Leggi tutte le notizie su:
internet

In principio il raduno del delirio doveva essere nelle campagne di Torvaianica. No: troppo in vetrina. Allora a Maccarese, dentro un hangar vicino al lido di Fregene. No: troppo caldo. Ultima possibilità dell’inferno ballato: in un vecchio magazzino di Nettuno. Poi alle 7 di sera il tam tam degli sms ha urlato che la polizia era all’erta. Che dopo la morte dei due ragazzi nel giorno di ferragosto c’era il pericolo di un blitz nemmeno tanto pacifico. Così la folla del rave ha deciso di disperdersi “come una mandria di bufali infuriati”.
Ma prima di tornare alla “noia di quest’estate”, qualcuno dei ragazzi ha voluto raccontare cos’è per loro un rave party. Ha voluto dire come “questo paradiso di anime libere può diventare un inferno che ti fa sputare il diavolo”. Un inferno che negli ultimi anni ha bruciato dieci morti. Compresi i ragazzi del Salento e di Bocca della Selva in Molise. Ecco i sogni spezzati e le agghiaccianti verità di Stefano, Marco, Arianna, Simona e Cipriana.
Continua

Chi cerca una casa o una automobile su internet può trovare offerte vantaggiose. Ma curiosando fra le inserzioni con i prezzi più bassi può capitare di imbattersi in un annuncio sconcertante: “Vendo un rene in buone condizioni”. Seguono gruppo sanguigno e un numero di cellulare. È davvero possibile che qualcuno in Italia voglia e possa cedere un organo in cambio di denaro? O si tratta di imbrogli, provocazioni?
Panorama ha provato a chiamare. Dopo due squilli risponde una voce maschile. È Stefano (nome di fantasia), residente in provincia di Perugia: “Sì, ho messo l’annuncio” conferma. “Fumo, ma non sono bevitore… ho una salute eccezionale” continua l’uomo al telefono. “Guardi, devo fare in fretta… sono disponibile subito: forse potremmo provare in una clinica svizzera per l’intervento. Qui da noi, sa, non è legale”. Ma perché vuole farlo? Sbuffa, poi racconta: “Sono disoccupato, questa crisi economica mi ha messo in ginocchio. E sono rimasto solo da febbraio dell’anno scorso: tutte queste cose mi hanno fatto venire cattivi pensieri in testa. Così, almeno, risolvendo qualche piccolo problema, cerco di aiutare qualcun altro. Perché, quando ti viene un pensiero brutto, il più brutto di tutti, non si sa che fine fai”.
Stefano non è l’unico. Non è difficile trovare su internet annunci di altre persone che vorrebbero vendere un rene. Forum e siti web diventano bacheche per lanciare appelli di una terribile schiettezza che portano alla luce disperazioni autentiche. E dalle conseguenze imprevedibili. Come mostrano le storie di altre due persone (i loro nomi sono di fantasia) che hanno affidato a internet le loro richieste.
Per descrivere un dramma possono bastare poche righe: “Disoccupato cerca qualunque tipo di lavoro. Vende rene per sopravvivere. Chiamare il numero… oppure scrivere all’indirizzo di posta…”. Alberto, siciliano, dice di essere arrivato al limite: “Sono disposto all’intervento chirurgico, ma ho avuto un infarto pochi giorni fa. Ora sono in attesa di tornare all’ospedale” racconta al telefono. “Non sono bevitore, non mi drogo. Ma sono fumatore: dopo quello che è successo, però, il dottore mi ha detto di evitare le sigarette. Cosa deve fare uno che non trova lavoro? Rubare? Oppure cercare di sopravvivere?”. Alberto ha 60 anni, sarebbe troppo anziano per il trapianto. Si convince e rinuncia. Qualche minuto dopo richiama la moglie e gioca l’ultima carta: “Guardi, sarei disposta io. Sono giovane, ho 28 anni”.
Diverso è il motivo di un altro annuncio: “Mi vendo un rene, midollo e quant’altro si possa cedere senza morire”. Che cosa ha costretto Giacomo, barese, a descrivere il suo corpo come una merce da mettere all’asta online? “Sono spinto da questioni di liquidità. Visto che non ci sono problemi a donarne uno e ad aiutare un’altra persona… Avrei la necessità di avere subito 100 mila euro”. Come mai? “Sono nelle mani di alcune persone a cui ho chiesto prestiti. E non ho soldi per ripagarli” dice amareggiato Giacomo.
