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Tecniche d’indagine. Quando il telefono è un bluff


Tecniche d'indagine. Quando il telefono è un bluff

Gli italiani hanno scoperto un nuovo genere letterario: le intercettazioni d’appendice, irrilevanti ai fini delle indagini, ma utili per indagare i costumi meglio di un testo di Honoré de Balzac. Le trascrizioni delle telefonate del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vengono servite su giornali e tv in mille modi: vietate ai minori, apocrife e persino a puntate, come dimostrano le recenti pubblicazioni delle telefonate registrate dalla procura di Bari. Continua

Omicidio Melania, gli audio delle telefonate e delle conversazioni di Parolisi

Salvatore Parolisi , l'ex marito di Carmela Melania Rea

Salvatore Parolisi, marito di Carmela Melania Rea

di Gaetano Amici

Melania Rea secondo i magistrati di Ascoli Piceno e Teramo viene uccisa dal marito perché Salvatore Parolisi si trova in un “imbuto” psicologico tra due donne che lo comprimono: la moglie Melania e l’amante Ludovica. La passione che travolge Ludovica e Salvatore è dirompente. I due chattano in modo hard al computer con la webcam e lui chiede a lei di fargli vedere parti intime. Continua

  • biker
  • Mercoledì 21 Settembre 2011

Aspettando le intercettazioni. Macché Sodoma, c’è la Bari-bene e la Bari-bunga


Aspettando le intercettazioni. Macché Sodoma, c’è la Bari-bene e la Bari-bunga

di Pietrangelo Buttafuoco

Suvvia, che se ne resta allegra lo stesso, Bari, con tutte quelle zeppe e le cosce abbronzate delle ragazze. C’è un aperitivo al corso Vittorio Emanuele. E conversano, sorridono, ridono, sghignazzano e, beate loro, mentre tutta Italia attende il nuovo capitolo sporcaccione, non stanno certo a fare le guardiane delle virtù. «Quella faccenda di Silvio Berlusconi» spiega Barbara, architetto con studio a Milano, «non riguarda la Bari- bene, piuttosto la Bari-bunga. Non si troverà nessuna delle donne della Bari perbene nelle intercettazioni. I parvenu sottoscrivono la loro condanna già solo per come si vestono».

La Bari-bene e la Bari-bunga. E queste che si lasciano scivolare lungo l’ultimo fine settimana dell’estate sono le donne che non temono il fatidico giorno della rivelazione. Quando sarà svelato l’elenco delle signore consegnate da Gianpaolo Tarantini alle cene di Palazzo Grazioli, quando il diluvio di intercettazioni avrà mondato dei peccati i protagonisti e noi, loffi spettatori – dramatis personae di una commedia il cui svolgimento è barbarie –, non sarà certo questo cartiglio a fare di Bari una Sodoma.

Come in un nefasto Grande fratello dove si brucia l’attesa di «essere nominati», un’altra stagione se n’è andata. Giusto domenica, all’ora della luce morbida, ho potuto vedere come va, come andrà, gustando una bibita nell’angolo remoto di una sontuosa casa di Rosa Marina. È il quartiere satellite della Bari bella, un villaggio a mare, e il rito che si officia è quello del burraco. A differenza del poker (anni Ottanta del Novecento, un’era fa), il burraco non esige spalle dritte, l’immobilità, sguardo cementuoso, rapidità di tempi e silenzio. Il burraco, al contrario, sprofonda nella vita. Si gioca con le mani libere di attraversare il tavolo e sono fruscii di bracciali e chiacchiere: «Vedrete che nell’elenco si troveranno le professioniste».

La sfumatura è tutto. Angela, titolare di una società agroalimentare, spiega l’uso del termine professioniste. E dice: «Professioniste appunto, avvocatesse, dottoresse, pm. Oppure mogli di professionisti: avvocati, chirurghi, commercialisti. E non professioniste nel senso di prostitute, di donne che lo fanno per professione. Come le escort, come quella…».

Ci sono dunque le professioniste? La Bari-bunga dentro la Bari-bene? Suvvia, non è così: «Non è così, mi rifiuto di pensarlo. Sappiamo tutti» borbotta simpaticamente un tipo di cui non ricordo il nome, ma che è un attivo organizzatore della fondazione Di Vagno, «sappiamo tutti chi andava con Tarantini, con chi faceva le feste. Solo gentuccia. Per esempio c’era…».

