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Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà , lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità . Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà . Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già . Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.

Nato il 14 settembre 1966 a Bagnoli di Sopra (Pd), secondo di cinque figli. Dalla prima media frequenta il Seminario minore di Tencarola (diocesi di Padova) fino al conseguimento della maturità classica. Frequenta il Seminario maggiore per il quinquennio di studi teologici e per il sesto anno di propedeutica alla pastorale. Riceve l’ordinazione diaconale il 3 marzo 1990 e l’ordinazione sacerdotale il 9 giugno 1991. Svolge l’incarico di vicario parrocchiale dal 1991 al ‘93 presso la parrocchia del Sacro Cuore in Padova, quindi dal ‘93 al ‘97 presso la parrocchia di San Bartolomeo Apostolo in Tencarola e dal ‘97 al ‘99 presso il Duomo di Piove di Sacco. Nell’agosto del 1999 viene nominato parroco di Monterosso (dal sito: www.chiesacattolicadeipeccatori.it realizzato dal Gruppo Giovani di Monterosso a sostegno del loro don e della verità sul caso che lo riguarda).
Don Sguotti, cosa si è messo in testa? Vuol fare il Milingo del Nord-Est, cambiare le regole?
Chi mi conosce apprezza la coerenza delle mie azioni. Certo, le regole possono essere cambiate, adattate ai tempi, per lo meno discusse. Ma per il Vaticano è un’eresia.
E cosa dovrebbero fare, buttare a mare i cardini della dottrina cattolica?
Non penso alla rivoluzione. Chiedo solo di adattare la religione alle esigenze di oggi, liberarla da certe paure.
Ma non era più semplice rinunciare alla tonaca, vivere felice e contento con la sua donna e suo figlio, invece di incaponirsi così?
Perché più semplice? Lei davvero crede che quello che sto facendo riguardi solo me? No, è una condizione comune a moltissimi preti, solo che la vivono nel silenzio, di nascosto. Io invece ho deciso di rompere l’ipocrisia.
Per arrivare dove? A che i preti possano sposarsi e procreare?
Il primo obiettivo è di rivedere la posizione che vieta a divorziati o risposati di accedere ai sacramenti. Regola anacronistica, che oramai il 90 per cento dei sacerdoti trasgredisce. Poi ottenere che la Chiesa, quando viene a conoscenza di comportamenti pedofili, li denunci all’autorità giudiziaria.
Ma lei conosce molti casi di preti pedofili?
Conosco casi in cui si è cercato di coprire e di reinserire. Ma non capiscono che se un prete potesse vivere normalmente la sua affettività il fenomeno si ridimensionerebbe?
Perché ha dato la sua vicenda in pasto ai media, con tanto di attrezzatissimo sito internet e partecipazione a programmi scemi della domenica?
Uno che deve diffondere un suo messaggio cosa deve fare? Fondare un giornale, comprare una televisione? Non scherziamo. Utilizza quello che ha a disposizione, sfrutta le opportunità che gli vengono offerte, come ho fatto io. Spero tanto serva a convincere quei preti che sono nella mia condizione a venire allo scoperto.
Non vorrei disilluderla, ma sono i media che si servono di lei, non il contrario.
Può essere, quando uno vende un prodotto tende a strumentalizzare. Ma accetto il rischio, se questo dà un contributo alla causa. Spero che smuova la base, visto che a Roma non cambia nulla. E quando qualcosa si muove, come quel vescovo brasiliano che aveva sollevato il problema del matrimonio dei preti, viene subito tacitato.
Adesso cosa le capiterà ? Verrà scomunicato?
Se abbandono la parrocchia così come mi è stato ordinato, non mi succederà niente. Se faccio resistenza, parte un iter punitivo che può arrivare alla scomunica. Ma io resisto e non mollo.
Auguri. Per altro i parrocchiani sono quasi tutti con lei. Curiosa cosa, nel cuore del Veneto bianco e bigotto.
Mi conoscono da 8 anni, sanno che persona sono, apprezzano la mia coerenza. Hanno cercato di vivere con me il Vangelo nella sua verità , e così facendo hanno aperto gli occhi.
Il suo vescovo ha detto che lei è un principe delle tenebre. Un diavolo, insomma.
