è stato portato con l’elisoccorso all’ospedale San Luigi di Orbassano. Le sue condizioni non sono gravi, nonostante la caduta dal solaio, a due metri e mezzo da terra, di un edificio doveva essere demolito. Tragedia solo sfiorata, quindi. Ma quanto costano ogni anno gli infortuni sul lavoro? 35 miliardi di euro: cioè quasi quanto la manovra finanziaria. Senza contare altri 6,8 miliardi di euro che se ne vanno per le malattie professionali.
Se si considera anche il lavoro sommerso, il costo complessivo annuo tocca quota 41,6 miliardi di euro.
Secondo le stime elaborate dall’Inail gran parte di questi soldi viene spesa in prestazioni previdenziali e in costi di prevenzione: rispettivamente 8,5 miliardi e 10,9 miliardi per gli infortuni, mentre le malattie professionali richiedono 2 miliardi in prestazioni e 2,3 miliardi in costi di prevenzione.
Poi ci sono i costi indiretti a carico delle aziende e delle vittime, quelli per perdita della produzione e danni all’economia in genere: rispettivamente 15,4 miliardi da un lato e 2,5 miliardi dall’altro.
Per l’Inail nel 2005 sono stati 939.460 gli infortuni denunciati (il 2,8 per cento in meno rispetto al 2004) e 1.200 i casi mortali (rispetto ai 1.328 nell’anno precedente).
Ma, secondo Diego Alhaique del dipartimento salute e sicurezza della Cgil (qui, la Guida sugli Infortuni da Lavoro del sindacato, ndr). “La realtà è molto più complessa” continua Alhaique. “Bisogna conteggiare, infatti, anche un mondo sommerso valutato dallo stesso Inail attorno ai 200 mila casi. Che, sebbene lievi o non gravissimi, non vengono denunciati e vengono derubricati a incidenti domestici o stradali o a brevi assenze per malattia, il cui onere viene quindi sostenuto indebitamente dall’Inps”.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
FacebookTwitter
NewsletterFeed rss
Mobile & AppsServizi SMS
Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 

  • Panorama Unplugged
  • Bruce Springsteen
  • Meteo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Le uscite al cinema
  • Scopri il nuovo Panorama
  • Abbonati subito a Panorama!
  • Immobiliare.it
    Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

    Provincia
    Tipologia



  • Applicazioni Mondadori
  • R101