Gli annunci per la vendita di organi non sembrano un fenomeno sporadico, tanto che i maggiori siti italiani dedicati alle inserzioni online sono già attrezzati per riconoscere e cancellare tempestivamente appelli come quelli di Alberto, Stefano e Giacomo. Un gruppo di dieci persone, aiutato da tecnologie informatiche, controlla per esempio ogni giorno Bakeca.it: dall’inizio dell’anno sono state una decina le rimozioni di testi che riguardavano organi. E sono attive collaborazioni con le procure e la Polizia postale.
Anche Kijiji, un mercatino online, impiega un gruppo di persone per filtrare gli annunci anomali. Ma altri siti, soprattutto locali, non sono in grado di essere altrettanto rapidi. E comunque, anche se cancellate, le richieste possono restare fra le pagine archiviate dai motori di ricerca (per esempio, nella memoria cache di Google): nessuno è in grado di sapere esattamente quando scompariranno da internet. Ammette Franco Brizzi, presidente dell’Associazione nazionale trapiantati di rene (Antr): “Anche noi abbiamo cancellato un paio di annunci dal sito web”.
I messaggi di disperati non arrivano unicamente attraverso internet. “Qualche giorno fa mi è arrivata la lettera di un ragazzo che voleva essere aiutato a vendere un rene: purtroppo può capitare di leggere richieste simili” riferisce Giuseppe Remuzzi, direttore del dipartimento di medicina specialistica e dei trapianti negli Ospedali riuniti di Bergamo. In Italia una legge del 1967 punisce gli intermediari nella compravendita di reni: “È vietata ogni forma di mercato, però è incriminato soltanto il mediatore” puntualizza Ferrando Mantovani, docente di diritto penale dell’Università di Firenze.
Secondo il ministero della Salute, sono oltre 7 mila le persone in lista d’attesa per un trapianto di rene: aspettano in media tre anni, con rare eccezioni. Osserva Brizzi: “Ricordo una persona che è stata chiamata dopo nove anni. Il malessere dei reni è silenzioso e sarebbe importante migliorare la prevenzione”.
Nel 2008, però, è emerso un paradosso: sono aumentate le segnalazioni dagli ospedali di possibili donatori, ma gli interventi di trapianto in sala operatoria sono diminuiti. Secondo l’Istituto superiore della sanità, i motivi sono da ricercare nell’opposizione dei familiari e nell’innalzamento degli standard di sicurezza per il paziente. Veneto, Piemonte e Liguria sono le regioni più generose.

Dove, però, non arriva l’altruismo di chi ha deciso di donare gratuitamente c’è spazio per un commercio illegale che, nel mondo, ha raggiunto dimensioni preoccupanti. Secondo le stime di Luc Noël, coordinatore del gruppo di procedure cliniche dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), quattro anni fa un trapianto di rene su dieci era legato al mercato nero. Sono fenomeni condannati dalla dichiarazione di Istanbul, sottoscritta dagli istituti di 78 paesi e da 20 organizzazioni internazionali. “In Europa, ammesso che il fenomeno esista ancora, è in via di scomparsa. E sono forti le indicazioni etiche dell’Unione Europea contro il traffico d’organi” commenta Alessandro Nanni Costa, direttore del Centro trapianti dell’Istituto superiore di sanità. “Diversa, invece, è la situazione in Asia, dove l’Oms lavora da tempo per migliorare le situazioni normative, in una direzione più garantista” aggiunge Nanni Costa.
È stata la rivista scientifica Nature a segnalare i rischi di commercio illegale associati allo squilibrio economico e demografico tra alcune aree del pianeta. Se nei paesi ricchi la popolazione invecchia e avrà bisogno di maggiore assistenza sanitaria, nelle nazioni in via di sviluppo la disponibilità di organi resta ampia. Pakistan, India, Filippine, Nepal, Turchia, Moldova (lo stato più povero del continente europeo) sono alcune tra le mete più frequentate dal “turismo dei trapianti”.
