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Un anno di tirocinio per legare teoria a pratica; assunzioni solo in base alla necessità per evitare il precariato; più inglese e competenze tecnologiche: queste alcune delle novità contenute nel nuovo regolamento presentato dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini (qui il suo canale su YouTube) per chi vuole accedere all’insegnamento.
Linee Guida
Son quindi quattro le grandi linee in cui si dipana nuovo regolamento voluto dal Miur : il tirocinio da svolgere direttamente a contatto con le scuole e col “mestiere” di insegnante, “perché insegnare non può essere solo teoria ma anche pratica” si legge in una nota. Il numero di nuovi docenti sarà poi deciso in base al fabbisogno. L’obiettivo è quello di porre così fine all’accesso illimitato alla professione che creava il precariato. In questo modo sarà consentito ai giovani l’inserimento immediato in ruolo.
Il nuovo regolamento, informa il Ministero dell’Istruzione, “è il frutto del lavoro della Commissione presieduta dal professor Giorgio Israel, a cui è seguita una azione di primo confronto col mondo della scuola e delle associazioni per l’integrazione scolastica”. L’obiettivo dei nuovi percorsi “è di garantire una più equilibrata preparazione disciplinare, didattica e pedagogica nel corso delle lauree magistrali e lo svolgimento di un anno di percorso, il Tirocinio Formativo Attivo, direttamente a contatto con le scuole”.
Cosa cambia
Con il nuovo sistema, dunque, per insegnare nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria sarà necessaria la laurea quinquennale, a numero programmato con prova di accesso che consentira’ di conseguire l’abilitazione per la scuola primaria e dell’infanzia. Sono rafforzate le competenze disciplinari e pedagogiche ed è previsto un apposito percorso laboratoriale per la lingua inglese e le nuove tecnologie. Per la prima volta, viene sottolineato, si è data “specifica attenzione al problema degli alunni con disabilità , prevedendo che in tutti i percorsi ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali”. Per gli alunni con disabilità , in tutti i percorsi è previsto che ci siano insegnamenti in grado di consentire al docente di avere una preparazione di base sui bisogni speciali.
Per insegnare nella scuola secondaria di primo e secondo grado sarà necessaria la laurea magistrale più un anno di Tirocinio formativo attivo. È prevista una prova di ingresso alla laurea magistrale a numero programmato basato sulle necessità del sistema nazionale di istruzione, composto da scuole pubbliche e paritarie. L’anno di tirocinio formativo attivo contempla 475 ore di presenza a scuola sotto la guida di un insegnante tutor.
Nodo Siss
Il Tirocinio formativo attivo della durata di un anno prenderà il posto delle Siss per le secondarie di primo e secondo grado. Il numero dei tirocini sarà deciso in base al fabbisogno di insegnanti. Nel regolamento è stato dato riconoscimento al sistema nazionale dell’istruzione (formato dalle istituzioni scolastiche statali e paritarie), tanto nel coinvolgimento nei tirocini quanto nel calcolo dei fabbisogni di personale docente, e si inizia a prevedere la possibilità di svolgere tirocini anche nelle strutture di istruzione e formazione professionale dove c’è la sperimentazione dell’obbligo formativo. Gli Uffici scolastici regionali organizzeranno e aggiorneranno gli albi delle istituzioni scolastiche accreditate e avranno funzione di controllo.
Gelmini: Da oggi si cambia
“Oggi iniziamo a progettare un nuovo tassello per il cambiamento del nostro sistema scolastico” scrive il ministro Gelmini “un tassello fondamentale, perché riguarda la formazione iniziale dei futuri insegnanti. Prevediamo una selezione severa, doverosa per chi avrà in mano il futuro dell’Italia e sostituiamo alle vecchie Ssis un percorso più snello, di un anno, coprogettato da scuole e università , concentrato nel passaggio dal semplice sapere al saper insegnare”.

