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Blitz contro i “protettori” del boss Messina Denaro, 13 arresti

Il Murales di Messina Denaro

Imponente operazione antimafia questa mattina contro i presunti fiancheggiatori del boss mafioso latitante dal 1993 Matteo Messina Denaro, ritenuto il nuovo capo di Cosa Nostra (qui il VIDEO da Medianews del 12 novembre 2007). Gli agenti del Servizio centrale operativo (Sco) e delle Squadre mobili di Trapani e Palermo hanno eseguito 13 arresti nei confronti di altrettanti indagati ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di società e valori. I provvedimenti sono stati emessi dal gip di Palermo che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Teresa Principato e dei pm Roberto Scarpinato, Paolo Guido, Sara Micucci e Roberto Piscitello.
In manette anche Mario Messina Denaro, cugino del boss. Secondo gli inquirenti l’uomo, imprenditore caseario, avrebbe imposto il “pizzo” a imprenditori locali sostenendo di raccogliere i soldi delle estorsioni a nome del cugino. Avrebbe anche gestito un traffico di stupefacenti tra Roma e il territorio trapanese, sempre finalizzato a finanziare l’organizzazione criminale.

È stata, inoltre, sequestrata un’intera impresa olearia con beni immobili annessi, per un valore di circa 2 milioni di euro, fittiziamente intestata a terze persone, al fine di sottrarre il patrimonio mafioso ad eventuali aggressioni di carattere patrimoniale da parte degli inquirenti Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli arrestati hanno svolto, “primariamente, un fondamentale ruolo nel sostegno alla latitanza di Messina Denaro, assicurandogli, tra le altre cose, il mantenimento di riservati canali di comunicazione con i componenti di vertice di Cosa nostra palermitana”. L’azione di copertura si è anche sostanziata attraverso la fornitura di documenti d’identità falsi al ricercato, per consentirgli di eludere le indagini.

Nel corso dell’operazione ‘Golem’ gli inquirenti hanno contestualmente eseguito delle perquisizioni in quindici istituti penitenziari nei confronti di trentasette detenuti. I detenuti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, avrebbero comunicato con gli indagati. Tra questi figurano ‘boss’ di primissimo piano nel panorama di Cosa Nostra, tra cui Mariano Agate, capo indiscusso del ‘mandamento’ mafioso di Mazara del Vallo, detenuto ininterrottamente da oltre 15 anni e condannato a più ergastoli per associazione mafiosa, omicidi e traffico di sostanze stupefacenti. Storicamente legato all’ala corleonese di Cosa Nostra, è da sempre considerato vicinissimo alla famiglia Messina Denaro. Ma anche Filippo Guttadauro, cognato del latitante Messina Denaro Matteo, per averne sposato la sorella. “Le perquisizioni hanno, finora, consentito” si apprende da ambienti giudiziari “di acquisire numerosa documentazione, già al vaglio degli inquirenti che stanno valutando la possibilità di disporre l’immediato trasferimento di alcuni dei soggetti perquisiti in Istituti Penitenziari diversi”.

Secondo quanto emerge dalle indagini, inoltre, nonostante sia uno dei boss latitanti più ricercati d’Italia dal 1993, il capomafia di Castelvetrano avrebbe fatto dei viaggi anche all’estero in Austria, Svizzera, Grecia, Spagna e Tunisia per mostrare “ancora una volta, la particolare ‘mobilità’ che lo caratterizza da sempre. Per questa ragione, in collaborazione con l’Interpol, sono stati svolti diversi approfondimenti investigativi in diversi Paesi europei ed extraeuropei, “dove risultano essere presenti diversi soggetti in rapporti con Messina Denaro”. In questo stesso contesto, tra le altre cose, le indagini hanno consentito di localizzare e catturare in Venezuela, nonché di estradare in Italia, alcuni esponenti di spicco di Cosa nostra, fortemente legati a Messina Denaro: come Vincenzo Spezia, killer ed elemento di vertice della “famiglia” mafiosa di Campobello di Mazara.