“In Italia, comunque, la scomparsa di un paziente dalle liste d’attesa o dalla dialisi dovrebbe avere un riscontro presso i centri di riferimento sul territorio nazionale” sottolinea Nanni Costa.
L’ultimo paese che si è affacciato in un mercato ormai fiorente è la Colombia. L’Iran, invece, è un’eccezione: la vendita di organi è regolamentata dallo stato e giovani volontari possono offrirli a un’associazione religiosa musulmana di Teheran in cambio di denaro.
I viaggi sanitari clandestini della speranza, inoltre, sono facilitati da pacchetti tutto incluso che comprendono il biglietto aereo, l’operazione, la degenza. E, talvolta, anche una persona disposta a cedere un organo in cambio di denaro.
Un ospedale pachistano, contattato da Panorama, afferma che sono necessarie dalle tre alle quattro settimane per individuare il “venditore” adatto: il costo complessivo è di 65 mila dollari (ne servono 5 mila in più se il sangue del paziente è del gruppo 0) e prevede anche 30 giorni in clinica.
“Sono stati stabiliti a livello internazionale criteri per il controllo della qualità nei trapianti. L’obiettivo è garantire la sicurezza del ricevente e del donatore. Ma i trapianti in paesi che hanno procedure al di fuori di questi controlli non danno garanzie” avverte Bruno Gridelli, direttore scientifico all’Ismett di Palermo. “Non è sicuro per il donatore” spiega Remuzzi degli Ospedali riuniti di Bergamo “perché non ci sono garanzie su come viene svolto l’intervento di espianto (dalla tecnica al sistema sanitario); e neppure per il ricevente perché non ci sono informazioni sulla qualità dell’organo. Potrebbe essere infettato da virus dell’epatite o dell’hiv. E poi, quali sono le garanzie di sterilità? E mancano garanzie su come vengono affrontati i problemi postoperatori”.
Purtroppo l’elenco degli istituti sanitari che nei paesi in via di sviluppo promettono miracoli a prezzi stracciati grazie al permissivismo locale è lungo: un ospedale di Hyderabad (in India) offre sul web un intervento chirurgico per la sostituzione di un rene a 20 mila dollari, inclusi dieci giorni di degenza.
In Colombia, India e Filippine anche i siti per gli annunci economici e i social network diventano punti d’incontro tra la domanda dai paesi abbienti, dove gli organi scarseggiano, e l’offerta di persone che non hanno null’altro da vendere se non il proprio corpo. Le contrattazioni sono aperte 24 ore al giorno. Con pochi controlli da parte dei gestori dei forum.

“Sono un uomo in buona salute con un gruppo sanguigno B positivo” scrive un utente. Oppure, qualche giorno fa, “Niti” ha scritto un commento nel gruppo Kidney donors: “Ho bisogno di un donatore di reni per mio padre di 54 anni. Se qualcuno è interessato, può contattarmi al…”. La risposta di Ravi, un giovane indiano, è arrivata in poco tempo: “Ciao, voglio vendere il mio rene, il mio gruppo sanguigno è 0 positivo e ho 25 anni”. Segue, come sempre, il numero di cellulare o un indirizzo email.
- Tags: aiuti, blog, governo, internet, LAquila, scossa, sfollati, sisma, tendopoli, terremotati, terremoto in Abruzzo, uragani
-
“Alle 3.32 di trenta giorni fa la vita di molti abruzzesi è cambiata. Alcuni di loro non ci sono più, molti altri hanno visto la loro vita stravolta, privata degli affetti e delle proprie case. Ad un mese dal sisma, in Abruzzo è sempre emergenza”: è l’opinione cruda e precisa di un blogger che riflette sulle conseguenze del disastro di trenta giorni fa.
I soccorsi sono stati rapidi, ma la vita in una situazione di continua precarietà resta difficile. La casa e il ritorno alla normalità sono all’orizzonte, nei desideri e nelle notti di chi è sopravvissuto al disastro e non ha ancora riavuto un’esistenza normale. Qualcuno pensa di organizzarsi per far sentire la sua voce. Perché qualche disagio di troppo c’è, come racconta un altro blogger: “Dal primo maggio la società Strada dei Parchi (che gestisce due autostrade che praticamente collegano mezzo Abruzzo) ha ridotto l’area di esenzione del pedaggio e quindi 30 mila terremotati che si recano all’Aquila dalla costa, o fanno il tragitto inverso, pagano”.
