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Costamagna: Basta con questa storia di essere considerato un prodiano

Claudio Costamagna banchiere che stima Bazoli, aiuta Murdoch e Geronzi, non disdegna Ricucci ed è presidente della potente associazione di ex alunni Bocconi
Claudio Costamagna è nato nel 1956, lo stesso anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca e la Ford si quotava a Wall Street.
Ha fatto il liceo a Bruxelles, poi la Bocconi a Milano, di cui ora è presidente della potente associazione di ex alunni, tra le cui file militano alcuni tra i più bei nomi della finanza italiana. Ha lavorato in Citibank, Montedison e fino al maggio del 2006 in Goldman Sachs, che ha lasciato quando era chairman della divisione Investment banking per l’Europa e il Medio Oriente.
Come indipendente, è consigliere d’amministrazione di alcune note società come Luxottica, Bulgari e Value Partners. Ora lavora in proprio come superconsulente per grandi operazioni di fusione e acquisizione. Grande appassionato di scherma, predilige duellare di fioretto.
Di questi tempi si parla molto di lei. Per esempio non sapevamo che era intervenuto per dissuadere Stefano Ricucci dal lanciare l’opa sul Corriere.
Guardi, tutto ciò che è uscito mi sembrano sciocchezze. Io non c’entro nulla con quella vicenda. Conosco Ricucci perché è molto amico di mio fratello. E ho solo fatto due telefonate per vedere se si poteva trovare un accordo pacifico tra lui e il patto di sindacato del Corriere della sera. Ma perché mai in Italia si parla solo del Corriere?
Cosa vuole che le dica, perché in tanti hanno cercato di metterci le mani, perché per noi provinciali è l’ombelico del mondo. Ma capisco la meraviglia, lei è di cultura anglosassone…
Ha ragione, ma deve capire la mia insofferenza nel sentirmi chiedere, ogni qualvolta vengo in Italia, notizie sulle manovre intorno al giornale.
A proposito, come andò il suo tentativo di mettere pace tra Ricucci e i soci del giornale?
Beh, ha visto anche lei come è finita. Allora perché me lo chiede?
Quante cose fa lei, Costamagna. Doveva diventare il capo di Mittel, poi era con Murdoch nella trattativa con Telecom. Nel frattempo ha fatto da testimone alle nozze di Angelo Rovati e, ciliegina sulla torta, superconsulente di Geronzi nella fusione con Unicredit.
Ha dimenticato che sono consigliere indipendente in quattro società. E che per vent’anni sono stato in Goldman Sachs, nella posizione più alta mai ricoperta da un non americano.
Dicono che Cesare Geronzi l’abbia usata come un taxi, scaricandola quando non serviva più.
Ma quale taxi! Geronzi doveva fare l’operazione con Unicredit senza coinvolgere la struttura di Capitalia, che era nelle mani di Matteo Arpe, l’amministratore delegato. Né voleva coinvolgere le banche d’affari, per tenere il massimo di riservatezza. Allora ha chiamato me.
Anche perché, dicono, così facendo si conquistava la benevolenza di Romano Prodi, cui lei è molto vicino.
Mi sono rotto i co…. di essere considerato in Italia solo come l’amico di Prodi. Io ho buoni rapporti con il premier, ma prima di tutto sono un banchiere d’affari che ha curato operazioni importantissime.
Dicono anche che Geronzi le avesse promesso un posto nel comitato di gestione di Mediobanca, salvo poi cambiare idea.
Nessuno mai mi ha chiesto o detto niente in tal senso. Ma se lo faranno valuterò la proposta.
Nella vicenda Mittel, si è reso protagonista di un lungo tiramolla con Giovanni Bazoli per poi mandare tutto a monte.
Su Mittel tutto si è svolto in modo molto semplice. Dovevo diventare amministratore delegato, e la cosa era fatta al 95 per cento. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Ma a me, chi lo fa fare di legarmi a una struttura?». In fondo avevo appena lasciato Goldman Sachs. Perciò ho telefonato al professor Bazoli, l’ho ringraziato, ma gli ho detto che in quel momento non era la cosa che mi sentivo di fare.
Da quello che si sa pare che non ci sia rimasto benissimo…
Non so che dirle, quando ci siamo parlati ha capito perfettamente il senso della mia scelta.
Non sembrava felice nemmeno quando ha visto che lei stava al fianco di Geronzi.
No, anzi. Mi ha fatto i complimenti. Mi ha detto: “Come banchiere ha fatto una bella operazione”.