Infine, agli atti dell’operazione anche il ‘pizzino’ ritrovato tempo fa nel quale Denaro rassicurava i suoi amici detenuti: “… io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d’onore da rispettare. Lo devo a Papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato”. “Ad onore del vero” scrive ancora Messina Denaro “se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest’ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …”.

Chi è Matteo Messina Denaro: il ritratto nel VIDEO di Carlo Lucarelli:

Clandestini: la rotta per l’Europa passava da Udine. Bloccata dalla Polizia

Agenti della Polizia di Stato

Scattata all’alba in Veneto, Lombardia e Slovacchia, un’operazione internazionale (detta Goldfish 2), di Polizia è riuscita a smantellare una vasta organizzazione criminale con radici in Pakistan, Russia, Ucraina, Ungheria e Slovacchia, che gestiva il flusso di centinaia di immigrati clandestini da Pakistan e India in Europa. L’organizzazione, un vero e proprio network internazionale, è stata scoperta dalla Squadra Mobile della Questura di Udine in collaborazione con il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, l’Interpol e la Polizia slovacca. Su richiesta del pm Maria Caterina Pace, il Gip di Udine ha emesso dieci ordinanze di custodia cautelare in carcere per immigrazione clandestina nei riguardi dei presunti appartenenti a tale organizzazione. Due persone sono state arrestate nei giorni scorsi a Milano e a Terracina (Latina); gli altri otto ordini di cattura sono in corso di esecuzione. Le indagini hanno ricostruito il viaggio di oltre 300 clandestini da India e Pakistan in Friuli e, di qua, in altre regioni italiane, oltre che in Spagna, Francia, Belgio e Inghilterra.
Erano a Mosca e Bratislava (Slovacchia) le basi dei viaggi. Le rotte del traffico di clandestini sono state ricostruite dalla Squadra Mobile della Questura del capoluogo friulano con centinaia di intercettazioni telefoniche che hanno consentito di ricostruire l’organigramma dell’organizzazione e le sue modalità operative. I clandestini venivano reclutati soprattutto nel Punjab e venivano trasferiti (con visti regolari) a Mosca; sistemati in appartamenti, venivano poi portati in Ucraina, nel centro profughi di Mukacevo, da dove venivano smistati verso altri tre campi profughi (Debrecen, in Ungheria; Samcuta Mare, in Romania; e Gabcikovo, in Slovacchia) o in appartamenti di Bratislava gestiti dall’organizzazione. La terza parte del viaggio era affidata ai referenti dell’organizzazione a Bratislava, che avevano la possibilità di controllare e gestire decine di autisti slovacchi e cechi. Sono stati questi ultimi che, spesso in condizioni disumane e al limite della sopravvivenza, hanno portato i clandestini in Friuli da dove sono stati trasferiti prima a Brescia e poi in altre regioni italiane, oltre che in Spagna, Francia, Belgio e Inghilterra.
Sono migliaia i clandestini portati dall’India e dal Pakistan. Per oltre 300 di questi la polizia friulana ha ricostruito i viaggi con documenti e dovizia di particolari. Per gli altri gli investigatori hanno accertato tracce nell’attività dell’organizzazione. Le indagini sono cominciate nell’estate 2007 in seguito ai numerosi arrivi in Friuli di clandestini condotti, spesso in condizioni disumane, sempre da autisti slovacchi e cechi provenienti da Bratislava.