E cosa dicono su Facebook? Come nei primi giorni dopo il terremoto, il social network sembra soprattutto uno spazio per lanciare appelli, esprimere solidarietà e organizzare iniziative. Scrive una bibliotecaria dell’Aquila in una bacheca: “Sto raccogliendo libri da portare nelle tendopoli. Potete aiutarmi?”. Altri invece tifano per la rinascita della città colpita dal sisma: “Forza Aquila ritorna a volare”.
Così attraverso blog e forum i terremotati mostrano all’Italia e al mondo come vivono a un mese dal sisma: accanto ai giornalisti, gli abitanti dell’Abruzzo tengono viva l’attenzione pubblica sulle loro città e sui loro paesi. Perché con internet hanno più voce. Come ha rivelato l’esperienza dei sopravvissuti all’uragano Katrina che nel 2005 ha sommerso New Orleans: dopo il ritorno in città, gli abitanti di alcuni quartieri hanno monitorato l’impiego dei fondi per la ricostruzione, segnalando gli interventi nelle strade e sugli edifici. I giornali locali hanno seguito con attenzione i disagi dopo l’inondazione, raccogliendo le segnalazioni dei lettori. Ma non è stato sufficiente. A quasi quattro anni dall’uragano, New Orleans è diventata la città più violenta degli Stati Uniti, superando Detroit nella classifica nazionale della criminalità.

Con l’arresto di Raffaele Diana le forze dell’ordine mettono a segno un altro colpo nella caccia ai capi del clan dei Casalesi. Diana, 56 anni, inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi, è ritenuto dagli investigatori il capo dell’ala guidata da Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, che è detenuto in regime di 41 bis.
Ricercato dal 2004, dopo la fuga al termine di un permesso-premio, Diana, detto “Rafilotto” ed originario di San Cipriano d’Aversa, è considerato il responsabile dell’omicidio di Paride Salzillo, nipote del boss Ernesto Bardellino, che gli dava ordini per telefono dal Brasile. Salzillo sparì nel marzo 1988, lo stesso giorno in cui Bardellino fu ucciso, ed il suo corpo non è stato più trovato.
Assegnato al soggiorno obbligato nel modenese, Diana aveva organizzato un giro di estorsioni in Emilia-Romagna, dove fu arrestato nell’ambito dell’operazione “Zues”. Condannato a sette anni e mezzo di reclusione, ottenne nel 2004 un permesso premio dal quale non era più rientrato.
La squadra mobile di Caserta ha sorpreso poco dopo le 18 il boss in un appartamento di via Torino a Casal di Principe (Caserta), roccaforte del clan. Il suo nascondiglio era un cunicolo di cemento, dal quale gli agenti lo hanno stanato.
Il proprietario dell’appartamento, che non aveva precedenti penali, è stato arrestato. Diana aveva con sé una sacca con una pistola calibro 9 per 21, una 7.65, ed un silenziatore oltre alle munizioni. “Chi siete?” ha chiesto il boss agli agenti, che stavano cominciando a picconare il cunicolo in cemento “e poi ha aggiunto: “sono armato, ma non sparate”. Probabilmente - secondo il capo della squadra mobile di Caserta Rudolfo Ruperti - si era trasferito da pochi giorni in quest’ultimo nascondiglio. Altri due covi utilizzati dal boss dei casalesi, sempre nel casertano, erano stati scoperti in passato dai carabinieri.
“Abbiamo tolto di mezzo un pezzo importante della organizzazione dei casalesi”, commenta Ruperti, un capo pericoloso, come testimoniano le armi che aveva con sé”.
Il 30 aprile è stato arrestato Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco, ritenuto il portaordini del fratello, che è detenuto. Il 14 gennaio a Mignano Montelungo era stato arrestato il superlatitante Giuseppe Setola, ritenuto il capo dell’ala stragista dei Casalesi, responsabile, tra l’altro, dell’agguato contro sei immigrati del Ghana il 18 settembre 2008 ad Ischitella, sul litorale domizio.