Il neosindaco leghista di Verona, Tosi: el leon non magnarà el teròn

Flavio Tosi,  neosindaco leghista di Verona
“Sono nato a Verona, dove abito tuttora, il 18 giugno 1969″ così si racconta Flavio Tosi sul suo sito. “La politica è la mia passione da sempre: iscritto alla Lega nord-Liga veneta sin dall’inizio del 1991, nel 1994 sono stato eletto consigliere comunale a Verona: da allora e fino a oggi sono sempre stato capogruppo per il mio partito. Dal 1997 al 2003 ho ricoperto il ruolo di segretario provinciale della Lega nord-Liga veneta: questo incarico mi ha reso particolarmente orgoglioso, perché ho potuto esprimermi all’interno del partito in cui sono nato e che mi ha dato tanto. Nell’aprile del 2000 sono stato eletto consigliere regionale, e rieletto alle ultime votazioni del 2005, con il record assoluto di preferenze tra tutti i candidati, cosa che mi ha riempito di orgoglio e di affetto verso chi mi ha sostenuto. Da due anni sono assessore regionale alla Sanità”

Adesso che è diventato sindaco girerà ancora col leone al guinzaglio dicendo “El leon magna el teròn”?
Intanto non era un leone ma un tigrotto. Lo avevamo portato alla conferenza stampa in comune per promuovere il Circo padano che girava per le città del Nord. E poi non ho mai detto che mangiava il terrone. Piuttosto ho rischiato che mangiasse me.
Ha vinto con un plebiscito, più del 60 per cento dei voti. Siete forti voi o inesistenti gli altri?
Forti noi. La sinistra sta sulla luna, non affronta i problemi. Parla in politichese: si sono totalmente imborghesiti e cianciano nei salotti. Ma lo sanno o no che gli operai hanno votato per noi della Lega?
Pensare che Forza Italia e Udc non la volevano. Il governatore Giancarlo Galan ha dato ai suoi dei “coglioni”.
Forza Italia ha delle divisioni interne fortissime, il partito a Verona è retto da un direttorio, dunque nessuno decide mai niente. Meglio per me: se loro avessero espresso un candidato forte, forse a quest’ora non sarei il nuovo sindaco.
Scusi, ma lei si considera un leghista di lotta o di governo?
Tutti e due. In Veneto di governo, visto che per due anni ho fatto l’assessore regionale alla Sanità. Ma con Roma sono in lotta perenne, sia quando governiamo noi e tanto più adesso che governano loro. Roma è sempre e comunque un problema.
Per capirci, tendenza Maroni o tendenza Borghezio?
Vado d’accordo e ho uno splendido rapporto con entrambi. E poi sono tutti e due avvocati.
Per un amministratore leghista in Veneto il mito resta sempre Giancarlo Gentilini, il sindaco sceriffo?
Certo, oggi Treviso grazie a Gentilini è diventata una bomboniera pulita, ordinata, e con un grande senso civico. Un modello da seguire
Perciò anche lei toglierà le panchine per non far sdraiare gli extracomunitari?
No, ma la sicurezza e la pulizia sono priorità, e alcune misure immediate si possono prendere. Poi dobbiamo decidere cosa fare di alcuni grandi spazi dismessi. E farò sgomberare il centro sociale: l’ho detto in campagna elettorale e manterrò la parola.
Mi tolga una curiosità: chi è l’esponente del centrosinistra che ha detto a Roberto Maroni che lei è un nazista?
Paolo Ferrero, il ministro di Rifondazione. Gli ha detto: ma lo sai che a Verona avete eletto un sindaco nazista? Cosa vuole, questi hanno perso il contatto con la realtà. Non a caso in città moltissimi elettori di centrosinistra hanno votato la mia lista civica, che per la verità ha rubato un bel po’ di voti anche a Forza Italia.
Federalista o secessionista autonomista?
Io sono uno pragmatico. L’obiettivo è ovviamente quello dell’autonomia fiscale. Poi, vista l’aria che tira a Roma, la via per arrivarci purtroppo si traduce soltanto in qualche timida riforma federalista.
L’Unione si è fermata al 33 per cento, dopo aver governato Verona gli ultimi cinque anni. Dove hanno sbagliato?
Sono stati cinque anni chiusi nel palazzo, convinti di avere sempre ragione su tutto. Noi invece stiamo in mezzo alla gente, ci siamo dati come metodo l’obbligo di rispondere a tutte le richieste. E si governa fuori, non dentro il palazzo.