Il vescovo si comporta come un padrone. Ha detto che sono un diavolo solo perché ho chiesto un atto di giustizia verso un ricco che voleva mangiare la pecora del povero. Basta questo per farmi diventare un demonio?
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Roberto Calderoli (18 April 1956) is an Italian politician, member of the Senate of Italy and formerly the Reforms Minister, and a leading member of the Northern League. He is usually seen as representing the component originating from the right wing and Bergamo, whereas Roberto Maroni represents the area originating from the left wing and Varese. Calderoli in 2001 was elected to the Senate of Italy. During his mandate, he also wrote a new infamous electoral law based on proportional representation rather than plurality voting system, which was first introduced in Italy in 1994 by a referendum. Successively, Calderoli himself criticized the electoral law he wrote by defining it “a load of crap”. (Così dice del vicepresidente del Senato, l’edizione inglese di Wikipedia)
Ho visto che ha regalato a Silvio Berlusconi una foto di Michela Brambilla con l’oggetto del desiderio cerchiato. Una cosetta fine.
E le sembra fine mostrarsi in televisione conciati così? Io quella foto l’ho trovata sul Gazzettino. Sopra c’era il circolo della libertà , sotto ci ho fatto il circolino della libertina. E poi: se mi fotografano con le dita nel naso, è colpa del fotografo o mia che mi ci infilo le dita?
Secondo me è invidia, perché voi della Lega non avete una Brambilla. È che non avete creduto abbastanza in Irene “Catwoman” Pivetti.
Mi piaceva di più la prima Pivetti, quand’era presidente della Camera. Ma adesso che ci penso, non così tanto.
I fucili da dissotterrare, i bergamaschi pronti alle armi, il tricolore nel cesso, adesso la guerra di liberazione… Solo la sinistra ci casca ancora.
In tutti questi anni Bossi ha avuto la capacità di incanalare per vie democratiche incazzature che potevano prendere altre strade. L’Alitalia che chiude Malpensa, la Brebemi, la Tav e la pedemontana bloccate, un fisco martellante… Solo Umberto ha evitato che la situazione esplodesse, facendo votare quattro volte al Parlamento modifiche della Costituzione.
In fondo il gesto più eversivo resta ancora quel folcloristico attacco al campanile di San Marco col carro armato fatto in casa.
Non era la Lega, ma una cosa staccata. Erano i Serenissimi, un gruppetto spontaneo che ha fatto quel gesto simbolico. Con il merito di aver dimostrato che Stato abbiamo di fronte: dopo averli tenuti in galera i giudici li hanno assolti, facendo ridere il mondo.
Perdoni il dubbio, ma la guerra di liberazione prescinde da Roma o marcerà su Roma?
Non abbiamo ancora abbandonato la via parlamentare, anche se siamo scettici che si possa ottenere qualcosa. Il messaggio di Bossi è stato chiaro, ne abbiamo parlato anche con Giulio Tremonti. Bisogna trovare qualcosa che sblocchi la situazione di stallo.
A proposito di stallo: come sta il suo maiale, quello che doveva sfilare a Bologna in funzione antimoschea?
Povero, è finito in salami. Del resto, era grasso al punto giusto. Ma sa che me ne hanno offerti altri 100 con trasporto annesso per andare a Bologna? Adesso il senatore Giovanni Pistorio mi ha promesso il maialino nero dei Nebrodi, che almeno resta piccolo e non cresce.
Dicono che le state sparando a raffica perché i sondaggi vi danno in calo. Le risulta?
Ma quando mai? I sondaggi dovrebbero preoccupare gli altri. Alle ultime amministrative la Lega ha fatto il pieno, e quelli sono voti veri.
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Ma sono davvero 15 i parlamentari della Margherita pronti a saltare il fosso?
Lo ha detto Silvio Berlusconi, anche se mi sa che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Guardi, a me ne basterebbero 3 e Prodi sarebbe spacciato.
Con Romano Prodi avevate provato a parlare.
Sì, ma lui non ha fatto nulla. Doveva esserci il federalismo fiscale in Finanziaria, lei per caso l’ha visto?
Se si vota in primavera, quanto prende la Lega?
Tra l’8 e il 10 per cento.