È pur sempre, questo Tarantini, uno che a 30 anni cena con Massimo D’Alema e a 40 dorme a casa da Berlusconi. Simeone Di Cagno Abbrescia, ex sindaco della città, per non sbagliare rilascia una dichiarazione dove ammette: «Sì, sono stato a casa di Tarantini. Ma erano solo cene».

Erano solo cene, a Bari. A Roma si andava in trasferta. E poi c’erano quelli che facevano «Sodoma». È Alessandro Laterza, un imprenditore di grande livello, a usare questa espressione, ma per farne un esorcismo. La Bari-bene, giusto per omofonia di cognome, è senza dubbio quella della cultura, dell’impresa e della fantasia. Le belle ragazze arrivate da Manduria, Sava e Squinzano sono tornate a casa, pronte per la vendemmia, e così, tutti noi moralisti, uno dopo l’altro, alzando la testa per affrontare l’autunno 2011, non potremo che annotare una sorta di Signore & signori che è il canone di Pietro Germi applicato al Levante, qualcosa, insomma, di già preannunciato al cinema con La riffa (Monica Bellucci che si dà in palio a una lotteria tra «professionisti»), poi Mio cognato di Alessandro Piva, un racconto sulla debolezza morale, oppure quel magnifico libro di Gianrico Carofiglio, Il passato è una terra straniera.

Ecco, la Bari perbene è quella di un Carofiglio, vederlo in giro per i vicoli in compagnia della moglie e di una coppia di amici (lo osservo dal finestrino dell’auto) è il flash di un’eleganza remota. Altro che i conti aperti del salumiere di Tarantini (più di 10 mila euro, perfino Valter Lavitola se ne indigna).

La Bari-bene non sa nulla della Baribunga. E se Michele Emiliano, l’attivissimo sindaco (già magistrato che a suo tempo se lo cucinò in un’inchiesta il Tarantini), dice di non riconoscere la città origliata e raccontata dalle intercettazioni, forse non sa che una candidata della sua lista stava in questi party innevati d’alcaloide più che di alcol. E sarà un obbligo fare i conti con le cronache dell’origlio e l’urgenza di «fare roba».

E bella roba, poi, se leggendo le intercettazioni, dipanando dunque questa saga della generazione Tq, i trentaquarantenni de li vizi umani assai esperti e non quelli di Nicola Lagioia, la capa veramente gira: Tarantini e Nicla, la sua bella moglie, «non sono che borghesi nell’accezione più grossolana». Così sentenzia Giuseppe La Base, vecchio fascista di Bisceglie, possidente, beato nella sua masseria. E comincia: «Tarantini è solo uno convinto di un dogma capitalista: che tutto abbia un prezzo. Con un cappotto di cashmere, anzi due, più un paio di scarpe inglesi, ha infettato Sandro Frisullo, l’ex vice del mio presidente, Nichi Vendola. Con regali, cene e viaggi s’è preso Lea Cosentino, supermanager dell’Asl di Bari. Berlusconi se lo fa amico portandogli carne da fottere. Insomma, lui e la moglie sono figli dell’effimero, in ritardo sull’era degli yuppie. Tutti e due sono cresciuti, manco a dirlo, in scuole cattoliche. Lui dalle suorine del Margherita, lei dai gesuiti del Di Cagno Abbrescia. Detto questo, sono due come tanti e non ci si deve impressionare se poi, dopo tutte le feste in Sardegna o a Riva del Sole (a Giovinazzo, dove aveva la villa), ci passavano tutti a fare un saluto».

E non deve perciò turbare che perfino alcuni magistrati, quando a palazzo di giustizia arriva Tarantini per gli interrogatori, lo salutano senza alcuna remora. «Ma questa non è complicità, è solo un atto di pietas meridionale verso uno dello struscio di via Sparano, tutto qua».

Ed è tutta qua Bari che non sta sospesa in attesa dell’apocalisse in forma di elenchi da origliare. E ci sono figlie di mamma da mettere in croce, famiglie prossime alle separazioni, professioniste sul baratro dell’equivoco semantico. Tutto qua. Ma con l’aggiunta di cocaina, tanta cocaina. Fanno, insomma, «roba a Bari». E questo «sistema Tarantini», fatto di zoccole, di aperitivi e piste di cocaina, continua ancora. Nel frattempo che lui resta in galera, tutti si danno da fare.