C’è chi dice che l’età giusta per regalarla alle sorelle minori o alle nipotine siamo i 30, qualcuno più magnanimo entro i 40. Ma Londra capitale delle tendenze, dalle pagine dell’Observer, lancia una nuova regola che farà la felicità delle scosciate agé: minigonna sdoganata a ogni età . Unico requisito per le emulatrici di Sharon Stone è il poterselo permettere, avendo un bel paio di gambe affusolate, onde evitare l’effetto “insaccato”.
Non la pensa così Francesca Carampin, preside di un istituto commerciale di Trento, che nei giorni scorsi ha preso carta e penna e ha scritto una lettera di fuoco ai genitori dei suoi alunni: “Ci sarà un motivo se le parti intime si chiamano così, allora bisogna coprirle”. E ancora: “A scuola si va vestiti con decenza”. E non basta. Dopo la lettera di “richiamo alla decenza” inviata alle famiglie, ora la preside vuole preparare un regolamento in modo che gli studenti vadano a scuola con un abbigliamento appropriato. “Non pretendo che i ragazzi vengano in giacca e cravatta e le ragazze come le monache, ma non ci si può vestire come si andasse al mare, con canottierine che fanno vedere l’ombelico, minigonne esagerate o pantaloni a vita bassa con la pancia di fuori, oltre a qualcos’altro”, ha detto la preside dell’istituto. In Italia non ci sono le divise per le superiori, infatti, come nei paesi anglosassoni e gli alunni si possono vestire un po’ come vogliono.
Ma negli ultimi anni starebbero esagerando, almeno secondo la preside trentina che è corsa ai ripari a poche settimane dalla maturità .
Stessa intransigenza nei vestiti che trova adepti anche nell’estremo Sud della Penisola: anche al liceo scientifico “Enrico Fermi” di Ragusa, in Sicilia, nei giorni scorsi due alunni sedicenni che frequentano il terzo anno non sono stati ammessi in classe, perchè vestiti in modo non conforme al decoro: indossavano pantaloni che coprono le gambe fin sotto le ginocchia (detti “pinocchietti”), ma non arrivano ai piedi. I due ragazzi, richiamati immediatamente dal preside, sono tornati a casa, dove si sono cambiati in fretta e furia per essere ammessi in classe.
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Makiguchi sì, Makiguchi no. Il pedagogo giapponese, Tsunesaburo Makiguchi appunto, che nei primi anni del novecento rinnovò il sistema educativo, all’epoca molto restrittivo, del suo Paese. Ormai in Italia, perlomeno tra gli insegnanti, lo conoscono tutti. Diventerà di sicuro un simbolo. Perché?
Perché a lui avrebbe dovuto portare il suo nome una scuola elementare di Roma, al centro del quartiere di Tor Pignattara, sostituendo l’attuale intitolazione a Carlo Pisacane, eroe del Risorgimento italiano. Lo aveva annunciato nei giorni scorsi la dirigente scolastica, Nunzia Marciano, pedagoga e autrice di libri sull’educazione infantile, che però oggi ci ha ripensato, senza attendere il parere di rito dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio: “Si è creata una distorsione mediatica sulle scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto per questo abbiamo deciso che sospenderemo il processo attivato per il cambio di nome”.
La scuola che dirige, infatti, conta oltre l’85% di iscritti di origine straniera e due anni fa era finita al centro dell’attenzione dei media perché nel presepio le statuine delle donne indossavano il velo, in nome della globalizzazione e del rispetto delle religioni. Sempre in nome della multiculturalità , alla Pisacane ne hanno pensata un’altra: nelle scorse settimane è stata avanzata dal Consiglio di istituto la richiesta di sostituire il nome di Carlo Pisacane con quello del pedagogo giapponese. E le polemiche non sono mancate. “Inaccettabile che una scuola italiana cancelli un simbolo così importante del nostro Risorgimento. Il Ministero si opporrà con tutti gli strumenti che la legge gli riconosce per evitare che la scuola modifichi il nome”, ha dichiarato il ministro dell’istruzione, Maria Stella Gelmini (Pdl). Si è aggiunto al coro il sindaco di Roma, Gianni Alemanno (Pdl): “Mi attiverò anch’io presso le istituzioni competenti per chiedere che il cambiamento non venga autorizzato”. E c’è pure chi, nella bagarre, ha parlato di “razzismo anti-italiano”, come il Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni (Pdl).