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Nato a Roma nel 1941, è presidente di Ferrovie dello Stato e dell’Università di Trento. In precedenza lo era stato della casa editrice del Sole 24 Ore, di Ubs Italia corporate finance e Marzotto. Per dieci anni, dal 1990 al 2000, è stato direttore generale della Confindustria. Ha avuto incarichi di insegnamento all’Università La Sapienza di Roma, alla Luiss, alla Cesare Alfieri di Firenze e all’Università di Reggio Calabria. È responsabile scientifico della Fondazione Nord Est e socio di enti morali quali la Società italiana di statistica, l’Istituto Adriano Olivetti di studi per la gestione economica e dell’azienda, l’Istituto affari internazionali. Collabora anche al sito LaVoce.info. Autore di numerosi articoli scientifici e divulgativi, è cavaliere di Gran croce.
Dottor Cipolletta, da quanto tempo non prende un treno?
Ultimamente lo prendo spesso. L’altro giorno sono stato a Venezia e poi a Bologna. Non per una questione ideologica, ma perché è molto più comodo rispetto ad altri mezzi.
Scomodo (e impopolare), almeno per le tasche dei viaggiatori, è invece che aumentino ancora i biglietti (e le multe). Però lei su questo ci ha messo la faccia.
L’ho fatto per senso di realismo, abbiamo le tariffe più basse d’Europa. Senza aumenti non si risanano le Ferrovie. Voglio dire: gli aumenti da soli non bastano, ma sono parte fondamentale di una strategia di valorizzazione del prodotto.
Guardi che se li alzate ancora sarà più competitivo spostarsi in aereo. Già adesso il Milano-Roma con il low cost della Ryanair costa meno.
Quando avremo completato l’alta velocità anche le Ferrovie offriranno dei low cost sui propri treni, ovviamente non nelle ore di massimo traffico. Ma noi operiamo su un settore diverso, non inseguiamo le compagnie aeree.

Il povero Mario Schimberni diceva che nemmeno il Padreterno sarebbe stato capace di risanare le Ferrovie. Si vede che lei si sente un gradino più su.
Se è per questo anche Giulio Andreotti diceva che i manicomi sono pieni di chi si crede Napoleone e di chi vuol risanare le Ferrovie. Io faccio un servizio civile in un’azienda dove negli ultimi vent’anni molti hanno investito e lavorato bene. Speriamo di completare l’opera.
Non era meglio stare al Sole che all’ombra del parastato?
Non sono uscito dal Sole 24 Ore per mia volontà . Sarei voluto rimanere, essere il presidente che lo portava in borsa, poi me ne sarei andato. Ma ormai è acqua passata.
Tra lo zero e il sottozero a che livello metterebbe ora l’indice di gradimento delle Ferrovie?
Mi spiace deluderla, ma credo che stia tornando positivo. Io almeno lavoro per questo.
Lei è un uomo di sinistra. Immagino che voterà alle primarie del Partito democratico.
Penso di sì. Prima però devo capire bene come funziona.
Chi dei papabili: Walter Veltroni, Rosy Bindi, Enrico Letta?
Veltroni mi sembra oggettivamente quello che rappresenta di più tutti. Ma ho egual stima anche degli altri.
Migliaia di candidati, centinaia di liste e controliste che hanno fatto emergere screzi feroci e antipatie; non ha la sensazione che quella che voleva essere democrazia dal basso si sta trasformando in una caotica babele?
Non ho una grande competenza in materia, ma pensavo che si sarebbe votato solo per il leader. Ho scoperto dopo che c’era tutto questo ambaradan di cui tener conto.
Cosa farà il suo amico o ex amico Luca di Montezemolo dopo la Confindustria?
Amico, non ex. Sa, tra noi c’è un rapporto franco: quando qualcosa non va, glielo dico in faccia. E questa mi sembra amicizia vera. Detto questo, vedo per lui un possibile futuro nelle istituzioni, a far politica in senso lato. Ma non lo vedo certo alla guida di un movimento o di un nuovo partito.