Io che sono frequentatore di ritirate igieniche ho verificato che all’Alterno, l’hospitality bar di corso Vittorio Emanuele, non esistono le mensole. Sensibili al monito di Michele Emiliano, il sindaco, che prenderebbe volentieri a calci tutti i frustrati che si fanno di cocaina, in questo gabinetto come in quasi tutti gli altri dei locali della movida notturna sono sparite le mensole. E quando ci sono vengono accuratamente bagnate con il detersivo per pasticciare l’eventuale pista.

Ed è per questo che Rossella, praticante avvocato, con tutta la sua urgenza di «fare roba», il suo pippotto se lo consuma in piedi, dopo avere parcheggiato davanti al Teatro Piccinni, appoggiata sul tettuccio della Mini Minor. E a me che sono ragazzo di paese la faccenda fa impressione. Sembra di stare dentro un film, poco ci manca che faccia quelle cose viste al cinema, sembra una sequenza della Capagira. Io vorrei solo sprofondare e ancora più forte è la rivelazione: adesso è chiaro perché alle 15 di venerdì, atterrando a Palese, con Rossella Virgilio, vero e proprio Virgilio nella Tarantini’s city, sono stato accolto da un cane e subito accompagnato ai controlli. Lei adesso ride: «Teneva raggione ‘o ccane!».

Sono le 2 di venerdì, dunque già sabato, ho preso un gelato al bar Collo, poi sono stato alla Parilla, giusto per un goccio (un chinotto), poi per i salottini di corso Vittorio Emanuele, quindi pizze da Biancofarina e un altro assaggio dalla zia Angela, titolare di Terranostra. Ed è «andata» Rossella in questo viaggio nella notte di Bari. L’indomani la sveglia è comunque presto perché alle 10 non si può mancare all’appuntamento con l’inaugurazione della Fiera del Levante, il vero capodanno della politica economica perché Bari, infine, è una fabbrica di ingegni e di imprese. Il premier non si fa vedere da tre anni. Sarebbero immancabili le domande su Patrizia D’Addario, il pallido fantasma di tanto in tanto svegliato, ma destinato ad assopirsi nell’oblio.

Il padrone di casa è Gianfranco Viesti, economista. È amico di Nichi Vendola, che è presente e sorridente, così come il ministro Raffaele Fitto. Tutto procede secondo formalità ed è sufficiente seguire il gioco per intercettare (quando si dice il lapsus) l’aria di allarme.

La serata finisce al Faros, a largo Adua, dove, tra le sedie di metallo pieghevoli e i cespugli di pitosfori, si continua a vivere la sua dolce vita. Si fanno le stesse feste. Tutto secondo copione. I locali di Tarantini, quelli invernali, non sono ancora aperti, come la discoteca Gorgeus dove fu cristallizzata la scena dello Zeitgeist barese. E cioè la festa di compleanno di Nicla, i trent’anni, con tanto di Sabina Began ospite, e poi i calici, i culetti, i cicchetti e il marito, orgoglioso di cotanta compagnia, imbacuccato con una parrucca in testa.

Ne sono passati di giorni da quella festa, tanti attimi di sottana, ed è quasi una mania quella di Tarantini di fare la cerca di belle donne e poi starci in mezzo, come fosse un «chiamaquaglie», così smanioso da fare solo danni. Come quando portò a Berlusconi la fidanzata di un avvocato, una donna di bellezza straordinaria, e quello, oplà, ne fece un sol boccone.

Lunedì finisce il fine settimana e Bari, dopo avere fatto un salto alla mostra Urbs & maps, se ne resta a fare un poco di goliardia, a scherzare sui notori cornuti, a fare la chiacchiera propria di chi può stare tranquillo. È così straniera a se stessa, Bari, che non diventerà mai una Sodoma, piuttosto un giro di burraco. Un fruscio di bracciali, 1.000 punti, 2 mila punti. E le risate che cancellano il silenzio.