Amministrative: ma Sesto San Giovanni è Stalingrado o Berlusconia?

Giorgio Oldrini, sindaco di Sesto San Giovanni e giornalista di Panorama
Dalla biografia ufficiale di Giorgio Oldrini: “Sesto San Giovanni è la mia città di adozione anche se sono nato casualmente a Milano il 14 febbraio 1946 da Italia Rosati e Abramo Oldrini. Mio padre fu sindaco di Sesto dal 1946 al 1962.
Le mie esperienze politiche e amministrative hanno radici nel 1985, quando fui assessore alla Cultura, sport e giovani nella prima giunta Bassoli. Sono stato anche consigliere comunale fino al 1990, prima del Pci poi del Pds. Sono giornalista professionista dal 1973 e ho lavorato a lungo per L’Unità in America Latina. Nel 1990 sono diventato caposervizio al settimanale Panorama e sono stato direttore del periodico locale Nuovasesto. Ho fatto parte degli organismi sindacali e professionali dei giornalisti lombardi. Da maggio 2002 sono sindaco di Sesto San Giovanni”.

Sondaggi amari: Silvio Berlusconi è il politico più amato dai suoi concittadini, Romano Prodi soltanto terzo. Non c’è più religione…
Beh, se nella rosa dei nomi il sondaggista avesse incluso quelli di Massimo D’Alema o Walter Veltroni, di sicuro avrebbero vinto loro.
Resta il fatto che Berlusconi numero uno e Gianfranco Fini secondo nella Stalingrado d’Italia è un risultato che dà da pensare.
Se è vero, dà certamente da pensare. Ma per la verità non mi aspettavo diversamente. Prodi a Sesto San Giovanni è meno popolare di altri leader del centrosinistra. Questa è una città che la sinistra ha governato ininterrottamente per sessant’anni.
Ma che da oltre dieci alle elezioni politiche fa vincere regolarmente Forza Italia.
Ormai siamo abituati, è dal ‘94 che succede. Del resto non siamo più una roccaforte operaia, bensì una città elettoralmente strabica, che a livello locale apprezza la sinistra, invece alle politiche preferisce cambiare cavallo.
Stavolta rischia di cambiarlo anche alle amministrative di fine maggio. A sentire i sondaggi, il suo sfidante polista Giuseppe Pasini è dato al 52 per cento.
Falso. Lui dice: il 67 per cento mi conosce, il 52 mi approva. Quindi vuol dire il 35 dei sestesi. Noi lo diamo al 31 per cento, perciò sono tranquillo.
C’è ancora qualcosa di rosso a Sesto, oltre ai muri del municipio?
Quello è un rosso che ricorda la colata della Falck. Poi c’è la luce del carroponte, la struttura che abbiamo trasformato in teatro all’aperto, che è illuminata di rosso perché lì c’era la colata della Breda.
Il segno che Sesto è postindustriale e postmoderna, che le acciaierie sono solo un ricordo.
C’è l’università con 3.800 studenti, e poi grandi società di servizi e tlc. La produzione manifatturiera, sebbene sofisticata, è rimasta poca cosa.
Sindaco, da diessino doc mi dice cosa resta dei Ds dopo la scissione di Fabio Mussi e compagni?
Sono contrario alle scissioni e alle balcanizzazioni della politica. Tanto che qui abbiamo una lista dell’Ulivo con dentro anche i socialisti. Ma penso che le divisioni siano un problema per tutti, non solo per la sinistra.
Non l’ha sorpresa che nessuno dei Ds sia andato alla manifestazione laica di piazza Navona?
No, io ero contrario al Family day, ma anche alla contromanifestazione. Credo che non si debbano imbastire giochi politici sulla famiglia e sulle scelte delle persone.
Se non verrà riconfermato tornerà fra noi di Panorama?
Sono in pensione. Ho lavorato a Panorama con piacere per molti anni, rispettando il giornale e me stesso.
Dopo i risultati della Sicilia lei rischia l’assedio.
Siamo abituati all’assedio. Mio padre era sindaco nel dopoguerra in piena Brianza bianca, con Milano tra il bianco e il socialdemocratico.