In aiuto della preside era sceso in campo l’ex ministro dell’Istruzione dell’ultimo governo Prodi, Giuseppe Fioroni (Pd). “L’integrazione non si fa dimenticando il Risorgimento, ma nemmeno riducendo le scuole al collasso. Resta poi qualche altro interrogativo: che fare delle scuole che si chiamano Montessori in America e nel mondo? E delle steineriane in Italia, tra l’altro molto apprezzate anche dal premier visto che le ha scelte per i propri figli?”.
Ma accanto alla questione del nome, assai cara ai politici, rimangono le proteste dei genitori italiani che dalla Pisacane vogliono ritirare i loro figli. L’integrazione, al di là delle etichette, ha davvero funzionato in quella scuola? Secondo il Comitato delle mamme si va verso il fallimento. “Vogliamo capire il motivo per cui la scuola abbia fatto finta di non capire il problema oggettivo portato alla luce dalle mamme sull’equa distribuzione degli alunni e continui ad affermare che una classe con 20 bambini stranieri e un solo italiano rientri nella normalità e sia garanzia di scambio di culture e fonte di arricchimento”, scrivevano in una lettera due settimane fa. Il rischio è che il prossimo anno restino solo i bambini immigrati o le classi monoetniche.
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di Mario Giordano
Il fatto è che la scuola è diventata un gran bazar dove si può fare più o meno di tutto. Tranne studiare, naturalmente. Sia chiaro: ognuna di queste attività in sé è legittima, in alcuni casi persino condivisibile. Se poi si trovasse pure il tempo per l’italiano e la matematica, però. Altrimenti queste iniziative diventano un gigantesco paradosso, uno spreco di cervelli, una lezione di dissipazione del tempo: abbiamo le classi piene di ragazzi che s’industriano nella coltivazione biologica della cipolla o sanno tutto del progetto Mister Cheese, educazione alimentare col provolone (non è uno scherzo: è stato attivato davvero), ma poi confondono il congiuntivo con una malattia degli occhi.
[...] Alcuni licei romani (dal Lucrezio Caro all’Ilaria Alpi) fanno di meglio: [...] si dedicano al cinema. Ma, per restare in tema, ci mettono su abbondanti dosi di peperoncino. Il progetto prevede la produzione di un film girato in digitale dal titolo Chi nasce tondo. Protagonista Sandra Milo nell’ambizioso ruolo di entraîneuse. Perfetto, no? Molto educativo. Resta da chiarire solo un ultimo dubbio: ma tutto ciò a che ora di lezione appartiene? Archeologia femminile? Calcolo delle probabilità grottesche? Pornostoria? La soluzione sta nel nome che l’entraîneuse Sandra Milo assume nel film (ricordiamolo, da girare a scuola): Anna Tre Culi. Ma sì: Anna Tre Culi. Dev’essere una lezione di dolce stilnovo, linguaggio poetico, soffusa lirica petrarchiana. O forse, più semplicemente, è una lezione di bon ton.
[...] Trentaseimila consulenti. Costo: 58 milioni di euro. Fra l’altro buona parte di queste attività costano. Nel giugno 2008, quando il ministro Renato Brunetta mette online i dati relativi alle consulenze della pubblica amministrazione, si scopre che per insegnare massaggi giapponesi, hockey su prato e capoeira brasiliana agli alunni italiani, in un solo anno (il 2006) sono stati spesi 58 milioni di euro. Per l’esattezza: 58.314.498 euro. Mica bruscolini. Tanto per intenderci: un’azienda come la Meliconi (sì, quella del telecomando col guscio) con 280 dipendenti, due stabilimenti ed esportazioni in tutta Europa, fattura di meno.
I consulenti della scuola sono un vero e proprio esercito: 36.066, sempre per rifarci ai dati del 2006 resi pubblici nel giugno 2008 da Brunetta: 36 mila persone che in un anno sono entrate a scuola per insegnare (a pagamento) la pesca alla trota o il ritmo del tamburello.
