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Paura di perdere il posto? Preparatevi un piano B

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di Donatella Marino e Lucia Scajola
Fino a ieri era solo il vecchio, inutile e dispendioso rudere ereditato dalla zia, oggi potrebbe diventare il nostro tesoro, l’inizio della svolta. Basta cambiare prospettiva, magari rispolverare una tesi di laurea lasciata nel cassetto e trasformarla in un libro. Oppure partire dal proprio hobby, dalla vela al modellismo, per accorgersi che può dare più soddisfazioni di 8 ore trascorse dietro la scrivania. L’importante è non fossilizzarsi: cambiando il contesto vengono anche le idee. E se non si vuol dare retta ai consigli degli psicologi, basta guardarsi intorno per capire che, di questi tempi, quella di reinventarsi secondo un piano B è più una necessità che un capriccio.
Lo testimoniano le storie raccolte da Panorama, lo indicano con chiarezza i numeri: per la prima volta dopo 14 anni l’occupazione, in Italia, cala (meno 204 mila posti da gennaio a marzo). E nei primi 3 mesi dell’anno sono aumentate del 12,5 per cento le persone in cerca di lavoro.

Espulsi dalle aziende, in molti cercano una nuova attività. Magari in proprio, magari in settori lontani anni luce da quello in cui si è sempre operato, ma forse più vicini alle proprie passioni. “L’importante è capire che il cambiamento deve essere vissuto come una possibilità e non una tragedia” sostiene Vito Frugis, psicologo, esperto di family business. Stando ai calcoli della Camera di commercio di Milano, a fronte di una diminuzione dell’occupazione nel lavoro dipendente, aumentano le iscrizioni di nuove imprese (6.733 nel primo trimestre 2009), in particolare di quelle individuali, che crescono dell’8 per cento rispetto allo scorso anno (rappresentando oggi il 51 per cento del totale).
A livello nazionale, nello stesso periodo (secondo Unioncamere), ne sono nate 118 mila, di cui 75 mila (+3 per cento) nelle mani di una sola persona. “Il mercato del lavoro affronta la crisi individuando nel fare impresa una grande opportunità” conferma Carlo Sangalli, presidente della Camera di commercio di Milano. “Mettersi in proprio è nel dna degli italiani e può essere una valida risposta alla crisi occupazionale “.

Sì, ma da che parte cominciare, dove sbattere la testa? Per esempio tornare alla terra, produrre vino, oppure individuare un servizio di nicchia, tipo imballaggi e spedizioni. Non è sempre facile, certo, ma è possibile. La Confartigianato rileva che, a fronte di una crisi nei settori manifatturieri, dei trasporti e delle riparazioni, si registra una crescita delle attività artigiane connesse con l’agricoltura (+4,5 per cento), i servizi alle imprese (+2,8), le costruzioni (+2) e le attività legate ai servizi alle persone (+0,7 per cento).
Secondo l’associazione, i settori che guadagnano quote di mercato, buoni dunque per sviluppare potenziali piani B, sono quelli connessi alla tutela dell’ambiente: la cosiddetta green economy che a oggi coinvolge più di 1 milione di aziende. Sì, dunque, a piccole imprese per lo smaltimento dei rifiuti, a riciclatori di scarti hi-tech e, soprattutto, a impresari (a qualunque livello della filiera) del settore energetico. “Anche se la congiuntura sfavorevole ha mietuto vittime” commenta Cesare Fumagalli, segretario generale della Confartigianato, “le imprese artigiane mostrano una buona tenuta sull’export con una variazione positiva dello 0,9 per cento”.
Ma siccome piccoli imprenditori, seppure alle prime armi, non ci si improvvisa, meglio seguire consigli di esperti. “Se uno è indeciso tra aprire una rosticceria, creare un sito web o darsi all’import- export, è meglio che lasci stare” avverte Salvatore Gaziano, che di piani B se ne intende: ex giornalista reinventatosi consulente di borsa e ora tornato alle origini, è il direttore di Millionaire, il mensile specializzato in consigli pratici per piccoli e piccolissimi imprenditori (a dimostrazione che è il loro momento, in una fase non rosea per i giornali, fanno più 5 per cento in edicola). Il direttore di Millionaire dà anche qualche dritta sui settori più promettenti per chi ha perso il lavoro: oltre al dinamicissimo ambito energetico, da considerare è quello delle imprese di pulizie: “Magari si parte da spazzini e poi si diventa capi di un gruppo di lavoro”. O anche delle società di recupero crediti, di risarcimento danni e di noleggio. “Non più solo automobili normali, ma anche limousine per festeggiamenti di compleanni e matrimoni. Oppure borse o attrezzature da giardino”.