Due corpi senza vita a Livorno. E senza nome dal Natale 2004

Guardie della Forestale in azione | Ansa
Era il Natale 2004 quando i corpi senza vita di un uomo e di una donna vennero ritrovati nella pineta di Marina di Cecina, in provincia di Livorno. Distesi l’uno al fianco dell’altra, quasi abbracciati, sotto la tettoia di una magazzino utilizzato dal Corpo Forestale dello Stato come deposito di attrezzi.
A scoprire i due cadaveri, solo poche ore dopo la loro morte, un funzionario della Forestale durante un controllo. L’uomo si avvicinò lentamente, convinto che i due stessero ancora dormendo; la posizione dei corpi faceva pensare che si fossero avvicinati per ripararsi dal freddo di quella notte in cui la temperatura era scesa al di sotto dello zero. A coprirli solo abiti leggerissimi, inadatti a una notte d’inverno all’addiaccio. Intorno a loro, solo una bottiglia di acqua mezza vuota, foglie secche e il silenzio della pineta deserta.
Ma quando il funzionario si fece più vicino, non ci mise molto a capire che, in realtà, i due corpi erano senza vita: il volto dell’uomo era segnato un grumo di sangue che usciva dalla bocca mentre il viso di lei era rivolto verso quello del suo compagno. Addosso ai due nessun documento, nessuna indicazione, neppure un anello con inciso un nome per poter risalire alla loro identità, al loro paese d’origine. Lui: un uomo di circa 40 anni con una folta barba, capelli ricci e castani. Lei, molto più giovane 25-30anni al massimo, con capelli castani tagliati cortissimi. Erano molto magri: in due non superavano gli 80 chili. “Forse sono due clochard” fu sulle prime il pensiero dell’uomo che li ha ritrovati.
Un dubbio che a distanza di tre anni, non ha trovato ancora una spiegazione e anzi è diventato un vero mistero per la polizia del commissariato di Cecina. Un mistero che sembra non avere una soluzione. Le indagini, coordinate dal pm Giuseppe Rizzo della Procura della Repubblica di Livorno, hanno spinto gli agenti a ricercare indizi e testimonianze nell’ambienti dei senza fissa dimora e persino nella comunità degli Elfi della montagna pistoiese, nel comune di Sambuca. Niente, nessuna traccia.
Nessuno che li abbia mai visti e che si ricordi di quei volti. Senza esito anche il riscontro con l’Interpol che risale ormai a dodici mesi fa, al gennaio del 2007. Insomma, un vero e proprio giallo quello della pineta delle Gorette. Nessuno che abbia mai fatto una denuncia di scomparsa, in Italia e eppure all’estero. Durante l’autopsia che ha escluso l’omicidio e anche l’ipotesi dell’avvelenamento, su i corpi sono stati ritrovati i segni di una vecchia abbronzatura. Probabilmente i due conoscevano già quella pineta e quella spiaggia. Forse ci erano già stati qualche mese prima durante l’estate e forse erano voluti ritornare proprio lì, tra i pini e la macchia mediterranea, per lasciarsi morire. Tante domande, tantissimi dubbi ed interrogativi. Possibile che nessuno abbia mai notato quei due? Strano, ma pare sia così. Sembrano essere apparsi e scomparsi nel nulla. Nella cittadina di Cecina, che dista solo poche centinaia di metri da dove sono stati ritrovati i cadaveri, nessuno li ricorda e nessuno dice di averli mai visti.
Dei due, forse amici o forse amanti, i cui corpi sono ancora conservati all’obitorio di Livorno in attesa di un nome e di una sepoltura, rimane dopo tre lunghi anni, solo un fascicolo con scritto sopra “24/12/2004″. Il giorno del ritrovamento.

Italia-Romania, tra affari e sicurezza la convivenza tra due popoli

La cronaca: l’omicidio di Giovanna Reggiani a Tor di Quinto, i tre romeni aggrediti a bastonate (uno è ferito gravemente) davanti a un supermercato romano in una spedizione punitiva di italiani, la bomba carta e la scritta “Ve bucamo la testa” in un negozio di specialità romene a Monterotondo (nella foto), la tentata fuga di un 28enne romeno condannato a sette anni per stupro, bloccato dalla polizia all’aeroporto di Treviso. E la politica: le dichiarazioni di Walter Veltroni, secondo cui c’è una prevalenza di reati compiuti da romeni, il decreto sulle espulsioni dei cittadini comunitari, le proteste del presidente Traian Basescu, il primo incontro istituzionale domani tra il ministro Bersani e il governo di Bucarest, quello tra i due premier, Prodi e Calin Popescu Tariceanu, mercoledì a Roma.

