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Giorgio Napolitano al Quirnale
Dopo avere vissuto tanti anni sulla linea del fuoco, come capocorrente della Dc e come direttore del Popolo, oggi Sandro Fontana scrive libri e dalla sua Brescia può permettersi il lusso di guardare la politica attraverso le lenti dello storico: “La lettera di Giorgio Napolitano su Bettino Craxi, la cui nettezza mi ha sorpreso in un uomo così misurato” dice Fontana a Panorama “conferma che la vera missione del suo settennato è la pacificazione del Paese, il superamento della guerra civile strisciante che ci affligge da quasi 70 anni. E più lui vedrà che questa guerra continua, più inasprirà i suoi interventi”. Continua
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Pierluigi Bersani in cerca dell'intesa con Pierferdinando Casini| (Mauro Scrobogna/LaPresse)
Ha voglia il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, a dire che il Cavaliere ha fatto un “giravolta irresponsabile” sulla questione tasse, prima annunciando di ridurle e poi spiegando, invece, che farlo adesso non sarebbe proprio possibile. Il terzo segretario democratico è alle prese con la spinosa questione della conta per le prossime regionali di fine marzo. E in meno di due settimane ha detto tutto e il suo contrario pur di far la corte a Pier Ferdinando Casini e tenersi buone le diverse anime del partito. Continua
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di Stefano Brusadelli
Nata sotto il segno del dialogo, anche questa legislatura rischia di finire sotto quello dell’incomunicabilità . Sono passate appena 6 settimane dall’inaugurazione delle nuove camere e già il clima costituente sembra offuscarsi. Dice a Panorama Gaetano Quagliariello, numero due dei senatori del Pdl e delegato di Silvio Berlusconi per le riforme istituzionali: “Nelle aule parlamentari stiamo ascoltando di nuovo, dai banchi dell’opposizione, il linguaggio della delegittimazione nei nostri confronti. Se si va avanti così, la grande occasione di fare insieme le riforme si riduce a materia per convegni di professorini. Che a me, personalmente, non interessano”.
Quagliariello ce l’ha con l’ostruzionismo messo in atto dall’Italia dei Valori a Montecitorio sul decreto Alitalia e con le accuse di collusioni con la camorra rivolte il 5 giugno in aula da un deputato dipietrista all’ex presidente della commissione di Vigilanza Rai, Mario Landolfi.
Ma sul cielo cominciano ad addensarsi anche altre nuvole, ben più consistenti. La proposta berlusconiana di regolamentare le intercettazioni ha rilanciato i sospetti del centrosinistra sull’intenzione del premier di mettere nell’angolo la magistratura usando la politica.
La debolezza di Walter Veltroni rischia di far apparire poco utile un dialogo in questa fase, magari per attendere che in autunno nel Pd la situazione si chiarisca, o in senso favorevole all’ex sindaco di Roma o con la sua giubilazione. E, soprattutto, diventa sempre più ingombrante la presenza di Antonio Di Pietro, premiato da un risultato elettorale lusinghiero (4,4 per cento) e convinto di poter fare anche di meglio interpretando l’Italia “antinciucista” e sparando a zero contro ogni ombra di intesa tra gli schieramenti.
Fatto sta che il dialogo è a forte rischio d’impantanamento. Sul fronte dei regolamenti parlamentari, i tempi si allungano. L’idea di istituzionalizzare il governo ombra si è infranta contro la considerazione che non siamo in Gran Bretagna ma in un regime bicameralista: essendo composto in parte da deputati e in parte da senatori, l’esecutivo veltroniano non potrebbe operare nella sua interezza né a Montecitorio né a Palazzo Madama. E di fronte al piglio decisionista del governo che affronta i grandi problemi a colpi di decreti legge (Ici, Alitalia, sicurezza), annuncia per giugno una supermanovra economica destinata a svuotare di fatto l’importanza delle prossime tre leggi finanziarie (l’unica occasione a disposizione dell’opposizione per battere qualche colpo), e si prepara a entrare nel sancta sanctorum della giustizia (intercettazioni in primis), nel Pd sono tornati a circolare forti dubbi sull’opportunità di offrire alla maggioranza nuovi meccanismi di garanzia per blindare l’iter dei propri provvedimenti.
Sulla legge elettorale nazionale tutto è in alto mare; su quella europea (tema urgente, dato che si vota nella prossima primavera) solo in parte l’accordo è fatto. La soglia di sbarramento sarà quasi certamente al 4 per cento su base nazionale, quanto basta per mandare a Strasburgo Idv, Udc e (forse) Rifondazione, escludere la Destra e i Verdi e dissuadere dall’avventura solitaria le varie schegge (Mpa, radicali, socialisti, neodc) ormai accasati con il Pd o il Pdl.
Anche per le circoscrizioni, oggi solo cinque, c’è un accordo di massima per portarle a 15: una per regione, con accorpamento delle più piccole. Ma non c’è via libera del Pd sull’abolizione delle preferenze, fortemente voluta dal Pdl anche per evitare imbarazzanti conflitti territoriali tra candidati di An e Fi.
Salvatore Vassallo e Stefano Ceccanti, plenipotenziari di Veltroni nella trattativa, le difendono, controproponendo di fissarle a due (oggi sono da una a tre, secondo le circoscrizioni), a condizione però che vadano a un uomo e a una donna. Su questo punto Quagliariello è tassativo: “Con i partiti deboli di oggi la preferenza sarebbe solo uno strumento nelle mani di lobby ricche, spesso persino di natura criminale, per colonizzare la politica”.