Altro porto sicuro: “Il franchising, specialmente nel settore alimentare, meglio se artigianale”. Il suo consiglio è avvalorato dalle parole di Alessandro Galante, responsabile del franchising della Yogurtlandia. “A partire da gennaio 2009, fra le tante richieste che riceviamo, almeno metà sono di dipendenti che hanno perso il lavoro o hanno paura di perderlo e si informano su come mettersi in proprio” racconta Galante. “A metà anno siamo già a 11 nuove aperture sul totale dei 70 punti vendita”. Vanno forte anche le piadine. “È prevista a breve l’inaugurazione di quattro nuovi locali” conferma Antonio Milani, amministratore delegato del franchising La piadineria. “Registriamo un più 30 per cento di crescita e l’affacciarsi dell’interesse di persone che temono di perdere il proprio lavoro”. Cifre che si attestano anche nell’andamento più generale del settore: “Negli ultimi 2 anni, su 10 nuovi ingressi in franchising, almeno quattro sono di persone che provengono dal lavoro dipendente “ aggiunge Italo Bussoli, segretario generale dell’associazione delle reti in franchising, Assofranchising.

Non è detto che pure chi ha già un lavoro autonomo non senta la necessità di reinventarsi in ambiti più redditizi. Come è successo a Roberto Cremona, 48 anni, di Roma, ex pasticciere e poi tassista per oltre vent’anni. Con la crisi che, fra caro benzina e manutenzione, ha fatto lievitare i costi di gestione del taxi e calare i clienti, ha pensato bene di mettersi in società con un collega, vendere licenze e vetture e con quei soldi rilevare un bar-tavola calda. “Bisogna partire dal presupposto che la crisi non è solo tragedia ma anche opportunità ” insiste Cristina Spagna, managing director della società di head hunting Kilpatrick executive search. “Può servire a non dimenticare che le antenne vanno sempre tenute alzate. Spesso la cultura del posto all’interno di un’unica azienda rischia di far sottovalutare gli stimoli che il mondo, spontaneamente, offre”.
Capitale principale per essere pronti a ripartire: “Il network. Le relazioni vanno coltivate e costruite come si trattasse di un secondo lavoro”. Concorda Frugis, che sulla base delle sua esperienza sulla psicologia del family business ha anche pubblicato un libro, Familythink (Aurelia edizioni): “L’importante è non chiudersi in casa o in ufficio. Non è detto che il piano B sia già pronto, le idee vengono dall’esterno. Altra regola fondamentale è che non esiste l’idea del secolo. Nulla s’inventa. La forza è riassemblare risorse e attitudini in chiave nuova”.

APRIRE UN’IMPRESA IN SOLE 4 MOSSE
Ecco le principali tappe per iniziare un’attività in forma di società (aprire una ditta individuale è ancora più semplice). La guida è tratta dal sito della Camera di commercio di Vicenza.
PRIMO PASSO > Redigere, tramite il notaio, l’atto costitutivo mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. Il notaio, entro 20 giorni dalla stipula dell’atto, provvederà a effettuare l’inoltro per la registrazione degli atti presso l’Agenzia delle entrate e presso il registro delle imprese tenuto dalla camera di commercio che provvederà all’iscrizione presso il registro delle Imprese di una società ancora inattiva.
SECONDO PASSO > Richiedere all’Agenzia delle entrate della provincia in cui si risiede l’attribuzione del numero di partita Iva. Questa procedura non implica alcun tipo di costo e viene effettuata in maniera immediata.
TERZO PASSO > Nell’ambito delle attività di carattere commerciale, è possibile effettuare una distinzione fra attività che richiedono esclusivamente una denuncia di inizio attività (Dia) e attività che, invece, richiedono un’autorizzazione amministrativa-licenza. La denuncia di inizio attività è una denuncia che viene effettuata presso il comune in cui si svolge l’attività, secondo un modello che in genere è disponibile presso gli uffici commercio dello stesso comune. È possibile iniziare l’attività solo dopo che siano trascorsi 30 giorni a partire dalla data di ricevimento della denuncia da parte del comune, salvo che esso si esprima negativamente. In seguito, quando l’attività ha inizio effettivo, si dovrebbe dare comunicazione al comune. L’autorizzazione amministrativa-licenza viene concessa invece in seguito a domanda. In relazione al tipo di Aprire una società in quattro mosse attività esiste un determinato modulo con l’indicazione esatta dell’amministrazione competente a cui presentare la domanda.
QUARTO PASSO > Quando inizia l’attività, effettuare l’attivazione della società presso il registro delle imprese della camera di commercio tramite il modello S5. Denuncia di inizio attività: per l’attivazione occorre presentare anche una copia della denuncia protocollata dal comune. Autorizzazione amministrativa-licenza: per l’attivazione occorre presentare una copia dell’autorizzazione concessa dall’autorità amministrativa competente. Info: www.vi.camcom.it.

A rischio 500mila posti di lavoro nel 2009. Allarme Cnel: “Grande incertezza”

Un lavoratore

Fino a mezzo milione di posti di lavoro a rischio nel 2009 per effetto della crisi. È questa la prospettiva contenuta nel Rapporto sul mercato del lavoro (qui il .pdf) del Cnel (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, presieduto da Antonio Marzano) riferita all’ipotesi peggiore per i prossimi mesi, quando “la disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo”.

