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integrazione

Un’ora di islam a scuola. Scoppia la polemica, ma così va in Europa

Una classe elementare della scuola italo-araba di Milano

Una classe elementare della scuola italo-araba di Milano

Un’ora a scuola dedicata alla conoscenza del Corano. Un’altra provocazione da parte degli ex An, dopo la proposta di cittadinanza agli stranieri in 5 anni, che manda in subbuglio il centrodestra. Continua

Benvenuti a Babele, provincia di Udine

Una classe multietnica: situazione sempre più comune in tutta Italia

Una classe multietnica: situazione sempre più comune in tutta Italia

Sulla parete dell’atrio un grande murale a tempera ricorda agli alunni che il loro è “un mondo di colori”. Il concetto è esteso al colore della pelle ed è sottolineato in ogni spazio fisico dell’edificio. Sulla porta della segreteria, per esempio, un disegno naïf raffigura un impiegato alla scrivania; sopra la scritta grande è in italiano, “Ufficio”, a fianco la traduzione in altre 10 lingue: albanese, arabo, cinese, croato, francese, friulano, tedesco, inglese, spagnolo e romeno.
Benvenuti alla scuola primaria di Manzano, un comune a 15 chilometri da Udine e a 10, tutti curve, dal confine con la Slovenia. Continua

Gelmini: “In alcune classi gli immigrati sono il 100%”. Ma è questa l’integrazione?

Scuola e immigrati

“Queste non sono le condizioni adatte per favorire l’integrazione”. Non lascia spazio a interpretazioni, quello che dice il ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini: “in alcune classi la presenza degli immigrati sfiora il 100 per 100″.

E allora la proposta-rivelazione: un provvedimento, ancora allo studio, per limitare al 30% il numero di alunni non italiani nelle classi. Un modo per facilitare l’integrazione degli studenti stranieri che, in caso di maggioranza numerica, non avrebbero lo stimolo a inserirsi e adattarsi alla cultura italiana.

In Rete, ovviamente, le opinioni sono contrastanti. C’è chi riporta alla mente le “classi ghetto”, e storce il naso. E chi, invece, è d’accordo con la Gelmini. Continua

Arabi di Milano: chi sono e cosa fanno oltre viale Jenner

Rito del caffe arabo
Moschea a tempo. Anzi, da spostare. No, da chiudere. Dal 5 luglio scorso, la moschea e il centro culturale di viale Jenner occupano le prime pagine dei giornali, scatenando nuove polemiche e riflessioni sui temi diritto di culto e immigrazione.
I quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono i marciapiedi attorno alla moschea di Milano sono solo una piccola fetta della comunità araba che vive e lavora nel capoluogo lombardo.
Secondo le stime dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e multietnicità (Ismu) della Regione Lombardia, al 1 luglio 2007 sono più di 44.000 le presenze di cittadini ‘arabi’ (immigrati dagli stati in cui si parla l’arabo come idioma ufficiale, esclusi Iran e Afghanistan) nel Comune di Milano; circa il 10% in più rispetto l’anno precedente. Quasi l’80% possiede un regolare permesso di soggiorno.
Per capire chi sia e cosa faccia a Milano una delle maggiori comunità di immigrati presente in Italia, abbiamo analizzato questi numeri, concentrandoci sulle condizioni lavorative e professionali di questa etnia.
Confrontando i dati dell’Ismu raccolti su un campione d’indagine di 270 unità nel Comune milanese, emerge che dal luglio 2006 al luglio 2007 oltre il 30% abbia un lavoro regolare a tempo indeterminato. Il reddito medio mensile di chi lavora si aggira intorno ai 1.200 euro.
Nel 2006 gli intellettuali arabi occupavano il secondo posto nella categoria ‘tipo di lavoro svolto’. Il 2007 conferma gli operai edili sempre al primo posto e mostra un considerevole incremento degli addetti alla ristorazione (14,7%), ai mestieri artigianali (11,6%), alle pulizie (10,6%) e alle attività commerciali (5.6%). Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente stabile e si aggira intorno all’8%.
A parlare con alcuni intellettuali arabi di Milano risulta che è tanta è la voglia d’integrazione e di dialogo, ma il varco della comunicazione resta ancora difficile da superare. La moschea di viale Jenner ne è un esempio.
Ali Hussein Hassoun è un pittore libanese e cittadino italiano. Dal 1996 vive e lavora a Milano. “Ci si può aprire senza perdere le proprie radici e tradizioni. Qui in Italia faccio il pittore, ho una libertà d’espressione e di credo che in Libano non avrei mai!”
Muhammad Eid Al-Shaleh è un musicista siriano che vive in Italia dal 2004. “L’interesse reciproco è un pilastro fondamentale nella costruzione della società multietnica”. Ma l’integrazione resta per lui ancora un’aspirazione.
Dello stesso parere è Meriem Benkortbi, una giovane designer algerina che vive e lavora a Milano. “L’integrazione dipende dal livello sociale delle persone, che nei paesi arabi è basso” ci spiega. “Molti dei miei connazionali quando arrivano in Italia hanno paura. Il mondo arabo è soprattutto tradizione. Integralismo, timore e guerra confondono le idee e spingono indietro la nuova generazione”.
L’architetto Jean Pierre Antonios Jelwan e l’ingegnere Hazem Abdul Karim sono due giovani libanesi iscritti agli Albi professionali di Milano. Per entrambi la religione è il punto debole di tutto il dialogo. “Chi ha saputo interpretarla, è riuscito ad integrarsi molto di più e molto velocemente” dice l’architetto. L’amico Hazem sembra esserci riuscito: “Ho imparato tanto in Italia: la disciplina, l’ordine e il rispetto di come dialogare; cose importanti, che da noi sono trascurate”.