[...] “A Finale Ligure” racconta Marco Zucchetti sul Giornale “l’elenco delle attività scolastiche sembra una raccolta di hobby da dopolavoro: seminario sul massaggio giapponese (500 euro), corso di macramè (975 euro), lezioni di mesh work e celtico e tecniche di ricerca dell’equilibrio bioenergetico”: 300 euro di consulenza o di bolletta? Il fascino dell’Oriente ha stregato gli insegnanti. È tutto un proliferare di discipline come lo shiatzu (2.800 euro a Gambolò, Pavia), la thai boxe (387 euro ad Ancona con buona pace dei genitori che vietano la visione dei film di Van Damme perché troppo violenti), wushu (875 euro per una scuola materna nei pressi di Lodi), thai chi (284 euro a Milano), kendo e aikido (284 e 511 euro a Carmagnola, Torino). L’esotico va forte e gli scolari di oggi saranno i cosmopoliti di domani: balleranno la capoeira brasiliana (310 euro a Clusone, Bergamo), suoneranno i bonghi djembe a Milano (625 euro al suonatore africano) e impareranno i ritmi del Senegal a Chivasso, Torino (1.875 euro). Per poi dipingere mandala buddisti a Lodi e ascoltare una scrittrice internazionale sul progetto “Curry di pollo” a Mantova per 300 e 135 euro.
[...] A Milano hanno addirittura introdotto nelle aule il corso di “valorizzazione della propria immagine”. Intanto si cominciano a valorizzare 1.000 euro in tasca al consulente. Poi ci sono i 2.730 euro spesi a Oulx (Torino) per la manipolazione della carta, i 2 mila euro di Cremona per l’arte circense e l’ecogiornalismo, che a Varese viene via con appena 350 euro. A Bagnolo Mella (Brescia) impazza il corso “Cucino io”, a Cologne (sempre in provincia di Brescia) si insegna a giocare a dama (così non ci si deve annoiare a seguire le lezioni di italiano) e ancora a Varese hanno speso 2 mila euro per un esperto che è andato in aula a spiegare ai ragazzi il bridge. Si capisce: gli studenti hanno diritto a variare un po’, non si può mica sempre fare la briscola quando il prof spiega…
[...] Non ci sono computer, i laboratori perdono i pezzi, le aule abbisognano di interventi di ristrutturazione come le palpebre di Valeria Marini. Epperò i soldi per il rafting, per il bridge e per ballare la “pizzica” si trovano sempre. Com’è possibile? E soprattutto: perché?
[...] Antonio Bombini, dirigente scolastico a Molfetta (Bari), cita Ennio Flaiano: “Non abbiamo il necessario, ma non ci facciamo mancare il superfluo”. E spiega: “I fondi per l’istruzione sono costantemente ridotti, ma poi piovono decine di migliaia di euro nel nome dei Pon, piani operativi nazionali”. Si tratta di iniziative, finanziate con i fondi sociali europei, che non solo non servono a nulla, ma addirittura “diventano antitetiche rispetto alla realizzazione delle finalità primarie della scuola”. In altre parole: “Nelle scuole superiori gli studenti frequentano le lezioni dei Pon e contestualmente smettono di studiare”.
- Tags: educazione, Fondazione-Agnelli, insegnanti, lezione, maestri, Ocse, Pisa, ricerca, scuola, trasferimenti, voti
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Ogni anno nelle nostre scuole il 27 per cento degli insegnanti è “nuovo” rispetto all’anno precedente. Ciò significa che ogni anno un docente su quattro cambia istituto. Fenomeno imponente che, facendo due conti, come li ha fatti Ciccio Scrima, segretario nazionale della Cisl scuola, significa: “Alla fine dell’anno scolastico 2008-09 la mobilità è stata di 92.737 docenti. Su 701.305 insegnanti di ruolo significa il 12 per cento”. E sono state presentate 150 mila domande di trasferimento.