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Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, è nato a Monza nel 1952. Sposato, due figli, insegnante, è stato assessore al Comune di Sesto San Giovanni dal 1985 al 1993 e poi sindaco, eletto nel 1994 e riconfermato nel 1998. Iscritto ai Democratici di sinistra, è stato candidato alle elezioni europee del 1999 per la circoscrizione nord-ovest ottenendo circa 15 mila preferenze. È stato segretario della federazione metropolitana dei Ds dal 1999 al 2004. Fa parte della direzione nazionale ds e del consiglio federale della Fed. È stato eletto presidente della Provincia nel turno elettorale del 2004 (ballottaggio del 26 e 27 giugno), raccogliendo il 54 per cento dei voti in rappresentanza di una coalizione di centrosinistra. Ha battuto la candidata del centrodestra, Ombretta Colli, presidente uscente. Il suo mandato scade nel 2009.
Presidente Penati, non ha capito che a sinistra il tema della legalità non fa proseliti. Poi si lamenta se la definiscono leghista di sinistra o centrista occulto.
Certa sinistra ha la cattiva abitudine di affibbiare etichette invece che confrontarsi sul merito. Il tema della sicurezza è prioritario nell’area metropolitana milanese, bisogna dare risposte a una comunità che si sente minacciata.
Mi sa che la polemica è figlia anche dei movimenti in vista delle primarie del Partito democratico.
Magari, se fosse così sarebbe una polemica passeggera. Purtroppo invece perdura da tempo all’interno della sinistra, e riemerge ogni volta che si affronta il tema della sicurezza.
Nella sua maggioranza la sinistra radicale conta 11 consiglieri su 25. Se fossi in lei non mi sentirei tranquillissimo…
Sarebbe presuntuoso se non mi preoccupassi. Ma sono tranquillo perché in questi due anni e mezzo la mia maggioranza mi ha sempre sostenuto. Sul tema sicurezza c’è stata sì divergenza, il che non ha impedito che passasse la delibera che stanzia 1 milione di euro per il fondo metropolitano sulla sicurezza.
Quando poi passa anche con i voti dell’opposizione si dorme tra due guanciali.
Era un ordine del giorno che approvava la mia relazione in Consiglio. Ma per amor di verità occorre dire che la delibera era già passata con il voto unanime di tutti gli assessori.
Ma lei se la sentirebbe di fare come Sarkozy e prendersi in giunta politici della Casa delle libertà ?
Certo che lo farei, perché va premiata la competenza non l’appartenenza. Poi non so se questo Paese lo tollererebbe: il bipolarismo è giovane e si griderebbe all’inciucio. Come successo sul voto bipartisan in Regione su Malpensa.
A proposito, invece di restare impiccati al destino di Alitalia, prendiamo al volo l’offerta di Ryanair.
Io sono per andarla a vedere fino in fondo. Se Alitalia conferma che dismette gran parte dei voli, Malpensa deve pensare al suo destino. Anche se non possiamo pensare che le 180 rotte di Alitali possano essere coperte da una compagnia low cost, se pure di successo.
Sul ticket a Milano sempre strenuamente contrario?
La Moratti ha ragione quando sostiene che bisogna intervenire sulla congestione del traffico. Ma allora io dico: meglio chiudere il centro storico alle auto che mettere un ticket. Oltretutto è un provvedimento che copre il 4 per cento dell’area metropolitana, poca cosa.
Sta passando il ferale sospetto che sull’Expo 2015 Milano si farà fregare da Smirne.
Sul tema al Festival dell’Unità ho detto: siamo qui per sparare sul gufo. Guardi, confrontando i due progetti Milano vince alla grande. Se poi sulla scelta influiscono ragionamenti di altro tipo, chessò, geopolitico…
Un giudizio in tre righe sulla Moratti sindaco.
Lo daranno gli elettori, non mi metto certo io a dare voti. Dal punto di vista istituzionale mi trovo bene. E c’è cordialità nei rapporti personali.
Mi tolga una curiosità : perché mai il nordico Penati sostiene il romano Veltroni?
Mi ha convinto molto il discorso di Veltroni al Lingotto. Poi gli riconosco capacità politica e di innovazione. Abbastanza per capire che il Nord è una piazza imprescindibile per le sorti del futuro Partito democratico.