Santanché: i maschi di An hanno le palle di lino


Dal sito dell’onorevole Santanché: “Sono nata a Cuneo, il 7 aprile 1961 sotto il segno dell’Ariete e dell’Ariete ho la caparbietà, la tenacia e la passione. Laureata in scienze politiche, un master alla Sda Bocconi. Ho iniziato il mio percorso in Alleanza nazionale con Ignazio La Russa dopo la svolta di Fiuggi del 1995. A giugno del 2001 sono stata eletta deputato nella circoscrizione elettorale Lombardia 3. Nel 2005, dopo aver ricoperto la presidenza del Comitato di controllo per la spesa pubblica presso la commissione Bilancio, sono stata nominata relatrice della Legge finanziaria 2006. Prima donna nella storia della Repubblica a ricoprire questo ruolo. Nel 2005 ho ricevuto anche l’incarico, da parte di Gianfranco Fini, di coordinatore nazionale del dipartimento pari opportunità di Alleanza nazionale”.

Se le donne nel Partito democratico non vanno di moda, in An ancora meno. Il suo segretario ne parla poco.
Gianfranco Fini resta il leader di un grande partito che ha un problema serio: perde pezzi, soprattutto fra i giovani e le donne. Una costante emorragia di persone e di risorse che non vengono rimpiazzate da nuovi ingressi, se non qualche ex socialista che si piazza nelle fondazioni.
Le fondazioni sono considerate il rifugio dove superare la vecchia forma partito. Le fanno tutti…
È vero. Oggi tutti copiano Massimo D’Alema che ha capito prima di altri come le fondazioni siano macchine perfette per coltivare il culto della personalità.
Dunque anche la sua di personalità, visto che lei si è fatta una fondazione, il Circolo D-Donna.
A differenza delle fondazioni i circoli sono formati da cittadini comuni, sono fatti per stare tra la gente e, invece di rendere, costano denaro, tempo e fatica. Non saranno in grado di elaborare raffinate teorie sul mondo, ma scaldano il cuore di chi ne fa parte.
E di cosa si discute nei suoi circoli?
Dei valori della destra, dall’identità nazionale alla sacralità della vita. Contro il Corano nelle scuole e l’ingresso della Turchia nella Ue.
Tempo fa ha dato del “palle di velluto” ai colonnelli troppo arrendevoli verso Fini. Pentita?
No, l’espressione è sempre di attualità. Solo che, vista l’emergenza caldo, la cambierei in “palle di lino”.
Anche Francesco Storace è un “palle di lino”?
Storace è cresciuto all’interno di questa classe dirigente, ma è allergico al velluto e anche al lino. Per questo chiede con forza e a ragione un congresso così da fare chiarezza sulla linea politica. Mentre il partito perde pezzi, quando lui gira l’Italia riempie i teatri e riesce a unire i cuori giovani con quelli vecchi del partito. Vorrà pur dire qualcosa.
Invece quelle di Ignazio La Russa, il suo ex mentore, come sono? Lui la critica pesantemente, si dice che le abbia tolto il saluto.
Non è vero, ci ho parlato anche mezz’ora fa. Ignazio resta un amico. E io gli amici li rispetto.
Dopo le minacce che lei ha ricevuto dagli estremisti islamici, il Corriere della sera ha scritto che se fosse stata di sinistra sarebbe già diventata un’icona femminile.
Quell’articolo mi ha fatto pensare. Soprattutto da Barbara Pollastrini e dal Vaticano ho ricevuto una solidarietà non di facciata.
Quasi quasi meglio abbandonare questa destra di “senza palle” e passare al Partito democratico…
Bella prospettiva: 8 donne su 2 mila delegati. La verità è che le donne autonome e controcorrente danno fastidio a destra come a sinistra. Solo che di là nessuna ha il coraggio di ribellarsi apertamente. Io ballo da sola e l’ho dimostrato pagando in prima persona i diktat del mio capo ma resto dove sono.
E il suo arcinemico al Viminale? Giuliano Amato è l’ispiratore della nuova politica sull’immigrazione che supera la Bossi-Fini e punta sul coinvolgimento della Consulta islamica.
A tutt’oggi chi predica odio non viene espulso, e le scuole clandestine proliferano. I bilanci delle associazioni musulmane non sono trasparenti, ma non si svolgono le inchieste per paura di turbare gli “amici islamici”. Il Dottor Sottile deve ricordarsi che è anche ministro di polizia e quindi deve fare rispettare la legge.