Insegnanti con la valigia, pendolari del sapere che vantano nella loro carriera una media di almeno tre scuole cambiate. Racconta Valeria Poggi, 36 anni nella scuola, da insegnante a vicepreside in un istituto alle porte di Milano: “Fra nomine tardive, precari, graduatorie incrociate, alla fine ci si capiva ben poco. La mobilità dagli anni Ottanta è aumentata in modo vertiginoso e, di conseguenza, sono aumentate le spese. Nella mia scuola avevamo una persona che lavorava solo fra telefono e telegrammi per comunicare gli spostamenti”.
Per circa il 14 per cento non si tratta di una scelta: sono obbligati dal meccanismo delle graduatorie. “La nostra scuola è come l’esercito, il sistema assegna gli insegnanti alle diverse scuole per anzianità , non c’è l’elemento scelta. In più c’è l’aggravante che nella scuola non esistono gradi. Tutti generali, o meglio tutti caporali” ironizza Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovanni Agnelli che ha appena pubblicato lo studio recente più completo sulla scuola (Rapporto sulla scuola in Italia 2009, Editori Laterza).
Un capitolo è dedicato agli insegnanti, perché, come ricordava uno studio Ocse di qualche anno fa, “teachers matter”, gli insegnanti contano. O almeno dovrebbero, certo è che macinano chilometri. Ai globetrotter di ruolo vanno aggiunti precari e neoassunti, tutti costretti a una girandola, come racconta Giovanni Turra, 36 anni, insegnante di lettere in un liceo alle porte di Venezia: “Da supplente, da 24 a 26 anni, ho cambiato sette scuole. Allora mi sembrava anche divertente. Oggi ho colleghi che dopo 15 anni continuano a spostarsi, in una sorta di schizofrenia che impedisce di instaurare rapporti con gli allievi e i colleghi”. Turra oggi si sente un privilegiato: insegna sotto casa, ma ha già la valigia pronta: “Con la nuova riforma e la contrazione delle cattedre mi aspetto il trasferimento”.
Gli spostamenti, secondo lo studio della Fondazione Agnelli, sono per il 77,4 nell’ambito della stessa provincia, per il 14,4 nell’ambito dello stesso comune e solo il 4,4 per cento fra regioni diverse. Ciò significa, come spiega Scrima, che per dieci anni ha insegnato a Quarto Oggiaro (”Il cosiddetto Bronx milanese”) e poi è tornato a casa in Sicilia, “un perverso gioco dell’oca al contrario. L’insegnante che dal Nord vuole tornare a casa al Sud può impiegare anche trent’anni”.
“Un turnover vorticoso, più è forte la mobilità , più è bassa la qualità di apprendimento dei ragazzi” continua Gavosto. Dagli studi Pisa (Programma per la valutazione internazionale dell’allievo) emerge, sottolinea Stefano Molina, dirigente di ricerca della fondazione torinese, “che uno dei fattori che spiegano il risultato deludente degli alunni è il grado di mobilità che si è avuto in quella scuola”
Ma perché questa giostra? “La carriera degli insegnanti è piatta, con un solo passaggio decisivo: l’immissione a ruolo. Dopo, non potendo aspirare all’aumento di merito, o alla promozione, si sogna almeno di cambiare sede di lavoro. Magari per avvicinarsi a casa” continua Molina. Non si stupisce Alessandro Cavalli, sociologo della scuola (Gli insegnanti nella scuola che cambia, Il Mulino 2000; la sua prossima ricerca sarà pronta in autunno): “È così dal dopoguerra, è uno degli aspetti della questione meridionale, della disoccupazione dei laureati nel Sud. E la scuola resta la valvola di sicurezza contro la disoccupazione intellettuale. Non credo esista un solo insegnante in Italia che non abbia mai cambiato istituto”. I giovani insegnanti meridionali lavorano in media a una distanza di oltre 400 chilometri dal luogo di nascita, distanza che negli anni riescono ad accorciare fino a 150 chilometri. E nelle scuole del Nord oltre metà dei docenti di 25-30 anni proviene dal Sud.