Che cosa accadrà con l’inchiesta di Napoli. E perché la gogna va fermata

MAURIZIO TORTORELLA Vorrei ragionare con voi sull’ultimissima novità giudiziaria (rivelata dal numero di «Panorama» in edicola): l’inchiesta napoletana che vede Silvio Berlusconi «parte lesa» in un procedimento aperto per estorsione aggravata. La procura ha impiegato il metodo collaudato della «pesca a strascico», partendo qualche mese fa con intercettazioni a go-go e ritenendo sia stata consumata un’estorsione ai danni del presidente del Consiglio. La vittima del presunto reato smentisce  di avere subito un qualsiasi ricatto, ma che cosa importa? Presto il capo del governo ri-entrerà nel vortice della gogna mediatica: le telefonate intercettate ancora una volta saranno usate contro di lui, e del presunto reato nessuno si occuperà più. Continua

Intercettazioni: la strana idea del procuratore Lepore

MAURIZIO TORTORELLA

Il procuratore di Napoli, Giovandomenico Lepore, dichiara che «la pubblicazione delle intercettazioni può danneggiare chi vi compare e non è coinvolto nelle indagini. L’unica soluzione sarebbe punire la testata o la tv colpevole per un periodo da una settimana a un mese». Non male, come proposta, visto che arriva proprio dal magistrato che regge la procura dalla quale per alcune settimane sono uscite le intercettazioni (moltissime delle quali penalmente irrilevanti) sullo scandalo della cosiddetta «P4». Continua

Che cosa dovrebbe insegnarci il caso News of the world

Rupert Murdoch con la figlia Elisabeth

Rupert Murdoch con la figlia Elisabeth

MAURIZIO TORTORELLA La vicenda di News of the world, il tabloid britannico chiuso sabato 9 luglio per lo scandalo delle intercettazioni, in Italia interessa poco. Il quotidiano vendeva 3 milioni di copie al dì, ma per ottenere i suoi scoop usava metodi illeciti o poco commendevoli, tipo intercettazioni (perfino sull’ex premier  Gordon Brown) e spiate a pagamento.

Un giornalismo che non è giornalismo, insomma. Il caso sta scandalizzando il mondo, anche perché adesso si sospetta che quel metodo potese essere utilizzato in altre testate di Rupert Murdoch, il tycoon australiano che di News of the world è stato proprietario. Da noi, invece, la vicenda viene guardata con attenzione relativa: non ci scandalizza neanche tanto il fatto che un giornale utilizzasse intercettazioni abusive per penetrare nella vita privata di personaggi più o meno famosi. Non è un bel segno: questo accade, forse, Continua

A che punto è l’inchiesta sulla «P4»


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MAURIZIO TORTORELLA Sicuramente è un record planetario. Nelle 14.952 pagine dell’inchiesta sulla cosiddetta P4, depositate dai due pubblici ministeri napoletani Francesco Curcio e Henry John Woodcock, si scopre che le telefonate intercettate, fra il luglio 2010 e il febbraio 2011, sono oltre 70 mila su una quindicina di utenze. Il numero è approssimato per difetto: sono più di 38 mila solamente le conversazioni registrate a Luigi Bisignani, l’imprenditore romano agli arresti domiciliari dal 15 giugno, l’indagato di favoreggiamento che i pm considerano come il ragno «al centro di una fitta tela di oscuri interessi». Continua

Meretrici, fellatio e altro: lo stillicidio delle intercettazioni della P4 è intollerabile

L'uomo d'affari Luigi Bisignani in una immagine del 5 marzo 1992. Bisignani è stato arrestato in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare su richieta della Procura di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla P4 (ANSA/ARCHIVIO)

L'uomo d'affari Luigi Bisignani in una immagine del 5 marzo 1992. Bisignani è stato arrestato in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare su richieta della Procura di Napoli nell'ambito dell'inchiesta sulla P4 (ANSA/ARCHIVIO)

MAURIZIO TORTORELLA Questa storia della P4, veramente, lascia perplessi. Non tanto per il dubbio che l’inchiesta, ancora agli inizi, possa avere un’effettiva concretezza giudiziaria (e da questo punto di vista, il «palmares» di uno dei due magistrati inquirenti, il pm Henry John Woodcock, non fa ben sperare…). Rende perplessi soprattutto per l’oscena pubblicazione di dialoghi che di certo non hanno nulla di penalmente rilevante. Vi domando: ma vi pare giusto che da alcuni giorni i quotidiani squadernino brani d’intercettazioni dove, in piena libertà di linguaggio, indagati e non indagati lanciano giudizi in certi casi scurrili e sconvenienti su questo e su quel personaggio? Sì, va bene: il linguaggio scurrile non è commendevole, così come non commendevoli Continua

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
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