La coperta veneta ci va cortina

La piazza di Cortina d'Ampezzo (in ladino Anpezo, in veneto Ampèso e in tedesco Petsch-Hayden)
Giacomo Giacobbi, 40 anni, avvocato, da cinque è il sindaco di Cortina, la più famosa località di montagna italiana, forse del mondo. Guida, ancora per un mese, visto che a fine maggio si vota, una lista civica di centrodestra, senza però l’appoggio della Lega. E una giunta che ha promosso un referendum di autodeterminazione cui parteciperanno i circa 6 mila abitanti del comune. Semplice il quesito su cui dovranno pronunciarsi: Cortina d’Ampezzo (in ladino Anpezo, in veneto Ampèso e in tedesco Petsch-Hayden) deve restare veneta, visto che attualmente fa parte della provincia di Belluno, o è meglio che passi armi e bagagli a quella di Bolzano, nel vicinissimo Alto Adige, regione a statuto speciale? Un tema che supera per importanza anche l’altro di cui si parla a Cortina, ovvero del troppo vippume di serie B che la popola nei periodi vacanzieri.

Non mi dica che anche lei, sindaco, è per la secessione di Cortina e il passaggio a Bolzano.
Piano, piano… Il consiglio comunale ha solo indetto un referendum, come previsto dalla legge. Poi è tutto da vedere. Ma il rispetto per le nostre attuali istituzioni, la Regione Veneto e la Provincia di Belluno, resta.
Sì, ma se non resta Cortina per il Veneto la perdita è pesantissima.
Ci sono motivi storici alla base della richiesta. Pensi che nella guerra del 1915-18 i nostri nonni hanno combattuto con l’Austria.
Deduco che lei voterà per passare con Bolzano.
Sono sindaco uscente, si vota a maggio. Ma sempre sindaco, dunque io sono neutrale. Ora come ora bisogna placare gli animi e considerare il referendum come un grande momento di dibattito democratico.
Ma si prendono più soldi passando con Bolzano?
Non scopriamo l’acqua calda. Bolzano ha un sistema diverso. Chieda quali sono le trattenute fiscali che non vanno a Roma, o che tornano dalla capitale, e si fa un’idea. Parliamo di una regione a statuto speciale. Bolzano ha competenza legislativa.
Per i cosiddetti vip che passeggiano in corso Italia sarà lo stesso stare di qua o di là?
Certo, Cortina è città del mondo. Va bene se si apre il dibattito anche tra gli ospiti, visto che ci sono personaggi di levatura. Ma il destino di Cortina lo decidono i cortinesi. E poi, scusi, in Italia si fa il referendum per qualsiasi cosa, non vedo perché non si possa farlo per l’autodeterminazione dei popoli.
Lei è leghista?
No, guido una lista civica di centrodestra. Ma senza l’appoggio della Lega. E non mi ripresento alle prossime elezioni comunali. Ho 40 anni, sono troppo giovane per poterne fare altri cinque. Ma resterò in politica.
Felice per avere vinto il campionato di hockey su ghiaccio?
Felice come una Pasqua. Abbiamo vinto contro il Milano lo stesso giorno in cui la Roma perdeva 7 a 1 con il Manchester. Sono orgoglioso che dopo 32 anni lo scudetto torni da noi.
Se poi arrivano i mondiali di sci del 2013 si fa bingo…
Abbiamo vinto i mondiali 2010 di curling, sa quel gioco con la boccia e le scope che ha avuto tanto successo alle ultime Olimpiadi. E poi siamo in gara per il 2013. Insomma, Cortina risorge.
Per la verità non mi sembrava morta. Adesso avrete anche il campo di golf.
Vero, non è mai morta. Ma la concorrenza è forte. È come se lei mettesse una fabbrica cinese vicino a una italiana. La prima è naturalmente qui vicino, a Bolzano. L’altra da noi. Ma fabbricano lo stesso prodotto. Confronti costi e incentivi e poi dica. Il campo di golf? Sì, ce l’avremo. Ma intanto, finché si chiacchierava, Riscone l’ha fatto, e pure Braies.
Allora che si diano una mossa i veneti se vogliono tenersi la perla delle Dolomiti.
Il referendum può essere l’occasione per fare un ragionamento sul tema. Pensi che noi, in Veneto, non abbiamo ancora gli aerei cinesi che scaricano la marea di nuovi ricchi all’aeroporto di Venezia. Milioni di persone che spendono e spandono e che invece di venire qui vanno in Savoia e in Austria. Questo vuol dire buttare i soldi dalla finestra.