Il ministro degli interni Roberto Maroni si è complimentato con il capo della polizia Antonio Manganelli per la cattura di Diana, “un altro durissimo colpo inferto ai casalesi”.
Restano ancora liberi Michele Zagaria ed Antonio Iovine, latitanti da 14 anni, che continuano dai propri nascondigli a tirare le fila del clan, colpito duramente, ma ancora attivo ed in grado di far paura.
Una chiamata sul telefonino alle 3.40 di ieri notte. Pochi minuti dopo le scosse di terremoto Max, un ragazzo dell’Aquila, parla con un suo amico. E racconta come si è capovolto il mondo. “Ross, il terremoto. È stato terribile…La mia casa è distrutta..Il tetto è rimasto su solo sopra la mia camera” dice Max. Poi si scioglie in un fiume di dolore: “E mamma…mamma non c’è più….Non ce l’ho fatta Ross…Non ce l’ho fatta a prenderla, a raggiungerla. C’era buio…è buio qui..sono riuscito ad uscire solo io….Dio….Siamo scappati dal paese, crollava tutto…Dio mio, come farò?”.
Gli abruzzesi iniziano a descrivere la paura e l’angoscia di quegli attimi di terrore. È ancora presto per rielaborarla, le macerie sono sotto gli occhi di tanti. Ma scrivere su internet diventa un modo per guardare avanti. Come fa una ragazza all’indomani del terremoto. “L’alba qui in Abruzzo stamane era più fredda e silenziosa del solito, inconsciamente ciascuno faceva nella mente la conta delle persone care, degli amici, dei vicini di casa, cercando di sincerarsi che ci fossero ancora tutti, che qualcuno di loro non fosse rimasto schiacciato dalle macerie”. E aggiunge: “Le telefonate, spesso a vuoto, hanno segnato l’attesa di notizie che in molti non avremmo voluto ricevere”.
Sui forum online sono rimaste le testimonianze delle prime ore dopo le scosse sismiche. “Io sono dell’Abruzzo, e stanotte alle 3.30 mi sono svegliata per la scossa fortisssima… non vivo all’Aquila, bensì sulla costa abruzzese, eppure il terremoto l’ho sentito fortissimo”. Subito affiorano le preoccupazioni: “Conosco centinaia di persone e studenti che vivono all’Aquila e mi hanno portato testimonianza reale di quello che sta succedendo lì… le scuole sono chiuse in tutto l’Abruzzo, le linee interrotte, un macello insomma… in ogni modo tutti mi hanno detto la stessa cosa, che la scossa sembrava un bombardamento…”.
Chi ha superato la notte si guarda intorno e racconta il suo stato d’animo: “Oggi posso dire di essere un superstite a tutti gli effetti. Pe fortuna illeso insieme alla mia casa, ma in centro città si vedono scene da apocalisse: macerie ovunque, piazze ridotte a campi profughi, case e palazzi dei quali rimane solo lo scheletro, ovunque persone che piangono mentre si cerca di estrarre dalle macerie un loro caro. Uno scenario agghiacciante”.
Ma in rete c’è spazio per la speranza. Già dopo l’uragano Katrina che ha travolto New Orleans, internet si è dimostrato uno straordinario strumento per l’organizzazione di persone e risorse. Sull’esempio di Wikipedia, una pagina online raccoglie numeri utili per l’emergenza: centri per la donazione di sangue, conti correnti bancari, risorse per gli sfollati. Google offre il suo supporto con mappe e informazioni. Sono attivi su internet anche la Croce rossa e il Ministero della gioventù. Alcuni utenti segnalano le ultime notizie sugli aiuti attraverso un social network, Friendfeed, che permette la rapida condivisione di link. E sono centinaia gli iscritti ai gruppi di Facebook che esprimono solidarietà con gli abruzzesi.
- Tags: antonio-cassano, blog, burla, falso, internet, Marcello-Lippi, notizie, pesce-daprile, scherzo, video, Youtube
-

Paese che vai, pesce d’aprile che trovi. Nonostante sia ormai una “tradizione”, sono ancora molti i giornali e le agenzie di stampa che cadono nei tranelli escogitati dai buontemponi di ogni età e di ogni categoria professionale. E lo scherzo, quest’anno, si fa direttamente online.