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Nato a Milano nel 1949, è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil dal 1969 al 1972; dal 1973 al 1979 è stato responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del lavoro di Milano. Nell’VIII legislatura (1979-1983) è stato membro della commissione Lavoro della Camera dei deputati, eletto nelle liste del Partito comunista italiano. Ricercatore dal 1983 all’Università statale di Milano, dal 1986 al 1991 è stato professore straordinario di Diritto del lavoro all’Università di Cagliari; dal 1991 è professore ordinario della stessa materia all’Università Statale di Milano. Nel 1985 ha assunto l’incarico di coordinatore della redazione della Rivista italiana di diritto del lavoro di cui è direttore responsabile dal 2002. Dal 1997 è editorialista del Corriere della sera.
L’8 settembre a Bologna Beppe Grillo l’ha mandata (per dirla eufemisticamente) a quel paese. Lei tace?
Preferisco ignorare gli insulti. Su alcune cose Grillo ha ragione. Sulla legge Biagi, invece, sbaglia clamorosamente il bersaglio. L’ho invitato a un confronto pubblico in televisione, ma lui ha rifiutato.
Non le pare che sulla Biagi ci sia troppo conformismo? Solo a parlarne si fa peccato.
È il risultato di un fenomeno di faziosità bipartisan. Ne hanno fatto un simbolo: a destra e a sinistra, come se quella legge avesse segnato una svolta epocale. Che invece non c’è stata affatto.
In fondo contro la legge non c’è solo la sinistra radicale. Ma anche qualche imprenditore che ha storto il naso perché complica il mercato del lavoro più che semplificarlo.
Per certi aspetti è così. Soprattutto, ma non soltanto, sui co.co.co.: qui la legge ha portato una restrizione drastica, tant’è vero che questi rapporti di lavoro precario si stanno riducendo.
Si fa un grande elogio della flessibilità . Ho paura che talvolta il termine sia il sinonimo alla moda di precariato.
La sicurezza è un bene della vita. Il problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo. In altri paesi si sono fatte delle esperienze interessantissime su questo terreno.
Baratterebbe l’abolizione della legge Biagi con l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato, ma con libertà di licenziare?
Baratterei volentieri tutti i rapporti di lavoro a termine, “a progetto”, e simili con un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato, nel quale l’imprenditore può licenziare per motivi economici pagando un indennizzo al lavoratore proporzionato all’anzianità di servizio e garantendogli un trattamento di disoccupazione efficiente e moderno. Al giudice solo il controllo sui licenziamenti disciplinari e quelli discriminatori.
A sinistra si esagera, e spesso si dicono infamie. Ma i comunisti non hanno tutti i torti a sostenere che nel programma dell’Ulivo c’era un esplicito impegno a modificare la legge.
Sì: era il frutto di una demonizzazione faziosa e disinformata. Altrimenti, nello stesso spirito, avrebbero dovuto parlare piuttosto di superamento della legge Treu del 1997. Ma questo non potevano farlo, perché la legge Treu era stata voluta da una coalizione di centro-sinistra di cui faceva parte anche Rifondazione, e sulla scorta di accordi firmati da tutti i sindacati, compresa la Cgil.

Sulla flessibilità a parole sono tutti d’accordo. Poi le varie indagini sociologiche sui giovani dicono che sognano ancora il posto fisso in banca o in un ministero.
Come dicevo prima, la sicurezza è un bene della vita. Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.
In Italia (come in Europa) la disoccupazione è scesa. In percentuale, quanto è merito della Biagi e quanto della ripresa economica?
Non sono un economista. Però starei attento a individuare nella legge Biagi la causa di questa riduzione. La realtà è che le retribuzioni della fascia bassa si sono ridotte; e quando cala il prezzo aumenta la domanda.
Soddisfatto che i suoi reiterati appelli a licenziare i nullafacenti stiano cominciando a dare qualche frutto?
Soddisfatto è una parola grossa. C’è ancora molta strada da fare.
Alla fine hanno rimosso persino quell’insegnante campione di “fannullonismo” cui lei ha fatto riferimento in molti dei suoi interventi.
Rimosso, ma non licenziato. Prende ancora lo stipendio senza far nulla.
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Antonio Marano è nato nel 1956 ad Ascoli Satriano, in provincia di Foggia, ma da tempo risiede a Varese. Si è sempre occupato di televisione, iniziando come direttore esecutivo della Rete 55 per poi diventare direttore commerciale della Rete A del gruppo Peruzzo. In seguito, è stato consulente della Cecchi Gori Communications e ha partecipato alla fondazione di Italia 9 Network. Nel 1994 viene eletto deputato nelle file della Lega Nord, ed è nominato sottosegretario alle Telecomunicazioni nel primo governo Berlusconi. È stato anche amministratore delegato della Stream News prima di approdare in Rai nel 2002 come direttore di Raidue al posto di Carlo Freccero. Carica che ricopre tuttora, dopo un breve passaggio come responsabile dell’acquisto dei diritti sportivi dell’emittente di Stato.