Convivere con gli immigrati: bastano le regole?

La questione cinese porta addirittura il governo a Milano. Enrico Letta, sottosegretario alla Presidenza del consiglio, e Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, si sono messi in viaggio questa mattina presto per raggiungere Letizia Moratti, Roberto Formigoni e Filippo Penati. Un incontro già stabilito da giorni, per discutere dei lavori del Tavolo per Milano, ma che inevitabilmente sarà occupato dalle polemiche sul quartiere di via Paolo Sarpi. Perché se dopo i tafferugli nella cosiddetta Chinatown milanese sembra essere tornata la tranquillità, il dibattito è ancora molto caldo.
A destra come a sinistra si sentono opinioni stranamente unanimi. L’accusa di xenofobia da parte dell’ambasciatore cinese in Italia è respinta in blocco. E il problema - dicono molti - non è il razzismo, ma le regole.

Una dopo l’altra, piovono le dichiarazioni in linea con le parole pronunciate, nel giorno della protesta, dal sindaco di Milano: “Non intendiamo tollerare zone franche in città. Vogliamo fare rispettare le regole che non venivano fatte rispettare”. Alla Moratti fa eco Ignazio La Russa: “Il nostro governo si faccia rispettare, e imponga il rispetto delle leggi del nostro Paese. I cinesi in Italia” ha detto l’esponente di An “in troppi casi violano decine di norme”. Simili le posizioni di Formigoni. E anche Emma Bonino, ministro per le Politiche comunitarie, dice che il punto è “ristabilire diritti e doveri”. A sinistra, tra gli altri, parlano di rispetto delle regole anche Di Pietro e il presidente della Provincia Filippo Penati.

Tutti d’accordo, insomma. Ma è sufficiente il rispetto delle norme per garantire la convivenza tra diverse culture? Panorama.it lo ha chiesto a Don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas Ambrosiana, che sulla gestione delle questioni sociali e sul rispetto delle regole ha fondato la sua Casa della Carità. Lì, chiunque viva situazioni di disagio è accolto. Ma niente buonismo né assistenzialismo: chi non sta ai patti se ne va. Come è successo ai 24 rom “insofferenti verso gli impegni di pacifica convivenza” che don Virginio ha rispedito ieri in Romania a spese della stessa associazione.

Ma le regole di cui tutti parlano bastano a scongiurare la conflittualità sociale?
“Assolutamente no” risponde Don Colmegna “occorrono investimenti economici, un grande lavoro culturale sulle resistenze di molte persone che si percepiscono minacciate dagli immigrati. Ma serve anche molta onestà. Non si può pensare che non nascano contraddizioni dalla convivenza tra culture diverse” continua don Virginio “e dunque bisogna assumersi la responsabilità dei propri limiti sociali. Per superarli” dice “occorrono nuove strategie economiche ed urbanistiche”.

“Bisogna creare sviluppo” conclude don Colmegna “e per fare questo occorrono investimenti nella città, una riqualificazione che metta a disposizione tutte le risorse possibili come le tante aree dismesse e inutilizzate”. Dunque regole ma anche ridefinizione degli spazi cittadini? “L’urbanistica è fondamentale, perché è lo spazio pubblico quello su cui nascono gli attriti. È lì che entriamo in contatto con i nostri vicini. Ed è lì che può nascere la sensazione di condividerlo o al contrario di esserne deprivati”.

Insomma, da una parte c’è chi punta tutto sul rispetto delle regole e dall’altra c’è chi prospetta nuove strategie più complesse per l’accoglienza degli stranieri. Ma non si può trascurare anche un’altro registro su cui vibra il dibattito. È il repertorio di argomentazioni che si ripete nelle strade, nei bar, nei forum e nei commenti agli articoli in rete, in cui, molto spesso, l’immigrazione è percepita soltanto come una minaccia.

Cinesi, slavi, nordafricani, milanesi: un melting flop?