In Inghilterra a prendersela a ridere sono addirittura i giornalisti del Guardian: accantonando 188 anni di inchiostro e rotative, hanno annunciato che il loro giornale diventerà il primo al mondo ad essere pubblicato solo su Twitter. Il passaggio è definito “epocale” da ignoti commentatori citati dal quotidiano britannico, perché tutti gli articoli saranno condensati in 140 battute.
In Svizzera ci ha pensato l’azienda municipale della nettezza urbana di Zurigo che ha informato l’Ats, l’agenzia di stampa svizzera, di un ritrovamento di due “immensi lingotti d’oro in un sacco della spazzatura”. L’agenzia è caduta nel trappolone del e ha pubblicato la news. Il falso scoop, nel giro di pochi minuti, è stato ripreso anche da molte altre agenzie di stampa e siti internet, fino a quando la fonte non ha rivelato che si è trattato solo di uno scherzo.
In Francia il Museo dell’Aria e dello Spazio (Mae) ha annunciato sul suo sito internet che il mitico Concorde (sparito dai cieli nel 2003) riprenderà il volo il prossimo 16 giugno, ma per sole due ore. France press, che ne aveva chiesto conferma al Museo, l’aveva subito ripresa, ma poco dopo è arrivata la rettifica: “Era un pesce d’aprile. Questo scherzo fatto dal Mae potrebbe essere un’idea e fare rivivere il sogno”, ha dichiarato il direttore del Museo, Gerard Feldzer.
Negli Usa, gara di pesci d’aprile tra i motori di ricerca. Google lancia “Cadie”, il sistema avanzato di intelligenza artificiale in grado di generare una versione in 3D di Chrome e alla base di Brain Search, tecnologia che “indicizza” memoria e saperi del cervello umano. Yahoo! risponde con il motore di ricerca “ideologico”, che “consente di controllare l’ideologia cui appartengono i risultati delle proprie ricerche”. Amazon, infine, promuove a un nuovo servizio di “Cloud computing”, chiamato “Face”: dirigibili senza equipaggio in grado di comunicare con la terra via “WiMAX o laser”. Per non dimenticare la rivoluzione, a 180 gradi, di YouTube, che si è presentato ai suoi milioni di frequentatori con un nuovo layout: i video da vedersi al contrario. Basta cliccare su un filmato qualsiasi per lanciare la visualizzazione capovolta. Come mai? La decisione, scherzano sul sito, è legata al fatto che “i monitor moderni offrono una migliore qualità di immagine quando vengono capovolti, un po’ come i materassi, che è consigliabile girare ogni sei mesi”.
In Italia. E i buontemponi del Bel Paese? Sportal ha annunciato che Marcello Lippi è stato costretto a fare marcia indietro su Antonio Cassano: lo ha convocato d’urgenza per la gara di questa sera con l’Irlanda di Giovanni Trapattoni. Il viareggino, secondo il sito, ha ceduto a oltre 2000 tifosi del Bari che hanno stazionato sotto l’albergo che ospita la Nazionale urlando a gran voce il nome del calciatore della Sampdoria e impedendo di fatto ai giocatori azzurri di dormire. Lippi ha quindi buttato giù dal letto Ciro Ferrara e l’ha mandato - in pigiama e vestaglia - a placare gli animi con la promessa che il “Pibe” di Bari Vecchia sarebbe stato allertato appena possibile. Alle 8 è partita la telefonata e alle 8.40, in un’improvvisata conferenza stampa, il ct ha cercato di salvare la faccia con i giornalisti specificando di essere ricorso al barese, perché “proprio nel corso della nottata Iaquinta è stato colpito da febbre alta dopo avere mangiato del pesce lesso avariato e sarà costretto a dare forfait”. Ovviamente, tutto falso.
Non poteva mancare all’appello il Grande Fratello 9, le cui notizie sono cliccatissime dai teenager: sul sito del reality di Canale 5 è comparsa la notizia di una dichiarazione di Federica (uscita settimane fa dal gioco tv) che affermava di essere incinta del fidanzato Nicola, conosciuto nella casa di Cinecittà e anche lui fuori dal gioco da qualche settimana. Ma dopo pochi minuti è comparsa una nuova news con il disegno di un pesce e la smentita.