Scusi Marano, ma come si permette di segare le ambizioni televisive di Riccardo Bossi, figlio primogenito del segretario del suo partito?
Ho detto a Riccardo: “Benvenuto nel mondo della tv, dove le cose prima si fanno e poi si dicono”. Ha dichiarato ai giornali che partecipava all’Isola dei famosi senza che io ne sapessi nulla, poi di aver avuto il permesso dal padre. E tutto questo alla vigilia di un cda Rai dove si parlava del contratto del programma.
Suvvia, sono ragazzi. Il giovanil impeto li porta a sbagliare.
Ha sbagliato tutto. Anche i figli di qualcuno devono fare i passi giusti. Il reality non è il primo. Bisogna fare la gavetta. E sarebbe opportuno che Riccardo la facesse su un’ altra rete, non sulla Due gestita da un direttore che fa riferimento alla Lega, il partito del padre.
Insomma, poveretto, voleva incominciare da dove gli pareva più facile. Se la rete è in quota Lega, per la proprietà transitiva è anche un po’ sua…
E poi, scusi, cosa ci azzecca lui con i famosi? Lì ci va chi ha una carriera alle spalle: nello spettacolo, nella moda o nello sport.
Beh, un naufrago in più o in meno non faceva differenza. Poi non capisco la severità . Quel padre Umberto che, celticamente, voleva prendere Riccardino “a calci nel culo”.
Guardi, il padre non voleva, ma alla fine avrà detto: sei maggiorenne, fa’ quello che vuoi. Parliamoci chiaro, il ragazzo ha delle qualità , ma tutto a suo tempo. Rispettiamo l’abc della tv.
Non ci sarebbe qualche altro spazietto disponibile? Che so, all’Italia sul Due, o con Michele Santoro ad Anno zero?
Vedremo di dargli una mano. Ma alla fine gliel’ho detto: quel cognome ti dà dei vantaggi, ma anche un sacco di svantaggi. Insomma, qualcosa gli faremo fare.
Sarà contento lei, ormai si parla più di chi andrà sull’Isola che della corsa alla guida del Partito democratico. E pensare che il suo presidente, Claudio Petruccioli, detesta il programma.
Sì, Petruccioli non è favorevole. Allora per accontentarlo abbiamo cambiato la formula: quest’anno i naufraghi saranno un mix di vip e di sconosciuti. Lo sa che ai vari cast si stanno presentando in decine di migliaia?
Alla fine vi toccherà fare più “Isole”, divise per categorie. Con tronisti e veline l’Isola dei formosi. Con quelli dei servizi deviati l’Isola dei fumosi. E per i modaioli, l’Asola dei famosi…
Per carità , niente politici, inquisiti, veline o ex banchieri diventati protagonisti del gossip.
Allude a Gianpiero Fiorani? Mi permetto di perorarne la causa: balla e, come si è visto in procura, canta bene.
Ha detto che l’ho cercato. Ma quando mai? Secondo lei l’ho chiamato io o mi ha fatto cercare lui da qualcun altro? La regola è che chiunque è inquisito non può partecipare.
Scusi se insisto, ma perché il figlio di Bossi no e quello di La Russa sì?
Lo vede? Passo più tempo a smentire presunte partecipazioni che a occuparmi del programma. Qui c’è troppa gente che usa l’Isola per farsi pubblicità . Ma chi è questo figlio di La Russa?
Si chiama Geronimo. Va bene, niente Bossi junior. Ma non ha pensato alla moglie Maruska, che tra tanti vip de noantri con quel nome darebbe un tocco di esotico?
Ma lasci perdere. Ho già tante gatte da pelare. Ma poi chi è questa Maruska, io non ne ho mai sentito parlare.