“Vanno via ma poi fanno di tutto per tornare a casa. Avuto il posto, mettono in moto i meccanismi del sistema per potersi spostare. Con effetti tutt’altro che positivi sull’insegnamento. Il senso di appartenenza si indebolisce, si insegna a spezzoni, senza investire nel rapporto con gli studenti, che diventa sempre più simile a una prestazione. Come quando si va dal medico per una ricetta”. Racconta Turra: “Ho una collega che insegna nove ore latino e greco al classico, le altre nove invece in una scuola media in un altro comune. Ha trent’anni e una strada in salita davanti”.
Il rischio è il “burn-out”, la caduta dell’identità , la liquefazione del ruolo, ha spiegato Giuseppe Favretto, docente di organizzazione del lavoro all’Università di Verona nel suo Lo stress degli insegnanti, ricerca su oltre 2 mila docenti del Veneto (in uscita per la Franco Angeli): “Alcuni resistono e combattono, altri si fanno trascinare dalla corrente. E sembra paradossale, ma sono i migliori: quelli che hanno accettato di diventare dei perfetti funzionari asburgici”.
La Fondazione Agnelli lancia l’allarme e per la prima volta registra da parte degli insegnanti la volontà di uscire dallo stritolamento delle graduatorie e dai meccanismi da gosplan. “Non è un fenomeno solo italiano” continua Gavosto “però mentre in altri paesi si cerca di attenuare la pianificazione sovietica delle graduatorie, da noi lo stesso sistema è accentuato”.
Deve cambiare il reclutamento e i primi a chiederlo sono gli insegnanti, perché, come aggiunge Valeria Poggi, “oggi sembra di assistere a una partita a scacchi dove le pedine vengono spostate a caso e alla fine si perde sempre”.
Purtroppo di valigie il prossimo anno se ne faranno ancora molte.


La gita d’istruzione? Macché. La gita-distruzione. Passato il segnale che un viaggio fa ormai parte dell’offerta formativa di qualsiasi scuola (persino di molte primarie), i compagni di classe non fanno nulla per meritarselo. Anzi.
Un quadro disegnato dai prof per non assumersi l’onere (con pochi onori e ancor meno straordinari in busta paga) di accompagnare i ragazzi? Valutate voi. Basta guardare le cronache filmate che gli stessi studenti hanno messo online.
Festini con la musica a tutto volume, scherzi e goliardate, nottate in bianco nel migliore dei casi. Se va peggio, stanze d’albergo sfasciate, fiumi di alcol, spinelli, striptease in corridoio. In viaggio vale il “liberi tutti” e le regole che faticosamente reggono in classe, svaniscono appena saliti sul pullman. Un incubo per qualsiasi insegnante di buona volontà . Uno spasso per i protagonisti che “postano” le loro imprese su Youtube, Metello, Scuolazoo.
Nel bagno della sua stanza d’albergo Ylenia18 si prepara per la doccia e ne approfitta per mostrare il suo “lato B” (ma non il viso) a un compagno. Nulla in confronto al ragazzo che finisce completamente nudo sul sedile dell’autobus e su Internet con una bella foto col bollino della censura dove serve. O dell’altro che la sera in camera si abbassa i pantaloni e fa vedere i boxer rossi davanti alla prof, mentre lei, che sembra non accorgersene, va avanti a fare le raccomandazioni per la notte a tutto il gruppo. Un’insegnante un po’ più giovane, o meglio, il suo perizoma che spunta dai jeans, viene ripresa da dietro mentre cammina.
Spalmare la schiuma da barba in faccia a un compagno che dorme vestito è un classico da caserma, ma accendere dei fiammiferi in mano a chi sonnecchia in pullman può essere pericoloso. Annoiati e radunati in camera, gli allievi di una quinta Geometri smontano il pannello che regge il materasso del letto a castello di un compagno. Solo per vederlo cadere al momento di andare a dormire.
Quando il gioco si fa duro, in gita sanno come esagerare. Due studenti percorrono i corridoi dell’albergo per sorprendere i compagni dietro la porta o sotto la doccia con la fiammata di una bomboletta spray e un accendino. C’è anche il ragazzo con gli occhialoni da sub che si fa esplodere un petardo in bocca tra le risate degli amici.