Stando sui numeri, è l’Osservatorio sui consumi di Telefono Blu a stimare che quest’anno saranno 50 milioni gli scherzi organizzati dagli italiani. Il veicolo di gran lunga più diffuso è la posta elettronica: sarebbero infatti 50 milioni le e-mail dedicate ai tradizionali pesci d’aprile, seguite da 10 milioni di sms e mms e 6 milioni di telefonate. Dalle stime di Telefonoblu.it emerge che gli scherzi sarebbero aumentati del 10% rispetto all’anno scorso e addirittura raddoppiati rispetto a 2 anni fa. L’osservatorio segnala inoltre che quest’anno protagoniste assolute sono le donne: 1 su 3 infatti starebbe architettando una burla ai danni del proprio coniuge o di qualche collega.
Dal Duomo di Milano alla chiesa di San Lorenzo in Monluè: il 42 per cento delle parrocchie amborsiane ha un sito internet. Un record rispetto alla media nazionale rilevata dall’associazione Webcattolici, il 16 per cento su un totale di 26 parrocchie. Da anni il capoluogo lombardo è attento all’evoluzione della rete.
L’arcivescovo Dionigi Tettamanzi è stato uno dei primi a rivolgersi ai fedeli anche attraverso YouTube, frequentatissimo dai giovani: nell’ultimo video risponde alle domande sulla quarta catechesi. Un tentativo di apertura e di dialogo differente dal monologo del vescovo Richard Williamson, il prelato che ha negato l’esistenza delle camere a gas durante la Seconda guerra mondiale. Sollevando proteste soprattutto in Germania, dove il cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto chiarimenti al Vaticano.
Internet diventa, quindi, una finestra che consente di portare alla luce questioni che altrimenti resterebbero sepolte in dibattiti per pochi addetti. Ma permette anche una comunicazione diretta con i fedeli: un interesse che cresce con le prospettive di una Chiesa 2.0. In particolare, il sito della Diocesi ambrosiana rivela anche una cittadella dei luoghi di culto online: gli utenti possono esplorare una mappa dell’intera Regione che riunisce un elenco delle parrocchie in ogni città (raggruppate per nome, decanata, zona pastorale o Provincia/Comune). Ogni scheda contiene una descrizione dei luoghi con informazioni sulla vita della comunità, gli orari delle messe, gli indirizzi di posta elettronica dei preti.
Il VIDEO dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi su YouTube
- Tags: Camera, Concilio-Vaticano-II, Elio-Sgreccia, enciclica, Fraternità-San-Pio-X, Gianfranco Fini, internet, Marcel-Lefebvre, motu-proprio, negazionismo, Olocausto, Papa-benedetto-XVI, scomunica, sviluppo, tradizionalisti, Ucei, Vaticano
-

In un tentativo di spengere l’incendio delle polemiche del mondo ebraico verso la Chiesa cattolica, i lefebvriani della Fraternità di San Pio X hanno chiesto oggi “perdono” al Papa a a tutti gli “uomini di buona volontà” per le dichiarazioni negazioniste sulla shoah fatte da uno dei loro vescovi, il britannico Richard Williamson. Hanno avuto “conseguenze drammatiche”, si legge nel testo, diffuso non a caso dalla Sala Stampa della Santa Sede, e firmato in data odierna dall’attuale superiore degli ultra-tradizionalisti, mons. Bernard Fellay. “Le affermazioni di mons. Williamson non riflettono in nessun caso la posizione della nostra Fraternità”, ha dichiarato Fellay il quale ha anche reso noto di aver proibito al suo confratello qualsiasi nuova dichiarazione pubblica su questioni politiche o storiche.
L’ordine deve essere stato recepito perché Williamson, dal suo blog, ha evitato effettivamente di ritornare sull’argomento dell’Olocausto, anche se ha denunciato una campagna mediatica orchestrata ad arte per impedire al Papa di firmare il decreto di riabilitazione dei vescovi consacrati illegittimamente dallo scissionista Marcel Lefebvre, il 30 giugno 1988. Ciò però non gli ha impedito di proclamare “i conciliaristi (il modo in cui definisce i sostenitori del Concilio Vaticano II ndr.) non hanno più il Papa solo dalla loro parte”.