Luca Zaia nasce 38 anni fa a Conegliano da madre casalinga e padre artigiano. È sposato dal 1998 e risiede a Bibano di Godega di Sant’Urbano nella sinistra Piave trevigiana. Si diploma nel 1987 alla scuola enologica G.B. Cerletti di Conegliano. Nel 1993 si laurea all’Università di Udine, in scienze della produzione animale. È eletto, nel 1993, a 25 anni, nelle file della Lega nord Liga veneta come consigliere comunale di Godega di Sant’Urbano. Nel 1995 è consigliere provinciale e assessore all’agricoltura. Nel 1998 diventa presidente della Provincia di Treviso: è il presidente più giovane d’Italia. Nel 2002 viene riconfermato presidente di una giunta monocolore. Nel 2005 è nominato vicepresidente della giunta regionale del Veneto con delega alle politiche dell’agricoltura e del turismo.
A 193 km all’ora in autostrada, 407 euro di multa e la patente ritirata: Zaia, dire che la Lega in Veneto va forte è una metafora, non la prenda alla lettera.
Per la precisione andavo a 183 chilometri all’ora. Dai, è chiaro, era una scusa per darmi addosso, ma non pensavo con questa violenza. Una settimana di articoli contro, articoli sulla stampa nazionale e una pagina anonima di insulti sulla Tribuna di Treviso.
Scusi, da presidente della Provincia di Treviso ha fatto un sacco di campagne sulla sicurezza stradale. E poi si fa beccare in flagrante.
Chi mi attaccava diceva che buttavo via i soldi. Almeno adesso ho avuto questo tardivo riconoscimento.
Ma che fretta c’era, maledetta primavera?
Ero sotto una tromba d’aria. Dovevo tornare a Venezia con urgenza per aprire un tavolo di crisi su altre due trombe d’aria a Vicenza e a Verona. Ma non voglio giustificarmi, chi sbaglia paga. E io ho pagato senza fiatare.
Meno male che non si è ricordato di Gustavo Selva, se no chiamava un’ambulanza…
Pensi che qualcuno ha insinuato che siamo della stessa pasta. Assolutamente no: vorrei ricordare a tutti i cittadini che io non giro con l’auto blu e non ho detto: “Lei non sa chi sono io”.
Chi sarebbero i mandanti della campagna?
La sinistra e i suoi giornali, che si sono lanciati in un linciaggio mediatico senza precedenti. Io la critica la accetto, gli insulti no.
Io guarderei anche in casa sua, nel centrodestra. Lei in fondo dovrebbe essere l’erede di Giancarlo Galan e qualcuno rosica.
Non mi ritengo l’erede di nessuno, sono uno che si è fatto da solo studiando e lavorando. Magari qualcuno tra i miei sarà stato contento, ma la campagna è stata orchestrata dall’opposizione.
Comunque a piedi non ci resta, se è vero che in 150 si sono offerti di farle da autista.
Macché 150, più di 1.000. Conservo sms ed email. Sceglierò tra i giovani neopatentati che mi hanno scritto, e in macchina parleremo di quello che non bisogna fare, compreso quello che ho fatto io. E con l’occasione discuteremo di questa famigerata “casta on the road”.
Casta on the road è bellissimo. Se la sente Gianantonio Stella ne fa un secondo libro.
Faccio 80 mila km all’anno, non rimborsati a piè di lista. E qui dicono che vado in giro con la mia macchina perché mi pagano, una puttanata. Ho solo il rimborso forfettario che spetta ai consiglieri regionali, 1.200 euro al mese, indipendentemente dalla strada che faccio. E io abito a Conegliano.
Però, toccando ferro e più tardi possibile, ha il funerale pagato dalla Regione: “casta on the tomb”.
Sì, 7.500 euro, l’ho letto sui giornali. Mi sono informato, era una vergognosa leggina del 1973 che abbiamo eliminato. Senza contare che molti consiglieri la ignoravano e si pagavano loro i funerali.
Caro Zaia, le toccherà tornare alla scuola guida. Scriva cento volte: chi va piano va sano e lontano.
Beh, mi hanno tolto dieci punti. Potrei fare il corso che me ne ridà sei, anche per dare un segnale alla gente. Ma se a volte si corre è perché abbiamo degli impegni, non stavo mica andando in discoteca. Per esempio, mentre le parlo sto viaggiando a 130 all’ora. E infatti tutti mi sorpassano.