Dietro il raffreddamento si intravede anche il dissiparsi di una sorta di equivoco buonista nato dopo il voto. “Berlusconi” dice il numero due del Pd Dario Franceschini “si tolga dalla testa l’idea che volere le riforme significhi da parte nostra la rinuncia a fare opposizione dura”. La stessa lunghezza d’onda del capogruppo alla Camera, Antonello Soro, che pure resta tra i fautori più convinti dell’intesa: “La maggioranza non si illuda, la nostra opposizione sarà durissima, anche se non vogliamo usare l’ostruzionismo. Ma le nuove regole, oggi, servono più a loro che a noi. E non è colpa nostra se il governo ha esordito con un emendamento per salvare Rete4, o modificando la natura degli aiuti all’Alitalia”. Speculare l’atteggiamento del capo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, anche lui nonostante tutto ottimista: “Forse nel Pd qualcuno scambia il dialogo con la rinuncia ad attuare il nostro programma. Il che è impensabile”.
A rileggerli oggi, non sono poi tanto diversi dagli attuali gli auspici che salutarono nel 1983 la nascita della commissione Bozzi, nel 1992 quella De Mita-Iotti, o nel 1997 la bicamerale dalemiana. Tutti fallimenti. Suona disperatamente virtuoso il monito dell’ex dc, oggi nel Pd, Marco Follini: “Tra il 1946 e il ‘47 la Dc e il Pci continuarono a scrivere insieme la Costituzione persino dopo che nel maggio 1947 De Gasperi mise il Pci fuori dal governo”. Altri tempi?
Il VIDEO servizio:
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Claudio Costamagna è nato nel 1956, lo stesso anno in cui Enrico Cuccia fondava Mediobanca e la Ford si quotava a Wall Street.
Ha fatto il liceo a Bruxelles, poi la Bocconi a Milano, di cui ora è presidente della potente associazione di ex alunni, tra le cui file militano alcuni tra i più bei nomi della finanza italiana. Ha lavorato in Citibank, Montedison e fino al maggio del 2006 in Goldman Sachs, che ha lasciato quando era chairman della divisione Investment banking per l’Europa e il Medio Oriente.
Come indipendente, è consigliere d’amministrazione di alcune note società come Luxottica, Bulgari e Value Partners. Ora lavora in proprio come superconsulente per grandi operazioni di fusione e acquisizione. Grande appassionato di scherma, predilige duellare di fioretto.
Di questi tempi si parla molto di lei. Per esempio non sapevamo che era intervenuto per dissuadere Stefano Ricucci dal lanciare l’opa sul Corriere.
Guardi, tutto ciò che è uscito mi sembrano sciocchezze. Io non c’entro nulla con quella vicenda. Conosco Ricucci perché è molto amico di mio fratello. E ho solo fatto due telefonate per vedere se si poteva trovare un accordo pacifico tra lui e il patto di sindacato del Corriere della sera. Ma perché mai in Italia si parla solo del Corriere?
Cosa vuole che le dica, perché in tanti hanno cercato di metterci le mani, perché per noi provinciali è l’ombelico del mondo. Ma capisco la meraviglia, lei è di cultura anglosassone…
Ha ragione, ma deve capire la mia insofferenza nel sentirmi chiedere, ogni qualvolta vengo in Italia, notizie sulle manovre intorno al giornale.
A proposito, come andò il suo tentativo di mettere pace tra Ricucci e i soci del giornale?
Beh, ha visto anche lei come è finita. Allora perché me lo chiede?
Quante cose fa lei, Costamagna. Doveva diventare il capo di Mittel, poi era con Murdoch nella trattativa con Telecom. Nel frattempo ha fatto da testimone alle nozze di Angelo Rovati e, ciliegina sulla torta, superconsulente di Geronzi nella fusione con Unicredit.
Ha dimenticato che sono consigliere indipendente in quattro società . E che per vent’anni sono stato in Goldman Sachs, nella posizione più alta mai ricoperta da un non americano.
Dicono che Cesare Geronzi l’abbia usata come un taxi, scaricandola quando non serviva più.
Ma quale taxi! Geronzi doveva fare l’operazione con Unicredit senza coinvolgere la struttura di Capitalia, che era nelle mani di Matteo Arpe, l’amministratore delegato. Né voleva coinvolgere le banche d’affari, per tenere il massimo di riservatezza. Allora ha chiamato me.
Anche perché, dicono, così facendo si conquistava la benevolenza di Romano Prodi, cui lei è molto vicino.
Mi sono rotto i co…. di essere considerato in Italia solo come l’amico di Prodi. Io ho buoni rapporti con il premier, ma prima di tutto sono un banchiere d’affari che ha curato operazioni importantissime.
Dicono anche che Geronzi le avesse promesso un posto nel comitato di gestione di Mediobanca, salvo poi cambiare idea.
Nessuno mai mi ha chiesto o detto niente in tal senso. Ma se lo faranno valuterò la proposta.
Nella vicenda Mittel, si è reso protagonista di un lungo tiramolla con Giovanni Bazoli per poi mandare tutto a monte.
Su Mittel tutto si è svolto in modo molto semplice. Dovevo diventare amministratore delegato, e la cosa era fatta al 95 per cento. Poi una mattina mi sono svegliato e mi sono detto: «Ma a me, chi lo fa fare di legarmi a una struttura?». In fondo avevo appena lasciato Goldman Sachs. Perciò ho telefonato al professor Bazoli, l’ho ringraziato, ma gli ho detto che in quel momento non era la cosa che mi sentivo di fare.
Da quello che si sa pare che non ci sia rimasto benissimo…
Non so che dirle, quando ci siamo parlati ha capito perfettamente il senso della mia scelta.
Non sembrava felice nemmeno quando ha visto che lei stava al fianco di Geronzi.
No, anzi. Mi ha fatto i complimenti. Mi ha detto: “Come banchiere ha fatto una bella operazione”.