In una intervista ad una televisione svedese (qui il VIDEO), registrata a novembre e mandata in onda alla vigilia della pubblicazione del decreto pontificio per la revoca della scomunica ai lefebvriani, Williamson aveva affermato che non vi erano state camere a gas e che solo 200-300 mila ebrei erano morti nei lager nazisti e non 6 milioni. Parole che avevano immediatamente riaperto antiche ferite e proiettato un’ombra oscura su tutta l’operazione voluta da Benedetto XVI per ricomporre lo scisma con i tradizionalisti. Lo stesso Vaticano probabilmente non era pronto ad una simile bufera.
Anche nel Giorno della Memoria, le accuse, le precisazioni, i mea culpa si sono accavallati. E se in alcuni blog della Germania, l’ anti-semitismo di Williamson ha trovato subito seguaci tra i giovani neo-nazisti, gli episcopati cattolici di tutto il Continente europeo si sono compattati nel condannare e riprovare il vescovo lefebvriano.
Monsignor Kurt Koch, vescovo di basilea e presidente della Conferenza episcopale elvetica definisce “intollerabile” la negazione della Shoah e chiede ai lefebvriani di riconoscere esplicitamente il Concilio vaticano II e la dichiarazione conciliare “Nostra aetate” sui rapporti con l’ebraismo.
I vescovi svizzeri sono particolarmente sensibili alla “questione lefebvriana” anche perché il quartier generale dei seguaci di monsignor Lefebvre si trova proprio in Svizzera, ad Econe.
“Con un decreto firmato dal prefetto per la Congregazione per i vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re, il Papa Benedetto XVI ha revocato il 21 gennaio la pena della scomunica contro i quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X. Questo decreto è l’espressione della volontà del Papa di riassorbire lo scisma con una comunità che conta nel mondo alcune centinaia di migliaia di fedeli e 493 preti. Si è tuttavia prestata poca attenzione” sottolinea il presidente dei vescovi svizzeri “al fatto che questi quattro vescovi rimangono sospesi a divinis. Non è loro permesso, pertanto, di esercitare il loro ministero episcopale”.
La politica e le istituzioni non stanno a guardare. “C’è il dovere di indignarsi e non minimizzare quando rieccheggiano teorie negazioniste sempre infami e ancor di più se arrivano da chi ha un incarico religioso”, dice Gianfranco Fini, nel suo discorso per il convegno a Montecitorio sulla Shoah, entrando con nettezza nella polemica legata alle parole del vescovo lefebvriano Williamson.
Non è la prima volta che la terza carica dello Stato prende posizione sul tema: poco prima del Natale scorso, durante un convegno organizzato a Montecitorio sui settant’anni delle leggi antiebraiche e razziste, ebbe a dire: “Anche la Chiesa si adeguò all’infamia delle leggi razziali”, scuotendo i palazzi d’Oltretevere e incrociando la polemica con il Vaticano. Ora però Fini se la prende con le tesi negazioniste del vescovo tradizionalista che hanno fatto infuriare la comunità ebraica, che aveva chiamato in causa il Vaticano che aveva incluso Williamson nella lista dei vescovi riabilitati da Benedetto XVI.
Già lunedì 26 il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna aveva definito “un’infamia” le tesi che puntano a negare l’Olocausto, chiedenod alla Chiesa di prendere una posizione netta. E una risposta era arrivata dal presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco. Da una parte il prelato aveva espresso il dispiacere della Chiesa “per le infondate affermazioni negazioniste”, riaffermando però apprezzamento per “l’atto di misericordia” del Papa verso i lefebvriani (di cui Williamson fa parte). Le polemiche insomma non si placano: il rabbino di Roma, Riccardo Di Segni, ha espresso la preoccupazione che Williamson sia solo la punta dell’iceberg di un sentimento antisemita diffuso in quella parte tradizionalista della Chiesa che non ha mai accettato le aperture del Concilio Vaticano II.
Adesso i lefebvriani hanno rotto un silenzio che stava cominciando a diventare assordante: resta da vedere se la loro lettera riuscirà ad acquietare le preoccupazioni e i sospetti del mondo. ebraico.