Pezzi hard rock e reggae fanno da colonna sonora alla preparazione in albergo di strani intrugli alcolici con cucchiaio e accendino, alle passeggiate in corridoio senza vestiti (e senza censure) e agli spinelli in pullman.
Il capitolo festini è il più ricco. Discoteca in camera, con tanto di piatto da dj per la musica techno: un ragazzo coi capelli a spazzola e i pantaloni a cavallo basso smonta la lampada e se la mette in testa.
Mosse di wrestling, tutti ammucchiati sopra a uno sfortunato compagno, incursione nella camera vicina a ribaltare i letti. E alcol come se piovesse nelle serate di una classe in trasferta a Strasburgo. Il titolo del video girato in camera è Ubriachi persi e non è affatto esagerato: intonando cori da stadio ragazzi e ragazze, una ventina, si passano bicchieri e bottiglie ad alta gradazione.
Per un ragazzo con la maglietta bianca infilare oggetti tra le pale del ventilatore è il modo migliore per imitare il rumore della mitragliatrice e alcuni studenti di Cecina usano il letto per fare le barricate contro la porta. In nave verso la Grecia un allievo di quinta rompe con un calcio il rilevatore antincendio. Risultato: cabina allagata.
Eppure in rete i cari ragazzi si chiedono meravigliati perché nessuno voglia assumersi la responsabilità di accompagnarli attraverso itinerari manzoniani o fiabesche atmosfere parigine.
Ispsk8 cerca aiuto sul forum di Studenti.it: “Ciao a tutti, volevo esporvi il mio problema e quindi anche della mia classe. Quest’anno non andremo in gita. Non perché non raggiungiamo il numero minimo, ma perché nessun professore/ssa è disposto/a ad accompagnarci”. sMAcK.3, su Skuola.tiscali.it, non sa cosa fare: “Ciao, frequentiamo il V ginnasio in un paese dell’Umbria e ci hanno negato la possibilità di fare la gita dato che siamo una classe di 30 persone e facciamo troppo ‘rumore’… nn ne possiamo più delle scuse che s’inventano i prof per nn portarci in gita”.
Corre il passaparola online. La destinazione più ambita? Praga: “Con 4-5 euro entri in discoteca”, spiega Bellescre, “non perdetevi la Duplex e l’Alcool Bar”. Indicativi i resoconti di viaggio sui blog. Farfallinalau, 18 anni, di Reggio Emilia, è soddisfatta: “Sn appena tornata dalla gita… non è stata molto entusiasmante… a parte la sera! Siamo andati al pub e poi tt nella camera di uno o dell altro… e alla fine le camere erano miste!! Spettacolo!!! Poi i particolari di tt sarebbero troppo lunghi ma niente di tr. porno…! Devastante questa gita. In senso positivo!”.
Ecco due dei VIDEO citati. Qui i fiammiferi in mano a chi dorme sul pullman:
Qui le fiamme in albergo con la bomboletta spray:
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_lavagna.JPG)
Non solo gli studenti italiani non conoscono le scienze, anche i loro professori avrebbero delle lacune. Lo rivela un sondaggio esclusivo che uscirà nel numero di Panorama in edicola dal 4 gennaio.
Dopo i risultati non certo brillanti ottenuti dagli studenti di 15 anni, il settimanale ha rigirato le domande del questionario Ocse-Pisa 2006 (quello che coinvolge 400 mila studenti di 57 paesi e vede l’Italia al 36 posto) anche ai docenti. Con risultati niente affatto confortanti.
Un esempio? Alla domanda sul ”perché‚ la fermentazione fa lievitare la pasta” ha saputo rispondere soltanto il 36 per cento dei professori di scienze intervistati.
Il sondaggio di Panorama ha dimostrato che sono pochi i professori in grado di rispondere alle domande formulate dal questionario Ocse-Pisa. Inoltre i risultati dei docenti delle medie inferiori si sono rivelati più soddisfacenti di quelli dei docenti delle scuole superiori.
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