La manifestazione dei cinesi a Milano
“Basta discriminazione! Siamo milanesi anche noi!”. Il giorno dopo i tafferugli nel quartiere di via Paolo Sarpi (guarda il video), l’unica anomalia è lo slogan di questo cartello, sulla vetrina di un negozio cinese.
A Milano, gli scontri tra stranieri e residenti sono sistematici. Con gruppi di cittadini che si mobilitano contro le comunità straniere. Generando semplificazioni del tipo “milanesi razzisti” e “stranieri confinati nei ghetti”.

Semplificazioni, appunto. Perché per cogliere le sfaccettature della città bisognerebbe poterci volare sopra, fotografando dall’alto tutte le sue zone critiche. È quello che hanno fatto i ricercatori di Multiplicity lab, un laboratorio promosso dal Politecnico di Milano e da Unidea-UniCredit Foundation. Che ha raccolto l’esperienza di molti studiosi e che ha analizzato per diversi anni le zone critiche della città. Il risultato è nel volume Milano, cronache dell’abitare, a cura di Stefano Boeri. Dove si parte da oltre 400 fatti di cronaca accaduti negli ultimi 5 anni, per individuare i principali modi di abitare gli spazi urbani.
Una parte di questo immenso lavoro è on line. Una città vista dal satellite, dove si può cliccare sui vari quartieri, dalla stazione centrale a Chinatown, e leggere le testimonianze di chi ci ha lavorato, guardare le immagini e i video della realtà quotidiana, accedere ai siti delle associazioni che ogni giorno si battono per migliorare la vita di chi ci abita.

Questo zoom mostra ad esempio che “a Milano non ci sono ghetti”, come spiega a Panorama.it Christian Novak, tra gli autori del libro e docente di Urbanistica al Politecnico di Milano con un corso di analisi della città e del territorio. “In tutta la città non c’è un solo caso in cui chi ha potere relega in un ghetto chi è povero e indesiderato. Nella cosiddetta Chinatown, la maggior parte dei residenti è italiana. Sono i negozi ad essere in maggioranza cinesi. Ma il quartiere è cinese solo visto dal piano terra, e questo è molto significativo, perché dimostra che i conflitti nascono proprio sull’utilizzo dello spazio pubblico”.

E generalizzando che fotografia emerge di Milano? “Ci sono continui processi di riqualificazione urbana e commerciale, che producono scossoni sociali. La maggior parte degli attriti, le cosiddette reazioni di intolleranza, nascono proprio dal modo in cui cambia la città. I quartieri poveri” spiega Novak “diventano ciclicamente chic, si popolano di ricchi e allontanano i pensionati e il ceto medio che non sa più stare al passo con gli affitti. E che si trova davanti a una città sempre più chiusa, che li costringe a ripiegare sulla provincia e produce malessere. Allo stesso tempo, di fianco alla borghesia convivono gli immigrati più poveri che vivono forzatamente in condizioni di sovraffollamento e di scarsa igiene. Questo mix produce conflittualità tra le diverse anime della città”.

Non c’è anche una Milano felice? “Ci sono altri due scenari a Milano” conclude il ricercatore “quella temporanea, degli studenti, della nuova migrazione dal sud e dei pendolari che usano la città ma non ci abitano; e poi c’è quella aperta e plurale di cui per ora ci sono pochi esempi ma che speriamo prevalga”. Da cosa dipende? “Dalle politiche sulla casa, dal modo in cui le amministrazioni locali decideranno di gestire gli spazi pubblici, ma anche dalla costruzione di case popolari e da scelte immobiliari legate alla città anziché alle speculazioni, come quella che a suo tempo ha favorito Chinatown”.

Sta solo alla politica decidere se produrre convivenza oppure intolleranza? “No. Anche i cittadini devono scegliere: se costituire comitati di protesta contro grossisti cinesi e campi rom oppure invece cominciare a dialogare con loro”. Per ora sembra prevalere la prima opzione.
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Agenti di polizia nella Chinatown milanese

Vengono dall’est Europa, dall’Africa, dalla Cina, dall’Asia… E Milano, città storicamente aperta, accogliente e generosa nei confronti dell’emigrante e del “diverso”, da qualche tempo si sta scoprendo cambiata. Solo un po’, in realtà, niente di eclatante. Ma piccoli sintomi di paura e intolleranza, che fanno pensare a un crescente disagio che si manifesta non più, non solo, nei confronti dei clandestini.

Certo, anche in questo caso, Milano è la vetrina, la città laboratorio d’Italia dove i conflitti e le tendenze nascono, montano e finiscono in prima pagina. Specchio di un Paese che cova il rischio banlieue? Dal muro di Padova, a Porta Palazzo a Torino. Da Piazza Vittorio a Roma, al richiamo alla legalità di Cofferati che a Bologna fece sgomberare i nomadi dalle baracche sul lungo Reno. Non è questione di destra o di sinistra, ma uno stillicidio di episodi che mette a rischio, ovunque, la convivenza.