I rapporti tra i due Paesi sembrano precipitati nell’ultima settimana. Ma chi lavora da anni contemporaneamente sui due fronti, quello italiano e quello romeno, mette in guardia da semplificazioni e pregiudizi. Diana Alina Harja è presidente dell’Associazione culturale “Amici della Romania”, è sposata con un italiano e da quattro anni vive a Latina. “In questi giorni ho ricevuto molti messaggi di solidarietà dai miei amici italiani”, dice, “tutti mi dicono: ‘Non pensiamo di voi quello che si legge sui giornali’. Manifestazioni che rispecchiano il mio rapporto col vostro Paese, fatto di accoglienza e dialogo. Ma ora temo che si scateni la ‘caccia al romeno’. Sui media è già cominciata la criminalizzazione di un’intera comunità a causa di fatti isolati”. La risposta degli “Amici della Romania” è quella di far conoscere la cultura romena agli italiani, con lezioni, rappresentazioni teatrali, conferenze. Per domani è previsto un incontro presso l’ambasciata, in cui diverse associazioni si accorderanno per promuovere nuove iniziative in questo senso.

Sono 22 mila le imprese italiane registrate in Romania dal 1990, 12 mila sono tuttora attive, con 800 mila dipendenti romeni. Dal 1993 l’Associazione imprenditori italiani in Romania fornisce consulenza a chi dall’Italia vuole avviare un’attività a Bucarest e dintorni. Il segretario generale è Mauro Ghiglia, che vive in Romania da tre anni. “Negli ultimi anni molti imprenditori si sono trovati in difficoltà”, spiega, “perché non hanno capito che questo non è un Paese da sfruttare ma una realtà in rapida evoluzione. Oggi Bucarest è l’84esima capitale più cara al mondo, le auto di lusso sono a ogni angolo, il mercato è in crescita. L’approccio giusto è quello della comprensione degli usi e costumi locali e dell’investimento, come stanno facendo austriaci, turchi, israeliani, arabi. I nostri connazionali sono in genere ben voluti qui, ma negli affari l’opinione diffusa è che chiacchierino un po’ troppo e investano poco”.

Per quanto riguarda i problemi di sicurezza causati da alcuni cittadini romeni emigrati all’estero, Ghiglia ha le idee chiare: “Molte responsabilità sono del governo di Bucarest”, dice, “che da una parte ha trascurato la questione interna delle minoranze etniche e dall’altra non ha fatto nessun tipo di controllo su chi è uscito dal Paese dopo l’ingresso nell’Ue”. E il futuro economico della Romania visto dagli imprenditori italiani? “I settori più promettenti sono quelli dei servizi, la formazione in primo luogo, e della ricostruzione delle infrastrutture. Mancano gli operai per costruire strade e ospedali e molti romeni vogliono tornare in patria per lavorare. Io credo che in pochi anni gli stipendi medi raggiungeranno livelli accettabili, ridando vigore ai consumi”.

L’Interpol ha la visione completa dei fenomeni criminali legati all’immigrazione. Spiega Paolo Sartori, capo dell’ufficio di collegamento del ministero dell’Interno per la Romania e la Repubblica Moldava e rappresentante italiano presso il Seci (l’ente sudeuropeo contro il crimine internazionale): “La collaborazione con la polizia romena è piena e ha dato buoni frutti, portando a quasi mille arresti e altrettante denunce dalla primavera 2006 nell’ambito dell’operazione Itaro“. Anche se, sottolineano le forze di polizia, le espulsioni dall’Italia fatte per motivi di ordine pubblico fino al 31 dicembre 2006 (si parla di qualche decina di migliaia di cittadini romeni) si sono azzerate all’alba del primo gennaio 2007, quando gli espulsi sono tutti rientrati nel nostro Paese.
Il rispetto rigido delle regole è alla base della convivenza, secondo Bajenescu Dan, direttore del Gazzettino Romeno, settimanale bilingue. “E l’Italia non doveva permettere la costruzione di tutti quei campi abusivi”, aggiunge. “Chi non è in regola nel vostro Paese, non doveva essere accolto. È così che ci comportiamo noi con gli stranieri”.

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