Disoccupazione: a fine anno poco al di sotto del 9%
In particolare, il rapporto messo a punto dalla commissione dell’informazione, indica la stima che nell’anno possa esserci una perdita di posti di lavoro tra le 350mila e le 540mila unità se misurati in forze di lavoro e tra le 620mila e le 820mila in termini di Ula (Unità lavorative annue). Quanto ai disoccupati, potrebbero aumentare in una forchetta che oscilla tra le 270mila e 460mila unità.
La disoccupazione continuerà ad aumentare e il ricorso agli ammortizzatori sociali sarà ancora significativo. Il ricorso alla cassa integrazione nell’ultimo bimestre ha registrato un rallentamento ma resta su livelli assoluti molto elevati a testimoniare della profondità della crisi.
Del resto, evidenzia il rapporto, tutti i maggiori istituti di previsione internazionali concordano nel ritenere che il 2010, pure in presenza di una ripresa del Pil, sarà un anno difficile sul fronte dell’occupazione, con disoccupazione in aumento. Il mercato del lavoro italiano, ragiona il Cnel, sta attraversando una fase difficile. La caduta dell’occupazione registratasi negli Stati Uniti e in molti paesi europei è stata in Italia, fino ad oggi, meno drammatica.
Il 2008 si è concluso ancora con un bilancio positivo: sono stati creati poco meno di 200mila posti di lavoro. Il mercato del lavoro italiano ha continuato, dunque, a produrre opportunità di lavoro. Restiamo, tuttavia, avverte il Cnel, lontani dagli obiettivi di Lisbona 2010, che non saremo in grado di raggiungere soprattutto per gli insufficienti progressi in campo di occupazione femminile e popolazione over-55 nonché per il divario territoriale ancora pesante tra nord e sud.

Flessioni più consistenti nel Mezzogiorno. Più disoccupati tra le donne
Citando i dati dell’Istat, il rapporto sul mercato del lavoro dipinge un quadro a tinte fosche per quanto concerne l’occupazione in Italia: “il mercato del lavoro italiano nel primo trimestre 2009 inizia a mostrare i primi importanti effetti della crisi economica. L’Istat registra infatti una riduzione complessiva dell’occupazione (pari a 204 mila lavoratori in meno su base annua) e un aumento del tasso di disoccupazione, che in questo primo trimestre dell’anno raggiunge il 7,9 per cento.
Per la prima volta dopo 14 anni l’occupazione in Italia ha dunque cessato di crescere, con flessioni più consistenti nel Mezzogiorno (dove si sono concentrate oltre il 50 per cento delle perdite), ma senza risparmiare anche le altre aree del Paese”.
L’aumento della disoccupazione potrebbe interessare principalmente le donne, già fortemente penalizzate nel mercato del lavoro in Italia. Il rapporto del Cnel ipotizza un 10% di disoccupazione femminile per il 2009 a fronte del già alto 8,5% dello scorso anno. Meno marcato l’incremento del numero di disoccupati sul fronte maschile: il tasso dovrebbe infatti passare dai 5,5 punti percentuali del 2008 al 7,1% previsto per la fine dell’anno in corso.

Le stime del Cnel sul lavoro

Segnali di ripresa dal mondo
Oltre ai dati negativi, nel rapporto del Cnel, si apre comunque anche qualche spiraglio positivo: “Siamo in una fase di forte difficoltà e di grande incertezza” ma, tuttavia, la crisi internazionale “sembra mostrare alcuni segnali di attenuazione. Vi sono, a livello mondiale, indicatori che appaiono rivelare una ripresa, sia pure lieve, dell’attività economica. È probabile, dunque, che il punto più basso della recessione sia stato superato”.
Cruciali, secondo il Cnel, “nel determinare le caratteristiche e l’intensità della ripresa saranno gli ultimi mesi del 2009 e i primi del 2010″. Per questo motivo “è importante che vi sia piena consapevolezza del fatto che nei prossimi mesi potrebbero rendersi necessari ulteriori interventi per estendere e rendere ancora più flessibili i sostegni al reddito”.
“I risultati ottenuti dall’attuale sistema di ammortizzatori sociali (così come è stato rafforzato per il biennio) non eliminano la necessità di una riforma del sistema -di cui si parla dal 1997- ma ne possono consentire una discussione più equilibrata e più completa”. Cominciando, sostiene il Cnel, da alcuni elementi determinanti:
a) le condizioni di accesso ai sostegni al reddito e le compatibilità di un livello di carattere universale con i costi in termini di sostenibilità finanziaria;
b) il rafforzamento delle azioni di formazione e di orientamento, ancora oggi troppo slegate dai bisogni reali del mercato del lavoro, se si vuole riorientare il sentiero di sviluppo dell’economia italiana sui cosiddetti green jobs o su i white jobs (lavori legati ai servizi socio-sanitario-assistenziali alla persona o alle famiglie);
c) quale sistema di tutele e sostegni al reddito può essere possibile per il lavoro indipendente, la vittima più significativa di questa crisi. E questo è per il sistema produttivo italiano una perdita di grande rilevanza, che deve essere quantomeno attenuata.

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