Tornando al capoluogo lombardo, la “rivolta” nel quartiere cinese della città (via Paolo Sarpi, ribattezzata appunto Chinatown) è solo l’ultima spia di un clima di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i meneghini storici che pretendono più sicurezza, legalità senza sconti per nessuno e i nuovi milanesi che reclamano diritti, cittadinanza e rispetto. Sono due realtà che spesso viaggiano sugli stessi binari, ma che a volte, per un piccolo intoppo, scoprono nuove tensioni. Di cui la cronaca cittadina si è riempita, negli ultimi due anni: dalla protesta vibrante dei musulmani che, nel settembre 2005, chiedevano la riapertura delle scuola islamica di via Quaranta (chiusa dal comune, retto allora da Gabriele Albertini), fino alle bombe molotov che oggi, 13 aprile 2007, sono state lanciate da un sedicente Fronte cristiano combattente contro la sede dell’Islamic Relief, un’associazione internazionale di assistenza umanitaria di ispirazione islamica (comparsa in una sentenza del gip di Milano, Guido Salvini, che la indica come possibile “collettore, anche inconsapevole, di gruppi che mettono in pratica l’ideologia jihadista”).

Per non parlare della questione dei “rom di Opera” (qui, il video). Dopo che delle vere e proprie “squadriglie” di abitanti del quartiere a sud est di Milano, nel dicembre del 2006, avevano dato fuoco alle tende che li ospitavano, ora rischiano di dover abbandonare, ancor prima di approdarvi, l’area vicino al Parco Lambro in cui il sindaco Letizia Moratti ha deciso di sistemarli. A opporsi, nei primi giorni di questo mese, sono stati gli stessi politici locali di centrodestra che hanno spalleggiato i presidi (in piazza Udine) dei cittadini e le (immancabili) ronde padane.

Musulmani in preghiera a Milano. Oltre un milanese su dieci è di cittadinanza non italiana (la percentuale sulla popolazione totale è del 12,4%).

 Le bandiere rosse (con la stella verde del Marocco) erano sventolate anche a fine febbraio durante il sit-in di protesta, messo in piedi dai parenti e dagli amici del marocchino Abdel Khaled Nakab, 37 anni, ucciso durante un corpo a corpo con un metronotte davanti al residence dei disperati in via Cavezzali 11, zona via Padova. Allora, erano i maghrebini  a scandire, insieme a frasi del Corano, le parole d’ordine dei milanesi: giustizia e sicurezza.  Sicurezza che non abita da tempo in quella zona della città, mal presidiata dalle forze dell’ordine nonostante sia al centro di quotidiane tensioni tra storici residenti milanesi e nuovi abitanti extracomunitari. Pochi giorni dopo, il 12 marzo, altre scene di vera e propria guerriglia tra forze dell’ordine e immigrati irregolari (soprattutto senegalesi e ghanesi che alzavano le immagini dei loro santoni davanti ai caschi e gli scudi degli agenti) alla “Stecca degli artigiani” (un prefabbricato, nel quartiere Isola, alle spalle della stazione Garibaldi). Il blitz antidroga non ha risolto però il problema: quelli che gli abitanti del quartiere chiamano i “nuovi padroni” sono ancora lì, indisturbati, a smerciare di tutto in quella terra di nessuno che va da via De Castillia e via Confalonieri. Leit motiv dei residenti, il solito: “Non si vive più, abbiamo paura”.

Senza scontri ma con toni piuttosto aspri si era invece conclusa, sabato 24 marzo, la manifestazione degli immigrati scesi in piazza per protestare contro Legge Regionale n. 6 che prevede norme di riorganizzazione dei phone center (ce ne sono 2.400 un Lombardia, 700 solo a Milano), prevedendo la chiusura immediata per chi non rispetti criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La norma, approvata nel febbraio 2006 prevedeva un anno per l’adeguamento degli esercizi. Ma gli immigrati che hanno sfilato per il centro di Milano l’hanno definita così: “Legge 6 legge razzista: ci siamo impegnati ad integrarci e ora volete ghettizzarci”.

A seguito di questi ultimi episodi, su diversi muri della città e, in particolar modo sugli intonaci di alcune case nei dintorni della moschea cittadina di viale Jenner, sono apparse delle gravi scritte anti-islamiche. Non sono le prime e non saranno, purtroppo, le ultime.

Di fronte a messaggi del genere, lasciati da mani e spray ignoti e stigmatizzati da ogni parte politica e istituzionale, l’impressione è che la capitale industriale e morale del Paese sia ormai sull’orlo di una crisi di nervi.

Il video sui Rom di via Triboniano:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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