Parla Mario Landolfi: non mi piace l’isola di Santoro

Mario Landolfi, deputato An, presidente della commissione di vigilanza sulla Rai
Mario Landolfi da Mondragone, classe 1959, deputato di An e coordinatore campano del partito, è presidente della commissione di vigilanza sulla Rai. Ma è stato anche per un breve periodo, poco più di un anno, ministro delle Comunicazioni nel terzo governo Berlusconi. A differenza del suo predecessore, Maurizio Gasparri, sempre di An, non ha licenziato alcuna legge di riassetto del sistema radiotelevisivo. Come del resto potrebbe capitare al suo successore, che pure un disegno di legge l’ha proposto ma che ora non sembra più tra le priorità di questo governo. Come l’attuale presidente della Rai, Claudio Petruccioli, anche Landolfi non ama i reality show, in primis l’Isola dei famosi. Ma non ama anche altre isole della Rai, isole franche poco rispettose del ruolo di una tv pubblica.

Il presidente della Rai, Claudio Petruccioli, ce l’ha con i reality. Un po’ come ce l’aveva lei.
Anche io mi sono scagliato contro l’Isola dei famosi. Ma la mia posizione è più articolata. In una tv generalista il genere reality ci può stare. Purché lo si assuma in modiche quantità, non lasciandolo tracimare sulla programmazione di un’intera rete.
Nella fattispecie Raidue, che però non mi pare scontenta di lasciarsi tracimare.
Niente affatto, è il vero punto di forza della programmazione. Ma sospetto che l’intemerata di Petruccioli nasconda il desiderio di azzoppare Antonio Marano, il direttore di rete.
Marano non mi pare amatissimo nemmeno in casa sua, la Lega. Eppure, è il meglio che il partito di Umberto Bossi ha espresso in termini di cultura televisiva.
Marano viene dalla tv, è stato a lungo manager della Sky, è uno che ne capisce. Ma è anche vero che la sua rete è la cenerentola della Rai, una discarica dove finisce di tutto. Non è che lui riceva molti aiuti dai vertici aziendali.
La Rai vive sempre nel limbo, con quel cda che non si schioda.
È un problema di questa maggioranza considerare questo cda anomalo. In realtà non c’è nulla di anomalo. Solo consiglieri nel pieno delle loro funzioni, Angelo Maria Petroni compreso.
Ma è anche un cda che boccia le nomine di Giovanni Minoli e Carlo Freccero proposte dal direttore generale.
Su questo ho una posizione minimalista. Lo stallo si risolve con l’approvazione del regolamento concernente i rapporti tra cda e direttore generale.
Resta che Freccero e Minoli sono rimasti a terra.
Sì, ma quello che non capisco è perché le nomine fatte abbiano riguardato consociate minori e non, per esempio, la Sipra. Ovvero la cassaforte della Rai, che è senza testa da due anni, da quando Raffaele Ranucci è diventato assessore della giunta Marrazzo.
Sull’annunciato ritorno di Enzo Biagi nulla da eccepire?
No, sono scelte aziendali. Ho solo chiesto alla Rai di non prestarsi a parlare di epurazione, che è una tesi politica. La Rai sa che Biagi se ne è andato nel 2002 con una transazione che lo ha pienamente soddisfatto dal punto di vista economico.
Oltre all’Isola dei famosi ci sono altre isole che non le piacciono?
Tutte le isole franche, dove ognuno pensa di poter dire quello che vuole solo perché è un grande professionista. Per esempio l’isola di Santoro. L’azienda deve tutelare il diritto di chi paga il canone mostrando di non essere il microfono di Michele Santoro, ma colei che gli dà il microfono.
A proposito di limbo, siamo tra una legge Gasparri al tramonto e una Gentiloni che stenta a vedere l’alba.
Penso che la Gasparri abbia gli anni contati e che la Gentiloni sia abortita, visto che è un gran pasticcio che presenta seri motivi di incostituzionalità. Invece la Gasparri più la si legge più la si apprezza.
Adesso la si usa all’incontrario, per dire che così com’è impedisce il matrimonio tra Mediaset e Telecom, che pure parte della maggioranza non disdegnerebbe.
Vero. Infatti, per consentire di celebrarlo bisognerebbe che il ministro Paolo Gentiloni facesse una legge ad personam.

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